A. D. 358
Mentre il Romano Imperatore ed il Monarca di Persia difendevano alla distanza di tremila miglia i loro estremi confini contro i Barbari del Danubio e dell'Oxo, la frontiera, che si trovava interposta fra loro, pativa le vicende d'una languida guerra e di una precaria tregua. Due ministri Orientali di Costanzo, cioè Musoniano Prefetto del Pretorio, l'abilità del quale non ebbe effetto per mancanza di verità e d'integrità, e Cassiano Duca di Mesopotamia, coraggioso e veterano soldato, aprirono una segreta negoziazione col Satrapa Tamsapore[528]. Queste aperture di pace, trasportate nel servile e adulante linguaggio Asiatico, furono mandate al campo del gran Re, il quale risolse di significare per mezzo d'un Ambasciatore i termini ch'era inclinato ad accordare ai supplicanti Romani. Narsete, ch'egli aveva decorato di tal carattere, fu ricevuto onorevolmente nel passare che fece per Antiochia e Costantinopoli; giunse dopo un lungo cammino a Sirmio, e nella sua prima udienza rispettosamente spiegò il velo di seta che copriva la superba lettera del suo Sovrano. Sapore, Re dei Re e fratello del Sole e della Luna (tali erano gli altieri titoli affettati dall'Orientai vanità) esprimeva la sua compiacenza, che il suo fratello Costanzo Cesare fosse stato istruito dall'avversità. Sosteneva egli, come legittimo successore di Dario Istaspe, che il fiume Strimone in Macedonia era il vero ed antico limite del suo Impero; dichiarando, però, che in prova della sua moderazione si sarebbe contentato delle Province dell'Armenia e della Mesopotamia, che fraudolentemente s'erano estorte da' suoi Antenati. Egli assicurava, che senza la restituzione di queste contrastate regioni era impossibile stabilire alcun trattato sopra una forte e durevole base; e minacciava con arroganza, che se tornava il suo Ambasciatore senza effetto, egli era preparato ad entrare in campo nella primavera, ed a sostener la giustizia della sua causa colla forza delle sue invincibili armi. Narsete, ch'era dotato delle più culte ed amabili qualità, procurò di addolcire, per quanto il suo dovere lo permetteva, la durezza dell'ambasciata[529]. Maturamente fu ponderato sì lo stile che la sostanza della lettera nel consiglio Imperiale, e fu rimandato l'Ambasciatore colla risposta; «che Costanzo aveva diritto di non approvare l'officiosità de' suoi ministri, che avevano operato senz'avere alcun ordine speciale del Trono; egli ciò nonostante non era alieno da un uguale ed onorevole trattato; ma era molto indecente ed assurdo il proporre all'unico e vittorioso Imperatore del Mondo Romano quelle medesime condizioni di pace, ch'esso aveva rigettato con isdegno, quando era limitato il suo potere dentro gli angusti limiti dell'Oriente; e dovrebbe Sapore rammentarsi, che se qualche volta i Romani erano stati vinti in battaglia, essi erano quasi sempre stati felici nell'esito della guerra». Pochi giorni dopo la partenza di Narsete furon mandati tre Ambasciatori alla Corte di Sapore, il quale dalla spedizione della Scizia era già tornato all'ordinaria sua residenza di Ctesifonte. Furono scelti un Conte, un Notaro ed un Sofista per quest'importante commissione; e Costanzo, ch'era segretamente ansioso di concluder la pace, aveva qualche speranza, che la dignità del primo di questi ministri, la destrezza del secondo e la rettorica del terzo[530] avrebbero persuaso il Monarca Persiano a diminuire il rigore delle sue domande. Ma i progressi del loro trattato furon combattuti e fatti svanire dagli ostili artifizi d'Antonino[531], suddito Romano della Siria, ch'era fuggito dall'oppressione, ed ammesso a' consigli di Sapore e fino alla mensa reale, dove secondo l'uso de' Persiani si discutevano frequentemente gli affari più rilevanti[532]. Lo scaltro fuggitivo, colla medesima condotta con cui soddisfaceva alla sua vendetta, promuoveva il proprio interesse. Egli continuamente stimolava l'ambizione del nuovo suo Signore ad abbracciar la favorevole occasione che le più valorose truppe Palatine eran occupate coll'Imperatore in una distante guerra sul Danubio. Istigava Sapore ad invader l'esauste e non difese Province dell'Oriente colle numerose armate della Persia, ora fortificate mediante l'alleanza ed aggiunta de' Barbari più feroci. Tornarono dunque senza buon successo gli Ambasciatori di Roma, ed una seconda Ambasceria, di grado ancor più onorevole, fu detenuta in istretto confino, e minacciata o di morte o d'esilio.
A. D. 359
L'Istorico militare stesso[533], che fu spedito ad osservar l'esercito de' Persiani, allorchè preparavansi a costruire un ponte di barche sul Tigri, vide da una eminenza la pianura d'Assiria, per quanto stendevasi l'orizzonte, coperta di uomini, d'armi, e di cavalli. Alla testa di essi compariva Sapore, cospicuo per lo splendore della sua porpora. Alla sinistra di lui, che fra gli Orientali è il posto più onorato, Grumbate Re de' Chioniti dimostrava il vigoroso portamento d'un provetto e famoso guerriero. Il corrispondente posto dall'altra parte s'era dal Monarca riserbato pel Re degli Albanesi, che conduceva le sue Tribù indipendenti da' lidi del mar Caspio. I Satrapi ed i Generali eran distribuiti secondo i diversi loro gradi, e tutta l'armata, oltre il numeroso treno del lusso Orientale, consisteva in più di centomila combattenti, indurati alla fatica e scelti fra le più valorose nazioni dell'Asia. Il disertore di Roma, che in certo modo dirigeva i consigli di Sapore, l'aveva prudentemente avvisato, che in luogo di consumar la state in tediosi e difficili assedi, marciasse direttamente verso l'Eufrate, e senza indugio cercasse d'impadronirsi della debole e ricca Metropoli della Siria. Ma i Persiani, appena si furono un poco avanzati nelle pianure della Mesopotamia, che videro essersi usata qualunque precauzione che ritardar potesse i loro progressi, e sconcertarne i disegni. Gli abitanti co' loro bestiami s'erano assicurati ne' luoghi forti, s'erano incendiate per tutto il paese le biade non anche mature, e fortificati con acuti pali i guadi del fiume; sugli opposti lidi eransi piantate delle macchine militari, ed una opportuna piena dell'Eufrate spaventò i Barbari dal tentare il solito passo del ponte di Tapsaco. Allora la perita loro guida, mutato il disegno delle operazioni, condusse l'esercito per un lungo circuito, ma per un fertile territorio verso la sorgente dell'Eufrate, dove il nascente fiume riducesi ad un basso ed accessibil torrente. Sapore non curò con prudente disprezzo la forza di Nisibi, ma passando sotto le mura d'Amida, risolvè di sperimentare, se la maestà della sua presenza avesse indotto la guarnigione a immediatamente sottomettersi. Il sacrilego insulto d'un dardo, che a caso strisciò sulla reale sua tiara, lo convinse dell'errore in cui era; e lo sdegnato Monarca diede con impazienza orecchio all'avviso de' suoi ministri, che lo scongiuravano a non sagrificare il successo della sua ambizione alla soddisfazione della sua collera. Il giorno seguente, Grumbate s'avanzò verso le porte con un corpo scelto di truppe, e chiese la resa immediata della città, come l'unica espiazione che si potesse accettare per tal atto di temerità e d'insolenza. Fu risposto alle sue proposizioni con una generale scarica, e l'unico di lui figlio, bello e valente giovane, fu trafitto nel cuore da un dardo scagliato da una balestra. Si celebrò, secondo i riti del suo paese, il funerale del Principe de' Chioniti; ed il dispiacere del vecchio suo padre fu alleggerito dalla solenne promessa di Sapore, che la rea città d'Amida sarebbe servita di rogo funebre per espiare la morte ed eternar la memoria del figlio.
L'antica città d'Amid o Amida[534], che alle volte prende anche il nome provinciale di Diarbekir[535], è vantaggiosamente situata in una fertil pianura, bagnata da' naturali e dagli artefatti canali del Tigri, di cui il maggior ramo circonda in forma circolare l'oriental parte della città. L'Imperator Costanzo poco avanti avea conferito ad Amida l'onor del suo nome, e vi aveva aggiunto le fortificazioni di stabili mura e di alte torri. Essa era provvista d'un arsenale di macchine militari, e la guarnigione ordinaria era stata accresciuta fino a sette legioni quando fu attaccata dalle armi di Sapore[536]. Le sue prime e più ardenti speranze dipendevan dall'esito d'un assalto generale. Furono assegnati i lor posti alle varie nazioni, che seguitavano le sue bandiere; il Mezzodì a' Verti, il Settentrione agli Albanesi, l'Oriente a' Chioniti, accesi d'ira e di cordoglio, l'Occidente a' Segestani, i più prodi fra' suoi guerrieri, che si coprivano la fronte con una formidabile linea d'Indiani elefanti[537]. I Persiani da ogni parte sostenevano i loro sforzi, ed animavano il loro coraggio; ed il Monarca, non curando la propria dignità e salvezza, dimostrava in proseguire l'assedio l'ardore d'un giovane soltanto. Dopo un ostinato combattimento, i Barbari furon rispinti, ed immediatamente tornati all'assalto, furono di nuovo mandati indietro con una terribile strage. Due legioni ribelli di Galli, ch'erano state bandite dall'Oriente, segnalarono il loro non disciplinato coraggio con una sortita fatta di notte nel centro del campo Persiano. Nell'ardore di uno de' più fieri di questi replicati assalti, Amida fu tradita dalla perfidia d'un disertore, che indicò a' Barbari una segreta e negletta scaletta, tagliata nella rupe che pende sopra il corso del Tigri. Tacitamente salirono settanta arcieri scelti della guardia reale al terzo piano d'un'alta torre, che dominava il precipizio; essi alzarono la bandiera Persiana, che fu segnale di partenza per gli assalitori, e di turbamento per gli assediati; e se questi già perduti soldati avesser potuto mantenere il loro posto pochi minuti di più, col sacrifizio delle loro vite si sarebbe potuto comprare l'espugnazione della piazza. Poscia che Sapore ebbe sperimentato senz'effetto il poter della forza e degli stratagemmi, ricorse alle più lente ma più sicure operazioni di un regolare assedio, nella condotta del quale fu istruito dalla perizia de' disertori Romani. Ad una giusta distanza s'aprirono le trinciere, e le truppe destinate a tal uso, avanzarono sotto il tetto portatile di forti graticci per riempire il fosso, e minare i fondamenti delle mura. Nel tempo stesso costruite furono torri di legno, e spinte innanzi sopra le ruote, affinchè o i soldati, che erano provvisti di armi da scagliare d'ogni specie, potessero combattere quasi a livello colle truppe che difendevano le mura. S'impiegò in difesa d'Amida ogni sorta di resistenza che l'arte potea suggerire, o il coraggio porre in esecuzione, e più d'una volta le macchine di Sapore furon distrutte dal fuoco de' Romani. Ma si possono esaurire le forze d'una città assediata. I Persiani riparavan le loro perdite, ed avanzavano le opere; l'ariete, che continuamente batteva, avea fatta una larga breccia, e la forza della guarnigione, diminuita dal ferro e dalle malattie, cedè al furor dell'assalto. I soldati, i cittadini, le loro mogli e figliuoli, tutti quelli, che non ebber tempo di fuggire per la porta opposta, furono da' conquistatori involti in un indistinto macello.
A. D. 360
Ma la rovina d'Amida fu la salute delle Province Romane. Tosto che furono quietati i primi trasporti della vittoria, Sapore fu in grado di riflettere, che per castigare una disubbidiente città, egli aveva perduto il fiore delle sue truppe e la stagione più favorevole per la conquista[538]. Eran caduti trentamila de' suoi veterani sotto le mura d'Amida, nella continuazione d'un assedio, che durò settantatre giorni, ed il deluso Monarca tornò alla sua Capitale con affettato trionfo e con segreta mortificazione. Egli è più che probabile, che l'incostanza de' Barbari suoi alleati fosse tentata d'abbandonare una guerra, in cui avevan incontrato sì inaspettate difficoltà, e che il vecchio Re de' Chioniti, saziato di vendetta, con orrore s'allontanasse da una scena d'azione, dov'era restato privo della speranza di sua famiglia e nazione. La forza non meno che lo spirito dell'esercito, con cui Sapore venne in campo nella seguente primavera, non era più uguale alle illimitate mire di sua ambizione. Invece d'aspirare alla conquista dell'Oriente, fu costretto a contentarsi di prendere due fortificate città della Mesopotamia, Singara e Bezabde[539]; l'una situata in mezzo ad un arenoso deserto, e l'altra in una picciola penisola circondata quasi da ogni parte dal profondo e rapido corso del Tigri. Furono fatte prigioniere cinque legioni Romane di quella diminuita grandezza, a cui s'eran ridotte nel secolo di Costantino, e mandate schiave negli estremi confini della Persia. Smantellate le mura di Singara, il conquistatore abbandonò quel luogo solitario e segregato. Ma con diligenza restaurò le fortificazioni di Bezabde, ed in quel posto importante stabilì una guarnigione o colonia di veterani, ampiamente fornita di ogni sorta di difesa, ed animata da alti sentimenti d'onore e di fedeltà. Verso il fine della campagna le armi di Sapore ebbero qualche sinistro per un'infelice impresa contro Virta, o Tecrit, bene munita, o come fu generalmente creduto fino al tempo di Tamerlano, inespugnabil fortezza degli Arabi indipendenti[540].
La difesa dell'Oriente contro lo armi di Sapore esigeva, ed esercitato avrebbe l'abilità del più consumato Generale; e parve una fortuna per lo Stato, che quella fosse la Provincia del valoroso Ursicino, che solo meritava la fiducia de' soldati e del popolo. Ma nel tempo del pericolo, Ursicino[541] fu rimosso dal suo posto pei maneggi degli Eunuchi; ed il comando militare dell'Oriente per gl'istessi mezzi fu dato a Sabiniano, ricco e sottil veterano, ch'era giunto alle infermità della vecchiaia senz'acquistarne l'esperienza. Per un secondo ordine, ch'ebbe origine dagli stessi gelosi ed incostanti consigli, Ursicino fu nuovamente spedito alle frontiere della Mesopotamia, e condannato a sostener le fatiche d'una guerra, gli onori della quale s'erano trasferiti all'indegno rivale di lui. Sabiniano stabilì il suo indolente quartiere sotto le mura d'Edessa, e mentr'egli si dilettava dell'oziosa parata dell'esercizio militare, ed al suono de' flauti si muoveva in Pirrica danza, la pubblica difesa era abbandonata all'ardire e alla diligenza del primiero Generale dell'Oriente. Ma ogni volta che Ursicino raccomandava qualche vigoroso piano d'operazioni; quando proponeva di girare alla testa di una leggiera ed attiva armata intorno alle falde de' monti per intercettare i convogli del nemico, inquietare la vasta estensione delle linee Persiane, e sollevare le angustie d'Amida, il timido ed invidioso Comandante allegava, che da positivi ordini gli era impedito di mettere a rischio la salute delle truppe. Amida finalmente fu presa; i più prodi suoi difensori, che s'eran salvati dal ferro de' Barbari, moriron per mano del carnefice nel campo Romano; ed Ursicino medesimo dopo d'aver sofferto la disgrazia d'un esame parziale fu punito per la cattiva condotta di Sabiniano colla perdita del militare suo grado. Ma Costanzo ben presto sperimentò la verità della predizione, che un onesto sdegno aveva tratto di bocca all'ingiuriato suo Duce, vale a dire, che sintanto che si fosse tollerato, che prevalessero tali massime di governo, l'Imperatore stesso avrebbe veduto, non essere facile impresa il difendere gli Orientali suoi Stati dalla invasione d'uno straniero nemico. Quando ebbe soggiogati o quietati i Barbari del Danubio, Costanzo a lente giornate s'incamminò verso l'Oriente, e dopo aver pianto sulle ancor fumanti ruine d'Amida, pose con un potente esercito l'assedio a Bezabde. Venivano scosse le mura da' replicati sforzi de' più grossi arieti; la città era ridotta all'ultima estremità, ma fu sempre difesa dal paziente ed intrepido valor della guarnigione, finchè l'avvicinarsi della stagione piovosa obbligò l'Imperatore a toglier l'assedio, ed a ritirarsi con ignominia ne' suoi quartieri d'inverno ad Antiochia[542]. L'orgoglio di Costanzo, e l'ingegno de' suoi cortigiani non sapevano come trovar materia di panegirici negli avvenimenti della guerra Persiana; mentre la gloria del suo cugino Giuliano, al comando militare del quale avea esso affidate le Province della Gallia, era sparsa pel Mondo con una semplice e breve narrazione delle sue imprese.
Nel cieco furore della guerra civile, Costanzo avea abbandonato a' Barbari della Germania il paese della Gallia, che sempre riconosceva l'autorità del suo rivale. Un numeroso sciame di Franchi e di Alemanni fu invitato a passare il Reno con presenti e promesse, colla speranza delle spoglie, e con una perpetua concessione di tutti i territori, ch'essi avrebber potuto sottomettere[543]. Ma l'Imperatore, che per un passeggiero servigio avea con tanta imprudenza provocato lo spirito rapace de' Barbari, presto conobbe e sentì con rammarico le difficoltà di sloggiare que' formidabili alleati, dopo ch'essi gustate avean le ricchezze del suolo Romano. Senza riguardo veruno alla sottile distinzione di fedeltà e di ribellione, quest'indisciplinati ladroni trattavano come lor naturali nemici tutti i sudditi dell'Impero, che possedevano qualche cosa, ch'essi desideravano d'acquistare. Furon saccheggiate, e per la maggior parte ridotte in cenere quarantacinque floride città, Tongres, Colonia, Treveri, Vormazia, Spira, Strasburgo ec. oltre il numero molto maggiore di castelli e villaggi. I Barbari della Germania, sempre fedeli alle massime de' loro antichi, abborrivano i recinti di mura, a' quali davan gli odiosi nomi di prigioni e sepolcri; e piantando le indipendenti loro abitazioni sopra le rive de' fiumi, come del Reno, della Mosella, della Mosa, si assicuravano dal pericolo d'una sorpresa, mediante una rozza e precipitosa fortificazione di grossi alberi ch'essi abbattevano, e ponevano attraverso alle strade. Gli Alemanni si stabilirono nei moderni paesi dell'Alsazia e della Lorena; i Franchi occuparono l'Isola de' Batavi insieme con un'ampia estensione del Brabante, che allora si conosceva sotto il nome di Toxandria[544], e merita d'esser considerata come la sede originale della Gallica loro Monarchia[545]. Dalla sorgente fino all'imboccatura del Reno le conquiste de' Germani s'estesero sopra quaranta miglia a ponente di quel fiume in un paese popolato di colonie del proprio lor nome e nazione; ed il teatro delle loro devastazioni era tre volte più esteso di quello delle loro conquiste. Ad una distanza anche maggiore restarono abbandonati i luoghi aperti della Gallia, e gli abitanti delle città fortificate, che confidavano nella propria forza e vigilanza, furono costretti a contentarsi di que' sussidj di grano, che poteva nascere nel terreno compreso dentro il recinto delle lor mura. Le diminuite legioni, mancanti di paga e di provvisioni, di armi e di disciplina, tremavano all'avvicinarsi, e fino al nome stesso de' Barbari.
In tali triste circostanze fu destinato un inesperto giovane a salvare e governar le Province della Gallia, o piuttosto, come si esprime egli stesso, a rappresentare una vana immagine della grandezza Imperiale. La ritirata e studiosa educazione di Giuliano, durante la quale s'era più addomesticato co' libri che colle armi, co' morti che co' viventi, lo lasciò in una profonda ignoranza delle arti pratiche della guerra e del governo; e quando egli sgarbatamente ripetea qualche esercizio militare, ch'era per lui necessario d'apprendere, esclamava sospirando, «o Platone, Platone, qual occupazione per un filosofo!» Pure anche questa speculativa filosofia, che gli uomini d'affari son troppo inclinati a disprezzare, aveva infuso nello spirito di Giuliano i precetti più nobili, ed i più splendidi esempj; l'aveva animato coll'amor della virtù, col desiderio della fama, e col disprezzo della morte. L'abito di temperanza, che si commenda nelle scuole, diviene anche più essenziale nella severa disciplina d'un campo. I puri bisogni della natura regolavano la misura del suo cibo e del suo sonno. Rigettando con isdegno le delicatezze preparate per la sua tavola, egli saziava il suo appetito colle semplici e comuni vivande assegnate a' più bassi soldati. Nel rigor d'un inverno della Gallia non volle mai soffrire il fuoco nella sua camera, e dopo un breve ed interrotto riposo, spesse volle s'alzava nel più bel della notte da un tappeto steso sul suolo, per ispedire qualche urgente affare, per visitar le sue ronde, e per rubar pochi momenti, ad oggetto di proseguire i favoriti suoi studi[546]. I precetti d'eloquenza, ch'egli aveva fin qui praticato in immaginari soggetti di declamazione, furono più vantaggiosamente applicati ad eccitare o a quietare le passioni d'una moltitudine armata; e quantunque Giuliano, per l'antica sua abitudine di conversazione e di letteratura, fosse più familiarmente istruito delle bellezze della lingua Greca, pure aveva ancora una sufficiente cognizione della Latina[547]. Come Giuliano a principio non era stato destinato a sostenere il carattere di Legislatore o di Giudice, egli è probabile che la Giurisprudenza civile de' Romani non avesse richiamato alcuna parte considerabile della sua attenzione: ma ritrasse però da' suoi filosofici studj un inflessibil riguardo per la giustizia, temperato da una disposizione alla clemenza, la cognizione de' generali principj d'equità e d'evidenza, e la facoltà d'investigare pazientemente le più intrigate e tediose questioni, che potesser proporsi alla sua discussione. Le misure di politica e le operazioni di guerra debbono soggiacere ai diversi accidenti delle circostanze e dei caratteri, e l'inesperto studente debb'essere spesso dubbioso nell'applicazione della più perfetta teoria. Ma nell'acquisto di tale importante scienza, Giuliano fu assistito non meno dall'attiro vigore del suo proprio ingegno che dalla saviezza ed esperienza di Sallustio, uffiziale elevato in grado, che tosto concepì un sincero amore verso un Principe sì degno della sua amicizia: l'incorruttibile integrità di lui era ornata dal talento di sapere insinuare le più ardue verità, senza, offendere la delicatezza d'un orecchio reale[548].