A. D. 356

Giuliano, subito dopo ch'ebbe ricevuta la porpora a Milano, fu mandato nella Gallia con una debole comitiva di 360 soldati. A Vienna, dove passò un inverno penoso e pieno di cure nelle mani di que' ministri, a' quali Costanzo avea confidata la direzione di sua condotta, Cesare fu informato dell'assedio e della liberazione d'Autun. Quella vasta ed antica città, non difesa che da rovinate mura e da una pusillanime guarnigione, fu salvata per la generosa risoluzione di pochi veterani, che a difesa della patria loro ripresero le armi. Nel passar ch'ei fece da Autun nell'interno delle Province Galliche, Giuliano abbracciò con ardore la prima opportunità di segnalare il proprio coraggio. Alla testa d'un piccolo corpo di arcieri e di grave cavalleria, egli preferì la più breve, ma più pericolosa delle due strade che potea fare; ed ora eludendo gli attacchi de' Barbari, ch'eran padroni della campagna, ora facendo lor fronte, arrivò con onore e salvezza al campo vicino a Reims, dove le truppe Romane avevano avut'ordine di adunarsi. La vista del lor giovane Principe rinvigorì lo spirito languente de' soldati, e partirono da Reims per cercare il nemico con tal fiducia, che poco mancò non tornasse loro fatale. Gli Alemanni, pratici del paese, raccolsero segretamente le sparse lor forze, e presa l'opportunità d'una oscura e piovosa giornata, gettaronsi con inaspettato impeto sulla retroguardia de' Romani. Prima che rimediar si potesse all'inevitabile disordine, due legioni rimaser disfatte; e Giuliano apprese per esperienza, che la cautela e la vigilanza sono le più importanti lezioni dell'arte della guerra. In una seconda e più felice azione, ricuperò e stabilì la sua fama militare; ma siccome l'agilità de' Barbari non gli permise d'inseguirli, la sua vittoria non fu sanguinosa nè decisiva. Si avanzò, nonostante, fino alle rive del Reno, osservò le rovine di Colonia, si convinse delle difficoltà della guerra, e si ritirò all'avvicinarsi dell'inverno, mal contento della Corte, del suo esercito e della sua fortuna[549]. La forza del nemico era tuttavia nel suo vigore, e non sì tosto ebbe Cesare divise le proprie truppe; e stabiliti a Sens nel centro della Gallia i quartieri, che fu circondato ed assediato da una numerosa oste di Germani. Ridotto in tal estremità ai ripieghi del proprio ingegno, dimostrò una prudente intrepidezza, che compensò tutte le mancanze del luogo e della guarnigione; ed i Barbari, in capo a trenta giorni, furon costretti a ritirarsi senz'effetto, pieni di rabbia.

A. D. 357

L'interna compiacenza di Giuliano, il quale non era debitore che alla propria spada di questa insigne liberazione, fu amareggiata dal riflettere, ch'egli era stato abbandonato, tradito e forse sagrificato alla distruzione da quelli, ch'eran obbligati ad assisterlo per ogni vincolo d'onore e di fedeltà. Marcello, Comandante generale della cavalleria nella Gallia, interpretando troppo rigorosamente gli ordini gelosi della Corte, mirava con fredda indifferenza le angustie di Giuliano, ed aveva impedito alle truppe, ch'erano sotto i suoi ordini, di marciare in soccorso di Sens. Se Cesare avesse tacitamente dissimulato un insulto tanto pericoloso, la persona e l'autorità sua divenivano esposte al disprezzo del Mondo; e se si fosse lasciata passare impunemente un'azione sì rea, l'Imperatore avrebbe confermato i sospetti, a' quali si dava un colore molto specioso dalla sua precedente condotta verso i Principi della famiglia Flavia. Marcello fu richiamato, e blandamente dimesso dalla sua carica[550]. In luogo di lui fu destinato generale della cavalleria Severo, esperto soldato, di conosciuto coraggio e fedeltà, che era capace d'avvertir con rispetto ed eseguire con zelo, e che senza ripugnanza si sottopose al supremo comando, che Giuliano finalmente ottenne per le premure della sua protettrice Eusebia, sopra gli eserciti della Gallia[551]. Per la prossima campagna fu adottato un sistema d'operazioni molto giudizioso. Giuliano medesimo, alla testa del rimanente delle veterane sue truppe e di alcune nuove leve, che gli era stato permesso di fare, arditamente penetrò nel centro de' ripostigli de' Germani, e con diligenza ristabilì le fortificazioni di Saverna in un posto vantaggioso, che avrebbe o represse le scorrerie, o impedita la ritirata del nemico. Nell'istesso tempo Barbazio, Generale d'infanteria, si mosse da Milano con un'armata di trentamila uomini, e passando le montagne, si apparecchiava a gettare un ponte sul Reno, nelle vicinanze di Basilea. Era ragionevole d'aspettarsi, che gli Alemanni, stretti per ogni parte dalle armi Romane, si sarebbero tosto trovati nella necessità d'abbandonar le Province della Gallia, e sarebbero corsi a difendere il nativo loro paese. Ma svanirono le speranze di quella campagna per l'incapacità o per la invidia o per le segrete istruzioni di Barbazio, il quale si diportò come se fosse stato nemico di Cesare, e segreto alleato de' Barbari. La negligenza, con cui lasciò liberamente passare e tornare indietro una truppa di saccheggiatori, quasi avanti alle porte del suo campo, gli si può attribuire a mancanza d'abilità; ma il perfido atto di bruciare una quantità di barche e di provvisioni superflue, che sarebbero state del più rilevante vantaggio all'esercito della Gallia, fu una prova delle sue ree ed ostili intenzioni. I Germani disprezzarono un nemico, che pareva mancante di forze o d'inclinazione ad offenderli; e l'ignominiosa ritirata di Barbazio privò Giuliano dell'aspettato soccorso, e gli lasciò il pensiero di liberarsi da una pericolosa situazione, in cui non poteva egli nè rimanere con salvezza, nè ritirarsi con onore[552].

A. D. 357

Gli Alemanni, appena furon liberati da' timori di un'invasione, si prepararono a castigare il giovane Romano, che pretendeva disputar loro il possesso di quel paese, ch'essi credevano appartenere a se medesimi per diritto di conquista e per li trattati. Consumarono tre giorni e tre notti nel trasferire sul Reno le militari lor forze. Il fiero Cnodomar, scuotendo il pesante suo dardo, che vittoriosamente avea maneggiato contro il fratello di Magnenzio, conduceva la vanguardia de' Barbari, e moderava colla sua esperienza il marziale ardore che il suo esempio inspirava[553]. Egli era seguitato da sei altri Re, da dieci Principi di nascita reale, da una lunga serie di coraggiosi nobili, e da trentacinquemila de' più prodi guerrieri delle Tribù della Germania. L'ardire che nasceva dalla cognizione della propria lor forza, fu accresciuto dalla notizia che loro portò un disertore, che Cesare con un debole esercito di tredicimila uomini occupava un posto circa ventun miglia distante dal loro campo di Strasburgo. Con tali disuguali forze, Giuliano risolvè di cercare e d'incontrare l'esercito Barbaro, e fu preferito il periglio d'un'azione generale alle tediose ed incerte operazioni d'attaccare separatamente i corpi dispersi degli Alemanni. I Romani marciavano raccolti fra loro in due colonne, la cavalleria alla destra, e l'infanteria alla sinistra; ed il giorno era così avanzato, quando giunsero a vista del nemico, che Giuliano desiderava di differir la battaglia fino alla mattina seguente, e dar tempo alle sue truppe di ristabilir l'esauste lor forze co' necessari aiuti del riposo e del cibo. Non pertanto, cedendo con qualche ripugnanza alle grida de' soldati, ed anche all'opinione del suo Consiglio, gli esortò a giustificar col valore quell'ardente impazienza, che in caso di una rotta si sarebbe universalmente tacciata co' nomi di temerità e di presunzione. Suonarono le trombe, s'udì pel campo il clamor militare, e le due Armate corsero con ugual furore all'attacco. Cesare, che in persona comandava l'ala destra, contava sulla destrezza de' suoi arcieri e sul peso dello loro corazze. Ma furono immediatamente rotte le sue linee da un irregolar mescuglio di cavalleria e di fanteria leggiera, ed ebbe la mortificazione di vedere la fuga di seicento de' più rinomati suoi corazzieri[554]. I fuggitivi furono trattenuti e riuniti dalla presenza ed autorità di Giuliano, che non curando la propria salute, si gettò avanti di loro, e mettendo in contro ogni stimolo di vergogna e d'onore, li ricondusse contro il vittorioso nemico. Il combattimento fra le due linee d'infanteria fu ostinato e sanguinoso. I Germani erano superiori in forza e statura, i Romani in disciplina e disposizione; e siccome i Barbari, che militavano sotto lo stendardo dell'Impero, univano in se i respettivi vantaggi d'ambe le parti, i loro vigorosi sforzi, guidati da un perito condottiero, finalmente determinarono l'evento della giornata. I Romani perderono quattro tribuni, e dugentoquarantatre soldati in questa memorabil battaglia di Strasburgo, tanto gloriosa per Cesare[555], e salutare per le afflitte Province della Gallia. Seimila Alemanni rimaser morti sul campo, senz'includervi quelli, che s'annegaron nel Reno, o furono trafitti dai dardi, mentre tentavano di passare a nuoto all'altra riva del fiume[556]. Cnodomar istesso fu circondato e fatto prigioniero insieme con tre dei suoi valorosi compagni, che avean giurato di seguire in vita o in morte il destino del loro capo. Giuliano lo ricevè con pompa militare nel Consiglio de' suoi ufficiali; ed esprimendo una generosa compassione dell'abbattuto suo stato, dissimulò l'interno disprezzo, che aveva per la vile umiliazione del suo prigioniero. In vece di far mostra del vinto Re degli Alemanni, come un grato spettacolo alle città della Gallia, trasse rispettosamente ai piè dell'Imperatore questo splendido trofeo della sua vittoria. Cnodomar ebbe un onorevole trattamento; ma l'impaziente Barbaro non potè sopravvivere lungo tempo alla sua disfatta, al suo confino ed esilio[557].

A. D. 358

Poscia che Giuliano ebbe scacciato gli Alemanni dalle Province dell'alto Reno, voltò le armi contro dei Franchi, i quali eran situati più vicini all'Oceano sui confini della Gallia e della Germania, e che pel numero e più ancora per l'intrepido loro valore s'erano sempre stimati fra' Barbari i più formidabili[558]. Quantunque fossero questi fortemente attratti dagli allettativi della rapina, professavan però un disinteressato amor della guerra, ch'essi riguardavano come la suprema felicità ed il massimo onore della vita umana; e gli spiriti non meno che i corpi loro erano sì perfettamente indurati pel continuo esercizio, che secondo la viva espressione d'un oratore, le nevi dell'inverno erano per essi così piacevoli, come i fiori della primavera. Nel mese di dicembre, dopo la battaglia di Strasburgo, Giuliano attaccò un corpo di seicento Franchi, che si eran gettati in due castelli sopra la Mosa[559]. Nel mezzo di quella rigida stagione sostennero essi con inflessibil costanza un assedio di quarantaquattro giorni; sintanto che in ultimo esausti dalla fame, ed accortisi che la vigilanza del nemico in rompere il ghiaccio del fiume non lasciava più loro alcuna speranza di fuga, i Franchi acconsentirono per la prima volta a recedere dall'antica legge, che imponeva loro di vincere o di morire. Cesare immediatamente mandò questi prigionieri alla Corte di Costanzo, che accettandoli come un pregevole dono[560], prese con piacere l'occasione di aggiungere tanti eroi alle più scelte truppe delle sue guardie domestiche. L'ostinata resistenza di questo pugno di Franchi fece apprendere a Giuliano le difficoltà della spedizione, che meditava di fare nella seguente primavera contro tutto il corpo della nazione. La sua rapida diligenza però sorprese e spaventò gli attivi Barbari. Ordinando a' suoi soldati di provvedersi di biscotto per venti giorni, improvvisamente piantò il suo campo vicino a Tongres, mentre il nemico lo supponeva sempre ne' quartieri d'inverno a Parigi, e che aspettasse il lento arrivo de' suoi convogli d'Aquitania. Senza lasciar tempo a' Franchi d'unirsi o di deliberare, dispose con arte le sue legioni, da Colonia fino all'Oceano; e pel terrore, non meno che pel felice successo delle sue armi, tosto riduce le supplicanti Tribù ad implorar la clemenza, e ad obbedire a' comandi del loro Conquistatore. I Camavj si ritiraron sommessamente alle antiche loro abitazioni di là dal Reno; ma fu accordato a' Salj di possedere il nuovo stabilimento di Toxandria, come soggetti ed ausiliari dell'Impero Romano[561]. Si ratificò con solenni giuramenti il trattato, e furon destinati varj inspettori perpetui per risedere tra' Franchi, coll'autorità di esigere la rigorosa osservanza de' patti. Si riporta un accidente abbastanza interessante per se medesimo, ed in nessun modo ripugnante al carattere di Giuliano, che ingegnosamente immaginò l'intreccio e la catastrofe della tragedia. Quando i Camavj chieser la pace, egli dimandò il figlio del loro Re come l'unico ostaggio, su cui potesse fidarsi. Un tristo silenzio, interrotto da lacrime e da lamenti, dimostrò la mesta perplessità dei Barbari; ed il vecchio lor Capo in patetico linguaggio dolevasi, che la privata sua perdita veniva ora amareggiata dal sentimento della pubblica calamità. Mentre i Camavj stavan prostrati a piè del suo trono, il real prigioniero, ch'essi credevan già morto, d'improvviso comparve a' lor occhi; e tosto che il tumulto di gioia si convertì in attenzione, Cesare parlò all'assemblea in questi termini. «Ecco il figlio, il Principe, che da voi si piangeva. Voi l'avevate perduto per vostra colpa; Dio ed i Romani ve l'hanno restituito. Io conserverò ed educherò il giovane, piuttosto come un monumento della mia propria virtù, che come un pegno della vostra sincerità. Se voi tenterete di violare la fede, che avete giurata, le armi della Repubblica vendicheranno la perfidia non già sull'innocente, ma su' colpevoli.» I Barbari si ritirarono dalla sua presenza, penetrati de' più profondi sentimenti di gratitudine e d'ammirazione[562].

A. D. 357-358-359