Il giorno dopo la battaglia le guardie domestiche, i Gioviani e gli Erculei, ed il resto delle truppe, che componevan quelli due terzi di tutto l'esercito, furon trasferiti sicuramente di là dal Tigri[603]. Mentre i Persiani dalle mura di Ctesifonte miravano la desolazione dell'addiacente campagna, Giuliano spesso gettava un ansioso sguardo verso il Nord, aspettando che siccome aveva egli vittoriosamente penetrato fino alla capitale di Sapore, così la marcia e l'unione di Sebastiano e di Procopio, suoi luogotenenti, sarebbesi eseguita con ugual diligenza e coraggio. Restò delusa la sua aspettativa dal tradimento del Re di Armenia, che permise, e più probabilmente ordinò la diserzione delle ausiliarie sue truppe dal campo Romano[604] e dalle dissensioni dei due Generali, che erano incapaci di formare o d'eseguire alcun disegno pel pubblico vantaggio. Quando ebbe l'Imperatore perduta la speranza di quest'importante rinforzo, condiscese a tenere un consiglio di guerra, ed approvò, dopo un lungo dibattimento, il parere di quei Generali, che dissuadevano l'assedio di Ctesifonte come un'impresa inutile e perniciosa. Non è facile per noi il concepire, per mezzo di quali arti di fortificazione una città, ch'era stata tre volte assediata e presa dai predecessori di Giuliano, si fosse potuta rendere inespugnabile a fronte di un esercito di sessantamila Romani sotto il comando d'un prode ed esperto Generale, ed abbondantemente forniti di navi, di provvisioni, di macchine per assedio e di arnesi militari. Ma possiamo assicurarci, atteso l'amor della gloria ed il disprezzo del pericolo che formavano il carattere di Giuliano, ch'ei non fu certamente scoraggiato da ostacoli di piccola importanza o immaginari[605]. Nel tempo stesso, in cui rinunziò all'assedio di Ctesifonte, rigettò con ostinazione e con isdegno le più lusinghiere offerte d'un trattato di pace. Sapore ch'era stato sì lungamente assuefatto alla tarda ostentazione di Costanzo, restò sorpreso dall'intrepida diligenza del suo successore. Fu ordinato ai Satrapi delle distanti Province, sino ai confini dell'India e della Scizia, d'unire le loro truppe, e di marciare senza dilazione in aiuto del proprio Monarca. Ma se ne prolungarono i preparativi, e lenti furono i lor movimenti; e prima che Sapore potesse condurre in campo un'armata, ebbe la trista novella della devastazione dell'Assiria, della rovina dei suoi palazzi e della strage delle più valenti sue truppe, che difendevano il passo del Tigri. Fu umiliato l'orgoglio della real dignità fino alla polvere; egli si cibò sulla nuda terra; e la scarmigliata sua chioma esprimeva il dolore e l'agitazione dello spirito. Forse non avrebbe ricusato di comprare con la metà del suo regno la sicurezza del resto; e volentieri si sarebbe dichiarato, in un trattato di pace, fedele e dipendente alleato del Romano conquistatore. Sotto pretesto di affari privati fu segretamente spedito un ministro di qualità e di confidenza ad abbracciare le ginocchia d'Ormisda per pregarlo, coll'espressione di un supplichevole, di poter essere introdotto alla presenza dell'Imperatore. O sia che il principe Sassanide prestasse orecchio alla voce dell'orgoglio o dell'umanità, o sia che consultasse i sentimenti della sua nascita o i doveri della situazione, egli era per ogni parte inclinato a promuovere un salutevole metodo per terminare le calamità della Persia, ed assicurare il trionfo di Roma. Restò sorpreso dall'inflessibil fermezza d'un Eroe, che, per disgrazia di se medesimo e dei suoi, rammentavasi che Alessandro avea ugualmente rigettato le proposizioni di Dario. Ma siccome Giuliano conosceva che la speranza d'una sicura ed onorevol pace avrebbe potuto raffreddar l'ardore delle sue truppe, istantemente richiese che Ormisda licenziasse privatamente il ministro di Sapore per toglier questa pericolosa tentazione alla cognizion dell'esercito[606].
L'onore non meno che l'interesse di Giuliano lo distoglievano dal consumare il tempo sotto le inespugnabili mura di Ctesifonte; ed ogni volta ch'egli sfidava i Barbari, che difendevano la città, a venirgli contro in campo aperto, essi prudentemente rispondevano, che se desiderava d'esercitare il proprio valore, potrebbe andare in cerca dell'esercito del Gran Re. Ei fu mosso dall'insulto, ed accettò il consiglio. Invece di limitare servilmente la sua marcia alle rive dell'Eufrate e del Tigri, risolvè d'imitare il rischioso coraggio d'Alessandro, e d'arditamente avanzarsi nelle Province interiori, finattanto che potesse forzare il nemico a combattere seco, forse nelle pianure d'Arbella, per l'Impero dell'Asia. La magnanimità di Giuliano fu approvata ed applaudita dagli artifizj d'un nobil Persiano, che per amor della patria erasi generosamente indotto a fare una parte piena di pericolo, di falsità e di vergogna[607]. Con una truppa di fedeli seguaci portossi al campo Imperiale; espose in un artificioso discorso le ingiurie che avea sofferte; esagerò la crudeltà di Sapore, la malcontentezza del popolo e la debolezza del regno: e confidentemente offrì sè stesso per ostaggio e per guida della marcia Romana. Dall'accortezza e dall'esperienza d'Ormisda si rappresentarono inutilmente i motivi più ragionevoli di sospetto; ed il credulo Giuliano, ammettendo il traditore alla sua confidenza, si lasciò persuadere a dare precipitosamente un ordine, che nell'opinione del Mondo parve che fosse contrario alla prudenza, e ponesse in rischio la sua salute. Distrusse in un'ora tutta la flotta, ch'erasi trasportata per più di cinquecento miglia a spese di tanti travagli, di tanto danaro e di tanto sangue. Si serbarono dodici o al più ventidue piccole barche per seguitare su' carri la marcia dell'esercito, e formare alle occorrenze de' ponti pel passaggio de' fiumi. Fu conservata la provvisione di venti giorni pe' soldati; e per assoluto comando dell'imperatore il resto de' magazzini con una flotta di mille cento vascelli che stavano all'ancora sul Tigri, abbandonossi alle fiamme. I Vescovi Cristiani Gregorio ed Agostino insultano la pazzia dell'apostata, ch'eseguiva con le proprie mani la sentenza della divina giustizia. La loro autorità, che in una questione militare potrebbe reputarsi per avventura di piccolo peso, vien confermata dal freddo giudizio d'un esperto soldato, che fu spettatore di quell'incendio; e che non potè disapprovare il repugnante mormorio delle truppe[608]. Ciò nonostante non mancano speciose, e forse anche sode ragioni, che potrebbero giustificare la risoluzione di Giuliano. L'Eufrate non era navigabile al di là di Babilonia, nè il Tigri oltre Opis[609]. La distanza di quest'ultima città dal campo Romano non era molto grande; e Giuliano avrebbe dovuto ben presto rinunziare alla vana ed ineseguibile impresa di condurre a forza una gran flotta contro la corrente d'un rapido fiume[610], che in molti luoghi era impedito da cateratte o naturali o fatte ad arte[611]. Non potea servire la forza delle vele e dei remi; bisognava rimorchiar le navi contro il corso del fiume; si sarebbe impiegata l'opera di ventimila soldati in quel tedioso e servil travaglio; e se i Romani continuavano a marciar lungo le sponde del Tigri, potevan solo aspettarsi di tornare alla lor case senza aver fatto alcuna impresa degna del genio o della fortuna del lor capitano. Se per l'opposto era buon progetto quello di avanzarsi nell'interno del paese, la distruzione della flotta o dei magazzini era l'unico mezzo di togliere quella preziosa preda dalle mani delle copiose ed attive truppe, che potevano improvvisamente sortir dalle porte di Ctesifonte. Se le armi di Giuliano fossero state vittoriose, adesso noi ammireremmo la condotta non men che il coraggio d'un Eroe, che privando i soldati della speranza di ritirarsi, non lasciò loro che l'alternativa fra la morte e la conquista[612].
Il grave bagaglio dell'artiglieria e dei carri, che ritarda le operazioni delle armate moderne, era in gran parte incognito in un campo di Romani[613]. Pure in ogni tempo il mantenimento di sessantamila uomini deve essere stato uno dei più importanti pensieri d'un prudente Generale; e tal sussistenza non potea trarsi che o dal proprio paese o da quel del nemico. Quand'anche Giuliano avesse potuto mantenere un ponte di comunicazione sul Tigri, e conservar le piazze già conquistate dell'Assiria, non poteva una desolata Provincia somministrare alcun abbondante e regolato soccorso in una stagione, in cui la terra era coperta dall'innondazion dell'Eufrate[614], e l'aria malsana oscurata da sciami d'innumerabili insetti[615]. L'apparenza d'un paese nemico era più atta ad invitare. L'estesa regione, che giace tra il fiume Tigri ed i monti della Media, era piena di città e di villaggi; ed il fertile suolo era per la massima parte in uno stato di coltivazione assai buono. Giuliano potea sperare che un conquistatore, il quale possedeva i due potenti strumenti di persuadere, il ferro e l'oro, sarebbesi facilmente procacciata una copiosa sussistenza dal terrore o dall'avarizia degli abitanti. Ma all'avvicinarsi dei Romani svanì ad un tratto questo ricco e ridente prospetto. Dovunque egli andava, gli abitatori abbandonavano i villaggi aperti, e rifuggivansi dentro alle fortificate città; era cacciato via il bestiame; e l'erbaggio ed il grano maturo consumato dal fuoco; e quando eran cessate le fiamme, che interrompevano la marcia di Giuliano, non gli si presentava che il tristo aspetto d'un nudo e fumante deserto. Questo disperato, ma efficace, sistema di difesa non può eseguirsi che o dall'entusiasmo d'un popolo che preferisce l'indipendenza a' suoi beni, o dal rigore d'un governo arbitrario, che provvede alla salvezza pubblica senza sottoporre all'inclinazion de' privati la libertà della scelta. Nell'occasione presente, lo zelo e l'ubbidienza de' Persiani secondò gli ordini di Sapore; e l'Imperatore fu in breve ridotto ad una tenue quantità di provvisioni, che gli andava continuamente mancando fra mano. Prima che fossero interamente consumate, avrebbe potuto condursi alle doviziose e deboli città d'Ecbatana o di Susa, mediante lo sforzo d'una marcia rapida e ben diretta[616]; ma restò privo anche di quest'ultimo ripiego per l'ignoranza delle strade e per la perfidia delle sue guide. I Romani andaron vagando più giorni all'oriente di Bagdad; il disertore persiano, che artificiosamente condotti gli avea nella rete, si sottrasse al loro sdegno; ed i seguaci di esso, posti alla tortura, confessarono il segreto della cospirazione. Le immaginarie conquiste dell'Ircania e dell'India, che per tanto tempo avean lusingato l'animo di Giuliano, adesso lo tormentavano. Consapevole che la propria imprudenza era la causa del pubblico male, stava con perplessità bilanciando le speranze di salute o di successo, senza potere ottenere alcuna soddisfacente risposta nè dagli uomini nè dagli Dei. Finalmente non essendovi altro compenso da prendere, si risolvè di voltare i suoi passi verso le rive del Tigri ad oggetto di salvare l'esercito per mezzo d'una precipitosa marcia verso i confini di Corduena, fertile ed amica Provincia, che riconosceva il dominio di Roma. Le scoraggiate truppe obbedirono al segnale della ritirata non più che settanta giorni dopo d'aver passato il Cabora con un'ardente fiducia di rovesciare il trono della Persia[617].
Per tutto il tempo in cui parve che i Romani si avanzassero nel paese, era osservata ed insidiata di lontano la loro marcia da vari corpi di cavalleria Persiana, che facendosi vedere alle volte in ordine più stretto, faceva delle piccole scaramuccie con le guardie avanzate. Questi distaccamenti però venivano sostenuti da una forza molto maggiore; ed appena i capi delle colonne si diressero verso il Tigri, che sollevossi un nuvol di polvere sul piano. I Romani, che allora non aspiravano che alla permissione di una sicura e pronta ritirata, volevano persuadersi che tale formidabile apparenza nasceva da una truppa di asini selvaggi, o dall'avvicinarsi di Arabi amici. Si arrestarono, piantarono le tende, fortificarono il campo, passaron tutta la notte in continue agitazioni, ed allo spuntar del giorno s'avvidero ch'eran circondati da un esercito di Persiani. Quest'armata, che potea solo riguardarsi come la vanguardia de' Barbari, fu tosto seguita da un grosso corpo di corazze, di arcieri e di elefanti comandati da Merane, Generale di riputazione e di qualità. Era egli accompagnato da due figli del Re e da molti de' primi Satrapi: e la fama e l'aspettazione esageravan la grandezza delle altre forze, che, lentamente s'avanzavano sotto la direzione di Sapore stesso. Continuando i Romani la marcia, la lunga loro ordinanza, che si doveva piegare, o dividere secondo le varietà del terreno, somministrava delle frequenti e favorevoli occasioni ai vigilanti nemici. I Persiani più volte li attaccarono impetuosamente; più volte furono rispinti con fermezza, e l'azione di Maronga, che meritò quasi il nome di battaglia, fu notabile per una gran perdita di Satrapi e di elefanti, che agli occhi del loro Monarca erano forse d'uguale valore. Non si ottennero tali splendidi vantaggi senza una corrispondente strage dalla parte dei Romani; restarono uccisi o feriti molti uffiziali di distinzione, e l'Imperatore medesimo, che in ogni occasione di pericolo inspirava e regolava il valore delle sue truppe, era costretto ad esporre la propria persona, ed a far uso della sua abilità. Il peso delle armi offensive e difensive, che formavano sempre la forza e sicurezza dei Romani, li rendeva incapaci a perseguitar lungamente e con vigore il nemico; laddove i cavalieri Orientali, essendo assuefatti a lanciare i giavellotti, ed a scagliare i dardi con somma velocità e per qualunque possibile direzione[618], la cavalleria Persiana non riusciva mai più formidabile che nel momento di una disordinata e rapida fuga. Ma la più certa ed irreparabil perdita dei Romani era quella del tempo. I robusti veterani, avvezzati al freddo clima della Gallia e Germania, languivano nel soffocante caldo d'una state d'Assiria, s'esauriva il loro vigore pei continui ordini di marciare e di combattere, e l'avanzamento dell'esercito era sospeso dalle precauzioni di una lenta e rischiosa ritirata in presenza d'un attivo nemico. Ogni giorno ed ogni ora a misura che diminuiva la quantità dei viveri nel campo Romano, crescevano la stima ed il prezzo[619]. Giuliano, che solea contentarsi di una dose di cibo, che non avrebbe soddisfatto un affamato soldato, distribuì per uso dello truppe le provvisioni della casa Imperiale, e tuttociò che potea risparmiarsi dei cavalli da soma dei Tribuni e dei Generali. Ma questo debol sollievo non servì che ad aggravare il sentimento della comune calamità, ed i Romani cominciarono ad aver le più tetre apprensioni, che avanti di poter giungere alle frontiere dell'Impero dovessero tutti perire o di fame, o per lo mani de' Barbari[620].
Mentre Giuliano combatteva con le difficoltà quasi insuperabili della sua situazione, impiegava sempre le quiete ore della notte nello studio o nella contemplazione. Ogni volta che chiudeva gli occhi in brevi ed interrotti sonni, il suo spirito era agitato da penose inquietudini; nè dee recar maraviglia che una volta gli comparisse davanti il Genio dell'Impero, in atto di coprirsi il capo od il corno dell'Abbondanza con un funereo velo, e di lentamente ritirarsi dalla tenda Imperiale. Il Monarca balzò fuori del letto, ed uscito dalla tenda per sollevare gli stanchi suoi spiriti con la freschezza dell'aria notturna, osservò un'ignea meteora, che balenò attraverso il cielo, ed immediatamente sparì. Giuliano restò convinto d'aver veduto il minaccevole aspetto del Dio della guerra[621]: il consiglio degli Aruspici Toscani[622], ch'ei convocò, disse tutto d'accordo, che si doveva astener dal combattere; ma in tal congiuntura la necessità e la ragione prevalsero alla superstizione, e le trombe allo spuntar del giorno diedero il segno. L'esercito marciava per un paese montuoso; e se n'erano segretamente occupate le alture dai Persiani. Giuliano, che conduceva la fronte dell'esercito con l'abilità e la diligenza d'un consumato Generale, fu sorpreso dalla notizia, ch'era stata improvvisamente attaccata la sua retroguardia. Il caldo della stagione l'aveva tentato a spogliarsi della corazza; ma strappato di mano lo scudo ad uno de' suoi famigliari, s'affrettò con un sufficiente rinforzo a soccorrer la retroguardia. Un pericolo simile richiamò l'intrepido Principe a difender la fronte; e nel tempo che galoppava fra le colonne, fu attaccato e quasi rotto il centro della sinistra da una impetuosa irruzione di cavalleria Persiana e di elefanti. Questo grosso corpo fu presto disfatto dalla ben intesa evoluzione della fanteria leggiera, che diresse le proprie armi con destrezza ed effetto contro le spalle dei cavalli e le gambe degli elefanti. I Barbari si diedero alla fuga; e Giuliano, che in ogni pericolo era sempre il primo, animava i suoi ad inseguirli con la voce e co' gesti. Le tremanti sue guardie, disperse ed angustiate dalla disordinata folla degli amici e de' nemici, rammentarono all'intrepido lor Sovrano, ch'egli era senza armatura, e lo scongiurarono ad evitare il colpo dell'imminente rovina. Nel tempo che così gridavano[623], fu scaricato da' fuggitivi squadroni un nuvol di dardi e di frecce; ed un giavellotto, avendogli raso la pelle del braccio gli trafisse le coste, e si piantò nella inferior parte del fegato. Giuliano tentò di trarsi la mortale arme dal fianco, ma gli si tagliaron le dita dall'acutezza del ferro, e cadde privo di sensi da cavallo. Le guardie corsero in aiuto di esso, ed il ferito Imperatore fu gentilmente alzato da terra, e trasportato fuor del tumulto della battaglia in una tenda vicina. Passò di fila in fila la nuova del tristo caso; ma il dolor dei Romani inspirò loro un invincibil valore e il desiderio della vendetta. Continuò il sanguinoso ed ostinato combattimento fra le due armate, finattanto che non furon separate dalla totale oscurità della notte. I Persiani riportarono qualche onore dal vantaggio che ottennero contro l'ala sinistra, dove Anatolio maestro degli Uffizi fu ucciso, ed al Prefetto Sallustio appena riuscì di scappare. Ma l'evento della giornata fu contrario ai Barbari. Essi abbandonarono il campo; perderono i due lor Generali, Merane e Noordate[624], cinquanta nobili o Satrapi, ed una gran quantità dei lor più bravi soldati; ed il buon successo dei Romani, se Giuliano fosse sopravvissuto, avrebbe potuto riuscire in una decisiva ed util vittoria.
Le prime parole, che pronunziò Giuliano dopo che fu rinvenuto dal deliquio, nel quale era caduto per la perdita del sangue, servono ad esprimere il marziale suo spirito. Egli chiese il cavallo e le armi, ed era impaziente di correre alla battaglia. Si esaurì la forza che gli restava pel penoso sforzo che fece, ed i chirurghi, ch'esaminavan la sua ferita, vi scuoprirono i sintomi d'una vicina morte. Passò egli quei terribili momenti col fermo contegno d'un savio e d'un eroe; i filosofi, che l'avevano accompagnato in quella fatale spedizione, paragonavan la tenda di Giuliano alla prigione di Socrate; e gli spettatori, che per dovere, per amicizia o per curiosità si erano adunati attorno al suo letto, udivano con rispettoso cordoglio l'orazion funerea del morente loro Imperatore[625]. «Amici e miei militari compagni (diss'egli), è giunto adesso il tempo opportuno alla mia partenza, ed io pago ciò che domanda la natura con quella gioia che ha un buon debitore. Ho appreso dalla filosofia, quanto l'anima è più eccellente del corpo; e che la separazione della sostanza più nobile dovrebbe piuttosto esser motivo d'allegrezza che d'afflizione. Ho appreso dalla religione che una presta morte spesso è stata il premio della pietà[626]; ed accetto, come un favore degli Dei, il mortal colpo, che mi libera dal pericolo di disonorare un carattere, che fino qui è stato sostenuto dalla virtù e dalla fortezza. Siccome son vissuto senza colpa, così muoio senza rimorso. Io mi compiaccio nel pensare all'innocenza della mia vita privata; e posso affermare con sicurezza, che l'autorità suprema, quell'emanazione cioè del potere Divino, si è conservata pura ed immacolata nelle mie mani. Detestando le corrotte e rovinose massime del dispotismo, ho risguardato la felicità del popolo come lo scopo del governo. Sottoponendo le mie azioni alle leggi della prudenza, della giustizia e della moderazione, ne ho lasciato l'evento alla cura della Providenza. Finattanto che la pace fu coerente al pubblico bene, fu essa l'oggetto de' miei consigli; ma quando l'imperiosa voce della patria m'invitò alle armi, esposi la mia persona ai pericoli della guerra, chiaramente prevedendo (come aveva conosciuto mediante la divinazione) che era destinato che io morissi per mezzo della spada. Offro adesso i miei rendimenti di grazie all'Ente supremo, che non ha permesso che io perissi nè per la crudeltà d'un tiranno, nè per le segrete insidie d'una cospirazione, nè pei lenti tormenti d'una languida malattia. Ei mi ha concesso una splendida e gloriosa partenza da questo Mondo, in mezzo ad una onorevol carriera, ed io stimo ugualmente assurdo che vile il sollecitare o fuggire il colpo del fato... Non posso favellar più oltre; mi mancan le forze, e sento l'approssimarsi della morte... mi guarderò cautamente da ogni parola, che possa tendere ad influire sui vostri voti nella elezione d'un Imperatore. La mia scelta potrebbe essere imprudente o non giudiziosa, e se non venisse confermata dal consenso dell'esercito, potrebbe tornar funesta a quello che avessi raccomandato. Io non farò ch'esprimere da buon cittadino i miei voti, che possano i Romani esser felici sotto il governo d'un virtuoso Sovrano». Dopo questo discorso, che Giuliano pronunziò con un costante e fermo tuono di voce, egli distribuì, un testamento militare[627], i residui delle sue facoltà private; e dimandando perchè non si trovasse presente Anatolio, quando seppe da Sallustio che Anatolio era morto, pianse con un'amabile incoerenza la perdita dell'amico. Nel tempo stesso egli biasimava lo smoderato dolore degli astanti, e gli scongiurava a non disonorare con deboli lagrime il destino d'un Principe, che in breve si sarebbe unito col cielo e con le stelle[628]. Gli spettatori stavano in silenzio; e Giuliano entrò in una metafisica discussione coi filosofi Prisco e Massimo sopra la natura dell'anima. Gli sforzi, ch'ei fece di spirito, non men che di corpo, probabilmente ne affrettaron la morte. Incominciò la sua ferita a versare sangue con maggior forza; dal gonfiamento delle vene gli s'impediva il respiro, chiese un sorso di acqua fresca, e tosto che l'ebbe presa, spirò senza pena verso la mezza notte. Tale fu il termine di questo uomo straordinario nel trentesimo secondo anno della sua età, dopo un regno di un anno, e circa otto mesi dalla morte di Costanzo. Negli ultimi suoi momenti dimostrò, forse con qualche ostentazione, l'amore della virtù e della fama, ch'erano state le passioni dominanti della sua vita[629].
A. D. 363
Possono in qualche modo attribuirsi a Giuliano stesso il trionfo del Cristianesimo e le calamità dell'Impero pur aver egli trascurato di assicurare in futuro l'esecuzione dei suoi disegni, mediante l'opportuna e giudiziosa scelta d'un collega e successore. Ma la reale stirpe di Costanzo Cloro s'era ridotta alla sua sola persona; e se gli passò per la mente qualche serio pensiero d'investir della porpora il più degno fra' Romani, fu distolto da tale risoluzione per la difficoltà della scelta, per la gelosia della potenza, pel timore dell'ingratitudine e per la natural presunzione di salute, di gioventù e di prosperità. L'inaspettata sua morte lasciò l'Impero senza Signore e senza erede in uno stato di perplessità e di pericolo, che non s'era provato per lo spazio d'ottant'anni dopo l'elezione di Diocleziano. In un Governo, che aveva quasi dimenticato la distinzione del sangue puro e nobile, era di poca importanza la superiorità della nascita; i diritti del grado militare erano accidentali e precari; ed i candidati, che aspirar potevano a salir sul trono vacante, non potevano esser sostenuti che dalla coscienza del loro merito personale, o dalle speranze del favore del popolo. Ma la situazione di un esercito affamato, circondata per ogni parte dai Barbari, abbreviò i momenti del lutto e della deliberazione. In quello spettacolo di terrore e d'angustia, il corpo del morto Principe fu, secondo i suoi propri ordini, decentemente imbalsamato; ed allo spuntar del giorno i Generali adunaronsi in un Senato militare, a cui furono invitati i Comandanti delle Legioni e gli Uffiziali sì di cavalleria che d'infanteria. Non erano anche passate tre o quattr'ore della notte, che s'era già formata qualche segreta cabala, e quando si propose la scelta d'un Imperatore, lo spirito di partito incominciò ad agitar l'Assemblea. Vittore ed Arinteo riunirono i residui della Corte di Costanzo; gli amici di Giuliano s'attaccarono a Dagalaifo e Nevitta, capitani Galli; e potean temersi le più fatali conseguenze dalla discordia di due fazioni così opposte fra loro nel carattere ed interesse, nelle massime di governo, e forse anche ne' princìpi di religione. Le sole sublimi virtù di Sallustio avrebber potuto conciliarne le divisioni, ed unire i lor voti, ed il venerabil Prefetto immediatamente sarebbe stato dichiarato successor di Giuliano, se da se medesimo con sincera e modesta fermezza non avesse addotto la sua età e mancanza di salute, che lo rendeano incapace di sostenere il peso del diadema. I Generali, che restarono sorpresi e perplessi dal suo rifiuto, mostraron qualche disposizione ad ammettere il salutar consiglio d'un uffiziale inferiore[630], che operassero come avrebbero fatto nell'assenza dell'Imperatore; che dimostrassero la loro abilità nello strigar l'esercito dalle presenti strettezze: e se eran tanto felici da giungere a' confini della Mesopotamia, avrebbero allora potuto devenire con unanimi e maturi consigli all'elezione d'un legittimo Sovrano. Mentre deliberavano, alcune poche voci salutaron Gioviano, il quale non era più che il Primo de' domestici[631], ne' nomi d'Imperatore e d'Augusto. Fu immediatamente ripetuta quella tumultuaria acclamazione dalle guardia, che circondavan la tenda, e passò in pochi minuti fino all'estremità della fila. Il nuovo Principe, attonito della sua fortuna, fu precipitosamente vestito degli ornamenti Imperiali, e ricevè il giuramento di fedeltà da que' Duci, de' quali tanto poco tempo avanti sollecitava il favore e la protezione. La più forte raccomandazione di Gioviano fu il merito del Conte Varroniano suo padre, che in onorato ritiro godeva il frutto de' suoi lunghi servigi. Nell'oscura libertà d'una condizione privata, il figlio secondò il proprio genio per le donne e pel vino; ma sostenne con riputazione il carattere di Cristiano[632] e di soldato. Senza esser cospicuo per alcuna di quelle ambiziose qualità, che risvegliavan l'ammirazione e l'invidia degli uomini, la persona ben fatta di Gioviano, il piacevol temperamento ed il famigliare suo spirito avean guadagnato l'affetto dei suoi compagni, ed i Generali d'ambedue le parti acconsentirono ad un'elezion popolare, che non era stata diretta dalle arti dei respettivi nemici. La vanità, che potea nascere da questa inaspettata elevazione, veniva moderata dal giusto timore, che quell'istesso giorno potea finir la vita ed il regno del nuovo Imperatore. Si obbedì senza dilazione alla voce imperiosa, della necessità, ed i primi ordini dati da Gioviano, poche ore dopo ch'era spirato il suo predecessore, furono di continuare una marcia, che sola distrigar potea i Romani dalle attuali loro strettezze[633].
I timori d'un nemico esprimono con la maggiore sincerità la sua stima; e si può esattamente misurare il grado del suo timore dalla gioia, con cui celebra la propria liberazione. La gradita nuova della morte di Giuliano, che un disertore portò al campo di Sapore, inspirò nel disanimato Monarca una subitanea fiducia di vincere. Immediatamente distaccò la regia cavalleria, formata forse da diecimila Immortali[634], per secondare e sostenere la caccia de' nemici, e scaricò tutto il peso delle riunite sue forze sulla retroguardia Romana. Fu essa posta in disordine; le famose legioni, che portavano il nome di Diocleziano e del guerriero collega di lui, furono rotte e calpestate dagli elefanti; e perderono la vita tre Tribuni, che tentavano di fermar la fuga de' loro soldati. La battaglia però in seguito fu rimessa dal costante valor de' Romani; i Persiani vennero rispinti con un gran macello di uomini e di elefanti; e l'esercito dopo aver marciato e combattuto per tutta una giornata di state, arrivò la sera a Samara sulle rive del Tigri circa cento miglia sopra Ctesifonte[635]. Il giorno seguente i Barbari, invece di sturbare la marcia, attaccarono il campo di Gioviano, che s'era situato in una profonda e remota valle. Gli arcieri Persiani insultavano e molestavano dalle altezze gli stanchi legionari; ed un corpo di cavalleria, che con disperato coraggio era penetrato nella porta Pretoria, fu dopo un dubbioso combattimento tagliato a pezzi vicino alla tenda Imperiale. Nella notte di poi, il campo di Carche fu difeso dalle alte dighe del fiume; e l'esercito Romano, sebbene continuamente esposto al molesto inseguimento de' Saracini, piantò le sue tende presso la città di Dura[636] quattro giorni dopo la morte di Giuliano. Esso aveva sempre il Tigri a sinistra; erano quasi tutte consumate le sue provvisioni e speranze; e gl'impazienti soldati, che s'erano fortemente persuasi, che le frontiere dell'Impero non fosser molto distanti, chiedevano al nuovo lor Principe la permissione di tentare il passo del fiume. Gioviano, coll'aiuto de' suoi più savi Uffiziali, procurò di frenarne la temerità, rappresentando loro, che quando avessero avuto sufficiente abilità e vigore da vincere l'impetuosità di una rapida e profonda corrente, non avrebber fatto altro che andare a porsi nudi e senza difesa nelle mani de' Barbari, che avevano occupato le opposte rive. Cedendo però finalmente alla clamorosa loro importunità, acconsentì con ripugnanza, che cinquecento Galli e Germani, assuefatti fin da fanciulli alle acque del Reno e del Danubio, tentassero l'ardita impresa, che sarebbe servita o d'incoraggiamento o d'avviso pel resto dell'esercito. Nel silenzio della notte passarono a nuoto il Tigri, sorpresero un posto non guardato dal nemico, e spiegarono allo spuntar del giorno il segno di lor risolutezza e fortuna. L'evento di tale sperimento dispose l'Imperatore a prestare orecchio alle promesse de' suoi architetti, che proposero di costruire un mobile ponte di gonfiate pelli di pecore, di bovi e di capre coperte con uno strato di terra e di fascine[637]. Si consumarono due importanti giornate in quell'inutil lavoro; ed i Romani, che già provavano le miserie della fame, gettavano sguardi di disperazione sul Tigri o su' Barbari, il numero e l'ostinazione dei quali andava crescendo coll'angustie dell'armata Imperiale[638].
In questa disperata situazione il nome di pace ravvivò gl'indeboliti spiriti de' Romani. Era già svanita la transitoria presunzione di Sapore; osservò egli con seria ponderazione, che replicando le dubbiose battaglie, aveva perduti i suoi più fedeli ed intrepidi nobili, le truppe più brave e la maggior parte degli elefanti; e l'esperto Monarca temè di provocare la resistenza della disperazione, le vicende della fortuna e l'inesausta potenza del Romano Impero, che poteva in breve soccorrere o vendicare il successor di Giuliano. Comparve nel campo di Gioviano il Surenas medesimo accompagnato da un altro Satrapo[639]; ed espose che la clemenza del suo Sovrano non era aliena dell'indicare le condizioni, colle quali avrebbe acconsentito a risparmiare e lasciare in libertà Cesare, co' residui del disastrato suo esercito. Le speranze di salute vinsero la fermezza dei Romani; l'Imperatore fu costretto dal parere del suo consiglio e dai clamori dei soldati ad ammetter l'offerta di pace; e fu immediatamente spedito il Prefetto Sallustio col Generale Arinteo per intendere qual fosse la volontà del gran Re. L'astuto Persiano differì sotto vari pretesti la conclusion del trattato; oppose difficoltà, chiese schiarimenti, suggerì impedienti, ristrinse quel che aveva concesso, accrebbe le sue domande, e consumò quattro giorni negli artifizi della negoziazione, finattanto che fossero terminate le provvisioni, che restavano ancora nel campo Romano. Se Gioviano fosse stato capace d'eseguire un ardito e prudente divisamento, avrebbe dovuto continuar la sua marcia con assidua diligenza; il progresso del trattato avrebbe sospeso gli attacchi dei Barbari; e prima che spirasse il quarto giorno, sarebbe giunto salvo alla fertil Provincia di Corduena, che non era distante più di cento miglia[640]. L'irresoluto Imperatore, invece di rompere le reti del nemico, aspettò con paziente rassegnazione il suo fato, ed accettò le umilianti condizioni di pace, le quali non era in suo poterò di ricusare. Furono restituite alla Monarchia Persiana le cinque Province di là dal Tigri, che dall'avo di Sapore erano state cedute. Per un articolo separato acquistò egli anche l'inespugnabile città di Nisibi, che in tre successivi assedi aveva sostenuto lo sforzo delle sue armi. Singara ed il castello de' Mori, una delle più forti piazze della Mesopotamia, si smembrarono parimente dall'Impero. Fu considerata come una largità, che fosse permesso agli abitanti di quelle fortezze di ritirarsi coi loro effetti; ma il vincitore fortemente insistè, che i Romani dovesser per sempre abbandonare il Re ed il regno dell'Armenia. Stipulossi fra le nemiche Nazioni una pace o piuttosto una lunga tregua di trent'anni; con solenni giuramenti e con cerimonie religiose si ratificò la fede de' trattati; e reciprocamente si diedero ostaggi di ragguardevol grado per assicurare l'esecuzione de' patti[641].