Il Sofista d'Antiochia, che vide con isdegno lo scettro del suo eroe nelle deboli mani d'un successore Cristiano, protesta d'ammirar la moderazione di Sapore in contentarsi d'una sì piccola parte dell'Impero Romano. S'egli avesse esteso fino all'Eufrate le ambiziose sue pretensioni, sarebbe stato sicuro, dice Libanio, di non incontrare opposizione alcuna. S'egli avesse fissato per confini della Persia l'Oronte, il Cidno, il Sangario, o anche il Bosforo Tracio, non sarebber mancati nella Corte di Gioviano gli adulatori per convincere quel timido Principe, che le sue rimanenti Province gli avrebbero tuttavia somministrato il modo d'ampiamente soddisfare la potenza ed il lusso[642]. Senza interamente ammettere questa maliziosa osservazione, dobbiam confessare però che la privata ambizion di Gioviano facilitò la conclusione d'un trattato così vergognoso. Un oscuro domestico, innalzato al trono dalla fortuna piuttosto che dal merito, era impaziente di sottrarsi dalle mani dei Persiani per poter prevenire i disegni di Procopio, che comandava l'esercito della Mesopotamia, e stabilire il dubbioso suo regno sulle Legioni e Province, che tuttavia ignoravano la precipitosa e tumultuaria elezione, fatta nel campo di là dal Tigri[643]. In vicinanza del medesimo fiume, ad una distanza non molto grande dalla fatale stazione di Dura[644], i diecimila Greci restarono abbandonati senza Generali, senza guide e senza provvisioni, più di dugento miglia lontani dal loro paese, allo sdegno d'un vittorioso Monarca. La differenza della condotta ed il successo di essi è più da imputarsi al loro carattere, che alla situazione in cui si trovarono. In vece di ciecamente abbandonarsi alle deliberazioni segrete ed alle private mire d'una sola persona, i consigli riuniti dei Greci venivano inspirati dal generoso entusiasmo di una popolare assemblea, dove lo spirito d'ogni cittadino è pieno d'amore della gloria, d'orgoglio della libertà e di disprezzo della morte. Consapevoli della loro superiorità nella disciplina e nelle armi sopra de' Barbari, sdegnarono di cedere, e ricusarono di capitolare; fu sormontato qualunque ostacolo dalla loro pazienza, dal coraggio e dalla militare perizia; e la memorabile ritirata dei diecimila schiarì e svergognò la debolezza della Monarchia Persiana[645].

Per prezzo delle vergognose sue concessioni l'Imperatore avrà forse stipulato, che fosse abbondantemente fornito di viveri il campo degli affamati Romani[646]; e che fosse loro permesso di passare il Tigri sul ponte ch'era stato costrutto dai Persiani. Ma se Gioviano ardiva di sollecitare l'osservanza di tali eque convenzioni, altieramente si ricusavano esse dal superbo Tiranno dell'Oriente, la clemenza del quale avea perdonato agl'invasori delle sue terre. I Saracini alle volte intercettavano quelli che si staccavano dall'esercito; ma i Generali ed i soldati di Sapore rispettavan la sospensione delle armi; e si tollerò, che Gioviano esplorasse il luogo più comodo pel passaggio del fiume. Le piccole barche, che si eran salvate dall'incendio della flotta, furono in quest'occasione di grandissimo aiuto. Con esse fu trasportato prima lo Imperatore ed i suoi cortigiani; ed in seguito, facendo molti viaggi successivamente, una gran parte dell'esercito. Ma siccome ognuno avea premura della propria personale salvezza, o temeva di essere abbandonato sul lido nemico, i soldati, troppo impazienti d'aspettare il tardo ritorno delle barelle, s'arrischiavano audacemente di passare sopra leggieri graticci o sopra pelli gonfiate di aria; e traendosi dietro i cavalli tentavano con vario successo di attraversare quel fiume. Molti di questi arditi avventurieri furono ingoiati dalle onde; molti altri, trasportati via dalla violenza della corrente, divennero una facile preda dell'avarizia o della crudeltà degli Arabi selvaggi; e la perdita, che soffrì l'esercito nel paesaggio del Tigri, non fu inferiore al macello d'una giornata campale. Quando i Romani ebber posto il piede sulla riva Occidentale, restaron liberi dall'ostile inseguimento dei Barbari; ma in una laboriosa marcia di dugento miglia per le pianure della Mesopotamia provarono le ultime estremità della sete e della fame. Furono essi costretti a traversare un arenoso deserto, che per lo spazio di settanta miglia non somministrava neppure un filo di erba da mangiare, nè alcuna sorgente d'acqua; e nel rimanente di quell'inospita solitudine non vedevasi alcun vestigio nè di amici nè di nemici. Se potea trovarsi nel campo una piccola dose di farina, volentieri se ne compravan venti libbre per dieci monete di oro[647]; furon uccise e divorate le bestie da soma; ed il deserto era sparso di armi e del bagaglio dei soldati Romani, i laceri vestimenti ed i magri aspetti dei quali dimostravano quel che avevano sofferto, e la miseria in cui si trovavano. Un piccol convoglio di provvisioni s'avanzò incontro all'armata fino al castello di Ur, e tal soccorso riuscì tanto più gradito, che dichiarava la fedeltà di Sebastiano e di Procopio. A Tilsafata[648] l'Imperatore accolse molto graziosamente i Generali della Mesopotamia; e finalmente i residui d'un esercito una volta sì florido, si riposarono sotto le mura di Nisibi. I messaggi di Gioviano avevano già pubblicato con le frasi dell'adulazione l'innalzamento, il trattato ed il ritorno di esso; ed il nuovo Principe aveva preso le più efficaci misure per assicurarsi la fedeltà degli eserciti e delle Province dell'Europa, dando il comando militare a quegli Uffiziali, che per motivo d'interesse o d'inclinazione avrebbero costantemente sostenuto la causa del loro benefattore[649].

Gli amici di Giuliano avevano altamente annunziato il felice successo della sua spedizione. Erano essi fortemente persuasi, che si sarebbero arricchiti i tempj degli Dei con le spoglie dell'Oriente; che la Persia si sarebbe ridotta all'umile stato di una Provincia tributaria, governata dalle leggi e dai Magistrati di Roma; che i Barbari adottato avrebbero l'abito, i costumi e la lingua dei loro conquistatori; e che la gioventù di Ecbatana e di Susa venuta sarebbe a studiar la rettorica nelle scuole de' Greci[650]. I progressi delle armi di Giuliano interruppero la comunicazione di lui coll'Impero; e dal momento che passò il Tigri, gli affezionati suoi sudditi non seppero più la sorte e gli accidenti del loro Principe. La contemplazione degl'immaginati trionfi venne sturbata dalla trista fama della sua morte; e persisterono a dubitare della verità di quel fatale avvenimento, anche dopo che non potevano più negarlo[651]. I messaggieri di Gioviano promulgarono la speciosa novella di una prudente e necessaria pace: ma la voce della fama, più alta e più sincera, manifestò il disonor dell'Imperatore e le condizioni dell'ignominioso trattato. Gli animi del popolo si riempirono di stupore e di affanno, di sdegno e di terrore, quando seppero che l'indegno successor di Giuliano abbandonava le cinque Province, che acquistate aveva la vittoria di Galerio; e che vergognosamente rendeva ai Barbari l'importante città di Nisibi, ch'era il più stabile baloardo delle Province Orientali[652]. Nelle popolari conversazioni agitavasi liberamente la profonda e pericolosa questione, se la fede pubblica si dovesse osservare, quando essa è incompatibile con la pubblica sicurezza; ed avevasi qualche speranza, che l'Imperatore avrebbe rimediato alla pusillanime sua condotta con uno splendido atto di patriottica perfidia. Lo spirito inflessibile del Senato Romano aveva in altri tempi disapprovato le ingiuste condizioni estorte dalle angustie delle oppresse sue armate; e se vi fosse stato bisogno di soddisfare all'onore della nazione con dare il Generale colpevole nelle mani de' Barbari, la maggior parte de' sudditi di Gioviano avrebbe volentieri acconsentito a seguire l'esempio de' tempi antichi[653].

Ma l'Imperatore, per quanto stretti fossero i limiti della sua costitutiva autorità, era padrone assoluto delle leggi e delle armi dello Stato; e gli stessi motivi, che l'avevan forzato a sottoscrivere il trattato di pace, lo affrettavano ad eseguirlo. Egli era impaziente d'assicurarsi un Impero a costo di poche Province; ed i nomi rispettabili di religione d'onore coprivano i timori personali e l'ambizion di Gioviano. Non ostanti le umili sollecitazioni degli abitanti, il decoro ugualmente che la prudenza impediron l'Imperatore dal prendere alloggio nel palazzo di Nisibi; ma la mattina dopo il suo arrivo, Binese, Ambasciatore di Persia, entrò nella piazza, spiegò dalla fortezza la bandiera del gran Re, e pubblicò in nome di esso la crudele alternativa della servitù o dell'esilio. I principali cittadini di Nisibi, che fino a quel fatal momento avevan confidato nella protezione del loro Sovrano, gli si gettarono a' piedi. Lo scongiurarono a non abbandonare o almeno a non consegnare una fedele colonia al furore d'un Barbaro tiranno, esacerbato da tre successive sconfitte ricevute sotto le mura di Nisibi. Essi avevano ancora armi e coraggio per rispingere gl'invasori della patria; chiedevano soltanto la permissione di servirsene in loro difesa; e tosto che avessero assicurata la propria indipendenza, avrebbero implorato il favore di essere nuovamente ammessi nel numero de' suoi sudditi. Gli argomenti, la eloquenza e le lacrime loro furono inefficaci. Gioviano con qualche rossore allegò la santità de' giuramenti; e quando la ripugnanza, con cui accettò il dono d'una corona d'oro, convinse i cittadini del disperato lor caso, l'avvocato Silvano proruppe in tal esclamazione: «O Imperatore, così possiate voi essere incoronato da tutte le città do' vostri Stati!» A Gioviano, che in poche settimane aveva preso le abitudini di Principe[654], dispiacque la libertà, e si offese del vero; e poichè a ragione suppose che la malcontentezza del popolo potesse farlo inclinare a sottomettersi al governo Persiano, pubblicò un editto, che nel termine di tre giorni dovessero tutti, sotto pena di morte, lasciar la città. Ammiano ha descritto con vivaci colori la scena della disperazione universale, di cui sembra essere stato spettatore con occhio di compassione[655]. La vigorosa gioventù abbandonava con isdegnoso cordoglio le mura, che aveva sì gloriosamente difese; le sconsolate donne spargevano le ultime lagrime sulla tomba del figlio o del marito, che in breve doveva essere profanata dalle rozze mani di un Barbaro possessore; ed i vecchi cittadini baciavano le spoglie, e stavano attaccati alle porte delle case, dove passato avevano le care e liete ore della puerizia. Eran piene le pubbliche strade d'una tremante moltitudine; e nell'universale calamità non si faceva distinzione alcuna di grado, di sesso o di età. Ognuno procurava di portar via qualche frammento dal naufragio de' propri beni; e siccome non era possibile d'aver subito un sufficiente numero di cavalli o di carri, furono costretti a lasciarsi dietro la massima parte de' loro effetti preziosi. La dura insensibilità di Gioviano sembra che aggravasse i travagli di quegli esuli sfortunati. Furon posti però in un quartiere nuovamente fabbricato d'Amida; e quella rinascente città, col rinforzo d'una considerabil colonia, presto ricuperò il suo antico splendore, e divenne la capitale della Mesopotamia[656]. Si mandarono simili ordini dall'Imperatore per l'evacuazione di Singara e del castello de' Mori e per la restituzione delle cinque Province al di là del Tigri. Sapore godè la gloria ed i frutti della sua vittoria; e questa ignominiosa pace si è giustamente risguardata come una memorabile epoca nella decadenza e rovina del Romano Impero. I predecessori di Gioviano avevano alle volte abbandonato il dominio di lontane inutili Province; ma dalla fondazione della città, il Genio di Roma, il Dio Termine, che guardava i confini della Repubblica, non si era mai ritirato in faccia alla spada di un vittorioso nemico[657].

Dopo che Gioviano ebbe adempito quelle obbligazioni, che la voce del suo popolo avrebbe potuto tentarlo a violare, s'affrettò di sottrarsi alla scena della sua vergogna, e passò con tutta la Corte a godere le delizie d'Antiochia[658]. Senza consultare i dettami di un religioso zelo, egli fu indotto dall'umanità e dalla gratitudine a prestar gli ultimi onori al corpo del suo defunto Sovrano[659]; e Procopio, che sinceramente piangeva la perdita del suo congiunto, fu rimosso dal comando dell'esercito sotto il decente pretesto di aver cura de' funerali. Fu trasportato il cadavere di Giuliano da Nisibi a Tarso, in una lenta marcia di quindici giorni; e nel passare che fece per le città dell'Oriente, veniva salutato dalle fazioni fra loro contrarie o con luttuosi lamenti o con grida d'insulto. I Pagani già collocavano il loro diletto Eroe nel grado di quegli Dei, de' quali aveva restaurato il culto; mentre le invettive de' Cristiani perseguitavan l'anima dell'Apostata fino all'inferno ed il corpo di esso fino al sepolcro[660]. Gli uni compiangevano l'imminente rovina dei loro altari; gli altri celebravano la maravigliosa liberazion della Chiesa. I Cristiani applaudivano, con alti ed ambigui cantici, al colpo della divina vendetta ch'era stata sì lungo tempo sospesa sopra il reo capo di Giuliano. Assicuravano che nell'istante in cui Giuliano spirò di là dal Tigri, era stata rivelata la morte del tiranno a' Santi dell'Egitto, della Siria e della Cappadocia[661]; ed invece di accordare che fosse perito per mezzo de' dardi Persiani, la loro indiscretezza attribuiva l'eroico fatto all'oscura mano di qualche mortale o immortale campion della fede[662]. Tali imprudenti dichiarazioni furono ardentemente adottate dalla malizia o dalla credulità de' loro avversarj[663], che oscuramente insinuavano, o con sicurezza asserivano, che i Moderatori della Chiesa avevano instigato e diretto il fanatismo di un assassino domestico[664]. Più di sedici anni dopo la morte di Giuliano, tale accusa fu solennemente e con ardore sostenuta in una pubblica orazione, diretta da Libanio all'Imperatore Teodosio. I suoi sospetti non sono appoggiati su fatto o argomento veruno; e non possiamo far altro che stimare il generoso zelo del Sofista d'Antiochia per le fredde e neglette ceneri del suo amico[665].

V'era un costume antico ne' funerali, non meno che ne' trionfi de' Romani, che la voce degli encomj venisse corretta da quella della satira e del ridicolo; e che in mezzo alle splendide pompe, che spiegavan la gloria del vivente o del defunto, non fosser nascoste agli occhi del Mondo le sue imperfezioni[666]. Tale uso fu praticato anche nell'esequie di Giuliano. I Comici, ch'erano irritati dal disprezzo ed avversione di lui pel teatro, rappresentarono con applauso dell'udienza Cristiana la viva ed esagerata pittura delle follie e de' difetti del morto Imperatore. Il vario carattere ed i singolari costumi di lui fornirono ampia materia di motteggi e di ridicolo[667]. Nell'esercizio de' propri non ordinari talenti, spesse volte, abbassava la maestà del suo posto. Alessandro trasformavasi in Diogene, il Filosofo diveniva Sacerdote. La purità della sua virtù era macchiata da un'eccessiva vanità; la sua superstizione disturbò la pace, e pose in rischio la salute d'un vasto Impero; e gl'irregolari trasporti di lui tanto meno eran degni d'indulgenza, che sembravano laboriosi sforzi dell'arte o dell'affettazione. Il cadavere di Giuliano fu sepolto a Tarso nella Cilicia; ma il magnifico sepolcro, che gli fu innalzato in quella città sulle rive del fresco e limpido Cidno[668], dispiacque agli amici fedeli, che amavano e rispettavano la memoria di quell'uomo straordinario. Il filosofo dimostrò un desiderio assai ragionevole, che il discepolo di Platone riposasse in mezzo a' giardini dell'Accademia[669]; mentre il soldato esclamò in più forti accenti, che le ceneri di Giuliano dovevano unirsi a quelle di Cesare nel campo di Marte, e fra gli antichi monumenti del Romano valore[670]. L'istoria dei Principi non somministra frequentemente esempi di tale contrasto.

FINE DEL VOLUME QUARTO.

[INDICE]

DEI CAPITOLI E DELLE MATERIE
CHE SI CONTENGONO
NEL QUARTO VOLUME