Omnia transformat se se in miracula rerum,
Ignemque horribilemque feram fluviumque liquentem.
CAPITOLO XXVI.
Costumi dei popoli pastori. Progresso degli Unni dalla China in Europa. Fuga dei Goti. Passano il Danubio. Guerra Gotica. Disfatta e morte di Valente. Graziano investe Teodosio dell'Impero Orientale: suo carattere e fine. Pace e stabilimento dei Goti.
A. 365
Nel secondo anno del regno di Valentiniano e di Valente, la mattina del dì ventuno di Luglio, la maggior parte del Mondo Romano fu scossa da un violento e rovinoso terremoto. Se ne comunicò l'impressione anche alle acque; i lidi del Mediterraneo restarono in secco per la subitanea ritirata del mare; con le mani si prendevano i pesci in gran copia; dei grossi vascelli restaron piantati nel fango; ed un curioso spettatore[305] divertiva gli occhi o piuttosto la fantasia contemplando il vario aspetto di valli e di monti, che dopo la formazione del globo non erano mai stati esposti alla vista del Sole. Ma presto ritornaron le acque con un immenso ed irresistibil diluvio, che fece grandissimo danno sulle coste della Sicilia, della Dalmazia, della Grecia e dell'Egitto; alcune grosse barche furon trasportate sui tetti delle case o alla distanza di due miglia dal lido; i flutti trascinaron via il popolo con le sue abitazioni; e la città d'Alessandria faceva ogni anno la commemorazione di quella fatal giornata, in cui eran perite nell'inondazione cinquantamila anime. Questa calamità, il racconto della quale da una provincia all'altra s'andava magnificando, sorprese e spaventò i sudditi di Roma; e l'atterrita loro immaginazione amplificò la grandezza reale di quel momentaneo flagello. Rifletterono essi ai precedenti terremoti che avevan rovinato le città della Palestina e della Bitinia; risguardarono tali fieri colpi come puri preludi di più terribili calamità; e la timida lor vanità era inclinata a confondere i sintomi di un Impero decadente con quelli della rovina del Mondo[306]. Era uso di quei tempi l'attribuire qualunque notabile avvenimento al volere speciale della Divinità; le alterazioni della natura dovevano essere connesse, mediante un'invisibil catena, con le opinioni metafisiche e morali della mente umana; ed i più sagaci divinatori sapean distinguere, secondo il colore dei respettivi lor pregiudizi, che lo stabilimento della eresia tendeva a produrre un terremoto, o che un diluvio era l'inevitabile conseguenza del progresso della colpa e dell'errore. Senza pretendere di esaminar la verità e la convenienza di queste alte speculazioni, l'Istorico può contentarsi d'una riflessione, che sembra giustificata dall'esperienza, vale a dire che l'uomo ha molto più da temere dalle passioni delle creature della sua specie, che dalle convulsioni degli elementi[307]. I dannosi effetti d'un terremoto, di un diluvio, d'un oragano, o dell'eruzion di un Vulcano hanno una proporzione ben piccola con le ordinarie calamità della guerra; per quanto siano adesso moderate dalla prudenza o dall'umanità dei Principi dell'Europa, che divertono se stessi, ed esercitano il coraggio dei loro sudditi, nella pratica dell'arte militare. Ma le leggi ed i costumi delle nazioni moderne almeno proteggono la sicurezza e la libertà del vinto soldato; ed il pacifico cittadino rare volte ha motivo di dolersi, che la sua vita o i suoi beni siano esposti al furor della guerra. Nell'infelice periodo della caduta del Romano Impero, di cui può giustamente porsi l'epoca nel regno di Valente, era personalmente attaccata la felicità e sicurezza d'ogni individuo; e le arti e le fatiche di più secoli furono crudelmente sfigurate dai Barbari della Scizia e della Germania. L'invasione degli Unni fece precipitare sulle province Occidentali la nazione Gotica, che s'avanzò in meno di quaranta anni dal Danubio al mare Atlantico, e col buon successo delle sue armi aprì la strada alle aggressioni di tante altre ostili tribù, più selvagge di essa. L'original principio di tali moti era nascosto nelle remote regioni del Norte; ed una curiosa investigazione della vita pastorale degli Sciti[308], o dei Tartari[309] illustrerà l'occulta causa di quelle rovinose emigrazioni.
I differenti caratteri, che distinguono le nazioni civili del globo, si possono attribuire all'uso e all'abuso della ragione, che modifica sì variamente, e con tant'arte compone i costumi e le opinioni d'un Europeo o d'un Chinese. Ma l'azione dell'istinto è più sicura e più semplice che quella della ragione; è molto più facile il determinar gli appetiti d'un quadrupede, che le speculazioni d'un filosofo; e le selvagge tribù del genere umano quanto più si accostano alla condizione degli animali, tanto più forti conservano la somiglianza l'una coll'altra. L'uniforme stabilità dei loro costumi è la natural conseguenza dell'imperfezione della loro facoltà. Ridotti ad una simile situazione, i bisogni, i desiderj, i piaceri loro continuano sempre gli stessi; e l'influenza del cibo o del clima, che in un più perfetto stato della società vien sospesa o anche tolta da tante cause morali, potentissimamente contribuisce a formare e a mantenere il carattere nazionale dei Barbari. In ogni tempo le immense pianure della Scizia o della Tartaria sono state abitate da vaganti tribù di cacciatori e di pastori, l'indolenza dei quali ricusa di coltivare la terra, e l'inquieto loro spirito sdegna il riposo di una vita sedentaria. In ogni tempo gli Sciti ed i Tartari sono stati famosi pel loro invincibile coraggio, e per le rapide conquiste che hanno fatto. I troni dell'Asia furono più volte rovesciati dai pastori del Norte, e le loro armi hanno sparso il terrore e la devastazione sulle più fertili e guerriere contrade dell'Europa[310]. In quest'occasione ugualmente che in molte altre il sobrio storico viene a forza riscosso da una grata visione; e con qualche ripugnanza è costretto a confermare, che i costumi pastorali, che si sono adornati coi più belli attributi della pace e dell'innocenza, sono molto più atti alle fiere e crudeli abitudini di una vita militare. Per illustrare quest'osservazione, io prenderò adesso a considerare una nazione di pastori e di guerrieri nei tre importanti articoli 1. del cibo, 2. dell'abito e 3. degli esercizi loro. I racconti dell'antichità vengono confermati dall'esperienza dei moderni tempi[311]; e le rive del Boristene, del Volga o del Selinga ci presenteranno ugualmente l'istesso uniforme spettacolo di simili nativi costumi[312].
I. Il grano od anche il riso, che forma l'ordinario e sano cibo dei popoli culti non si può ottenere che mediante il paziente travaglio dell'agricoltore. Alcuni fortunati selvaggi, che abitano fra i Tropici, sono abbondantemente nutriti dalla liberalità della natura; ma nei climi Settentrionali una nazione di pastori è ridotta ai soli suoi greggi ed armenti. Gli abili professori dell'arte medica determineranno (seppure sono in grado di farlo) quanta influenza può aver l'uso del cibo animale o vegetabile sull'indole dello spirito umano, e se l'associazione, che si fa comunemente, di carnivoro e di crudele, meriti d'esser considerata in altro aspetto, che in quello di un innocente e forse salutar pregiudizio d'umanità[313]. Pure se è vero che la vista e la pratica d'una famigliar crudeltà indebolisca, senz'accorgersene, i sentimenti di compassione, possiamo osservare, che gli orridi oggetti, mascherati dalle arti del raffinamento Europeo, si presentano nella tenda di un pastore Tartaro nella nuda loro e più disgustosa semplicità. Si macella il bove o la pecora da quell'istessa mano, dalla quale solea ricevere il quotidiano suo cibo: e le palpitanti membra dell'animale con piccolissima preparazione si pongono sulla mensa dell'insensibile uccisore. Nella professione militare, e specialmente nella condotta di un numeroso esercito l'uso esclusivo del cibo animale sembra che produca i più sodi vantaggi. Il grano è una merce voluminosa e facile a guastarsi; ed i gran magazzini, che sono indispensabilmente necessari per la sussistenza delle nostre truppe, lentamente si debbono trasportare a forza di uomini e di cavalli. Ma gli armenti ed i greggi, che accompagnano la marcia dei Tartari, somministrano una sicura e copiosa quantità di carne e di latte: nella massima parte delle incolte solitudini è florida e lussureggiante la vegetazione dell'erba; e pochi sono i luoghi tanto sterili, dove l'indurato bestiame del Norte non possa trovare una sufficiente pastura. Si moltiplica il vitto, e se ne prolunga la durata dall'indistinto appetito e dalla sofferente astinenza dei Tartari. Si cibano essi con indifferenza della carne tanto di quegli animali che si sono uccisi per la tavola, quanto di quelli che son morti per malattia. Gustano con particolar piacere la carne di cavallo, che in ogni tempo ed in ogni paese è stata proscritta dalle incivilite nazioni dell'Europa e dell'Asia; e questo singolar genio facilita il successo delle lor militari operazioni. L'attiva cavalleria della Scizia è sempre seguitata nelle più distanti e rapide loro incursioni da un adeguato numero di cavalli scossi, che alle occorrenze posson servire o a raddoppiare la velocità o a soddisfare la fame dei Barbari. Molti sono i ripieghi del coraggio e della povertà. Quando il foraggio all'intorno del campo dei Tartari è quasi consumato, essi ammazzano la maggior parte del loro bestiame, e ne conservan la carne o affumicata o secca al sole. Nelle subitanee occasioni di precipitose marce, si provvedono d'una sufficiente quantità di piccoli globi di cacio o piuttosto di cattivo latte accagliato, che essi sciogliono alle occorrenze nell'acqua; e questo non sostanzioso cibo sostiene per molti giorni la vita od anche il coraggio del paziente guerriero. Ma comunemente a tale straordinaria astinenza, che si approverebbe da uno Stoico, e da un Eremita sarebbe invidiata, succede la piena soddisfazione del più vorace appetito. I vini dei climi più dolci sono i più grati presenti o la più stimabil merce che ai Tartari offerire si possa; e l'unico esempio di loro industria pare che consista nell'arte d'estrarre dal latte di cavalla un liquor fermentato, che ha un fortissimo poter d'inebriare. I selvaggi sì del vecchio che del nuovo Mondo, provano, come gli animali di rapina, le alternative vicende della carestia e dell'abbondanza; ed il loro stomaco è assuefatto a sostenere, senza molto incomodo, gli opposti estremi dell'intemperanza e della fame.
II. Nei tempi di rustica e marziale semplicità si trova sparso nel giro di un esteso e coltivato paese un popolo di soldati e di agricoltori; e ben dovè passar qualche tempo avanti che la guerriera gioventù della Grecia e dell'Italia si potesse unire sotto l'istessa bandiera o per difendere i propri confini, o per invadere i territori delle vicine tribù. Il progresso delle manifatture e del commercio insensibilmente raccoglie una gran moltitudine dentro le mura d'una città; ma questi cittadini non son più soldati; e le arti, che adornano e perfezionano lo stato della civil società, corrompono le abitudini della vita militare. I costumi pastorali degli Sciti par che congiungano i diversi vantaggi della semplicità e della coltura. Sono costantemente uniti insieme gl'individui della stessa tribù, ma sono uniti in un campo; ed il naturale spirito di quest'indomiti pastori, è animato dal vicendevol aiuto e dall'emulazione. Le case dei Tartari non sono altro che piccole tende di forma ovale, che offrono una fresca ed asciutta abitazione per la mista gioventù di ambi i sessi. I palazzi dei ricchi consistono in capanne di legno di tal grandezza, che si possan comodamente posare sopra gran carri, e tirare da una serie, forse di venti o di trenta bovi. Gli armenti ed i greggi dopo aver pasciuto tutto il giorno nelle adiacenti pasture, si ritirano all'avvicinarsi della notte sotto la protezione del campo. La necessità d'impedire la più dannosa confusione di tal perpetua mescolanza di uomini e di animali, deve a grado a grado introdurre nella disposizione, nell'ordine e nella guardia dell'accampamento, i principj dell'arte militare. Quando è consumato il foraggio d'un dato distretto, la tribù o piuttosto l'armata dei pastori muove regolarmente in cerca di altri pascoli; e così acquista nell'ordinarie occupazioni della vita pastorale la cognizione pratica d'una delle più importanti e difficili operazioni di guerra. La scelta dei posti si regola secondo la differenza delle stagioni; nella state i Tartari si avanzano verso tramontana, e piantano le loro tende sulle rive di un fiume o almeno nelle vicinanze di un'acqua corrente. Ma nell'inverno tornano al Mezzodì, e mettono il campo dietro a qualche comoda altura al riparo dai venti, che si rendono più crudi nel passare che fanno per le bianche e ghiacciate regioni della Siberia. Usi di tal sorta sono mirabilmente adattati a spargere fra le vagabonde tribù lo spirito di emigrazione e di conquista. La connessione fra il popolo ed il suo territorio è sì fragile che si può rompere al più leggiero accidente. Il campo, non già il suolo, è il paese nativo del vero Tartaro. Nel recinto del campo si contengon sempre la famiglia, i compagni, i beni di esso; e nelle marce ancor più distanti è sempre circondato dagli oggetti più cari, più preziosi, o più famigliari ai suoi occhi. La sete della preda, il timore o la vendetta delle ingiurie, la intolleranza della servitù sono in ogni tempo state cause sufficienti per muovere le tribù della Scizia ad avanzarsi arditamente in qualche ignoto paese, dove sperar potessero di trovare una più copiosa sussistenza o un meno formidabil nemico. Le rivoluzioni del Norte hanno spesso determinato la sorte del Sud; e nel contrasto delle ostili nazioni il vincitore ed il vinto o hanno espulso, o sono stati alternativamente scacciati, dai confini della China a quelli della Germania[314]. Queste grandi emigrazioni, che alle volte si sono eseguite con una quasi incredibil prestezza, si rendevan più facili dalla particolar natura del clima. Si sa che il freddo della Tartaria è molto più crudo di quello che si potrebbe ragionevolmente aspettare in mezzo ad una zona temperata: si attribuisce tale straordinario rigore all'altezza delle pianure, che si alzano, specialmente a levante, più di mezzo miglio sopra il livello del mare, ed alla quantità di salnitro, di cui è profondamente impregnato il terreno[315]. Nell'inverno, i larghi e rapidi fiumi, che scaricano le loro acque nell'Eussino, nel mar Caspio e nel Glaciale, sono fortemente agghiacciati; i campi son coperti da un letto di neve; e le fuggitive o vittoriose tribù posson traversare sicuramente colle loro famiglie, coi loro carriaggi e bestiami la sdrucciolevole e dura superficie d'un'immensa pianura.