III. La vita pastorale, paragonata coi travagli dell'agricoltura e delle manifatture, è senza dubbio una vita d'oziosità, e siccome i pastori più considerabili della stirpe dei Tartari lasciano agli schiavi la cura domestica del bestiame, la loro quiete rare volte viene disturbata da alcuna servile o continua sollecitudine. Ma quest'ozio, invece di esser consacrato ai molli piaceri dell'amore e dell'armonia, utilmente si spende nei violenti e sanguinosi esercizi della caccia. Le pianure della Tartaria sono piene di forti e vantaggiose razze di cavalli, che si usan comodamente sì nelle operazioni della guerra che nel cacciare. Gli Sciti sono stati sempre celebri per l'ardire e destrezza loro nel cavalcare: e la costante abitudine gli aveva sì stabilmente fissati sui lor cavalli, che gli stranieri supponevano ch'essi facessero le ordinarie funzioni della vita civile, che mangiassero, bevessero, e fino dormissero senza smontar da cavallo. Sono eccellenti nel maneggiar destramente la lancia; il lungo arco Tartaro è teso da un robusto braccio, ed il pesante dardo è diretto al suo scopo con infallibile mira ed irresistibile forza. Questi dardi sono spesse volte scagliati contro gl'innocenti animali del deserto, che crescono e si moltiplicano nell'assenza del loro più formidabil nemico, vale a dire contro le lepri, le capre, i capriuoli, i cervi, gli alci e le gazzelle. Continuamente si esercita il vigore e la pazienza sì degli uomini che dei cavalli nelle fatiche della caccia; e l'abbondante copia di selvaggiume contribuisce alla sussistenza ed anche al lusso d'un campo Tartaro. Ma le imprese dei cacciatori Sciti non si ristringono alla distruzione solo di timidi o innocenti animali; essi affrontano con coraggio l'orso irritato, allorchè si rivolta contro i suoi persecutori; eccitano l'infingardo ardire del cignale, e provocano il furor della tigre, quando sta dormendo nel folto dei boschi. Dove si trova pericolo, per loro ivi è gloria; e la maniera di cacciare, che apre il più bel campo all'esercizio del valore, può risguardarsi a ragione come l'immagine e la scuola della guerra. Le generali partite di caccia, che formano l'ambizione e il diletto dei Principi Tartari, compongono un istruttivo esercizio per la numerosa loro cavalleria. Descrivesi un cerchio di molte miglia in circonferenza per circondare la cacciagione d'esteso distretto; e le truppe, che formano il cerchio, s'avanzano regolarmente verso il comun centro, dove gli animali prigionieri, circondati da ogni parte, restano abbandonati a' dardi dei cacciatori. In tal marcia, che spesso continua per più giorni, la cavalleria dee rampicarsi pei colli, passare a nuoto i fiumi, e girare attorno alle valli, senza interrompere l'ordine stabilito del proprio successivo progresso. Acquistano così la pratica di diriger l'occhio ed i passi ad un oggetto lontano; di conservare le giuste distanze fra loro; di sospendere o d'affrettare il passo a misura dei movimenti di quelli che sono a destra e a sinistra; e di conoscere e ripetere i segni dei lor condottieri. Questi ultimi studiano in tal pratica scuola le più importanti lezioni dell'arte militare, ed un pronto ed esatto discernimento del terreno, della distanza e del tempo. Nella vera guerra non si richiede altra variazione, che quella d'impiegar la stessa pazienza e valore, la stessa perizia e disciplina contro un nemico umano; e i divertimenti della caccia servono come di preludio alla conquista d'un Impero[316].
La società politica degli antichi Germani ha l'apparenza d'una volontaria confederazione d'indipendenti guerrieri. Le tribù della Scizia, distinte con la moderna denominazione di Orde, prendon la forma d'una crescente numerosa famiglia, che nel corso di più generazioni si è propagata dalla medesima origine. Gl'infimi ed i più ignoranti fra i Tartari conservano con scrupolosa vanità l'inestimabil tesoro della loro genealogia, e per quante distinzioni di gradi si possano essere introdotte dalla disugual distribuzione delle pastorali ricchezze, essi vicendevolmente rispettansi l'uno coll'altro; come discendenti del primo fondatore della Tribù. L'uso, che sempre sussiste, di adottare i fedeli e più valorosi lor prigionieri, può confermare il sospetto molto probabile che quell'estesa consanguineità sia in gran parte legale e fittizia. Ma tale utile pregiudizio, approvato dal tempo e dall'opinione, produce gli effetti della verità. Gli altieri Barbari prestano una pronta e volontaria ubbidienza al Capo del loro sangue; ed il loro Capo o Mursa, come rappresentante il primo lor Padre, esercita la autorità di giudice in tempo di pace e di condottiere in tempo di guerra. Nel primitivo stato del Mondo pastorale, ogni Mursa (s'è permesso di usare il nome moderno) era il Capo indipendente d'una vasta e separata famiglia; ed i limiti del suo particolar territorio furono gradatamente stabiliti dalla maggior forza o dal mutuo consenso. Ma l'azione costante di varie permanenti cause contribuì ad unire le Orde vaganti in comunità nazionali, sotto il comando d'un supremo Capo. I deboli desideravan soccorso, ed i forti erano ambiziosi di dominio; la potenza, che è il risultato dell'unione, oppresse e raccolse le forze divise delle addiacenti tribù; e siccome i vinti furon liberamente ammessi a partecipare i vantaggi della vittoria, i più valorosi Capi s'affrettarono a costituire se stessi ed i lor seguaci sotto il formidabile stendardo d'una nazione confederata. Il più fortunato fra i Principi Tartari assunse il militar comando, al quale aveva diritto per la superiorità del merito o del potere. Egli fu innalzato al trono dalle acclamazioni de' suoi uguali; ed il titolo di Kan esprime, nel linguaggio dell'Asia Settentrionale, la piena estensione della reale dignità. Fu per lungo tempo ristretto il diritto dell'ereditaria successione al sangue del fondator della Monarchia, e fino al presente tutti i Kan, che regnano, dalla Crimea fino alla muraglia della China, sono i successivi discendenti del famoso Gengis[317]. Ma siccome è indispensabil dovere d'un Sovrano Tartaro quello di condurre i guerrieri suoi sudditi in campo, spesse volte son trascurati fra loro i diritti d'un fanciullo; ed a qualche regio congiunto, riguardevole per l'età e pel coraggio, s'affida la spada e lo scettro del suo predecessore. Si levano sulle tribù due tasse regolari e distinte, per sostenere la dignità sì del nazionale comune Monarca, che del loro Capo speciale; e ciascheduna di queste contribuzioni ascende alla decima parte dei beni e delle prede loro. Un Sovrano Tartaro gode la decima parte della ricchezza del suo popolo; e siccome s'accrescono in una molto maggior proporzione le sue domestiche facoltà di greggi e di armenti, egli è in istato di copiosamente mantenere il rustico splendore della sua Corte, di premiare i più meritevoli o più favoriti fra i suoi seguaci, e d'ottenere dal dolce influsso della corruzione l'ubbidienza, che potrebbe alle volte negarsi ai rigorosi comandi dell'autorità. I costumi dei propri sudditi, assuefatti, com'esso, al sangue ed alla rapina, possono scusare ai loro occhi certi particolari atti di tirannide, che ecciterebber l'orrore d'un popolo incivilito; ma nei deserti della Scizia non si è mai riconosciuto il potere dispotico. L'immediata giurisdizione del Kan è ristretta dentro i confini della propria tribù; e si è moderato l'esercizio della sua reale prerogativa dall'antico istituto di un concilio nazionale. Tenevasi regolarmente il Coroultai[318], o la dieta dei Tartari nella primavera o nell'autunno, in mezzo ad una pianura, dove potevano intervenire, secondo i lor gradi, a cavallo i Principi della Famiglia regnante ed i Mursi delle respettive tribù, col marziale e numeroso loro treno, e l'ambizioso Monarca potea consultare le inclinazioni d'un armato popolo, di cui osservava la forza. Nella costituzione delle nazioni Tartare o Scite si possono scuoprire i principj d'un governo feudale; ma il perpetuo contrasto di quelle nemiche tribù è andato alle volte a finire nello stabilimento d'un potente dispotico Impero. Il vincitore, arricchito dal tributo, e fortificato dalle armi de' Re dipendenti, ha esteso le sue conquiste sull'Europa e sull'Asia: i felici pastori del Norte si son sottoposti a' vincoli delle arti, delle leggi e delle città; e l'introduzione del lusso, dopo aver distrutto la libertà del popolo, ha rovesciato i fondamenti del Trono[319].
Nelle frequenti e remote emigrazioni degl'ignoranti Barbari non si può lungamente conservar la memoria de' passati eventi. I moderni Tartari non sanno le conquiste de' loro antichi[320]; e la notizia, che noi abbiamo dell'istoria degli Sciti, proviene dal loro commercio co' Greci, co' Persiani e co' Chinesi, culte e civili nazioni del Mezzodì. I Greci, che navigavano per l'Eussino, e fondavano colonie lungo le coste marittime, fecero appoco appoco un'imperfetta scoperta della Scizia, scorrendo dal Danubio e da' confini della Tracia fino all'agghiacciata Meotide, sede d'un perpetuo inverno, ed al Monte Caucaso, che nel linguaggio poetico si rappresentava come l'ultimo limite della terra. Celebravano essi con semplice credulità le virtù della vita pastorale[321], ed avevano un timore più ragionevole della forza e del numero de' bellicosi Barbari[322], che con disprezzo burlavansi dell'immenso armamento di Dario, figlio d'Idaspe[323]. I Monarchi Persiani avevano esteso le lor occidentali conquiste fino alle rive del Danubio ed a' confini della Scizia Europea. Le Province Orientali del loro Impero erano esposte agli Sciti dell'Asia, selvaggi abitanti delle pianure al di là dell'Osso e del Giassurte, due ampi fiumi, che dirigono il corso verso il mar Caspio. La lunga e memorabil contesa d'Iran e Turan è sempre un argomento d'istorie o di romanzi; il celebre e forse favoloso valore de' Persiani Eroi, Rustano ed Asfendiar, si segnalò nella difesa della patria contro gli Afrasiabi del Settentrione[324]; e l'invincibil coraggio de' medesimi Barbari sul suolo stesso resistè alle vittoriose armi di Ciro e d'Alessandro[325]. Agli occhi de' Greci e de' Persiani, la vera geografia della Scizia era terminata a Levante dal Monte Imao o Caf; ed il distante prospetto delle ultime ed inaccessibili parti dell'Asia era coperto dall'ignoranza, o renduto ambiguo dalla finzione. Ma queste inaccessibili regioni sono l'antica sede d'una potente e culta nazione[326], la cui esistenza rimonta per mezzo di una probabile tradizione a più di quaranta secoli[327]; e ch'è in grado di verificare una serie di quasi due mill'anni, mediante la perpetua testimonianza di esatti storici contemporanei[328]. Gli annali[329] della China illustrano lo stato e le rivoluzioni delle Tribù pastorali, che si posson sempre distinguere coll'indeterminato nome di Sciti o di Tartari, vassalli, nemici ed alle volte conquistatori d'un grand'Impero, la politica del quale si è costantemente opposta al cieco ed impetuoso valore de' Barbari Settentrionali. Dall'imbocccatura del Danubio fino al mar del Giappone, tutta la lunghezza della Scizia è di circa cento dieci gradi, che in quel paralello, corrispondono a più di cinquemila miglia. Non si può così facilmente o con tanta esattezza misurar la latitudine di quei vasti deserti; ma dal quarantesimo grado, che tocca la muraglia della China, possiamo sicuramente avanzarci verso il Norte più di mille miglia, fintantochè non siamo arrestati dall'eccessivo freddo della Siberia. In quell'orrido clima, in vece della vivace pittura d'un campo Tartaro, il fumo ch'esce fuori dalla terra o piuttosto dalla neve, scuopre le sotterranee abitazioni de' Tongusi e de' Samojedi; alla mancanza de' cavalli e de' bovi viene imperfettamente supplito dall'uso de' rangiferi e di grossi cani; ed i conquistatori della terra vanno insensibilmente degenerando in una razza di deformi e piccoli selvaggi, che tremano al suon delle armi[330].
Gli Unni, che nel regno di Valente minacciarono l'Impero di Roma, in un tempo molto anteriore si erano renduti formidabili a quel della China[331]. La loro antica e forse original sede era un esteso, quantunque arido e nudo tratto di paese al Norte, immediatamente dopo la gran muraglia. Il luogo di essi è presentemente occupato da quarantanove Orde o compagnie de' Mongussi, nazione pastorale composta di circa dugentomila famiglie[332]. Ma il valore degli Unni estese gli angusti limiti de' loro Stati, ed i rozzi lor Capi, che presero il nome di Tangiù, appoco appoco divennero conquistatori o Sovrani di un formidabile Impero. A Levante le vittoriose loro armi non furono arrestate che dall'Oceano; e le rare tribù, che si trovavano sparse fra l'Amur e l'ultima penisola di Corea, si unirono con ripugnanza alle bandiere degli Unni. A Ponente, vicino all'origine dell'Irtis e nelle valli dell'Imao, trovarono uno spazio più ampio, e più numerosi nemici. Uno de' Luogotenenti del Tangiù, soggiogò in una sola spedizione ventisei popoli; gl'Iguri[333] distinti sopra la stirpe Tartara per l'uso delle lettere, furono nel numero de' suoi vassalli; e per una strana connessione delle cose umane la fuga di una di quelle vagabonde tribù richiamò i vittoriosi Parti dall'invasione della Siria[334]. Al Settentrione fu assegnato per limite alla potenza degli Unni l'Oceano. Senza nemici, che resister potessero ai lor progressi, o senza testimoni, che contraddicessero la lor vanità, poterono sicuramente condurre a fine una reale o immaginaria conquista delle gelate regioni della Siberia. Il mar Settentrionale era fissato per ultimo termine del loro Impero. Ma il nome di quel mare, sui lidi del quale il patriotta Sovou abbracciò la vita di pastore e d'esule[335], con probabilità molto maggiore può trasferirsi al Baikal, capace ricettacolo di acque di più di trecento miglia in lunghezza, che sdegna il modesto nome di Lago[336], e che presentemente comunica co' mari del Nord mediante il lungo corso dell'Angara, del Tonguska e del Genissì. La sommissione di tante remote nazioni potea lusingare l'orgoglio del Tangiù; ma non poteva esser premiato il valore degli Unni, che coll'acquisto del ricco e lussurioso Impero del Mezzogiorno. Nel terzo secolo avanti l'Era Cristiana, fu costrutta una muraglia lunga millecinquecento miglia per difendere le frontiere della China contro le incursioni degli Unni[337]; ma tale stupendo lavoro, che tiene un luogo cospicuo nella carta del Mondo, non ha mai contribuito alla sicurezza di un popolo non guerriero. La cavalleria del Tangiù era spesse volte composta di dugento o trecentomila uomini, formidabili per l'incomparabil destrezza, con cui maneggiavano gli archi e i cavalli; per l'indurata lor pazienza nel sopportar l'intemperie dell'aria, e per l'incredibil velocità della lor marcia, che rare volte veniva sospesa da torrenti o precipizj, dai fiumi più profondi, o dalle più alte montagne. Si sparsero essi ad un tratto sulla superficie del paese; ed il rapido loro impeto sorprese, rendè inattiva, e sconcertò l'elaborata e grave tattica d'un armata Chinese. L'Imperator Kaoti[338], soldato di fortuna, innalzato dal personale suo merito al trono, mosse contro gli Unni con quelle truppe veterane, che avean militato nelle guerre civili della China. Ma egli fu tosto circondato dai Barbari, e dopo un assedio di sette giorni, il Monarca, senza speranza di alcun soccorso, fu ridotto a comprarsi lo scampo con un'ignominiosa capitolazione. I successori di Kaoti, le vite dei quali eran dedite alle arti della pace o al lusso della Reggia, furono sottoposti ad una più durevol vergogna. Con troppa fretta confessarono essi l'insufficienza delle fortificazioni e delle armi loro. Troppo facilmente si convinsero, che mentre gli incendi annunziavano da ogni parte l'approssimarsi degli Unni, le truppe Chinesi, che dormivano coll'elmo in capo, e con la corazza indosso, venivano distrutte dalla continua fatica d'inutili marce[339]. Fu stipulato un regolar pagamento di danaro e di seta per prezzo di una breve e precaria pace; e si usò dagl'Imperatori della China, ugualmente che da quei di Roma, il meschino espediente di mascherare un real tributo sotto nome di donativo o di sussidio. Vi restava però un'altra specie di tributo più vergognosa, che violava i sacri sentimenti dell'umanità e della natura. Le fatiche della vita selvaggia, che nell'infanzia distruggono i figli di costituzione meno sana e robusta, formano una notabile sproporzione nel numero dei due sessi. I Tartari sono d'ingrata ed anche deforme figura, e risguardando essi le loro donne come istrumenti delle domestiche fatiche, i desiderj o piuttosto gli appetiti loro si dirigono al godimento di più eleganti bellezze. Una scelta truppa delle più belle fanciulle della China fu annualmente destinata ai rozzi abbracciamenti degli Unni[340]; e si assicurò l'alleanza dei superbi Tangiu per mezzo del lor matrimonio con le figlie o naturali o adottive della famiglia Imperiale, che invano tentavano di fuggire quella sacrilega unione. È descritta la situazione di queste infelici vittime nei versi d'una Principessa Chinese, che si lagna d'essere stata condannata dai suoi parenti ad un lontano esilio sotto un Barbaro marito; si duole che l'unica sua bevanda era latte inacidito, carne cruda il solo suo cibo, e che una tenda era il suo palazzo; ed esprime con un accento di patetica semplicità il natural desiderio di trasformarsi in uccello per volarsene alla cara sua patria, oggetto delle sue tenere e perpetue brame[341].
A. A. C. 146-87
Due volte si è fatta la conquista della China dalle tribù pastorali del Nord; le forze degli Unni non erano inferiori a quelle dei Mogolli o dei Mantsciù; e la loro ambizione poteva nutrir le più ardenti speranze di buon successo. Ma ne restò umiliato l'orgoglio, ed arrestato il progresso, dalle armi e dalla politica di Vouti[342], quinto Imperatore della potente dinastia di Ilan. Nel lungo suo regno di cinquantaquattr'anni, i Barbari delle Province meridionali si sottoposero alle leggi ed ai costumi della China, e furono estesi gli antichi limiti della Monarchia, dal gran fiume di Kiang fino al porto di Canton. Invece di ristringersi alle timide operazioni d'una guerra difensiva, i suoi Luogotenenti penetrarono per più centinaia di miglia nel paese degli Unni. In quegl'immensi deserti, dov'è impossibile formar magazzini, e difficile trasportare una sufficiente quantità di provvisioni, le armate di Vouti furono esposte più volte ad intollerabili travagli; e di centoquarantamila soldati, che marciarono contro i Barbari, soli trentamila tornarono salvi ai piedi del loro Sovrano. Queste perdite però vennero compensate da una splendida e decisiva fortuna. I Generali Chinesi trasser vantaggio dalla superiorità che avevano per la natura delle loro armi, pei loro carri da guerra e per l'aiuto dei Tartari loro alleati. Fu sorpreso il campo del Tangiù in mezzo all'intemperanza ed al sonno: e quantunque il Monarca degli Unni si facesse bravamente strada per le file nemiche, lasciò sopra mille cinquecento dei suoi soldati sul campo. Ciò nonostante, questa segnalata vittoria, che fu preceduta e seguitata da molti sanguinosi combattimenti, assai meno contribuì alla distruzione della potenza degli Unni, che l'efficace politica, usata per distaccare dalla loro ubbidienza le tributarie nazioni. Intimorite dalle armi, o allettate dalle promesse di Vouti e dei suoi successori, le più considerabili tribù, sì Orientali che Occidentali, scossero il giogo del Tangiù. Mentre alcune di esse si professarono alleate o suddite dell'Impero, divennero tutte implacabili nemiche degli Unni; ed il numero di quell'altiero popolo, ridotto che fu alle naturali sue forze, si potea forse contenere nelle mura di una delle grandi e popolate città della China[343]. La diserzione dei propri sudditi, e l'incertezza d'una guerra civile finalmente costrinsero il Tangiù stesso a rinunziare alla dignità d'indipendente Sovrano ed alla libertà regolare di una guerriera e coraggiosa nazione. Fu egli ricevuto a Sigan, capitale della Monarchia, dalle truppe, dai Mandarini e dall'Imperatore medesimo con tutti gli onori, che adornar potevano, e mascherare il trionfo della vanità Chinese[344]. Fu preparato un palazzo magnifico per riceverlo; gli fu assegnato il posto sopra tutti i Principi della Famiglia Reale; e fu tratta all'estremo la pazienza d'un Barbaro Re dalle cerimonie di un banchetto composto di otto portate di vivande e di nove solenni cantate di musica. Ma egli pagò inginocchioni il debito di un rispettoso omaggio all'Imperatore della China; pronunziò in nome di se stesso e de' suoi successori un perpetuo giuramento di fedeltà, e volentieri accettò un sigillo, che gli fu dato come emblema della sua real dipendenza. Dopo quest'umiliante sommissione i Tangiù alle volte mancaron di fede, e profittarono dei favorevoli momenti della guerra e della rapina; ma la monarchia degli Unni appoco appoco decadde, finattanto che dalla discordia civile restò divisa in due separati regni, fra loro nemici. Uno dei Principi della nazione fu spinto dall'ambizione o dal timore a ritirarsi verso il Mezzodì con otto Orde, che comprendevano fra quaranta e cinquantamila famiglie. Egli ottenne insieme col titolo di Tangiù un sufficiente territorio sul confine delle Province Chinesi; e fu assicurato il costante suo attaccamento al servizio dell'Impero dalla debolezza e dal desiderio di vendicarsi. Dopo questa fatal divisione gli Unni del Nord continuarono a languire intorno a cinquant'anni, finattanto che da ogni parte restarono oppressi dai loro esterni ed interni nemici. La superba Inscrizione[345] d'una colonna, eretta sopra un'alta montagna, annunzia alla posterità che un esercito Chinese avea marciato settecento miglia nell'interno del paese degli Unni. I Sienpi[346], tribù di Tartari orientali, si vendicarono delle ingiurie che anticamente avevano ricevute; e la potenza dei Tangiù, dopo un regno di mille trecento anni, fu totalmente distrutta, avanti il fine del primo secolo dell'Era Cristiana[347].
A. 93-100
Fu variata la sorte dei soggiogati Unni dalla varia influenza del carattere e della situazione[348]. Più di centomila persone, le più povere invero e le più imbecilli della nazione, si contentarono di restare nel loro nativo paese, di rinunziare al nome e all'origine loro particolare, e d'essere incorporate al vittorioso popolo dei Sienpi. Cinquant'otto Orde, che sono circa dugentomila uomini, ambiziosi d'una più onorevole servitù, si ritirarono verso il Sud; imploraron la protezione degli Imperatori della China; e fu loro permesso d'abitare e di guardare le ultime frontiere della Provincia di Chansi ed il territorio di Ortous. Ma le tribù più guerriere e potenti degli Unni mantennero, nell'avversa fortuna, l'indomito spirito dei loro antichi. Il Mondo occidentale era aperto al loro valore e risolverono di scuoprire e soggiogare, sotto la condotta degli ereditari lor Capitani, qualche remota regione, tuttavia inaccessibile alle armi dei Sienpi ed alle leggi della China[349]. Il corso della loro emigrazione presto li portò oltre le montagne dell'Imao, ed i confini della Geografia Chinese; ma noi possiamo distinguer fra loro le due gran divisioni di questi formidabili esuli, che diressero la loro marcia verso l'Osso e verso il Volga. La prima di tali colonie si stabilì nelle fertili e vaste pianure della Sogdiana sulla parte orientale del mar Caspio, dove conservarono il nome di Unni con l'epiteto di Eutaliti, o Neftaliti. Ne furono mitigati i costumi, ed anche insensibilmente migliorati gli aspetti dalla dolcezza del clima e dalla lunga dimora che fecero in una florida provincia[350], che poteva tuttavia ritenere una debole impressione delle arti della Grecia[351]. Gli Unni bianchi, nome che trassero dal cangiamento delle loro carni, presto abbandonaron la vita pastorale degli Sciti. Gorgo, che sotto il nome di Carizmo, ha poi goduto un temporaneo splendore, era la resistenza del Re, che esercitava una legittima autorità sopra un obbediente popolo. Il loro lusso era mantenuto dal lavoro dei Sogdiani; e l'unico vestigio dell'antica loro barbarie era l'uso che obbligava tutti i compagni, alle volte fino al numero di venti, che avevan partecipato della generosità d'un ricco Signore, ad esser sepolti vivi nell'istesso sepolcro di lui[352]. La vicinanza degli Unni alle Province della Persia gli espose a frequenti e sanguinosi contrasti con la potenza di quella Monarchia. Ma essi rispettavano in tempo di pace la fede dei trattati, ed in guerra i dettami dell'umanità; e la loro memorabil vittoria sopra Perose o Firuz dimostrò la moderazione ugualmente che il valore dei Barbari. Il secondo corpo degli Unni, che appoco appoco s'avanzarono verso il Nord-ovest, fu soggetto ai travagli d'un più freddo clima, e di una marcia più laboriosa. La necessità li costrinse a mutar le sete della China con le pelli della Siberia; si cancellarono in essi gl'imperfetti principj di una vita tendente a civiltà; e la natural fierezza degli Unni divenne maggiore pel commercio con le selvagge tribù, che con qualche ragione paragonate furono alle bestie feroci del deserto. Il loro spirito indipendente rigettò ben presto l'ereditaria successione dei Tangiù; ed essendo ciascheduna Orda governata dai particolari suoi Mursi, la tumultuaria loro assemblea dirigeva i pubblici passi di tutta la nazione. Fino al secolo XII il nome di Grande Ungheria[353] provava la passeggiera loro residenza sulle sponde orientali del Volga. Nell'inverno discendevano coi loro greggi ed armenti verso la bocca di quel gran fiume; e le loro estive correrie giungevano fino alla latitudine di Saratoff, o forse all'unione del Kama. Tali per lo meno erano i moderni confini dei Calmucchi neri[354], che rimasero per circa un secolo sotto la protezione della Russia, e che sono di poi ritornati alle native loro sedi sulle frontiere dell'Impero Chinese. La marcia ed il ritorno di quei Tartari vagabondi, il campo riunito dei quali è composto di cinquantamila tende o famiglie, serve a schiarire le distanti emigrazioni degli antichi Unni[355].
È impossibile riempire quell'oscuro intervallo di tempo, che scorse da che gli Unni del Volga furono perduti di vista dai Chinesi, fino al comparire che fecero agli occhi dei Romani. V'è qualche ragione però di sospettare, che quella medesima forza, che tratti gli aveva dalle native lor sedi, sempre continuasse a spinger la lor marcia verso le frontiere dell'Europa. La potenza dei Sienpi, loro implacabili nemici, che s'estendeva più di tremila miglia da Levante a Ponente[356], doveva gradatamente opprimerli col peso e col terrore d'una formidabil vicinanza; e la fuga delle tribù della Scizia doveva tendere inevitabilmente ad accrescere la forza, o a restringere i territori degli Unni. I difficili ed oscuri nomi di quelle tribù offenderebber l'orecchio senza illuminar l'intelletto del lettore; ma io non posso tacere il sospetto assai naturale, che gli Unni del Nord traessero un rinforzo considerabile dalla rovina della dinastia del Sud, la quale nel corso del terzo secolo si sottopose al dominio della China; che i guerrieri più prodi andassero in cerca dei liberi e fortunati lor nazionali: e che siccome s'eran divisi per la prosperità, così fossero facilmente riuniti dai comuni travagli della loro avversa fortuna[357]. Gli Unni co' loro greggi ed armenti, colle loro mogli e figliuoli, coi loro dipendenti ed alleati si trasferirono all'occidental parte del Volga, ed arditamente avanzaronsi a invadere il paese degli Alani, popolo pastorale che occupava o devastava un esteso tratto dei deserti della Scizia. Le tende degli Alani occupavano le pianure fra il Volga ed il Tanai, ma il nome e gli usi di essi erano sparsi per l'ampia estensione dalle loro conquiste, e le dipinte tribù degli Agatirsi e dei Geloni si confondevano fra' loro vassalli. Verso il Nord penetrarono nelle agghiacciate regioni della Siberia fra quei selvaggi che nell'impeto del furore o della fame erano assuefatti a cibarsi di carne umana; e le loro incursioni meridionali giungevano fino ai confini della Persia e dell'India. La mescolanza col sangue Sarmatico e Germanico aveva contribuito a migliorare la figura degli Alani, a schiarirne l'oscura carnagione, ed a tingere i loro capelli d'un color biondo, che di rado si trova nella razza dei Tartari. Essi erano meno deformi nelle persone, e meno brutali nei costumi degli Unni; ma non cedevan punto a quei formidabili Barbari nel loro marziale indipendente coraggio, nell'amor della libertà, che rigettava fin l'uso degli schiavi domestici, e nella passione per le armi, che considerava la guerra e la rapina come il piacere e la gloria dell'uman genere. Una scimitarra nuda piantata in terra era l'unico oggetto del religioso lor culto; i crani dei nemici formavano i sontuosi ornamenti dei loro cavalli; e miravan con occhio di pietà e di disprezzo i pusillanimi guerrieri, che pazientemente aspettavano la infermità della vecchiezza o i tormenti d'una lenta malattia[358]. Sulle rive del Tanai la forza militare degli Unni affrontossi con quella degli Alani con ugual valore, ma con sorte diversa. Gli Unni prevalsero nel sanguinoso combattimento; vi restò ucciso il Re degli Alani; ed i residui della vinta nazione furon dispersi dall'ordinaria alternativa della fuga o della sommissione[359]. Una colonia di esuli trovò rifugio sicuro nelle montagne del Caucaso fra il Ponto Eussino e il mar Caspio, dove conservano tuttavia il proprio nome e la loro indipendenza. Un'altra colonia s'avanzò con coraggio più intrepido verso i lidi del Baltico, unissi alle settentrionali tribù della Germania, e partecipò delle spoglie delle Province Romane della Gallia e della Spagna. Ma la maggior parte della nazione degli Alani abbracciò le offerte d'una onorevole ed utile unione, e gli Unni, che stimavano il valore dei loro men fortunati nemici, passarono con un aumento di numero e di sicurezza ad invadere i confini del Gotico Impero.