A. 375
Il grand'Ermanrico, gli stati del quale s'estendevan dal Baltico all'Eussino, godeva in una piena maturità di vecchiezza e di riputazione il frutto delle sue vittorie, allorchè fu agitato dal formidabile aspetto di un esercito d'ignoti nemici[360], ai quali potevano i suoi barbari sudditi senza ingiustizia dare il nome di Barbari. Il numero, la forza, i rapidi movimenti, e l'implacabile crudeltà degli Unni si provarono, si temettero e si amplificarono dagli attoniti Geti, che videro i loro campi e villaggi consumati dalle fiamme, ed oppressi da ogni genere di stragi. A questi reali terrori aggiungevasi la sorpresa e l'abborrimento, che eccitavano la strillante voce, i rozzi gesti e la strana deformità degli Unni. Questi selvaggi della Scizia furon paragonati (e la pittura aveva qualche rassomiglianza) agli animali che camminano assai sconciamente sopra due gambe; ed alle malfatte figure (Termini), che solevano collocarsi dagli antichi sui ponti. Erano essi distinti dal resto della specie umana per le larghe spalle, i nasi schiacciati, ed i piccoli occhi neri profondamente sepolti nel capo; ed essendo quasi privi di barba, non godevan giammai nè le grazie virili della gioventù, nè il venerabile aspetto della vecchiezza[361]. S'assegnò loro un'origine favolosa, degna della figura e dei costumi che avevano, vale a dire che le streghe della Scizia, che per le maligne loro o mortifere azioni erano state cacciate dalla società, si fosser congiunte nel deserto con spiriti infernali, e che gli Unni fossero la prole di quell'esecrabile congiunzione[362]. Questa favola, sì piena d'orrore e di assurdità, fu facilmente abbracciata dal credulo odio de' Goti; ma nel tempo che soddisfaceva il loro abborrimento, ne accresceva il timore; mentre poteva supporsi che la posterità dei demoni e delle streghe avesse ereditato qualche parte della forza soprannaturale non meno che dell'indole maligna dei suoi genitori. Contro nemici di questa sorte Ermanrico preparossi ad esercitare le riunite forze del dominio Gotico; ma presto conobbe, che le suddite sue tribù, irritate dall'oppressione, eran più inclinate a secondar che a rispingere l'invasione degli Unni. Uno dei Capi de' Rossolani[363] aveva già disertato dallo stendardo d'Ermanrico, ed il crudel Tiranno aveva condannato la moglie innocente del traditore ad essere fatta in pezzi da indomiti cavalli. I fratelli di quell'infelice donna presero il favorevol momento di vendicarsi. Il vecchio Re de' Goti languì qualche tempo dopo la pericolosa ferita che ricevè da' loro pugnali; ma ritardossi la condotta della guerra per la sua infermità; ed i pubblici consigli della nazione furono divisi da uno spirito di gelosia e di discordia. La morte di esso, che fu attribuita alla sua propria disperazione, lasciò le redini del governo in mano a Vitimero, il quale col dubbioso aiuto di alcuni mercenari Sciti, mantenne la disugual contesa fra le armi degli Unni e degli Alani, finattanto che fu egli disfatto ed ucciso in una decisiva battaglia. Gli Ostrogoti si sottomisero al loro destino; e da ora in poi troverassi la regia stirpe degli Amali fra' sudditi del superbo Attila. Ma la persona del fanciullo Re Viterico fu salvata dalla diligenza di Alateo e di Safrace, due guerrieri di sperimentata bravura e fedeltà, che per mezzo di caute marce condussero gl'indipendenti residui della nazione degli Ostrogoti verso il Danasto o il Niester, fiume considerabile, che ora separa gli stati Turchi dall'Impero della Russia. Il prudente Atanarico, più attento alla propria che alla generale salvezza, aveva stabilito il campo dei Visigoti sulle rive del Niester, con la ferma risoluzione d'opporsi ai vittoriosi Barbari, che stimò imprudenza di provocare. L'ordinaria velocità degli Unni era impedita dal peso del bagaglio e dall'impaccio degli schiavi; ma la loro perizia militare ingannò, e quasi distrusse l'armata d'Atanarico. Mentre il Giudice dei Visigoti difendeva le rive del Niester, fu circondato da un numeroso distaccamento di cavalleria, che al lume della luna aveva passato a guado il fiume; e d'uopo gli furono estremi sforzi di coraggio e di condotta per effettuar la sua ritirata verso la montagna. L'indomito Generale aveva già formato un nuovo e giudizioso piano di guerra difensiva; e le forti linee, che si preparava a tirare fra i monti, il Pruth, ed il Danubio, avrebbero assicurato l'esteso e fertile territorio, che adesso porta il nome di Valachia dalle rovinose incursioni degli Unni[364]. Ma le speranze e le misure del Giudice dei Visigoti furono presto sconcertate dalla tremante impazienza de' suoi scoraggiati compagni, persuasi dal lor timore che l'interposizione del Danubio fosse l'unico baluardo, che salvar li potesse dalla rapida caccia e dall'invincibil valore dei Barbari della Scizia. Sotto il comando di Fritigerno e d'Alavivo[365], il corpo della nazione s'avanzò in fretta verso le rive del gran fiume, ed implorò la protezione del Romano Imperatore dell'Oriente. Atanarico medesimo, sempre ansioso d'evitare il delitto di spergiuro, si ritirò con una truppa di fedeli seguaci nella montuosa regione di Caucaland, che sembrava esser guardata e quasi nascosta dalle impenetrabili foreste della Transilvania[366].
A. 376
Dopo che Valente ebbe terminato la guerra Gotica con qualche apparenza di gloria e di buon successo, passò pe' suoi dominj dell'Asia; e finalmente fissò la sua residenza nella Capitale della Siria. I cinque anni[367], che ei consumò in Antiochia, furono impiegati a spiare in una sicura distanza gli ostili disegni del Monarca Persiano, a frenare le ruberie dei Saracini e degl'Isauri[368], a confermare con argomenti più forti di quelli della ragione a dell'eloquenza la fede della teologia Arriana, ed a quietare i suoi ansiosi sospetti cogl'indistinti supplizi dell'innocente e del reo. Ma s'eccitò l'attenzione più seria dell'Imperatore per l'importante notizia, che ei ricevè dagli ufficiali militari e civili, ai quali affidato avea la difesa del Danubio. Egli fu informato che il Settentrione agitavasi da una furiosa tempesta; che l'irruzione degli Unni, incognita e mostruosa razza di selvaggi, avea rovesciato la potenza de' Goti; e che una supplichevole moltitudine di quella bellicosa nazione, l'orgoglio di cui era in quel tempo umiliato all'eccesso, occupava uno spazio di più miglia lungo le rive del fiume. Con le braccia stese e con patetici lamenti, ad alta voce deploravano le passate loro disgrazie ed il presente pericolo; confessavano che la unica loro speranza di salute era posta nella clemenza del Governo Romano; e con la maggior solennità protestavano, che se la graziosa liberalità dell'Imperatore avesse loro permesso di coltivare le ampie terre della Tracia, si sarebbero tenuti obbligati dai più forti vincoli di dovere e di gratitudine ad obbedire alle leggi, ed a difendere i confini della Repubblica. Tali assicurazioni confermate furono dagli Ambasciatori dei Goti, i quali con impazienza aspettavano dalla bocca di Valente una risposta, che finalmente determinasse la sorte degl'infelici lor nazionali. L'Imperatore Orientale non era più guidato dalla saviezza ed autorità del suo fratello maggiore, ch'era morto verso il fine dell'anno precedente; e siccome la misera situazione de' Goti richiedeva un'instantanea e perentoria decisione, gli mancò il favorito spediente degli spiriti deboli e timidi, che riguardano l'uso de' passi dilatorj ed ambigui, come i più ammirabili sforzi d'una consumata prudenza. Finattantochè sussisteranno fra gli uomini le medesime passioni ed interessi, si presenteranno frequentemente, come soggetto di moderne deliberazioni, le quistioni di guerra e di pace, di giustizia e di politica, che agitavansi nei consigli della Antichità. Ma a' più sperimentati Politici dell'Europa non è stato giammai commesso d'investigare la convenienza o il pericolo di rigettare o d'ammettere una innumerabile moltitudine di Barbari, che son tratti dalla disperazione e dalla fame a cercare uno stabilimento negli Stati d'una incivilita nazione. Allorchè fu riferita ai Ministri di Valente quest'importante proposizione, sì essenzialmente connessa con la pubblica sicurezza, essi rimasero perplessi e divisi, ma presto convennero nel lusinghiero sentimento che pareva più favorevole all'orgoglio, all'indolenza, ed all'avarizia del loro Sovrano. Gli schiavi, ch'erano decorati coi titoli di Prefetti e di Generali, dissimularono o non curarono il timore di questa nazional emigrazione, tanto diversa dalle particolari ed accidentali colonie, che si erano ammesse negli ultimi confini dell'Impero. Anzi applaudirono alla buona fortuna, che avea condotto dalle più distanti regioni del globo una numerosa ed invincibile armata di stranieri a difendere il trono di Valente, il quale aggiunger poteva al tesoro Imperiale le immense somme d'oro somministrate dai Provinciali per compensare l'annua loro dose di reclute. Si esaudirono le preghiere dei Goti, e dalla Corte Imperiale s'accettò il loro servigio; e furono immediatamente spediti ordini a' Governatori civili e militari della diocesi della Tracia onde fare i preparativi necessari pel passaggio, e per la sussistenza di un gran popolo, insino a che destinato gli fosse un proprio e sufficiente territorio per la futura sua residenza. Fu accompagnata però la liberalità dell'Imperatore da due rigorose e dure condizioni, che la prudenza giustificar potea dalla parte dei Romani, ma che non altro che la necessità poteva estorcere dagli sdegnosi Goti. Prima che passassero il Danubio, si volle che consegnassero le loro armi; e che tolti loro i figli, si spargessero per le Province dell'Asia, dove potessero ridursi a civiltà mercè dell'educazione, e servire di ostaggi per assicurare la felicità dei loro genitori.
Nella sospensione, che produceva un dubbioso e distante trattato, gl'impazienti Goti fecero qualche temerario tentativo di passare il Danubio senza la permissione del Governo, del quale implorato avevano la protezione. Furono diligentemente osservati i loro movimenti dalla vigilanza delle truppe acquartierate lungo il fiume, ed i loro primi distaccamenti andarono disfatti con notabile strage; pure tanto eran timide le deliberazioni del regno di Valente, che i probi Uffiziali, che avean servito la patria nell'adempimento del loro dovere, furon puniti con la perdita degli impieghi, e poco mancò che non fossero privati di vita. Giunse finalmente l'ordine Imperiale per trasportare sopra il Danubio tutto il corpo della nazione Gotica[369]; ma l'esecuzione di tal ordine fu laboriosa e difficile. Le acque del Danubio, che in quel luogo ha più d'un miglio di larghezza[370], erano gonfie per le continue piogge, ed in quel tumultuario passaggio, molti restaron dispersi ed annegati dalla rapida violenza della corrente. Fu messa in ordine una grossa flotta di navi, di barche e di battelli; s'impiegarono più giorni e più notti nel passare e ripassare con istancabil travaglio; e gli Uffiziali di Valente usarono la maggior diligenza, affinchè neppure uno di quei Barbari, che erano destinati a rovesciare i fondamenti di Roma, rimanesse sull'opposta sponda. Fu creduto espediente di prendere un'esatta notizia del loro numero; ma le persone, a ciò deputate, ben presto abbandonarono con maraviglia e sconcerto il proseguimento d'un'infinita ed ineseguibile impresa[371], ed il principale Istorico di quel tempo asserisce con la maggior serietà, che i prodigiosi eserciti di Dario e di Serse, che si erano sì lungamente risguardati come favole della vana e credula antichità, allora furono giustificati agli occhi del Mondo dall'evidenza del fatto e dell'esperienza. Un probabile testimone ha determinato il numero dei soldati Goti a dugentomila uomini; e se vogliamo aggiungervi una dose proporzionata di donne, di fanciulli e di schiavi, tutta la massa del popolo, che componeva tal formidabile emigrazione, dovè montare a quasi un milione di persone di ambedue i sessi e di ogni età. I figli dei Goti, almeno quelli d'un grado distinto, furono separati dalla moltitudine. Essi vennero senza dilazione condotti a remoti luoghi, assegnati per la loro dimora ed educazione; e quando quel numeroso corpo di ostaggi o di schiavi passava per le città, il loro gaio e splendido abbigliamento, la robusta e marzial loro figura, eccitava la sorpresa e l'invidia dei Provinciali. Ma la stipulazione più offensiva pe' Goti, e più importante pe' Romani, vergognosamente fu elusa. I Barbari, che risguardavano le loro armi come insegne di onore e pegni di sicurezza, si disposero ad offerire per esse un prezzo, che la licenza o l'avarizia dei Ministri Imperiali fu facilmente tentata di accettare. I superbi guerrieri, ad oggetto di conservare le armi, acconsentirono con qualche ripugnanza a prostituire le mogli o le figlie; e le bellezze d'una vaga donzella o d'un piacevol fanciullo assicurarono la connivenza degl'Inspettori, che alle volte gettavano un occhio d'avidità sui frangiati tappeti o sulle vesti di lino dei nuovi loro alleati[372], o che sacrificavano il loro dovere al vil desiderio d'empire le loro stalle di bestiame e le case di schiavi. Fu permesso ai Goti d'entrar nelle barche con le armi in mano; e quando la lor forza fu riunita all'altra parte del fiume, l'immenso esercito, che si sparse nei piani e nei colli della bassa Mesia prese un ostile e minaccevole aspetto. Poco dopo comparvero, sulle rive Settentrionali del Danubio, Alateo e Safrace, tutori del fanciullo loro Sovrano, e condottieri degli Ostrogoti; ed immediatamente spedirono ambasciatori alla Corte di Antiochia per sollecitare con le medesime proteste di alleanza e di gratitudine l'istesso favore, che era stato concesso ai supplichevoli Visigoti. L'assoluta negativa di Valente sospese il loro progresso, manifestò il pentimento, i sospetti ed i timori del consiglio Imperiale.
Una indisciplinata e vagante nazione di Barbari esigeva le più ferme disposizioni ed il maneggio più destro. Non potea supplirsi al quotidiano mantenimento di quasi un milione di sudditi straordinari, senza una costante ed abile diligenza, e questa poteva continuamente venire interrotta dal caso o dagli sbagli. L'insolenza o lo sdegno dei Goti, se accorgevansi di essere soggetti di timore o di disprezzo, poteva spingerli agli estremi più disperati, e sembra, che il destino dello Stato dipendesse dalla prudenza ed integrità de' Generali di Valente. In quest'importante crisi tenevano il governo militare della Tracia Lupicino e Massimo, nelle cui venali menti la più tenue speranza di privato guadagno prevaleva a qualunque considerazione di pubblico vantaggio; e la cui reità non era diminuita, che dall'incapacità di conoscere i perniciosi effetti della temeraria e colpevole loro amministrazione. Invece d'ubbidire agli ordini del Sovrano, e di soddisfare con decente liberalità le domande dei Goti, imposero un vile ed opprimente tributo sulle necessità degli affamati Barbari. Vendevasi loro ad un prezzo esorbitante il più basso cibo; ed in luogo di sane e sostanziose provvisioni eran pieni i mercati di carne di cani, e di animali immondi, che erano morti di malattia. Per fare il considerabile acquisto d'una libbra di pane, i Goti si privavano del possesso d'un dispendioso, quantunque utile, schiavo; e volentieri compravasi una piccola quantità di cibo per dieci libbre d'un prezioso, ma inutil metallo[373]. Quando esaurite furono le loro facoltà, continuarono tale necessario commercio con la vendita dei loro figli e delle figlie; e non ostante l'amor della libertà, che animava ogni petto Gotico, si sottoposero alla massima umiliante, che era meglio pei loro figliuoli di esser mantenuti in una condizione servile, che perire in uno stato di misera e disperata indipendenza. Viene eccitato il risentimento più vivo dalla tirannia di pretesi benefattori, i quali esigono fieramente il debito di gratitudine, cui hanno cancellato con le posteriori ingiurie. Appoco appoco si suscitò nel campo dei Barbari, che inutilmente adducevano il merito della paziente e rispettosa loro condotta, uno spirito di malcontentezza, ed altamente si dolsero dell'inumano trattamento che avean ricevuto dai nuovi alleati. Si vedevano attorno la dovizia ed abbondanza di una fertil provincia, in mezzo alla quale soffrivano gl'intollerabili travagli d'un'artificial carestia. Avevano però nelle mani i mezzi di trovare sollievo ed anche vendetta, giacchè la rapacità dei loro Tiranni avea rilasciato ad un offeso popolo il possesso e l'uso delle armi. I clamori d'una moltitudine, che non sa mascherare i suoi sentimenti, annunziarono i primi sintomi di resistenza; e posero in agitazione i timidi o colpevoli amici di Lupicino e di Massimo. Questi artificiosi Ministri, che sostituirono le astuzie di momentanei espedienti ai savi e salutari consigli di una estesa politica, tentarono di rimuovere i Goti dalla pericolosa lor situazione sulle frontiere dell'Impero, e dispergerli per le province interiori in quartieri di accantonamento separati fra loro. Siccome sapevano quanto male avevan meritato il rispetto o la confidenza dei Barbari, diligentemente raccolsero da ogni parte delle forze militari, che spinger potessero la lenta e ripugnante marcia di un popolo, che ancora non avea rinunziato al titolo o ai doveri di suddito di Roma. Ma nel tempo che l'attenzione dei Generali di Valente non applicavasi che ai malcontenti Visigoti, disarmavano essi imprudentemente le navi ed i Forti, che formavano la difesa del Danubio. Alateo e Safrace videro il fatale sbaglio, e ne profittarono, mentre ansiosamente spiavano la favorevole occasione di sottrarsi all'inseguimento degli Unni. Per mezzo di quelle navi e barchette, che precipitosamente poteron trovare i condottieri degli Ostrogoti, trasportarono senza ostacolo il Re e l'esercito loro, ed arditamente piantarono un ostile e indipendente campo sul territorio dell'Impero[374].
Alavivo e Fritigerno, sotto nome di giudici, erano i condottieri dei Visigoti in pace ed in guerra; e l'autorità, che essi traevano dalla nascita, era confermata dal libero consenso della nazione. In un tempo di tranquillità, il governo loro aveva potuto essere uguale, non meno che il grado che avevano; ma tosto che i lor nazionali furono esacerbati dalla fame e dall'oppressione, la superiore abilità di Fritigerno assunse il militar comando che egli aveva diritto di esercitare pel pubblico bene. Ei raffrenò lo spirito impaziente dei Visigoti, finattanto che le ingiurie e gl'insulti dei loro tiranni giustificassero nell'opinione degli uomini la lor resistenza; ma non era disposto a sagrificare alcun reale vantaggio alla pura lode di moderazione e di giustizia. Conoscendo l'utile che potea trarre dall'unione delle forze Gotiche sotto lo stesso stendardo, segretamente coltivò l'amicizia degli Ostrogoti; e mentre professava un'implicita obbedienza agli ordini dei Generali Romani, avanzavasi a piccole giornate verso Marcianopoli, capitale della bassa Mesia, circa settanta miglia distante dalle rive del Danubio. In quel luogo fatale, scoppiarono le fiamme della discordia e dell'odio reciproco in un terribile incendio. Lupicino aveva invitato i Capitani Goti ad uno splendido convito, ed il militare lor seguito era rimasto in armi all'ingresso del palazzo. Ma erano strettamente guardate le porte della città; ed erano i Barbari assolutamente esclusi dal comodo d'un abbondante mercato, al quale avevano ugual diritto e come sudditi e come alleati. Le umili loro suppliche si rigettarono con insolenza e derisione; e siccome esausta ormai era la loro pazienza, i paesani, i soldati ed i Goti presto si trovarono involti in un combattimento di appassionate altercazioni, e di ardenti rimproveri. Inconsideratamente diedesi un colpo; si trasse precipitosamente una spada; ed il primo sangue, che videsi uscire in quest'accidentale contesa, divenne il segnale d'una lunga e rovinosa guerra. In mezzo allo strepito ed alla brutale intemperanza, fu riportato a Lupicino da un segreto messo, che molti de' suoi soldati erano stati uccisi e spogliati delle loro armi, ed essendo egli già infiammato dal vino ed oppresso dal sonno, diede l'ordine temerariamente che se ne vendicasse la morte con la strage delle guardie di Fritigerno e d'Alavivo. Le clamorose strida ed i lamenti di quei, che morivano, scoprirono a Fritigerno il suo estremo pericolo; e siccome esso possedeva il freddo ed intrepido spirito d'un Eroe, vide ch'egli era perduto, se lasciava deliberare un momento quell'uomo che l'aveva sì altamente ingiuriato. «Una piccola contesa (disse il Capitano Goto con un fermo, ma piacevol tuono di voce) par che sia insorta fra le due nazioni; essa potrebbe produrre le più pericolose conseguenze, qualora non sia subito quietato il tumulto dalla sicurezza della nostra salute e dall'autorità della nostra presenza». Dette queste parole, Fritigerno ed i suoi compagni, sguainate le spade, s'aprirono il passo per mezzo all'irresistente folla che empiva il palazzo, le strade e le porte di Marcianopoli, e montando sui loro cavalli, scomparvero in fretta dagli occhi degli stupefatti Romani. I Generali dei Goti vennero salutati dalle fiere, e liete acclamazioni del campo; immediatamente fu risoluta la guerra, e senza differire s'eseguì tale risoluzione: si spiegarono le bandiere della nazione, secondo l'uso dei loro antenati; e risuonò l'aria della terribile e lugubre musica della barbara tromba[375]. Il debole e reo Lupicino, che aveva osato di provocare, trascurato di distruggere, e che tuttavia presumeva di sprezzare il formidabile suo nemico, marciò contro i Goti alla testa di quella milizia, che potè raccogliere in tal subitanea occorrenza. I Barbari aspettarono che s'avvicinasse circa nove miglia in distanza da Marcianopoli, ed in quest'occasione si vide che l'abilità del Generale era di maggior efficacia che le armi e la disciplina delle truppe. Il valore dei Goti fu con tanta perizia diretto dal genio di Fritigerno, che in uno stretto e vigoroso attacco rupper le file delle Legioni Romane. Lupicino abbandonò le armi e le insegne, i Tribuni ed i più bravi soldati che aveva, nel campo di battaglia; ed il loro inutil coraggio non servì che a proteggere la vergognosa fuga del Capitano. «Quel fortunato giorno pose fine alle angustie dei Barbari ed alla sicurezza de' Romani; da quel giorno in poi rinunziando i Goti alla precaria condizione di esuli e di stranieri, assunsero il carattere di cittadini e di padroni, s'attribuirono un assoluto dominio sopra i possessori delle terre, e ritennero in lor potere le province Settentrionali dell'Impero, che hanno per confine il Danubio». Tali son le parole d'un Istorico Goto[376], che celebra con rozza eloquenza la gloria dei suoi nazionali. Ma i Barbari non esercitarono il loro dominio, che ad oggetto di predare o di distruggere. Poichè i Ministri dell'Imperatore gli avean privati dei benefizi comuni di natura, e del libero commercio della vita sociale, vendicarono essi tale ingiustizia contro i sudditi dell'Impero, e furono espiati i delitti di Lupicino con la rovina dei pacifici agricoltori della Tracia, coll'incendio dei loro villaggi e con la strage o la schiavitù delle innocenti loro famiglie. Tosto si sparse nei luoghi vicini la nuova della vittoria dei Goti; e riempiendo essa di terrore e di sconcerto gli animi dei Romani, la precipitosa loro imprudenza contribuì ad accrescer le forze di Fritigerno e le calamità della provincia. Qualche tempo avanti questa grand'emigrazione, era stato ricevuto sotto la protezione ed al servizio dell'Impero un numeroso corpo di Goti condotti da Suerido e da Colia[377]. Erano questi accampati sotto le mura d'Adrianopoli; ma i ministri di Valente desideravano ansiosamente di mandarli di là dall'Ellesponto per allontanarli dalla pericolosa tentazione, a cui potevano sì facilmente esser soggetti per la vicinanza ed il buon successo dei lor nazionali. La rispettosa sommissione, con la quale acquietaronsi all'ordine della loro marcia, avrebbe potuto considerarsi come una prova della lor fedeltà; e la moderata richiesta, che fecero d'un sufficiente sussidio di provvisioni e della dilazione di soli due giorni fu espressa nei termini più doverosi. Ma il primo Magistrato di Adrianopoli, irritato per causa di alcuni disordini commessi nella sua villa, negò di compiacergli, ed armando contro di loro gli abitanti e gli artefici di una popolata città, insistè con ostili minacce nell'immediata loro partenza. I Barbari si rimasero in silenzio e sospesi, finattanto che non furono esacerbati dagl'insultanti clamori e da' dardi della plebaglia; ma stancata che fu la loro pazienza o non curanza, scagliaronsi contro l'indisciplinata moltitudine, percossero con molte vergognose ferite i dorsi dei fuggitivi loro nemici, e gli spogliarono delle splendide armi[378], che erano indegni di portare. La somiglianza delle offese e delle azioni presto riunì questo vittorioso distaccamento alla nazione dei Visigoti; le truppe di Colia e di Suerido aspettarono l'arrivo del gran Fritigerno, si raccolsero sotto i suoi stendardi, e segnalarono il loro ardore nell'assedio di Adrianopoli. La resistenza però della guarnigione fece conoscere ai Barbari che nell'attacco delle regolari fortificazioni rare volte hanno effetto gli sforzi d'un imperito coraggio. Il lor Generale conobbe l'errore, levò l'assedio, e dichiarò «d'essere in pace con le mura di pietra[379],» e si vendicò del mancato colpo sull'addiacente campagna. Egli accettò con piacere l'utile rinforzo degl'indurati lavoratori, che scavavano le miniere d'oro della Tracia[380] per vantaggio e sotto la sferza d'un insensibil padrone[381]; e questi nuovi compagni condussero i Barbari per segreti sentieri ai luoghi più remoti, che erano stati scelti per porre in sicuro gli abitanti, le bestie ed i magazzini di grano. Coll'aiuto di tali guide, niente rimase nascosto o inaccessibile; era fatale la resistenza, la fuga ineseguibile, e la paziente sommissione della disperata innocenza rare volte trovava pietà nei Barbari conquistatori. Nel corso di tali depredazioni si restituirono agli abbracciamenti degli afflitti genitori in gran numero i figli dei Goti, che erano stati venduti per ischiavi, ma questi teneri incontri, che avrebbero dovuto ravvivare nei loro animi e far loro gustare qualche sentimento di umanità, non tendevano che a stimolare la nativa loro fierezza col desiderio della vendetta. Essi con grande attenzione prestavano orecchio ai lamenti dei loro figli, che nella schiavitù avean sofferto le più crudeli indegnità dalle licenziose o ardenti passioni dei loro padroni; ed usavan le medesime crudeltà, gli stessi indegni trattamenti con gran rigore verso i figli e le figlie dei Romani[382].
A. 377
L'imprudenza di Valente e dei suoi ministri aveva introdotto nel cuor dell'Impero un popolo di nemici; pure si sarebber potuti riconciliare gli animi dei Visigoti mediante un'ingenua confessione dei passati errori, ed un sincero adempimento degli antichi trattati. Sembrava che tali salutari e moderate provvisioni fosser coerenti alla timida disposizione del Monarca orientale; ma in questa sola occasione Valente fece il bravo, e tale inopportuna bravura tornò fatale a lui stesso ed a' sudditi. Ei dichiarò la sua intenzione di marciare da Antiochia a Costantinopoli per reprimere quella pericolosa ribellione; e siccome conosceva le difficoltà dell'impresa, sollecitò l'assistenza dell'Imperatore Graziano suo nipote, che comandava le forze dell'Occidente. Si richiamarono in fretta dalla difesa dell'Armenia le truppe veterane; abbandonossi alla discrezione di Sapore quell'importante frontiera; e fu affidata, nell'assenza di Valente, l'immediata condotta della guerra Gotica a' suoi Luogotenenti Traiano e Profuturo, Generali che nutrivano una favorevole e ben falsa opinione della loro abilità. Arrivati che furono nella Tracia s'unì ad essi Ricomero, Conte dei domestici, e gli ausiliari dell'Occidente, che marciavano sotto la sua bandiera, sostenevano le legioni Galliche, ridotte però da uno spirito di diserzione a vane apparenze di forza e di numero. In un consiglio di guerra, nel quale influiva più l'orgoglio che la ragione, fu risoluto di cercare ed affrontare i Barbari, che stavano accampati nei fertili e spaziosi prati vicino alla più meridionale delle sei bocche del Danubio[383]. Il loro campo era circondato dalla solita fortificazione de' carri[384]; ed i Barbari, sicuri dentro il vasto cerchio di quel recinto, godevano i frutti del loro valore e le spoglie della Provincia. In mezzo alla disordinata intemperanza, il vigilante Fritigerno osservava i movimenti, e penetrava i disegni dei Romani. Egli si accorse che il numero de' nemici andava sempre crescendo; e siccome conobbe l'intenzione che avevano d'attaccar la sua retroguardia, subito che la mancanza del cibo lo costringesse a muovere il campo, richiamò i suoi predatorj distaccamenti, che occupavano l'addiacente campagna. Appena scuoprirono essi i concertati fuochi[385], che obbedirono con incredibile prestezza al segnale del lor Capitano; il campo fu ripieno d'una marzial folla di Barbari; le impazienti lor grida chiedevano la battaglia, e quel tumultuario zelo fu approvato ed animato dallo spirito dei loro Capi. Era già molto avanzata la sera; e le due armate si prepararono al combattimento, che fu differito soltanto fino allo spuntare del nuovo giorno. Mentre le trombe incitavano alle armi, fu invigorito l'indomito coraggio dei Goti dalla reciproca obbligazione d'un solenne giuramento; e nell'avanzarsi che facevano incontro al nemico, i rozzi cantici, che celebravano la gloria dei loro maggiori, eran mescolati con dissonanti e feroci strida, che s'opponevano all'artificiosa armonia delle acclamazioni Romane. Fritigerno dimostrò qualche perizia militare nel guadagnar che fece il vantaggio d'una dominante altura; ma la sanguinosa pugna, che principiò e finì col giorno, si mantenne da ambe le parti mediante i personali ed ostinati sforzi di robustezza, di valore e d'agilità. Le legioni dell'Armenia sostennero la loro fama nelle armi; ma furono oppresse dall'irresistibile peso della moltitudine dei nemici; fu posta in disordine l'ala sinistra dei Romani, ed i loro corpi, tagliati a pezzi, restarono sparsi nel campo. Questa particolare disfatta, per altro, fu bilanciata da un particolar successo; e quando i due eserciti ad un'ora tarda della sera si ritirarono ai respettivi lor campi, niuno di loro potè vantare gli onori o gli effetti di una decisiva vittoria. La perdita reale fu più sensibile pe' Romani a cagione della piccolezza del loro numero; ma i Goti restarono tanto confusi e sconcertati per questa vigorosa e forse inaspettata resistenza, che rimasero sette giorni dentro le loro fortificazioni. Ad alcuni uffiziali di grado distinto furono piamente fatte quelle ceremonie funebri, che permettevan le circostanze del tempo e del luogo; ma l'indistinto volgo fu lasciato insepolto sul campo. Ne fu avidamente divorata la carne dagli uccelli di rapina, che in quel tempo godevano di molto frequenti e deliziosi pasti, e molti anni dopo le bianche o nude ossa, che cuoprivano l'ampia estensione dei campi, presentarono agli occhi d'Ammiano un terribile monumento della battaglia di Salice[386].
S'era interrotto il progresso dei Goti dal dubbioso evento di questa sanguinosa giornata; ed i Generali dell'Imperatore, il cui Esercito sarebbe rimasto distrutto da un'altra battaglia di simil fatta, adottarono il più ragionevole disegno di rovinare i Barbari per mezzo dei bisogni e delle strettezze della stessa loro moltitudine. Si preparavano essi a confinare i Visigoti nell'angusto angolo di terra, che è fra il Danubio, il deserto della Scizia ed il monte Emo, finattantochè insensibilmente se ne consumasse la forza e lo spirito dall'inevitabile azion della fame. Fu eseguito il disegno con qualche condotta ed effetto; i Barbari avevan quasi dato fondo ai lor magazzini ed ai ricolti del paese; e la diligenza di Saturnino, Generale di cavalleria, si impiegava in accrescer la forza, e ristringere l'estensione delle fortificazioni Romane. Furono però interrotte le sue fatiche dall'inquietante notizia, che nuovi sciami di Barbari aveano passato il non difeso Danubio, affine o di sostenere la causa o d'imitar l'esempio di Fritigerno. La giusta apprensione di potere egli stesso venir circondato ed oppresso dalle armi di ostili ed ignote nazioni, obbligò Saturnino ad abbandonare l'assedio del campo de' Goti; ed essi nell'uscire sdegnati dal confino in cui erano, saziaron la fame e la vendetta loro con la replicata devastazione della fertil campagna, che s'estende più di trecento miglia dalle rive del Danubio fino allo stretto dell'Ellesponto[387]. L'accorto Fritigerno si era fortunatamente applicato a secondar le passioni e l'interesse dei Barbari suoi alleati; e l'amore della rapina e l'odio di Roma favorirono o prevennero l'eloquenza de' suoi ambasciatori. Egli strinse una forte e vantaggiosa alleanza col gran corpo de' suoi nazionali, che obbediva ad Alateo ed a Safrace, custodi del fanciullo loro Sovrano; il sentimento del comune loro interesse fece sospendere la lunga animosità delle rivali tribù; si associò sotto un solo stendardo la parte indipendente della nazione; e sembra che i Capitani degli Ostrogoti cedessero al superior genio del Generale de' Visigoti. Ottenne il formidabile aiuto dei Taifali, la militar fama dei quali era disonorata e avvilita dalla pubblica infamia dei domestici loro costumi. Ogni giovane, all'entrar che faceva nel Mondo, era unito con vincoli di onorevole amicizia e di brutale amore a qualche guerriero della tribù; nè sperar potea di restar libero da questa non natural connessione, finattantochè non avesse provata la sua virilità coll'uccidere da solo a solo un grand'orso o un selvaggio cignale[388]. Ma i più potenti ausiliari dei Goti si trassero dal campo di quegli stessi nemici, che gli avevano espulsi dalle native lor sedi. La libera subordinazione, ed i vasti territorj degli Unni e degli Alani differivano le conquiste, e dividevano i consigli di quei popoli vittoriosi. Più Orde furono allettate dalle generose promesse di Fritigerno, e la rapida cavalleria della Scizia aggiunse peso ed energia ai costanti e valorosi sforzi dell'infanteria Gotica. I Sarmati, che non la poteron mai perdonare al successore di Valentiniano, goderono della general confusione, e l'accrebbero; ed un'opportuna irruzione degli Alemanni nelle Province della Gallia impegnò l'attenzione e divertì le forze dell'Imperator d'Occidente[389].