Uno dei più gravi danni, che si risentisse dall'introduzione de' Barbari nell'esercito e nel palazzo, fu la corrispondenza che tenevano coi nemici lor nazionali, ai quali o per imprudenza o per malizia manifestavano la debolezza dell'Impero Romano. Un soldato della guardia del corpo di Graziano era di nazione Alemanno e della tribù dei Lenziensi, che abitavano di là dal lago di Costanza. Alcuni affari domestici l'obbligarono a domandar licenza d'assentarsi. In una breve visita, che fece alla famiglia ed ai suoi amici, fu esposto alle curiose loro interrogazioni; e la vanità del loquace soldato tentollo a spiegar l'intima cognizione che aveva dei segreti di Stato e dei disegni del suo Signore. La notizia, che Graziano si preparava a condurre le forze militari della Gallia e dell'Occidente in soccorso di Valente suo zio, additò all'inquieto spirito degli Alemanni il momento ed il modo di fare una felice invasione. L'impresa di alcuni piccoli distaccamenti, che nel mese di Febbraio passarono il Reno sul ghiaccio, fu preludio d'una più importante guerra. Le audaci speranze di preda, e forse di conquista, vinsero le riflessioni della timida prudenza o della fedeltà nazionale. Ogni foresta, ogni villaggio somministrò una truppa di forti avventurieri, e la grand'armata degli Alemanni, che al suo avvicinarsi fu dal timore del popolo considerata di quarantamila soldati, venne in seguito amplificata sino a settantamila dalla vana e credula adulazione della Corte Imperiale. Le legioni, alle quali si era ordinato di marciare nella Pannonia, furono immediatamente richiamate o ritenute per la difesa della Gallia; il comando militare fu diviso fra Nanieno e Mellobaude; e sebbene il giovane Imperatore rispettasse la lunga esperienza e la sobria saviezza del primo, era però più inclinato ad ammirare e seguire il marziale ardore del suo compagno, al quale si permetteva di riunire in sè gl'incompatibili caratteri di Conte dei domestici e di Re dei Franchi. Priario, Re degli Alemanni, rivale di lui, era guidato o piuttosto spinto dall'istesso ostinato valore; e poichè le loro truppe erano animate dallo spirito dei condottieri, s'incontrarono, si videro e s'attaccarono fra loro vicino alla città d'Argentaria o Colmar[390] nelle pianure dell'Alsazia. Fu giustamente attribuita la gloria di tal giornata alle armi da lanciare ed alle ben eseguite evoluzioni dei soldati Romani: gli Alemanni, che lungamente si mantennero saldi, furono trucidati con instancabil furore; soli cinquemila Barbari si rifuggiaron nei boschi e nelle montagne: e la morte gloriosa del loro Principe sul campo di battaglia lo salvò dai rimproveri del popolo, che sempre è disposto ad accusar la giustizia o la condotta d'una guerra infelice. Dopo questa segnalata vittoria, che assicurava la pace della Gallia, e sosteneva l'onore delle armi Romane, l'Imperator Graziano finse di procedere immediatamente alla sua spedizione orientale; ma giunto a' confini degli Alemanni voltossi ad un tratto a sinistra, li sorprese coll'improvviso passaggio del Reno, ed arditamente avanzossi nel cuore del loro paese. I Barbari opposero al suo progresso gli ostacoli della natura e del coraggio; e continuarono sempre a ritirarsi da un colle all'altro, finattantochè dalle replicate prove restaron convinti della forza e della perseveranza dei loro nemici. Fu accettata la lor sommissione come un segno non già del sincero lor pentimento, ma dell'angustia, in cui allor si trovavano; e si volle dall'infedele nazione uno scelto numero di bravi e robusti loro giovani, come un pegno più sostanziale della futura loro moderazione. I sudditi dell'Impero, che avevano tante volte sperimentato che gli Alemanni non potevano esser soggiogati dalle armi, nè tenuti a freno dai trattati, non potevano promettersi alcuna solida e durevol tranquillità; ma nelle virtù del giovane loro Sovrano videro il prospetto di un lungo e prospero regno. Allorchè le legioni si rampicavano su pei monti, e scalavano le fortezze dei Barbari, si distingueva nelle prime file il valor di Graziano; e la dorata e variamente colorita armatura delle sue guardie era trafitta e lacerata dai colpi che avean ricevuti nel costante attaccamento alla persona del loro Sovrano. All'età di diciannove anni parve che il figlio di Valentiniano possedesse già i talenti della guerra e della pace; ed il suo personal successo contro gli Alemanni fu interpretato come un sicuro presagio dei Gotici suoi trionfi[391].

Mentre Graziano meritava e godeva l'applauso dei suoi sudditi, l'Imperator Valente, che avea finalmente mosso la sua Corte ed armata da Antiochia, fu ricevuto dal popolo di Costantinopoli come l'autore della pubblica calamità. Non erasi anche riposato dieci giorni nella Capitale, che dai licenziosi clamori dell'Ippodromo venne spinto a marciar contro i Barbari che aveva invitati nei suoi dominj; ed i cittadini, che sono sempre valorosi, quando son lontani dal pericolo reale, dichiaravano con sicurezza, che se fossero loro date le armi, avrebbero essi soli intrapreso di liberar la Provincia dalle devastazioni d'un insultante nemico[392]. I vani rimproveri d'un'ignorante moltitudine affrettarono la caduta del Romano Impero; questi provocarono la disperata imprudenza di Valente, che non trovava o nella propria riputazione o nel suo spirito motivo alcuno da sostener con fermezza il pubblico dispregio. Egli presto s'indusse pei felici successi dei suoi Luogotenenti a sprezzare il potere dei Goti, che mediante la diligenza di Fritigerno trovavansi allora uniti nelle vicinanze di Adrianopoli. Il valente Frigerido aveva intercettato la marcia dei Taifali; il Re di quei licenziosi Barbari era stato ucciso in battaglia; e gli schiavi supplichevoli erano stati mandati in un lontano esilio a coltivar le terre d'Italia, che furono assegnate loro nei territorj vacanti di Parma e di Modena[393]. Le azioni di Sebastiano[394], che di fresco erasi posto al servizio di Valente, ed era stato promosso al grado di Generale d'infanteria, erano vie più onorevoli ad esso e vantaggiose per la Repubblica. Egli ottenne la permissione di scegliere da ciascheduna legione trecento soldati, e questo separato distaccamento in breve acquistò lo spirito di disciplina e l'esercizio delle armi, che erano quasi dimenticati sotto il regno di Valente. Atteso il vigore e la condotta di Sebastiano, fu sorpreso nel proprio campo un grosso corpo di Goti, e l'immenso bottino, che ricuperossi dalle lor mani, empì la città d'Adrianopoli e le addiacenti pianure. Gli splendidi racconti, che fece il Generale delle sue imprese, inquietaron la Corte Imperiale per l'apparenza d'un merito superiore; e quantunque egli cautamente insistesse sopra le difficoltà della guerra Gotica, ne fu lodato il valore, e rigettato il consiglio; e Valente, che ascoltava con vanità e con piacere le adulatrici suggestioni degli eunuchi del palazzo, era impaziente d'assicurarsi la gloria d'una facile e sicura conquista. Il suo esercito fu invigorito da un numeroso rinforzo di veterani; e fu condotta la sua marcia da Costantinopoli ad Adrianopoli con tanta perizia militare, che prevenne l'attività dei Barbari, i quali avean disegnato d'occupare i passi di mezzo per intercettare o le truppe medesime o i convogli e le provvisioni di esse. Il campo, che Valente avea piantato sotto le mura d'Adrianopoli, fu, secondo l'uso dei Romani, fortificato con un fosso ed un recinto, e convocossi un importantissimo consiglio di guerra per decidere della sorte dell'Imperatore e dell'Impero. Vittore fortemente sostenne il partito più ragionevole della dilazione, avendo egli con l'esperienza corretto la natural fierezza del carattere Sarmatico, mentre Sebastiano con la pieghevole ed ossequiosa eloquenza di un Cortigiano, rappresentava ogni precauzione ed ogni misura, che contenesse qualche dubbio d'immediata vittoria, come indegna del coraggio e della maestà del loro invincibil Monarca. Fu precipitata la rovina di Valente dalle ingannevoli arti di Fritigerno, e dalle prudenti ammonizioni dell'Imperatore Occidentale. Il Generale dei Barbari era perfettamente informato dei vantaggi della negoziazione in mezzo alla guerra; e fu spedito un Ecclesiastico Cristiano, come sacro ministro di pace, per iscuoprire e render dubbiosi i consigli del nemico. Si esposero con forza e con verità le disgrazie non meno che le ingiurie della nazione Gotica dall'Ambasciatore, il quale si protestò in nome di Fritigerno, che egli era sempre disposto a deporre le armi o ad impiegarle solo in difesa dell'Impero, se assicurar poteva un tranquillo stabilimento a' vaganti suoi nazionali nelle terre incolte della Tracia, ed una sufficiente quantità di grano e di bestiame. Aggiunse però, in un segreto colloquio di confidenziale amicizia, che gli esacerbati Barbari erano alieni da tali ragionevoli condizioni, e che Fritigerno stava in dubbio se potesse condurre a fine la conclusione del trattato, qualora egli non si trovasse sostenuto dalla presenza e dal terrore di un esercito Imperiale. Verso l'istesso tempo tornò dall'Occidente il Conte Ricomero ad annunziar la disfatta e la sommissione degli Alemanni, a far sapere a Valente che il suo nipote avanzavasi con rapide marce alla testa delle veterane e vittoriose legioni della Gallia; ed a richiedere in nome di Graziano e della Repubblica, che si sospendesse qualunque passo pericoloso e decisivo, finattantochè la congiunzione dei due Imperatori assicurasse il buon successo della guerra Gotica. Ma sul debole Sovrano dell'Oriente non agivano che le illusioni fatali della gelosia e dell'orgoglio. Sdegnò l'importuno avviso; rigettò l'umiliante soccorso; segretamente paragonò l'ignominioso o almeno non glorioso corso del proprio regno con la fama di un giovane imberbe; e corse al campo per innalzarsi un immaginario trofeo, prima che la diligenza del suo collega potesse aver parte veruna nei trionfi della battaglia.

Il nove d'Agosto, giorno che ha meritato d'avere luogo fra i più malaugurati del calendario Romano[395], l'Imperator Valente, lasciato sotto una forte guardia il suo bagaglio e la cassa militare, si partì da Adrianopoli per attaccare i Goti, ch'erano accampati alla distanza di circa dodici miglia dalla città[396]. Per qualche sbaglio degli ordini, o per l'ignoranza del luogo, l'ala destra, o la colonna di cavalleria giunse a vista del nemico, mentre la sinistra era sempre in una considerabil distanza; i soldati furon costretti nell'affannoso caldo della state ad affrettare il passo; e si formò la linea di battaglia con un tedioso disordine ed una irregolar dilazione. S'era distaccata la cavalleria Gotica per cercar foraggio nelle vicine campagne; e Fritigerno tuttavia continuava a praticare i soliti suoi artifizi. Spedì egli dei Messaggieri di pace, fece proposizioni, richiese ostaggi, e consumò il tempo a tal segno, che i Romani, esposti senza riparo ai cocenti raggi del sole, restarono esausti dalla sete, dalla fame e dall'intollerabil fatica. L'Imperatore si indusse a mandare un Ambasciatore nel campo Gotico: fu applaudito lo zelo di Ricomero, che solo ebbe il coraggio d'accettare questa pericolosa commissione; ed il Conte dei domestici, adornato con le splendide insegne della sua dignità, erasi già qualche tratto avanzato fra le due armate, quando fu improvvisamente richiamato indietro dal suono della battaglia. Fu fatto il precipitoso ed imprudente attacco da Bacurio l'Ibero, che comandava un corpo di arcieri e di targettieri; ed in quella guisa che s'avanzarono temerariamente, ritiraronsi ancora con perdita e con vergogna. Nel momento stesso gli squadroni volanti di Alateo e di Safrace, dei quali ansiosamente s'aspettava l'arrivo dal Generale dei Goti, scenderono come un turbine dalle montagne, attraversarono il piano, ed aggiunsero nuovi terrori al tumultuario, ma irresistibile incontro dell'esercito Barbaro. In poche parole si può descriver l'evento della battaglia d'Adrianopoli, sì fatale a Valente ed all'Impero. La cavalleria Romana si diede alla fuga; l'infanteria restò abbandonata, circondata e tagliata a pezzi. Le più abili evoluzioni, il più fermo coraggio appena son sufficienti a distrigare un corpo d'infanteria, circondato in un piano aperto da un maggior numero di cavalli; ma le truppe di Valente, oppresse dal peso dei nemici e dei propri lor timori, si trovavano strette in un piccolo spazio, dov'era per loro impossibile d'estender le file, o anche di servirsi con effetto delle spade e dei giavellotti. In mezzo al tumulto, alla strage ed al disordine, l'Imperatore, abbandonato dalle sue guardie e ferito, come si suppone, da un dardo, cercò rifugio fra i Lancearj ed i Mattiarj, che tuttavia mantenevano il loro posto con qualche apparenza d'ordine e di fermezza. I fedeli Generali, Traiano e Vittore, che videro il suo pericolo, altamente gridarono che era tutto perduto, se non si poteva salvar la persona dell'Imperatore. Alcune truppe, animate dalle loro esortazioni, s'avanzarono in soccorso di lui; ma non trovarono che un sanguinoso tratto di terra, coperto di un mucchio di armi spezzate e di laceri corpi, senza potere scuoprir l'infelice lor Principe nè fra i vivi nè fra i morti. Infatti non potevano essi trovarlo, se vere sono le circostanze, con le quali hanno alcuni Storici riferito la morte dell'Imperatore. La cura de' suoi ministri condusse Valente dal campo di battaglia in una vicina capanna, dove procuravasi di medicare la sua ferita e di provvedere alla futura salvezza di lui. Ma fu ad un tratto circondato dai nemici quest'umile asilo; tentarono essi di forzarne la porta; ma, provocati da una scarica di dardi scagliati dal tetto, ed impazienti di più indugiare, misero fuoco ad un mucchio di secche legna, e distrussero la capanna insieme coll'Imperatore ed i suoi famigliari. Valente perì nelle fiamme, e non iscampò che un sol giovane, il quale saltando dalla finestra contò la trista novella, ed informò i Goti dell'inestimabile preda, che avevan perduto per causa della loro inconsideratezza. Nella battaglia d'Adrianopoli perì un gran numero di prodi e distinti Uffiziali, ed essa uguagliò nell'effettiva perdita, e molto sorpassò nelle fatali conseguenze la disgrazia, che Roma una volta soffrì nei campi di Canne[397].

Si trovarono fra i morti due Generali della cavalleria e della infanteria, due grand'Uffiziali del palazzo e trentacinque Tribuni, e la morte di Sebastiano mostrò al Mondo che se egli fu l'autore, fu pure la vittima della pubblica calamità. Fu distrutto per più di due terzi l'esercito Romano, e le tenebre della notte vennero tenute per molto propizie, come quelle che servirono a coprire la fuga della moltitudine, ed a proteggere la più ordinata ritratta di Vittore e di Ricomero, che soli, in mezzo alla generale costernazione, mantennero il vantaggio di un tranquillo valore e di una regolar disciplina[398].

Mentre erano ancora fresche nelle menti degli uomini le impressioni del dolore e dello spavento, l'oratore più celebre di quel tempo compose l'orazione funebre d'un esercito superato e d'un odioso Principe, il trono del quale era già stato occupato da uno straniero. «Non mancan persone (dice l'ingenuo Libanio) che incolpano la prudenza dell'Imperatore, o che attribuiscono la pubblica disgrazia al difetto di coraggio e di disciplina nelle truppe. Quanto a me, io venero la memoria delle lor precedenti azioni; venero la gloriosa morte, che valorosamente soffrirono, stando salde e combattendo nei loro posti: venero il campo di battaglia, asperso del sangue loro e di quello dei Barbari. Questi onorevoli segni sono già stati cancellati dalle piogge; ma i superbi monumenti delle ossa loro, di quelle dei generali, dei centurioni e de' valenti soldati meritano una più lunga durata. Il Sovrano medesimo pugnò e cadde nelle prime file dell'esercito. I suoi famigliari gli presentarono i più veloci destrieri della stalla Imperiale, che presto l'avrebbero liberato dalla persecuzion del nemico; essi lo stimolarono in vano a conservare l'importante sua vita pel futuro servigio della Repubblica. Ei fu costante nella protesta d'essere indegno di sopravvivere a tanti de' più valorosi e fedeli suoi sudditi; ed il Monarca restò nobilmente sepolto sotto un monte di uccisi. Non vi sia dunque chi ardisca d'attribuir la vittoria dei Barbari al timore, alla debolezza o alla imprudenza delle truppe Romane. I Capitani ed i soldati animati furono dal valore dei loro maggiori, de' quali uguagliavan la disciplina e l'arte militare. La generosa loro emulazione fu sostenuta dall'amore della gloria, che li pose in istato di contendere nel tempo istesso con la fame e con la sete, col ferro e col fuoco, ed a volentieri abbracciare una morte onorata, come un refugio contro la fuga e l'infamia. Lo sdegno degli Dei è stata la sola cagione del buon successo dei nostri nemici». La verità dell'istoria può disapprovar qualche parte di questo panegirico, che a rigore non si può conciliare col carattere di Valente o con le circostanze della battaglia; è dovuta però la più giusta lode all'eloquenza, e molto più alla generosità del Sofista d'Antiochia[399].

Si esaltò l'orgoglio de' Goti per questa memorabile vittoria, ma restò sconcertata la loro avidità dalla mortificante scoperta, che la più ricca porzione delle spoglie Imperiali era stata riposta dentro le mura di Adrianopoli. Essi affrettaronsi a godere il premio del lor valore; ma s'opposero loro i residui d'un vinto esercito con intrepida fermezza, che fu l'effetto della disperazione e l'unica speranza che avessero di salute. Le mura della città, ed i ripari del campo addiacente, furono guerniti di macchine militari, che scagliavano pietre d'enorme peso, e spaventavano gl'ignoranti Barbari più con lo strepito e con la velocità, che coll'effetto reale della scarica. S'erano uniti nel pericolo e nella difesa i soldati, i cittadini, i provinciali e i domestici del palazzo; tornò rispinto il furioso assalto de' Goti; le segrete loro arti di perfidia e di tradimento furono scoperte; e dopo un ostinato combattimento di più ore, si ritirarono alle loro tende, convinti per esperienza, che sarebbe stato migliore partito per essi l'osservare il trattato, che il sagace lor Condottiero aveva tacitamente stipulato con le fortificazioni delle grandi e popolate città. Dopo il precipitoso e non politico macello di trecento disertori, atto di giustizia sommamente utile alla disciplina degli eserciti Romani, i Goti levarono sdegnati l'assedio d'Adrianopoli. Lo spettacolo della guerra e del tumulto si convertì ad un tratto in un tacito orrore solingo; immediatamente sparì la moltitudine; i segreti sentieri de' boschi, e de' monti eran segnati dalle vestigia de' fuggitivi tremanti, che cercavan rifugio nelle distanti città dell'Illirico e della Macedonia; ed i fedeli ministri della casa e del tesoro Imperiale cautamente andavano in cerca dell'Imperatore, del quale tuttora ignoravan la morte. La corrente dell'inondazione Gotica scorse dalle mura d'Adrianopoli fino ai sobborghi di Costantinopoli. I Barbari furon sorpresi dallo splendido aspetto della capitale dell'Oriente, dall'altezza ed estension delle mura, dalle migliaia di ricchi e spaventati cittadini, che coronavano i forti, e dalla varia veduta della terra e del mare. Nel tempo, che stavano ammirando con inutile desiderio le inaccessibili bellezze di Costantinopoli, una truppa di Saracini[400], che fortunatamente s'erano arruolati al servigio di Valente, fece una sortita da una porta della città. La cavalleria della Scizia dovè cedere alla mirabil velocità ed al brio de' cavalli Arabi; quelli che li cavalcavano erano abili nell'evoluzioni della guerra irregolare; ed i Barbari settentrionali restarono attoniti e sconcertati dall'inumana ferocia de' Barbari del Mezzodì. Un soldato Gotico, essendo stato ucciso dal pugnale d'un Arabo, il chiomato e nudo selvaggio, ponendo le labbra alla ferita di esso, esprimeva un orribil diletto nel succiar che faceva il sangue del vinto di lui nemico[401]. L'armata Gotica, carica delle spoglie de' ricchi sobborghi e del territorio addiacente, con lentezza si mosse dal Bosforo verso i monti, che formano il confine Occidentale della Tracia. Fu abbandonato l'importante passo di Succi dal timore o dalla mala condotta di Mauro; ed i Barbari, che non avevano più da temere alcuna resistenza dalle disperse e vinte truppe dell'Oriente, si diffusero sulla superficie d'una fertile e coltivata regione, sino ai confini dell'Italia e del mare Adriatico[402].

A. 378-379

I Romani, che narrano con tanta freddezza e brevità gli atti di giustizia esercitati dalle legioni[403], riservano la lor pietà ed eloquenza per le angustie, che soffrirono essi, allorchè le Province furono invase e desolate dalle armi fortunate de' Barbari. La semplice ben circostanziata istoria (se pure una tal istoria esistesse) della rovina d'una sola città, delle disgrazie d'una sola famiglia[404] potrebbe rappresentare un'interessante ed istruttiva pittura de' costumi umani; ma la tediosa ripetizione di vaghi e declamatori lamenti stancherebbe l'attenzione del più paziente lettore. Si può applicare la stessa censura, quantunque forse non in grado uguale agli scrittori sì profani che ecclesiastici di quegl'infelici tempi, vale a dire che i loro animi erano accesi da una religiosa e volgare animosità, e che s'alterava la vera grandezza e il colore di ogni oggetto dall'esagerazioni della corrotta loro eloquenza. Potè l'ardente Girolamo[405] deplorar con ragione le calamità apportate da' Goti, e da' Barbari loro alleati nel nativo suo paese della Pannonia e nella vasta estensione delle Province, che sono fra le mura di Costantinopoli e il piè delle alpi Giulie; le rapine, le stragi, gl'incendi, e sopra tutto la profanazion delle Chiese, che si convertirono in stalle, e l'irriverente trattamento delle reliquie de' Santi Martiri. Ma il Santo si lascia trasportare oltre i confini della natura e dell'istoria, quando asserisce «che non rimase in quelle deserte regioni altro che il cielo e la terra; che distrutte le città ed estirpata la razza umana, il suolo era tutto ingombrato da folte selve e d'inestricabili boschi; e che s'adempiva la universal desolazione, annunziata dal Profeta Sofonia, nella scarsità delle bestie, degli uccelli e fino de' pesci». Si esposero tali querele circa vent'anni dopo la morte di Valente; e le Province Illiriche, le quali furono sempre soggette all'invasione ed al passaggio de' Barbari, continuarono dopo un calamitoso corso di dieci secoli a somministrar nuovi materiali di rapina e di distruzione. Quand'anche si potesse supporre, che un ampio tratto di paese fosse lasciato inculto e senz'abitanti, le conseguenze di ciò non avrebber potuto essere tanto fatali alle inferiori produzioni dell'animata natura. Gli utili e deboli animali, che si nutriscon dalla mano degli uomini, posson soffrire e distruggersi, qualora sieno privati della lor protezione; ma le bestie della foresta, nemiche o vittime dell'uomo, si debbon piuttosto moltiplicare nel libero e non disturbato possesso de' solitari loro dominj. Le varie tribù, che popolano l'aria o l'acqua, sono anche meno connesse colla sorte della specie umana; ed è molto probabile, che i pesci del Danubio dovessero sentire maggior terrore ed angustia dall'avvicinarsi loro un vorace luccio, che dalle ostili scorrerie d'un'armata di Goti.

A. 378

Per quanto fosse stato grande il numero delle calamità dell'Europa, v'era motivo di temere che in breve le stesse disgrazie s'estenderebbero alle pacifiche regioni dell'Asia. I figli de' Goti erano stati giudiziosamente distribuiti per le città dell'Oriente; e si erano impiegate le cure dell'educazione per vincere ed ingentilire la nativa fierezza della loro indole. Nello spazio di circa dodici anni era continuamente cresciuto il lor numero; ed i fanciulli, che nella prima emigrazione erano stati mandati sopra l'Ellesponto, avevano acquistato con rapido avanzamento la forza e lo spirito di una perfetta virilità[406]. Era impossibile di impedir che sapessero gli eventi della guerra Gotica; e siccome quegli arditi giovani non aveano studiato il linguaggio della dissimulazione, dimostravano il desiderio, la brama, e forse l'intenzione, che avevano, d'emulare il glorioso esempio de' loro padri. Pareva che il pericolo di que' tempi giustificasse i gelosi sospetti dei Provinciali; e furono ammessi tali sospetti come indubitabili prove, che i Goti dell'Asia formato avessero una segreta e pericolosa cospirazione contro la pubblica sicurezza. La morte di Valente avea lasciato l'Oriente senza Sovrano; e Giulio, che occupava l'importante posto di General delle truppe con un'alta riputazione di diligenza e d'abilità, si credè in dovere di consultare il Senato di Costantinopoli, che nella vacanza del Trono si considerava da esso, come l'assemblea rappresentante della nazione. Appena ebbe ottenuto la libera facoltà di operare come giudicava espediente pel bene della Repubblica, che convocò i primi uffiziali, e segretamente concertò i mezzi opportuni per eseguire il sanguinario suo disegno. Fu immediatamente pubblicato un ordine, che in un dato giorno si unisse la Gioventù Gotica nelle città capitali delle respettive loro Province; e siccome si fece a bella posta spargere una voce, che si convocavano per dar loro un liberal donativo di terre e di danaro, la piacevole speranza mitigò il furore del loro sdegno, e forse sospese i moti della cospirazione. Nel giorno determinato tutta la gioventù Gotica fu diligentemente raccolta senz'armi in una piazza; le strade ed i passi della medesima erano occupati dalle truppe Romane, ed i tetti delle case coperti di arcieri e frombolieri. In tutte le città dell'Oriente fu dato alla medesima ora il segnale dell'indistinto macello; e la crudel prudenza di Giulio liberò le Province dell'Asia da un domestico nemico, che in pochi mesi avrebbe potuto portare il ferro ed il fuoco dall'Ellesponto all'Eufrate[407]. L'urgente considerazione della sicurezza pubblica può senza dubbio autorizzare la violazione di ogni legge positiva. Ma fino a qual segno questa od altra simil considerazione possa valere a disciogliere le naturali obbligazioni d'umanità e di giustizia, è dessa una dottrina, che io desidero di sempre ignorare.