Le avventure di questa rivoluzione si succederono con tanta rapidità, che sarebbe stato impossibile per Teodosio di marciare in aiuto del suo benefattore, prima di ricever notizia della disfatta e della morte di esso. Nel tempo che un sincero dispiacere o un ostentato lutto occupava l'Imperatore Orientale, arrivò alla sua Corte il principal Ciamberlano di Massimo; e la scelta d'un venerabile vecchio per un uffizio, che ordinariamente si esercitava da Eunuchi, annunziò alla Corte di Costantinopoli la gravità e la temperanza dell'usurpatore Britannico. L'ambasciatore condiscese a giustificare o scusar la condotta del suo Signore, ed a protestare in uno specioso linguaggio, che l'uccision di Graziano si era fatta senza saputa o consenso di lui dal precipitoso zelo dei soldati. Ma procedè ad offerire a Teodosio, in un fermo ed ugual tuono, l'alternativa della pace o della guerra. Il discorso dell'ambasciatore terminò con un'animosa dichiarazione, che quantunque Massimo, e come Romano e come padre del proprio popolo, avrebbe voluto piuttosto impiegar le proprie forze nella comun difesa della Repubblica, pure trovavasi armato e pronto, qualora si fosse rigettata la sua amicizia, a disputare in un campo di battaglia l'Impero del Mondo. Si richiedeva una perentoria ed immediata risposta; ma era sommamente difficile per Teodosio il soddisfare, in quest'importante occasione o ai sentimenti dell'animo suo o all'espettazione del pubblico. L'imperiosa voce dell'onore e della gratitudine altamente gridava per la vendetta. Egli ricevuto aveva il diadema Imperiale dalla liberalità di Graziano; la sua pazienza avrebbe confermato l'odioso sospetto, ch'ei fosse più profondamente mosso dalle antiche ingiurie che dalle recenti obbligazioni; e se accettava l'amicizia dell'assassino, pareva che fosse a parte ancor del delitto. Anche i principj della giustizia e del social interesse ricevuto avrebbero un fatal colpo dall'impunità di Massimo: e l'esempio d'una fortunata usurpazione poteva tendere a sciogliere l'artificial fabbrica del governo, e ad immergere un'altra volta l'Impero nei delitti e nelle miserie de' tempi trascorsi. Ma siccome i sentimenti di gratitudine e d'onore dovrebbero costantemente regolar la condotta d'un privato, così nella mente d'un Sovrano possono cedere al sentimento di più importanti doveri; e le massime tanto di giustizia che d'umanità debbon permettere che impunito resti un atroce delinquente, se un innocente popolo involgasi nelle conseguenze della sua pena. L'assassino di Graziano aveva usurpato, è vero, l'Imperio, ma attualmente ne possedeva le più bellicose Province; ma esaurito era l'Oriente dalle disgrazie, ed eziandio dal buon successo della guerra Gotica; e seriamente ci avea da temere, che, dopo che la vital forza della Repubblica si fosse consumata in una dubbiosa e distruttiva contesa, il debole vincitore fosse per restare una facile preda ai Barbari Settentrionali. Queste importanti riflessioni impegnaron Teodosio a dissimulare il suo sdegno, e ad accettar l'alleanza del tiranno. Ma stipulò, che Massimo si dovesse contentare di posseder le Province oltre le alpi. Il fratello di Graziano fu confermato ed assicurato nella sovranità dell'Italia, dell'Affrica e dell'Illirico occidentale; ed inserite furono nel trattato alcune onorevoli condizioni per conservar la memoria e le leggi del defunto Imperatore[457]. Secondo il costume di quel tempo, furono esposte alla venerazione del popolo le immagini dei tre Imperiali colleghi, nè dovrebbe leggermente supporsi, che nell'istante d'una solenne riconciliazione, Teodosio nutrisse un segreto disegno di tradimento e di vendetta[458].
A. 380
Il disprezzo di Graziano pei soldati Romani l'aveva esposto a' fatali effetti del loro sdegno. La sua profonda venerazione pel clero Cristiano riportò in premio l'applauso e la gratitudine d'un ceto potente, che in ogni tempo si è arrogato il privilegio di dispensare onori sì in terra che in Cielo[459]. I Vescovi Ortodossi piansero la sua morte e l'irreparabile loro perdita; ma furono ben presto consolati dal conoscere, che Graziano avea posto lo scettro dell'Oriente nelle mani d'un Principe, l'umile fede e fervente zelo del quale venivan sostenuti dallo spirito e dall'abilità d'un carattere più vigoroso. Fra' benefattori della Chiesa, la gloria di Teodosio è rivale della fama di Costantino. Se questo ebbe il vantaggio d'innalzar lo stendardo della croce, l'emulazione del suo successore s'acquistò il merito di soggiogar l'eresia d'Arrio, e d'abolire il culto degl'idoli nel Mondo Romano. Teodosio fu il primo Imperatore che fosse battezzato nella vera fede della Trinità. Quantunque fosse nato da una famiglia Cristiana, le massime o almeno la pratica di quel secolo il trassero a differire la ceremonia della sua iniziazione, finattantochè una seria malattia, che ne minacciò la vita verso il fine del primo anno del suo regno, l'avvertì del pericolo della dilazione. Avanti di riaprir la campagna contro i Goti, ricevè il sacramento del Battesimo[460] da Acolio, Vescovo ortodosso di Tessalonica[461]: ed appena l'Imperatore uscì dal sacro fonte, tutto acceso degli ardenti sentimenti di rigenerazione, dettò un solenne editto, che pubblicava la propria fede, e prescriveva la religione ai suoi sudditi: «È nostra volontà (tal è lo stilo Imperiale) che tutte le nazioni, governate dalla moderazione e clemenza nostra, costantemente aderiscano alla religione, che da S. Pietro fu insegnata ai Romani, che si è conservata dalla fedel tradizione, e che ora si professa dal Pontefice Damaso e da Pietro Vescovo d'Alessandria, uomo d'Apostolica Santità. Secondo la disciplina degli Apostoli e la dottrina del Vangelo, crediamo la sola Divinità del Padre, del Figliuolo, e dello Spirito Santo, sotto una Maestà uguale ed una pia Trinità. Autorizziamo i seguaci di questa dottrina ad assumere il titolo di Cristiani Cattolici; e siccome stimiamo, che tutti gli altri sieno stravaganti pazzi, li notiamo coll'infame nome di eretici, e dichiariamo che le lor conventicole non abbiamo più ad usurpare la rispettabil denominazione di Chiese. Oltre la condanna della divina giustizia, debbono aspettarsi di soffrir le severe pene, che la nostra autorità, guidata da celeste sapienza, crederà proprio d'infligger loro»[462]. La fede d'un soldato è comunemente il frutto dell'istruzione, piuttosto che della ricerca; ma siccome l'Imperatore teneva sempre fissi gli occhi su' termini visibili dell'ortodossia, ch'egli aveva sì prudentemente stabiliti, le religiose opinioni di lui non furono mai alterate dagli speciosi testi, dai sottili argomenti e dalle ambigue formule dei dottori Arriani. Una volta, in vero, dimostrò qualche debole inclinazione a conversare coll'eloquente e dotto Eunomio, che viveva in ritiro ad una piccola distanza da Costantinopoli; ma fu impedito il pericoloso congresso dalle preghiere dell'Imperatrice Flaccilla, che tremava per la salute del marito; e restò confermato l'animo di Teodosio, mediante un argomento teologico, adattato alla più rozza capacità. Egli aveva dato di fresco ad Arcadio, suo maggior figlio, il nome e gli onori d'Augusto; ed i due Principi stavano assisi sopra un magnifico trono a ricever l'omaggio de' loro sudditi. Un Vescovo, Anfilochio d'Icone, s'accostò al trono, e dopo d'aver salutato con la dovuta riverenza la persona del suo Sovrano, trattò il real giovanetto coll'istessa famigliar maniera, che avrebbe potuto usare verso un fanciullo plebeo. Il Monarca, irritato da tale insolente contegno, diede ordine, che tosto fosse cacciato dalla sua presenza quel rozzo Ministro. Ma nel tempo che le guardie lo spingevano verso la porta, il destro Polemico ebbe luogo d'eseguire il suo disegno, ad alta voce esclamando: «Tal è il trattamento, o Imperatore, che il Re del Cielo ha preparato a quegli empi, che affettano di venerare il Padre, ma negano di riconoscere l'uguale Maestà del divino suo Figlio». Teodosio immediatamente abbracciò il Vescovo d'Icone; e non dimenticò più l'importante lezione, che avea ricevuto da questa drammatica parabola[463].
Costantinopoli era la sede e la fortezza principale dell'Arrianesimo; e per il lungo spazio di quarant'anni[464] la fede de' Principi e dei Prelati, che dominavano nella Capitale dell'Oriente, fu rigettata nelle scuole più pure di Roma e d'Alessandria. La sede Archiepiscopale di Macedonia, che era stata macchiata di tanto sangue Cristiano, s'occupò successivamente da Eudosso e da Demofilo. Nella loro diocesi il vizio e l'errore godevano una libera introduzione da ogni provincia dell'Impero; le ardenti ricerche intorno alle controversie di religione somministravano un'occupazione di più all'affaccendata oziosità della Metropoli; e possiam prestar fede all'asserzione d'un intelligente osservatore che descrive, con qualche piacevolezza, gli effetti del loquace loro zelo: «Questa città (egli dice) è piena di artisti e di schiavi, che son tutti profondi Teologi, e predicano nelle botteghe e nelle strade. Se bramate che uno vi cambi una moneta, egli vuole informarvi della differenza tra il Padre ed il Figlio; se dimandate il prezzo d'un pane, vi si dà per risposta, che il Figlio è inferiore al Padre; e cercando voi se il bagno è all'ordine, la risposta è, che il Figlio fu fatto dal niente»[465]. Gli eretici di varie denominazioni vivevano in pace sotto la protezione degli Arriani di Costantinopoli, i quali procuravano d'assicurarsi l'attaccamento di quegli oscuri Settari, mentre abusavano con instancabil severità della vittoria che avevano ottenuto sopra i seguaci del Concilio Niceno. Nei parziali regni di Costanzo e di Valente, ai deboli residui degli Omousiani fu impedito il pubblico e privato esercizio di lor religione; ed è stato in patetico stile osservato, che il disperso gregge lasciavasi andar vagando senza pastore per le montagne o divorar dai lupi rapaci[466]. Ma poichè il loro zelo, invece d'esser vinto, traeva forza e vigore dall'oppressione, essi presero il primo momento d'imperfetta libertà, che si ripresentò loro per la morte di Valente, e formarono una regolar congregazione, sotto la condotta di Pastore Episcopale. Basilio e Gregorio Nazianzeno[467], ambidue nativi di Cappadocia, eran distinti sopra tutti i loro contemporanei[468] per la rara unione di profana eloquenza e d'ortodossa pietà. Questi Oratori, che arrivarono alle volte a paragonarsi da se stessi e dal Pubblico ai più celebri degli antichi Greci, erano uniti fra loro coi vincoli della più stretta amicizia. Essi avevan coltivato con uguale ardore i medesimi studi liberali nelle scuole d'Atene; s'erano ritirati con ugual divozione alla solitudine stessa nei deserti del Ponto; e pareva totalmente spenta ogni scintilla d'emulazione o d'invidia nei santi ed ingenui petti di Gregorio e di Basilio. Ma l'esaltazione di Basilio da una vita privata alla sede Archiepiscopale di Cesarea, scuoprì al Mondo, e forse a lui medesimo l'orgoglio del suo carattere; ed il primo favore, che egli condiscese a fare al suo amico, fu preso per un crudele insulto; e s'ebbe forse l'intenzione di farlo[469]. In vece d'impiegare i sublimi talenti di Gregorio in qualche utile e cospicuo posto, l'altiero Prelato scelse fra i cinquanta Vescovati della sua estesa provincia il miserabil villaggio di Sasima[470] senz'acqua, senza verzura, senza società, situato all'unione di tre pubbliche strade, e frequentato solo dal continuo passaggio di rozzi e clamorosi condottieri di carri. Gregorio si sottomise con ripugnanza a tal umiliante esilio; fu ordinato Vescovo di Sasima; solennemente però si protesta di non aver mai consumato il suo spiritual matrimonio con questa disgustante sposa. In seguito consentì a prendere il governo della nativa sua Chiesa di Nazianzo[471], di cui suo padre era stato Vescovo più di quarantacinque anni. Ma siccome conosceva bene di meritare un'altra udienza ed un altro teatro, accettò con lodevole ambizione l'onorevole invito, che gli fu fatto dal partito ortodosso di Costantinopoli. Arrivato che fu Gregorio nella Capitale, fu alloggiato in casa d'un pio e caritatevole congiunto; si consacrò agli usi del Culto religioso la stanza più grande, e le si diede il nome d'Anastasia per esprimere la risurrezione della Fede Nicena. Questo privato oratorio fu dipoi convertito in una magnifica Chiesa; e la credulità dei posteriori tempi era già disposta a dar fede ai miracoli ed alle visioni, che attestavano la presenza o almeno la protezione della Madre di Dio[472]. Il pulpito dell'Anastasia fu il teatro delle fatiche e dei trionfi di Gregorio Nazianzeno; e nello spazio di due anni egli provò tutte le spirituali avventure, che formano la prospera o contraria fortuna d'un Missionario[473]. Gli Arriani, provocati dall'ardire di tale impresa, rappresentavan la sua dottrina, come se avesse predicato tre distinte ed uguali Divinità; e la devota plebaglia veniva eccitata a sopprimere, con la violenza e col tumulto, le irregolari assemblee degli eretici Atanasiani. Uscì dalla cattedrale di S. Sofia un confuso mescuglio «di vili mendici che non meritavan pietà, di monaci che parevan satiri o capre, e di donne più terribili che altrettante Gezzabelle». Si aprirono a forza le porte dell'Anastasia; si fece o si tentò di fare gran danno con bastoni, con pietre e con tizzoni; e siccome nel tumulto restò ucciso un uomo, Gregorio, che la mattina seguente fu chiamato avanti al Magistrato, ebbe la soddisfazione di supporre che colui pubblicamente confessava il nome di Cristo. Dopo di essersi liberato dal timore e dal pericolo d'un nemico di fuori, la nascente sua Chiesa fu deturpata e lacerata da un'interna fazione. Uno straniero che aveva il nome di Massimo[474] e l'abito di filosofo Cinico, s'insinuò nella confidenza di Gregorio, l'ingannò, e fece abuso della favorevole opinione che questi aveva di lui; e formando un segreto accordo con alcuni Vescovi dell'Egitto, mediante una clandestina ordinazione tentò di soppiantare il suo protettore dall'Episcopal sede di Costantinopoli. Tali mortificazioni qualche volta poteron tentare il missionario di Cappadocia a desiderar l'oscura sua solitudine. Ma premiate ne furono le fatiche dall'accrescimento continuo della sua fama e della sua congregazione; ed ebbe il piacere d'osservare, che la maggior parte della numerosa sua udienza partiva dai suoi discorsi soddisfatta dell'eloquenza del predicatore[475], o mortificata per le molte imperfezioni della propria fede o morale[476].
A. 380
I Cattolici di Costantinopoli furono animati di lieta fiducia dal battesimo e dall'editto di Teodosio; ed aspettavano impazientemente gli effetti della sua graziosa promessa. Restaron ben presto soddisfatte le loro speranze; e l'Imperatore, appena ebbe finite le operazioni della campagna, fece il suo pubblico ingresso nella capitale alla testa di un vittorioso esercito. Il giorno dopo il suo arrivo, chiamò Damofilo alla sua presenza, e propose a quell'Arriano Prelato la dura alternativa o di sottoscrivere alla fede Nicena, o di rilasciar subito agli ortodossi credenti l'uso ed il possesso del palazzo Episcopale, della Cattedrale di S. Sofia, e di tutte le Chiese di Costantinopoli. Lo zelo di Damofilo, che in un santo cattolico si sarebbe giustamente applaudito, abbracciò senza esitare una vita di povertà e di esilio[477]; ed alla sua remozione immediatamente successe la purificazione della città Imperiale. Gli Arriani poterono con qualche apparenza di giustizia dolersi, che una piccola congregazione di settari dovesse usurpare le cento Chiese, ch'essi non eran sufficienti a riempire, mentre la maggior parte del popolo veniva crudelmente esclusa da ogni luogo di culto religioso. Teodosio fu sempre inesorabile: ma siccome gli Angeli, che difendevan la causa de' Cattolici, non eran visibili che agli occhi della fede, esso prudentemente invigorì quelle celesti legioni col più efficace aiuto delle armi temporali e corporee; e fu occupata la Chiesa di S. Sofia da un grosso corpo di guardie Imperiali. Se l'animo di Gregorio era suscettivo d'orgoglio, ei dovè sentire una ben viva soddisfazione, allorchè l'Imperatore lo condusse per le contrade in solenne trionfo, e con le proprie mani lo pose rispettosamente sulla sede Archiepiscopale di Costantinopoli. Ma il Santo, che non avea superato le imperfezioni dell'umana virtù, era profondamente mosso dal mortificante pensiero, che l'entrar, che ei faceva nell'ovile, era piuttosto da lupo che da pastore; che le armi lucenti, che circondavan la sua persona, eran necessarie alla sua salvezza; e ch'egli solo era l'argomento delle imprecazioni d'un gran partito, i cui individui come uomini e cittadini, era impossibile per esso di non curare. Vide l'innumerabil moltitudine di persone di ambedue i sessi e d'ogni età, che affollavasi per le strade, alle finestre e su' tetti delle case; udì la tumultuosa voce della rabbia, del cordoglio, dello stupore e della disperazione; e Gregorio confessa ingenuamente, che nel memorabil giorno della sua installazione, la Capital dell'Oriente avea l'apparenza d'una città presa d'assalto, e caduta nelle mani d'un Barbaro conquistatore[478]. Circa sei settimane dopo, Teodosio dichiarò la sua risoluzione di scacciare da tutte le Chiese dei propri Stati i Vescovi ed i Cherici, che avesser ostinatamente ricusato di credere o almeno di professar la dottrina del Concilio di Nicea. Sapore, suo Luogotenente, fu armato degli ampli poteri d'una legge generale, d'una special commissione e d'una forza militare[479]; e tal ecclesiastica rivoluzione fu condotta con tanto discernimento e vigore, che stabilissi la religione dell'Imperatore senza tumulto o spargimento di sangue in tutte le Province Orientali. Se si fosser lasciati sussistere gli scritti degli Arriani[480], conterrebbero essi forse la dolente storia della persecuzione, che afflisse la Chiesa sotto il regno dell'empio Teodosio; ed i patimenti dei santi lor confessori potrebbero eccitar la pietà del disappassionato lettore. Pure v'è motivo di supporre, che la violenza dello zelo e della vendetta in qualche modo restasse delusa dalla mancanza di resistenza; e che gli Arriani dimostrassero, nella loro avversità, fermezza molto minore di quella onde avea fatto prova il partito Cattolico sotto i regni di Costanzo e di Valente. Sembra che la condotta ed il moral carattere delle opposte Sette fosse regolato dai medesimi comuni principj di natura e di religione; ma si può por mente ad una circostanza assai materiale, che tendeva a distinguere i gradi della teologica loro fede. Ambe le parti, sì nelle scuole che nelle chiese, riconoscevano e veneravano la divina maestà di Cristo; e siccome noi siam sempre inclinati ad attribuire alla divinità i sentimenti e le passioni di noi medesimi, si poteva credere più prudente o rispettoso contegno quello di esagerare che di ristringere le adorabili perfezioni del Figlio di Dio. Il discepolo d'Atanasio esultava nella orgogliosa opinione d'essersi fatto un merito per ottenere il favor divino; laddove il seguace d'Arrio doveva esser tormentato dal segreto timore d'essere forse reo d'un'imperdonabile colpa, attesa la scarsa lode ed i parchi onori, ch'ei dava al Giudice dell'universo. Le opinioni dell'Arrianesimo potean soddisfare uno spirito freddo e speculativo; ma la dottrina del simbolo Niceno, raccomandata con la massima forza dai meriti della fede e della devozione, era molto più atta a divenir popolare, e ad aver buon successo in una credula età.
La speranza di trovare nelle assemblee del Clero ortodosso la verità e la sapienza, indusse l'Imperatore a convocare in Costantinopoli un sinodo di cento cinquanta Vescovi, che procederono senza molta difficoltà o dilazione a perfezionare il sistema teologico, che s'era stabilito nel Concilio di Nicea. Le veementi dispute del quarto secolo s'erano principalmente aggirate sulla natura del Figlio di Dio; e le varie opinioni, che s'erano abbracciate intorno alla seconda Persona della Trinità, per una ben naturale analogia furono estese e trasferite alla terza[481]. Pure si trovò o si credè necessario questo Concilio da' vittoriosi avversari dell'Arrianesimo, per ispiegare l'ambiguo linguaggio di alcuni rispettabili Dottori; per confermare la fede dei Cattolici; e per condannare una scarsa ed incoerente Setta di Macedoniani, i quali liberamente ammettevano, che il Figlio era consostanziale al Padre, mentre temevano sembrasse, che confessassero la esistenza di tre Dei. Fu pronunziata una decisiva e concorde sentenza per ratificare l'ugual divinità dello Spirito Santo; questa misteriosa dottrina si è ricevuta da tutte le Chiese del Mondo Cristiano; e la grata loro venerazione assegnò all'adunanza de' Vescovi di Teodosio il secondo posto fra' Concili generali[482]. Può essersi conservata per tradizione, o per inspirazione comunicata, la lor perizia intorno alla verità della religione; ma la sobria testimonianza dell'istoria non accorderà gran peso alla personale autorità dei Padri di Costantinopoli. In un tempo, in cui gli Ecclesiastici avevano scandalosamente degenerato dall'esempio dell'Apostolica purità, i più indegni e corrotti erano sempre i più ardenti a frequentare ed a turbare le Episcopali adunanze. Il contrasto e la fermentazione di tanti fra loro contrari interessi e temperamenti infiammavano le passioni dei Vescovi: e quelle che in essi dominavano erano l'amor dell'oro e l'amor della disputa. Molti di que' Prelati, che allora facevano plauso all'ortodossa pietà di Teodosio, avevan più volte cangiato con prudente flessibilità i loro simboli e le loro opinioni; e nelle diverse rivoluzioni della Chiesa e dello Stato, la religione del Sovrano era la regola dell'ossequiosa lor fede. Allorchè l'Imperatore sospendeva la sua preponderante influenza, il turbolento Sinodo veniva ciecamente spinto dagli assurdi e superbi motivi di orgoglio, d'odio e di sdegno. La morte di Melezio, che accadde nel tempo del Concilio di Costantinopoli, presentava la più favorevole occasione di terminare lo scisma d'Antiochia, lasciando finire pacificamente all'avanzato rivale di lui, Paolino, i suoi giorni nella cattedra Episcopale. La fede e le virtù di Paolino erano irreprensibili: ma la sua causa era sostenuta dalle Chiese occidentali: ed i Vescovi del Sinodo risolvettero di perpetuare il male della discordia, mediante la precipitosa ordinazione d'un candidato spergiuro[483], piuttosto che tradire l'immaginata dignità dell'Oriente, che era stato illustrato dalla nascita e dalla morte del Figlio di Dio. Sì disordinato ed ingiusto procedere forzò i più gravi membri dell'assemblea a dissentire ed a separarsi dagli altri; e la clamorosa turba, che restò padrona del campo di battaglia, non potè paragonarsi che a vespe od a gazze, ad una moltitudine di grue o ad una truppa di oche[484].
A. 381
Potrebbe forse nascere il sospetto, che sia stata fatta una pittura sì svantaggiosa de' Concili Ecclesiastici dalla parzial mano di qualche ostinato eretico o d'un malizioso infedele. Ma il nome del sincero Istorico, che ha preservato quest'istruttiva lezione alla cognizione dei posteri, deve impor silenzio all'impotente bisbiglio della superstizione e della ipocrisia. Egli era uno dei più eloquenti e pii Vescovi di quel tempo; un santo ed un dottor della Chiesa; la sferza dell'Arrianesimo, e la colonna della fede ortodossa; un membro distinto del Concilio di Costantinopoli, in cui, dopo la morte di Melezio, esercitò l'uffizio di presidente, in una parola, Gregorio Nazianzeno medesimo. L'aspro ed indecente trattamento, ch'ei ne ebbe[485], lungi dal derogare alla verità della sua testimonianza, somministra una prova di più dello spirito che animava le deliberazioni del Sinodo. I concordi voti di questo avevan confermato i diritti che il Vescovo di Costantinopoli traeva dall'elezione del popolo e dal consenso dell'Imperatore. Ma Gregorio divenne tosto la vittima della malizia e dell'invidia. I Vescovi Orientali, suoi valorosi aderenti, provocati dalla moderazione di lui nell'affare di Antiochia, lo abbandonarono senza difesa alla contraria fazione degli Egiziani, che posero in dubbio la validità della sua elezione, e rigorosamente sostennero l'antiquato canone che proibiva la licenziosa pratica delle traslazioni Episcopali. L'orgoglio o l'umiltà di Gregorio gli fece evitare una contesa, che avrebbe potuto imputarsi ad ambizione ed avarizia; ed egli pubblicamente propose, non senza qualche dose di sdegno, di rinunziare al governo d'una Chiesa, che era risorta e quasi creata per le sue fatiche. Fu accettata la rinunzia dal Sinodo e dall'Imperatore, più facilmente di quello che sembra ch'ei si aspettasse. Nel tempo in cui aveva egli forse sperato di godere i frutti della vittoria, fu occupata la sua sede Episcopale dal Senatore Nettario; ed il nuovo Arcivescovo che aveva per accidente il vantaggio d'un buon naturale e d'un venerabile aspetto, fu obbligato a differir la ceremonia della consacrazione per aver comodo di eseguir prima quella del suo Battesimo[486]. Dopo questa notabile esperienza dell'ingratitudine dei Principi e dei Prelati, Gregorio si ritirò un'altra volta all'oscura sua solitudine della Cappadocia, dove impiegò il rimanente della sua vita, circa otto anni, in esercizi di poesia e di divozione. Si è aggiunto al suo nome il titolo di Santo; ma la tenerezza del cuore[487] e l'eleganza dell'ingegno riflettono un più vago splendore sulla memoria di Gregorio Nazianzeno.
A. 380-394