Teodosio non era contento d'aver soppresso l'insolente regno dell'Arrianesimo, nè d'avere sovrabbondantemente vendicato le ingiurie che avevan sofferto i Cattolici dallo zelo di Costanzo e di Valente. L'ortodosso Imperatore considerava ogni eretico come un ribelle alle supreme potestà del cielo e della terra; e credeva che ciascheduna di queste potesse esercitare la propria particolar giurisdizione sull'anima e sul corpo del reo. I decreti del Concilio di Costantinopoli avevan determinato la vera norma della fede; e gli Ecclesiastici, che governavano la coscienza di Teodosio, gli suggerirono i più efficaci mezzi di persecuzione. Nello spazio di quindici anni ei promulgò almeno quindici severi editti contro gli eretici[488], specialmente contro quelli che rigettavano la dottrina della Trinità; e per privarli d'ogni speranza di rifugio duramente ordinò, che se fosse allegata in loro favore qualche legge o rescritto, non dovessero dai giudici risguardarsi, che come illegittime produzioni della frode e della falsità. Gli statuti penali erano diretti contro i ministri, le adunanze, e le persone degli eretici; e le passioni del legislatore erano espresse nello stile della declamazione e dell'invettiva. In primo luogo gli eretici dottori, che usurpavano i sacri nomi di Vescovi o di Preti, non solo erano spogliati dei privilegi ed emolumenti sì liberalmente accordati al clero ortodosso; ma si esponevano anche alle gravi pene dell'esilio e della confiscazione, se pretendevano di predicar la dottrina o di praticare i riti delle maledette lor Sette. Fu imposta una pena di dieci libbre d'oro (sopra ottocento zecchini) ad ogni persona, che avesse ardito di conferire, di ricevere, o di favorire un'ordinazione di eretici; e con ragione speravasi, che se si fosse potuta estinguere la razza dei pastori, gli abbandonati lor greggi sarebbero stati costretti, dall'ignoranza e dalla fame, a tornare in seno alla Chiesa Cattolica. Secondariamente la rigorosa proibizione delle conventicole fu minutamente estesa ad ogni possibile circostanza, in cui gli eretici avesser potuto adunarsi coll'intenzione di adorare Dio e Cristo, secondo i dettami della loro coscienza. Tutte le religiose loro adunanze, o pubbliche o segrete che fossero, di giorno o di notte, nelle città o nella campagna, erano ugualmente vietate dagli editti di Teodosio, e la fabbrica o il suolo che si adoprava per tale illegittimo uso, era confiscato a profitto del demanio imperiale. In terzo luogo, si supponeva che l'error degli eretici non provenisse che dall'ostinazione degli animi loro, e che tal ostinazione giustamente meritasse censura e gastigo. Gli anatemi della Chiesa venivano invigoriti da una specie di scomunica civile, che separava gli eretici da' loro concittadini mediante una particolar nota d'infamia; e questa dichiarazione del sommo Magistrato tendeva a giustificare o almeno a scusare gl'insulti d'una plebe fanatica. I Settari furono appoco appoco renduti incapaci di possedere impieghi onorevoli o lucrosi, e Teodosio applaudivasi della sua giustizia quando comandò, che siccome gli Eunomiani distinguevano la natura del Figlio da quella del Padre, fossero incapaci di far testamento o di ricevere alcun vantaggio dalle donazioni testamentarie. Il delitto dell'eresia Manichea si stimava tanto enorme che non si potesse espiare se non con la morte del reo; e l'istessa pena capitale fu inflitta agli Audiani o Quartodecimani[489], che avessero ardito di commetter l'atroce misfatto di celebrare in giorno improprio la festa di Pasqua. Ogni Romano poteva fare da pubblico accusatore; ma sotto il regno di Teodosio fu per la prima volta instituito l'uffizio degl'Inquisitori della fede, nome sì meritamente abborrito. Ciò nonostante si assicura che rade volte si dava esecuzione a' suoi editti penali, e che il pio Imperatore sembrava meno bramoso di punire, che di correggere o di spaventare i disubbidienti suoi sudditi[490].

A. 385

La teoria della persecuzione fu stabilita da Teodosio, alla giustizia e pietà del quale si è fatto applauso da' Santi; ma la pratica di essa nella sua maggior estensione riserbavasi a Massimo, di lui rivale e collega, il primo fra' Principi Cristiani, che spargesse il sangue de' Cristiani suoi sudditi, per motivo delle religiose lor opinioni. La causa dei Priscillianisti[491], recente Setta di eretici, che disturbava le Province della Spagna, fu per appello trasportata dal Sinodo di Bordò all'Imperial Concistoro di Treveri; e per sentenza del Prefetto del Pretorio, sette persone furono torturate, condannate e poste a morte. Il primo fra loro fu Priscilliano medesimo[492], Vescovo d'Avila[493] in Ispagna, che aggiungeva a' vantaggi della nascita e della fortuna gli ornamenti dell'eloquenza e dell'erudizione. Due Preti e due Diaconi furon compagni nella morte, ch'essi reputavano un glorioso martirio, dell'amato loro maestro; ed il numero delle religiose vittime si compì coll'esecuzione di Latroniano, poeta rivale in fama agli antichi, e di Eucrocia, nobile matrona di Bordò, vedova dell'oratore Delfidio[494]. Due Vescovi che avevano abbracciato i sentimenti di Priscilliano, furono condannati ad un lontano ed orrido esilio[495], e si usò qualche indulgenza verso i meno colpevoli, che ebbero il merito d'un pronto pentimento. Se prestar si dee qualche fede alle confessioni estorte dal timore o dalla pena, ed alle vaghe narrazioni, figlie della malizia e della credulità, l'eresia dei Priscillianisti conterrebbe le diverse abominazioni di magia, d'empietà e di dissolutezza[496]. Priscilliano, che andava girando pel Mondo in compagnia delle sue spirituali sorelle, veniva accusato di pregar tutto nudo in mezzo alla congregazione, ed arditamente asserivasi, che era stato soppresso il prodotto del suo reo commercio con la figlia d'Eucrocia per mezzi anche più odiosi e malvagi. Ma un'esatta o piuttosto ingenua ricerca farà conoscere, che se i Priscillianisti violavano le leggi di natura, ciò avveniva non già per la dissolutezza, ma per l'austerità del vivere. Essi condannavano assolutamente l'uso del letto maritale, e spesso disturbavasi la pace delle famiglie da indiscrete separazioni. Prescrivevano o commendavano una totale astinenza da ogni cibo animale, e le continue loro preghiere, digiuni e vigilie inculcavano una regola di stretta e perfetta devozione. Le opinioni speculative di questa Setta intorno alla persona di Cristo ed alla natura dell'anima umana erano tratte dal sistema Gnostico o Manicheo; e questa vana filosofia, che dall'Egitto erasi trasferita nella Spagna, era male adattata agli spiriti più grossolani dell'Occidente. Gli oscuri discepoli di Priscilliano soffrirono, languirono, ed appoco appoco disparvero; le sue opinioni rigettate furono dal Clero e dal popolo: ma la sua morte diede motivo ad una lunga ed ardente controversia, mentre alcuni attaccavano, altri applaudivano la giustizia di tale sentenza. Noi possiamo osservar con piacere l'umana incoerenza dei Santi e dei Vescovi più illustri, d'Ambrogio di Milano[497], e di Martino di Tours[498], i quali sostennero in quest'occasione la causa della tolleranza. Essi compassionarono quegl'infelici che avevan sofferto il supplizio a Treveri; ricusarono di comunicare coi loro Episcopali uccisori; e se Martino deviò da tal generosa risoluzione, lodevoli ne furon le cause, ed il pentimento esemplare. I Vescovi di Tours e di Milano pronunciarono, senza esitare, l'eterna dannazione degli eretici; ma restarono sorpresi e scossi dalla sanguinosa immagine della morte lor temporale, e gli onesti sentimenti della natura resisterono agli artificiali pregiudizi della teologia. L'umanità di Ambrogio e di Martino fu confermata dalla scandalosa irregolarità dei processi fatti contro Priscilliano ed i suoi aderenti. I ministri civili ed ecclesiastici avevano oltrepassato i limiti delle respettive loro Province. Il giudice secolare aveva ricevuto un appello, e pronunziata una sentenza definitiva in materia di fede e di giurisdizione Episcopale. I Vescovi s'erano disonorati esercitando l'uffizio di accusatori in una causa criminale. La crudeltà d'Itacio[499], che vide le torture, e sollecitò la morte degli Eretici, provocò il giusto sdegno del Mondo: ed i vizi di quel malvagio Vescovo si risguardarono come una prova, che il suo zelo fosse inspirato da sordidi motivi d'interesse. Dopo la morte di Priscilliano si son raffinati e ridotti a metodo i barbari attentati della persecuzione nel Santo Uffizio, che assegna la distinta sua parte alla potestà ecclesiastica ed alla secolare. La vittima, condannata regolarmente, si consegna dal sacerdote al magistrato, e dal magistrato all'esecutore; e l'inesorabil sentenza della Chiesa, che dichiara la spiritual colpa del reo, vien espressa nel dolce linguaggio della pietà e dell'intercessione.

A. 374-397

Fra gli Ecclesiastici, che illustrarono il regno di Teodosio, Gregorio Nazianzeno era distinto per l'abilità d'eloquente predicatore; la fama di doni miracolosi accresceva peso e dignità alle virtù monastiche di Martino di Tours[500]; ma giustamente si pretendeva la palma dell'Episcopal vigore e capacità dall'intrepido Ambrogio[501]. Discendeva egli da una nobil famiglia Romana; suo padre aveva esercitato l'importante uffizio di Prefetto del Pretorio della Gallia; e ben presto, dopo aver atteso agli studi d'una liberal educazione, giunse nella regolar carriera degli onori civili al posto di Consolare della Liguria, Provincia, che includeva l'Imperial residenza di Milano. All'età di trentaquattro anni, ed avanti che avesse ricevuto il Sacramento del Battesimo, Ambrogio con sorpresa di se stesso e del Mondo fu ad un tratto di Governatore trasformato in Arcivescovo. Senza che vi avesse parte veruna, per quanto si dice, l'arte o l'intrigo, tutto il corpo del popolo concordemente lo salutò col titolo Episcopale, la concordia e la perseveranza delle loro acclamazioni fu attribuita ad un impulso soprannaturale; ed il ripugnante Magistrato fu costretto ad intraprendere un uffizio spirituale, per cui non era preparato dalle abitudine ed occupazioni della precedente sua vita. Ma l'attività del suo genio presto lo pose in istato di esercitare con zelo e con prudenza i doveri dell'Ecclesiastica potestà; e mentre di buona voglia rinunziò a' vani e splendidi ornamenti della grandezza temporale, condiscese, pel ben della Chiesa, a dirigere la coscienza degl'Imperatori, ed a criticare l'amministrazione dell'Impero. Graziano lo amava e lo rispettava come un padre; e l'elaborato trattato della fede della Trinità era destinato per istruzione di quel giovane Principe. Dopo la tragica morte di lui, allorchè l'Imperatrice Giustina tremava per la salvezza propria e di Valentiniano suo figlio, fu spedito l'Arcivescovo di Milano in due diverse ambascerie alla Corte di Treveri. Egli esercitò con ugual fermezza e sagacità le forze del proprio carattere sì spirituale che politico; e forse contribuì con la sua autorità ed eloquenza a frenare l'ambizione di Massimo, ed a protegger la pace dell'Italia[502]. Ambrogio consacrato aveva la propria vita e tutti i suoi talenti al servizio della Chiesa. Le ricchezze per lui erano un oggetto di disprezzo; aveva rinunziato al privato suo patrimonio; e vendè senza esitare i vasi sacri per riscattare degli schiavi. Il Clero ed il popolo di Milano erano attaccati al loro Arcivescovo, ed ei meritava la stima senza sollecitare il favore o temere il disgusto de' suoi deboli Sovrani.

A. 385

Era naturalmente appoggiato il governo d'Italia e del giovane Imperatore a Giustina sua madre, donna dotata di beltà e d'ingegno; ma che in mezzo ad un popolo ortodosso avea la disgrazia di professare l'eresia Arriana, che essa procurava d'instillare nell'animo del figlio. Giustina era persuasa che un Imperator Romano potesse, nei propri dominj, pretendere l'esercizio pubblico della sua religione; e propose all'Arcivescovo, come una moderata e ragionevol domanda, ch'ei le rilasciasse l'uso d'una sola Chiesa o nella città o nei sobborghi di Milano. Ma la condotta d'Ambrogio era diretta secondo principj molto diversi[503]. Potevano invero nel suo sistema appartenere a Cesare i palazzi della terra; ma le Chiese erano case di Dio; e dentro i limiti della sua diocesi, egli solo, come legittimo successor degli Apostoli, era il Ministro divino. I privilegi sì temporali che spirituali del Cristianesimo erano ristretti ai veri credenti; ed Ambrogio godeva, che le teologiche sue opinioni fossero il modello della verità e dell'ortodossia. L'Arcivescovo che ricusava d'entrare in alcuna conferenza o negoziazione con gl'istrumenti di Satana, dichiarò con moderata fermezza la sua risoluzione di ricevere il martirio, piuttosto che cedere all'empio sacrilegio; e Giustina, che risguardava tal rifiuto come un atto d'insolenza e di ribellione, precipitosamente determinossi a far uso dell'Imperial prerogativa del proprio figlio. Bramando essa di fare pubblicamente nella prossima festa di Pasqua i suoi atti di devozione, fu ordinato ad Ambrogio di comparire avanti al Consiglio. Obbedì egli alla citazione col rispetto d'un suddito fedele; ma fu seguitato, senza il suo consenso, da un popolo innumerabile, che affollavasi con impetuoso zelo alle porte del palazzo: e gli spaventati ministri di Valentiniano, in vece di pronunziare una sentenza di esilio contro l'Arcivescovo Milanese, umilmente lo supplicarono, che volesse interporre la sua autorità per difender la persona dell'Imperatore e restituir la pace alla Capitale. Ma le promesse, che Ambrogio ebbe e comunicò al popolo, furon tosto violate da una perfida Corte; e ne' sei più solenni giorni, che la cristiana pietà ha destinato all'esercizio della religione, la città fu agitata da irregolari convulsioni di tumulto e di fanatismo. Si mandarono gli Uffiziali del palazzo a preparare prima la Basilica Porziana, poi la nuova, per immediatamente ricevervi l'Imperatore colla sua madre. Si disposero al solito le splendide suppellettili ed il baldacchino per la sede Reale; ma vi fu bisogno di porvi una forte guardia per difenderla dagl'insulti della plebaglia. Gli Ecclesiastici Arriani, che s'arrischiavano a farsi veder nelle strade, furono esposti ai più imminenti pericoli di vita: ed Ambrogio godè il merito e la riputazione di liberare i suoi personali nemici dalle mani della moltitudine irata.

Ma nel tempo che si affaticava a raffrenare gli effetti del loro zelo, la patetica veemenza de' suoi discorsi continuamente infiammava l'ardente e sediziosa indole del popolo di Milano. Venivano indecentemente applicati alla madre dell'Imperatore i caratteri d'Eva, della moglie di Giob, di Gezabel, di Erodiade; e la brama che aveva essa d'ottenere una Chiesa per gli Arriani, era paragonata alle più crudeli persecuzioni, che avessero sofferto i Cristiani sotto il regno del Paganesimo. I provvedimenti che prendea la Corte non servivano che a far conoscere la grandezza del male. Fu imposta una tassa di dugento libbre d'oro sul corpo dei mercanti e degli artefici: fu intimato a nome dell'Imperatore un ordine a tutti gli Uffiziali ed inferiori ministri de' tribunali di giustizia, che finattantocchè duravano i pubblici disordini, dovessero star chiusi nelle loro case: ed i ministri di Valentiniano imprudentemente confessarono, che la più rispettabile parte de' cittadini Milanesi favoriva la causa del proprio Arcivescovo. Egli fu di nuovo sollecitato a restituire la quiete del paese, mediante un'opportuna compiacenza alla volontà del Sovrano. La risposta d'Ambrogio fu concepita nei termini più umili e rispettosi, che potevano però interpretarsi come una seria dichiarazione di guerra civile. Espose «che la propria vita ed i suoi beni erano in mano dell'Imperatore, ma ch'esso non avrebbe mai tradito la Chiesa di Cristo, o avvilito la dignità del carattere Episcopale. In una causa di tal sorta era preparato a soffrire qualunque danno la malizia del demonio avesse potuto apportargli; e solo desiderava di morire in presenza del fedele suo gregge ed appiè dell'Altare; ei non aveva contribuito ad eccitar la furia del popolo, ma era solo in potere di Dio l'acquietarla; abborriva le scene di sangue e di confusione che probabilmente sarebber seguite; e la sua più calda preghiera era quella di non sopravvivere a veder la rovina d'una florida città, e forse la desolazione di tutta l'Italia[504]». L'ostinata bacchettoneria di Giustina avrebbe posto a rischio l'Impero del suo figlio, se in questa disputa con la Chiesa e col popolo di Milano avesse potuto contare sull'attiva ubbidienza delle truppe del palazzo. Era marciato un grosso corpo di Goti ad occupar la Basilica, che era l'oggetto della contesa; ed avrebbe potuto aspettarsi dagli Arriani principj, e dai barbari costumi di questi mercenari stranieri, che non avrebbero essi avuto alcuno scrupolo ad eseguire i più sanguinari comandi. Si fece loro incontro l'Arcivescovo sulla sacra soglia, e fulminando contro di essi una sentenza di scomunica, domandò loro in tuono di padre e di signore, se era per invader la casa di Dio, ch'essi aveano implorato l'ospital protezione della Repubblica? La sospensione de' Barbari concesse qualche ora per un più efficace trattato; e l'Imperatrice fu persuasa dal parere dei più savi suoi consiglieri a lasciare ai Cattolici il possesso di tutte le Chiese di Milano, e a dissimulare fino ad un'occasione più opportuna i suoi pensieri di vendetta. La madre di Valentiniano non potè mai perdonare ad Ambrogio simil trionfo; ed il giovane Reale esclamò nell'impeto della passione, che i suoi propri servi erano pronti a darlo nelle mani d'un insolente Prete.

A. 386

Le leggi dell'Impero, alcune delle quali portavano in fronte il nome di Valentiniano, condannavano tuttavia l'eresia d'Arrio, e sembrava che scusassero la resistenza de' Cattolici. Giustina fece sì che fosse promulgato in tutte le Province, sottoposte alla Corte di Milano, un editto di tolleranza; fu concesso a tutti quelli che professavano la fede di Rimini, l'esercizio libero di lor religione; e l'Imperatore dichiarò, che tutti coloro, che avessero trasgredito questa sacra e salutare costituzione, sarebbero stati puniti di morte, come nemici della pubblica pace[505]. Il linguaggio ed il carattere dell'Arcivescovo di Milano possono giustificare il sospetto, che la sua condotta presto somministrasse un ragionevole fondamento, o almeno uno specioso pretesto ai ministri Arriani, che spiavano l'occasion di sorprenderlo in qualche atto di disubbidienza ad una legge, ch'ei stranamente rappresenta come una legge di sangue e di tirannide. Si emanò una sentenza di mite ed onorevol esilio, che ordinava ad Ambrogio di partir subito da Milano, mentre gli permetteva di scegliere il luogo di sua dimora ed il numero de' propri compagni. Ma l'autorità dei Santi, che hanno predicato ed eseguito le massime di una piena sommissione, parve ad Ambrogio di minor peso che l'estremo ed urgente pericolo della Chiesa. Egli arditamente ricusò d'obbedire, e tal passo fu sostenuto dall'unanime consenso del suo popolo[506]. Faceva esso a vicenda la guardia alla persona del proprio Arcivescovo; furono bene assicurate le porte della Cattedrale e del palazzo Vescovile; e le truppe dell'Imperatore, che ne avevan formato il blocco, non ardirono d'arrischiar l'attacco di quella inespugnabil fortezza. I numerosi poveri, che la liberalità d'Ambrogio avea sollevati, abbracciaron questa bella occasione di segnalare lo zelo la gratitudin loro; e siccome avrebbe potuto stancarsi la pazienza della moltitudine per la lunghezza ed uniformità delle notturne vigilie, egli prudentemente introdusse nella Chiesa di Milano l'utile instituzione di un'alta e regolar salmodia. Nel tempo che Ambrogio sosteneva quest'ardua contesa, fu avvertito in sogno a scavar la terra in un luogo, dove più di trecent'anni prima erano state depositate le spoglie dei due martiri, Gervasio e Protasio[507]. Si trovarono subito sotto il pavimento della Chiesa due perfetti scheletri[508] con le teste separate dai loro corpi ed un'abbondante copia di sangue. Con solenne pompa si esposero le sante reliquie alla venerazione del popolo; ed ogni circostanza di questa fortunata scoperta fu mirabilmente atta a promuovere i disegni d'Ambrogio. Si suppose che le ossa dei Martiri, il sangue e le vesti loro avessero le virtù di risanare dai mali, e tal soprannatural potenza si comunicasse ai più distanti oggetti senza perdere in minima cosa la primiera sua attività. Parve che la straordinaria cura di un cieco[509] e le forzate confessioni di varj ossessi giustificassero la fede e la santità dell'Arcivescovo; e la verità di questi miracoli viene attestata da Ambrogio medesimo, da Paolino suo segretario e dal celebre Agostino, di lui proselito, che in quel tempo professava rettorica in Milano. La ragionevolezza del nostro secolo può approvare per avventura l'incredulità di Giustina e dell'Arriana sua Corte, la quale derise le teatrali rappresentazioni, che si facevano per l'artifizio ed a spese dell'Arcivescovo[510]. L'effetto, per altro, ch'ebbero sull'animo del popolo, fu rapido ed invincibile; ed il debole Sovrano dell'Italia si trovò incapace di contendere col favorito del Cielo. Anche le potestà della terra s'interposero in difesa d'Ambrogio; il disinteressato avviso di Teodosio fu il genuino risultato della pietà e dell'amicizia, e la maschera dello zelo religioso coprì gli ostili ed ambiziosi disegni del tiranno della Gallia[511].