A. 387

Avrebbe Massimo potuto finire il suo regno in pace e prosperamente, se avesse saputo contentarsi del possesso di quelle tre vaste regioni, che adesso formano i tre più floridi regni dell'Europa. Ma l'intraprendente usurpatore, la sordida ambizione del quale non era nobilitata dall'amor della gloria e delle armi, risguardò le attuali sue forze, come istrumenti soltanto di sua futura grandezza, ed il successo da lui ottenuto, divenne la causa immediata della sua distruzione. Furono impiegate le somme ch'egli estorse[512] dalle oppresse Province della Gallia, della Spagna e della Britannia, in arrolare e mantenere una formidabile armata di Barbari, presi per la maggior parte dalle più fiere nazioni della Germania. L'oggetto dei preparativi e delle speranze di esso era la conquista d'Italia; e segretamente meditava la rovina d'un innocente giovane, il governo del quale abborrivasi e disprezzavasi da' suoi Cattolici sudditi. Ma poichè Massimo desiderava d'occupare senza resistenza il passaggio delle alpi, accolse con perfide carezze Donnino della Siria, ambasciator di Valentiniano, e lo sollecitò ad accettare il soccorso d'un corpo considerabil di truppe per servire nella guerra Pannonica. La penetrazione d'Ambrogio aveva scoperto, sotto le proteste d'amicizia, le insidie d'un nemico[513]; ma Donnino della Siria fu corrotto o ingannato da' liberali favori della Corte di Treveri; ed il Consiglio di Milano rigettò pertinacemente il sospetto di pericolo, con una cieca fiducia ch'era un effetto non già di coraggio, ma di timore. L'ambasciatore medesimo servì di scorta alla marcia degli ausiliari; e senza diffidenza veruna questi furono ammessi nelle fortezze delle alpi. Ma l'astuto tiranno seguitonne con celeri e taciti passi la retroguardia; e siccome diligentemente impedì ogni cognizione dei suoi movimenti, lo splendore delle armi, e la polvere che s'innalzava dalla cavalleria, diedero il primo annunzio dell'ostile avvicinamento d'uno straniero alle porte di Milano. In tal estremità, Giustina ed il suo figlio potevano accusare la propria imprudenza, ed i perfidi artifizi di Massimo; ma loro mancavano il tempo, la risolutezza e la forza per opporsi a' Germani ed a' Galli, sì nella campagna che dentro le mura d'una vasta e disaffezionata città. La fuga fu l'unica loro speranza, ed Aquileia l'unico refugio loro; ed avendo Massimo allora spiegato il proprio genuino carattere, il fratello di Graziano aspettare poteva la medesima sorte dalle mani dell'assassino medesimo. Massimo entrò in Milano trionfante; e se il saggio Arcivescovo ricusò una pericolosa e rea connessione coll'usurpatore, potè almeno indirettamente contribuire al buon successo delle sue armi con inculcare dal pulpito il dovere della rassegnazione, piuttosto che quella della resistenza[514]. L'infelice Giustina giunse salva in Aquileia; ma non si fidò delle fortificazioni di quella città, temè l'evento d'un assedio, e risolvè d'implorare la protezione del Gran Teodosio, di cui la virtù e la forza eran celebri in ogni parte dell'Occidente. Fu segretamente preparato un vascello per trasportare l'Imperial famiglia, che precipitosamente imbarcossi in uno degli oscuri porti di Venezia o dell'Istria, traversò tutta l'estensione de' mari Adriatico e Jonico, girò attorno all'estremo promontorio del Peloponneso, e, dopo una lunga ma fortunata navigazione, si riposò nel porto di Tessalonica. Tutti i sudditi di Valentiniano abbandonarono la causa di un Principe che colla sua ritirata gli aveva assoluti dal dovere di fedeltà; e se la piccola città d'Emona in Italia non avesse preteso d'arrestare la non gloriosa vittoria di Massimo, egli avrebbe ottenuto senza verun contrasto l'intero possesso dell'Impero d'Occidente.

A. 387

In luogo d'invitare i reali suoi ospiti nel palazzo di Costantinopoli, Teodosio ebbe delle ignote ragioni di farli restare a Tessalonica; queste ragioni però non provenivano da disprezzo nè da indifferenza, poichè andò immediatamente a visitarli in quella città accompagnato dalla maggior parte della sua corte e del Senato. Dopo le prime tenere espressioni di amicizia e di condoglianza, il pio Imperatore dell'Oriente ammonì gentilmente Giustina, che alle volte il delitto d'eresia veniva punito in questo Mondo e nell'altro; e che il passo più efficace a promuovere lo ristabilimento del Figlio sarebbe stata la pubblica professione della Fede Nicena, per la soddisfazione che avrebbe dato quest'atto sì alla terra che al Cielo. Fu da Teodosio rimessa l'importante questione della guerra o della pace alla deliberazione del suo Consiglio; e gli argomenti che potevano addursi per la parte dell'onore e della giustizia, dopo la morte di Graziano avevano acquistato un grado considerabile di maggior peso. La persecuzione della famiglia Imperiale, a cui Teodosio stesso era debitore della sua fortuna, veniva in tal occasione aggravata da fresche e replicate ingiurie. Nè giuramenti, nè trattati frenar potevano l'insaziabile ambizione di Massimo; e la dilazione di vigorosi e decisivi partiti, invece di prolungare il ben della pace, avrebbe esposto l'Impero orientale al pericolo d'una ostile invasione. I Barbari, che aveano passato il Danubio, avevano finalmente assunto il carattere di soldati e di sudditi, ma era tuttavia indomita la nativa loro fierezza; e le operazioni d'una guerra, ch'esercitato ne avrebbe il valore, e diminuitone il numero, poteva ottenere il fine di sollevar le Province da un'intollerabile oppressione. Nonostanti queste sode e speziose ragioni, ch'erano approvate dalla maggior parte del Consiglio, Teodosio pendeva sempre dubbioso, se trar doveva la spada in una contesa, che dopo tal atto non avrebbe più ammesso termine alcuno di riconciliazione; nè s'avviliva il magnanimo di lui carattere dai timori, che aveva per la salute dei piccoli suoi figli e pel bene dell'esausto suo popolo. In tal momento d'ansiosa dubbiezza, mentre il destino del Mondo Romano dipendeva dalla risoluzione d'un solo uomo, le grazie della Principessa Galla patrocinaron con la massima efficacia la causa di Valentiniano fratello di lei[515]. Restò ammollito il cuor di Teodosio dalle lacrime della beltà; furono insensibilmente legati i suoi affetti dalle grazie della gioventù e dell'innocenza; l'arte di Giustina maneggiò e diresse l'impulso della passione, e la celebrazione delle nozze reali fu la sicurezza ed il segno della guerra civile. Gl'insensibili critici, che risguardano qualunque amorosa debolezza come una macchia indelebile alla memoria del grande ed ortodosso Imperatore, in quest'occasione sono inclinati a porre in dubbio la sospetta autorità dell'istorico Zosimo. Quanto a me, confesserò francamente, che mi dà piacere il trovare ed anche l'andar ricercando nelle rivoluzioni del Mondo qualche traccia dei dolci e teneri sentimenti della vita domestica; ed in mezzo ad una folla di fieri ed ambiziosi conquistatori io provo una particolar compiacenza a distinguere un gentile eroe, che vi sia motivo di supporre, che ricevuto abbia le armi dalle mani d'amore. La fede de' trattati assicurava la pace col Re della Persia; i bellicosi Barbari si lasciavan persuadere a seguir lo stendardo o a rispettar le frontiere d'un attivo e generoso Monarca; e gli stati di Teodosio, dall'Eufrate sino all'Adriatico, risuonavano sì per terra che per mare de' preparativi di guerra. Parve che la buona disposizione delle forze orientali ne moltiplicasse il numero, e distraesse l'attenzione di Massimo. Aveva egli ragion di temere, che uno scelto corpo di truppe sotto il comando dell'intrepido Arbogaste dirigesse la marcia lungo le rive del Danubio, ed arditamente penetrasse per le Province della Rezia nel centro della Gallia. Fu equipaggiata nei porti della Grecia e dell'Epiro una potente flotta coll'apparente disegno che, dopo di avere aperto il passo con una vittoria navale, Valentiniano e sua madre sbarcassero nell'Italia, senza dilazione passassero a Roma, ed occupassero la sede maestosa della Religione e dell'Impero. Intanto Teodosio medesimo alla testa d'un valoroso e disciplinato esercito s'avanzava incontro al suo indegno rivale, che dopo l'assedio d'Emona aveva piantato il suo campo nelle vicinanze di Scizia, città della Pannonia ben fortificata dal largo e rapido corso del Savo.

A. 388

I veterani che tuttavia si ricordavano della lunga resistenza e del successivo risorgere del tiranno Magnenzio, si preparavano forse a' travagli di tre sanguinose campagne. Ma la contesa col successore di esso, che come egli aveva usurpato il trono dell'Occidente, restò facilmente decisa nel termine di due mesi[516], e dentro lo spazio di dugento miglia. Il superior genio dell'Imperatore orientale potè prevalere sul debole Massimo, che in questa importante crisi dimostrossi privo di abilità militare o di personale coraggio; ma la perizia di Teodosio fu secondata dal vantaggio che aveva d'un'attiva e numerosa cavalleria. Si erano formati degli Unni, degli Alani, e, dietro il loro esempio, degli stessi Goti, tanti squadroni di arcieri che combattevano a cavallo e confondeano il costante valore de' Galli e de' Germani, mediante i rapidi movimenti d'una tartara maniera di guerreggiare. Dopo la fatica d'una lunga marcia nel colmo della state, spronarono i focosi loro cavalli nelle acque del Savo, passarono il fiume a nuoto in presenza del nemico, ed immediatamente attaccarono, e posero in rotta le truppe che dominavano il lido dall'altra parte. Marcellino, fratello del Tiranno, avanzossi per sostenerle con le più scelte coorti, che si consideravano come la speranza e la forza dell'esercito. L'azione, che s'era interrotta per l'avvicinarsi della notte, si rinnovò la mattina seguente; e dopo una sanguinosa battaglia i residui dei più bravi soldati di Massimo, che sopravvissero, deposero le armi a' piedi del vincitore. Senza sospendere la sua marcia a ricevere le leali acclamazioni dei cittadini d'Emona, Teodosio inoltrossi avanti per finir la guerra, mediante la morte o la presa del suo rivale, che fuggiva d'avanti a lui con la diligenza che inspira il timore. Dalla sommità delle Alpi Giulie discese con tale incredibil prestezza nelle pianure dell'Italia, che egli giunse ad Aquileia la sera medesima del primo giorno; e Massimo, che si trovò circondato da tutte le parti, appena ebbe tempo di chiuder le porte della città. Queste però non poteron lungamente resistere agli sforzi d'un vittorioso nemico, e la disperazione, il disamore e l'indifferenza de' soldati e del popolo accelerarono la caduta del misero Massimo. Fu egli tratto giù dal trono, violentemente spogliato degli ornamenti Imperiali, del manto, del diadema e dei calcetti purpurei; e come un malfattore condotto al campo ed alla presenza di Teodosio in un luogo distante circa tre miglia da Aquileia. La condotta dell'Imperatore non fu insultante, e dimostrò qualche disposizione a compatire ed a perdonare al Tiranno dell'Occidente, che non era mai stato suo personale nemico, ed era divenuto allora l'oggetto del suo disprezzo. Si eccita in noi con gran forza la compassione per le disgrazie, alle quali siam sottoposti noi stessi; e lo spettacolo d'un altiero competitore, prostrato ai suoi piedi, non poteva mancar di produrre pensieri molto gravi ed importanti nell'animo del vittorioso Imperatore. Ma fu frenata la debole commozione d'una involontaria pietà dal riguardo che ebbe alla pubblica giustizia ed alla memoria di Graziano; ed abbandonò quella vittima al pietoso zelo dei soldati che la trassero dalla presenza Imperiale, ed immediatamente le spiccarono il capo dal busto. La notizia della disfatta e della morte di Massimo fu ricevuta con sincero, o ben simulato piacere. Vittore, suo figlio, al quale avea conferito il titolo d'Augusto, morì per ordine e forse per mano del feroce Arbogaste; e tutti i disegni militari di Teodosio furono felicemente eseguiti. Dopo d'aver terminato in tal modo la guerra civile, con minor difficoltà e strage di quello che naturalmente avrebbe aspettato, impiegò i mesi dell'invernal sua residenza in Milano a ristabilire lo stato delle afflitte Province; e sul principio della primavera, ad esempio di Costantino e di Costanzo, fece il suo trionfale ingresso nell'antica Capitale del Romano Impero[517].

L'oratore che può tacere senza pericolo, può anche lodare senza difficoltà e ripugnanza[518]; ed i posteri confessarono che il carattere di Teodosio potè somministrare il soggetto d'un ampio e sincero panegirico[519]. La saviezza delle leggi ed il buon successo delle armi di lui, ne rendettero il governo rispettabile agli occhi tanto de' sudditi che de' nemici. Egli amò e rispettò le virtù della vita domestica, che di rado soggiornano nei palazzi de' Principi. Teodosio fu casto e temperato; godè senza eccesso i delicati e sociali piaceri della mensa, ed il calore delle sue passioni amorose non fu mai diretto che ad oggetti legittimi. Venivano adornati i sublimi titoli della grandezza Imperiale da' teneri nomi di marito fedele e di padre indulgente; e dall'affettuosa sua stima fu innalzato lo zio al grado di secondo padre. Teodosio abbracciò come suoi i figli del fratello e della sorella; ed estese l'espressioni del suo riguardo fino ai più oscuri e distanti rami della numerosa sua parentela. Sceglieva i suoi famigliari amici giudiziosamente fra quelle persone, che nell'ugual commercio della vita privata gli eran comparse d'avanti senza maschera; la propria coscienza di un personale superior merito lo pose in grado di sprezzare l'accidental distinzione della porpora; e provò con la sua condotta, che aveva dimenticato tutte le ingiurie, nel tempo che con la maggior gratitudine si rammentava di tutti i favori e servigi, che avea ricevuto prima di salire sul trono dell'Impero Romano. Il tuono serio o vivace della sua conversazione era adattato all'età, al grado, o al carattere dei sudditi, che vi ammetteva; e l'affabilità delle maniere spiegava l'immagine della sua mente. Teodosio rispettava la semplicità dei buoni e dei virtuosi; ogni arte, ogni talento d'un utile o anche indifferente natura veniva premiato dalla sua giudiziosa liberalità; ed eccettuati gli eretici, ch'ei perseguitò con implacabile odio, il vasto cerchio della sua benevolenza non fu circoscritto che da' limiti della specie umana. Il governo d'un potente Impero può sicuramente servire ad occupare il tempo e l'abilità d'un uomo; pure il diligente Principe, senz'aspirare alla fama, ad esso non conveniente, di profondo erudito, riserbava sempre qualche momento d'ozio per l'istruttivo divertimento della lettura. Il suo studio favorito era l'Istoria, che ne dilatò l'esperienza. Gli annali di Roma, nel lungo periodo di undici secoli, presentavano ad esso una varia e splendida pittura della vita umana; ed è stato particolarmente osservato, che quando leggeva i crudeli fatti di Cinna, di Mario, o di Silla, esprimeva con gran forza l'odio generoso che aveva per quei nemici dell'umanità e della libertà. Egli si serviva utilmente della propria spassionata opinione intorno agli avvenimenti passati, come di regola per le sue azioni; ed ha meritato questa singolar lode, che pare che le sue virtù siansi allargate con la sua fortuna: il tempo della prosperità era per lui quello della moderazione, ed apparve più cospicua la sua clemenza dopo il pericolo ed il buon successo della guerra civile. Nel primo calore della vittoria, si trucidarono le guardie Mauritane del Tiranno, ed un piccol numero dei più colpevoli soggiacque alla pena della legge. Ma l'Imperatore si dimostrò molto più attento a sollevar l'innocente, che a gastigare il reo. I sudditi oppressi dell'Occidente, che si sarebbero stimati felici al solo ricuperare le proprie terre, furon sorpresi al ricever che fecero una somma di denaro equivalente alle loro perdite; e la generosità del vincitore protesse la vecchia madre, ed educò le orfane figlie di Massimo[520]. Un carattere così virtuoso potrebbe quasi scusare la stravagante supposizione dell'Oratore Pacato, che se al vecchio Bruto fosse stato permesso di tornare sulla terra avrebbe quel rigido Repubblicano deposto a' piè di Teodosio l'odio che nutriva pei Re; ed avrebbe ingenuamente confessato, che tal Monarca era il custode più fedele della felicità e della dignità del popolo Romano[521].

Pure l'occhio penetrante del fondatore della Repubblica avrebbe dovuto discernere due imperfezioni essenziali, che avrebber forse diminuito il recente suo amore pel dispotismo. Il virtuoso animo di Teodosio spesse volte si rilassava per indolenza[522], e qualche volta infiammavasi dalla passione[523]. L'attivo coraggio di lui era capace degli sforzi più vigorosi, quando si trattava d'ottenere un oggetto importante; ma tosto che avea eseguito il suo disegno, o superato il pericolo, l'eroe s'abbandonava ad un non glorioso riposo, e dimenticatosi che il tempo d'un Principe è dovuto al suo popolo, si dava tutto al godimento degl'innocenti, ma vani piaceri d'una lussuriosa Corte. La natural disposizione di Teodosio era precipitosa e collerica; ed in uno stato, in cui nessuno poteva resistere alle fatali conseguenze dell'ira sua, e pochi sapevano avvertirlo, l'umano Monarca era con ragione agitato dalla coscienza della propria debolezza e della sua forza. Si studiò sempre di sopprimere o di moderare gl'impeti sregolati della passione; ed il buon successo dei suoi sforzi accrebbe il merito della sua clemenza. Ma una difficil virtù, che pretende al merito della vittoria, giace esposta al pericolo di essere vinta; ed il regno d'un savio e misericordioso Principe fu macchiato da un atto di crudeltà, che avrebbe infamato gli Annali di Nerone o di Domiziano. Dentro lo spazio di tre anni l'incostante Istorico di Teodosio è costretto a riferire il generoso perdono dei cittadini d'Antiochia, e la barbara strage del popolo di Tessalonica.

A. 387

La vivace impazienza degli abitanti d'Antiochia non mostravasi mai contenta della situazione, in cui erano, o del carattere e della condotta, dei propri Sovrani. I sudditi Arriani di Teodosio deploravan la perdita delle lor Chiese; e siccome la sede d'Antiochia era disputata da tre Vescovi, rivali fra loro, la sentenza, che decise le pretensioni loro, eccitò le doglianze delle due congregazioni che l'ebbero in disfavore. I bisogni della guerra Gotica e l'inevitabile spesa, che accompagnò la conclusione della pace, avea costretto l'Imperatore ad aggravare il peso delle pubbliche imposizioni; e siccome le Province dell'Asia non avevan provato le calamità dell'Europa, così eran meno disposte a contribuire al sollievo di essa. S'avvicinava già l'avventuroso periodo del decimo anno del suo regno: festa più grata ai soldati, che ricevevano un liberal donativo, che ai sudditi, le volontarie offerte dei quali si eran da lungo tempo convertite in uno straordinario ed opprimente peso. Gli editti della tassazione interruppero il riposo ed i piaceri di Antiochia; ed il Tribunale del Magistrato fu assediato da una supplichevole folla, che in un patetico, ma da principio rispettoso linguaggio chiedeva la riforma de' propri aggravj. Essi furono appoco appoco infiammati dall'orgoglio degli altieri governatori, che trattavano i loro lamenti di colpevole resistenza; il satirico loro sale degenerò in aspre e rabbiose invettive; e le invettive del popolo insensibilmente dalle potestà subordinate del governo giunsero ad attaccare il sacro carattere dell'Imperatore medesimo. Il furore, provocato da una debole opposizione, si scaricò sulle immagini della Famiglia Imperiale, che si erano innalzate come oggetti di pubblica venerazione nei luoghi più cospicui della città. Furono insolentemente gettate a terra dai loro piedestalli le statue di Teodosio, di suo padre, di Flaccilla sua moglie, dei due suoi figli Arcadio ed Onorio; queste furono spezzate o strascinate con disprezzo per le strade: e le indegnità commesse contro le rappresentazioni della Maestà Imperiale, sufficientemente spiegavano gli empj e ribelli desiderj della plebe. Il tumulto fu quasi subito soppresso dall'arrivo d'un corpo d'arcieri; ed Antiochia ebbe agio di riflettere alla natura ed alle conseguenze del suo delitto[524]. Il Governatore della provincia, com'esigeva il suo uffizio, mandò all'Imperatore un fedele ragguaglio di tutto il fatto; mentre i cittadini tremanti affidaron la confessione del delitto e le proteste del pentimento allo zelo di Flaviano loro Vescovo, ed all'eloquenza del Senatore Ilario, amico e probabilissimamente discepolo di Libanio; i talenti del quale non furono in quella trista occasione inutili alla sua patria[525]. Ma le due capitali Antiochia e Costantinopoli eran fra loro distanti ottocento miglia; e nonostante la diligenza delle poste Imperiali, la colpevol città restò severamente punita da una lunga e terribile sospensione. Ogni romore agitava le speranze ed i timori degli Antiocheni; ed udirono con terrore, che il loro Sovrano, esacerbato dall'insulto fatto alle proprie statue, e più specialmente a quelle della diletta sua moglie, avea risoluto di far livellare al suolo quella delinquente città e trucidarne senza distinzione di età o di sesso i colpevoli abitatori[526], molti dei quali erano già tratti dalle loro apprensioni a cercare un rifugio nelle montagne della Siria, e nel vicino deserto. Finalmente, ventiquattro giorni dopo la sedizione, il Generale Ellebico, e Cesario Maestro degli Uffizi dichiararono la volontà dell'Imperatore, e la sentenza d'Antiochia. Quella superba Capitale restò degradata dallo stato di città; e la metropoli dell'Oriente, spogliata delle sue terre, dei suoi privilegi e delle sue rendite, fu sottoposta, coll'umiliante denominazion di villaggio, alla giurisdizione di Laodicea[527]. Chiusi furono i bagni, i teatri ed il circo; ed affinchè rimanesse nell'istesso tempo sospesa ogni sorgente di abbondanza e di piacere, fu abolita dalle rigide istruzioni di Teodosio la distribuzione del grano. Si procedè in seguito da' commissari di esso ad investigare la colpa di ciascheduno, sì di quelli che distrutto avevano le sacre statue, che di quelli che non l'aveano impedito. S'alzò in mezzo del Foro il tribunale di Ellebico e di Cesario, circondato da soldati armati. Comparivano in catene avanti di loro i più nobili e più ricchi cittadini d'Antiochia, s'accompagnava l'esame dall'uso della tortura, e secondo il giudizio di quegli straordinari Magistrati veniva pronunziata o sospesa la lor sentenza. Le case dei rei furono esposte alla vendita, le loro mogli e figliuoli furono ad un tratto ridotti dall'abbondanza e dal lusso alla più abbietta miseria; e si aspettava, che una sanguinosa esecuzione finisse gli orrori d'un giorno[528], che il predicatore d'Antiochia, l'eloquente Grisostomo, ha rappresentato come una viva immagine dell'ultimo ed universal giudizio del Mondo. Ma i Ministri di Teodosio eseguivano con ripugnanza il crudele uffizio che era stato loro commesso: spargevano lacrime compassionevoli sulle calamità del popolo; e riverentemente dieder orecchio alle pressanti sollecitazioni dei monaci e degli eremiti, che scesero a sciami dalle montagne[529]. Ellebico e Cesario si lasciarono persuadere a sospendere l'esecuzione di lor sentenza; e fu convenuto, che il primo restasse in Antiochia, mentre l'altro tornava con tutta la possibil celerità a Costantinopoli, ed arrischiavasi di consultare un'altra volta la volontà del Sovrano. L'ira di Teodosio erasi già calmata; tanto il Vescovo che l'oratore, deputati del popolo, avevano avuto una favorevole udienza; ed i rimproveri dell'Imperatore eran piuttosto le querele d'una ingiuriata amicizia, che le fiere minacce dell'orgoglio e del potere. Fu accordato un libero e general perdono alla città ed a' cittadini d'Antiochia; s'apriron le porte della prigione; i Senatori, che disperavano delle proprie vite, ricuperarono il possesso delle case e dei beni loro; ed alla capitale dell'Oriente fu restituita l'antica sua dignità e lo splendore. Teodosio degnossi perfino di lodare il Senato di Costantinopoli, che avea generosamente intercesso pei propri angustiati fratelli; premiò l'eloquenza di Ilario col governo della Palestina; e licenziò il Vescovo d'Antiochia coll'espressioni più tenere di rispetto e di gratitudine. S'eressero mille nuove statue alla clemenza di Teodosio; l'applauso dei sudditi veniva confermato dall'approvazione del proprio suo cuore; e l'Imperatore confessò, che se l'esercizio della giustizia è il più importante dovere d'un Sovrano la indulgenza però della misericordia n'è il piacer più squisito[530].