A. 390
La sedizione di Tessalonica si attribuisce ad una causa più vergognosa, e produsse molto più terribili conseguenze. Quella gran città, metropoli di tutte le Province Illiriche, era stata difesa dai pericoli della guerra Gotica con forti ripari e con numerosa guarnigione. Boterico, Generale di quelle truppe, e per quanto apparisce dal nome stesso, Barbaro di nazione, aveva fra i suoi schiavi un bel fanciullo, ch'eccitò gl'impuri desideri d'uno dei cocchieri del circo. Per ordine di Boterico fu posto in carcere l'insolente e brutale amante; e pertinacemente si rigettarono gl'importuni clamori della moltitudine, che in occasione dei pubblici giuochi dolevasi dell'assenza del suo favorito, e risguardava l'abilità d'un cocchiere come un oggetto di maggiore importanza che la sua virtù. Lo sdegno del popolo era già irritato da alcune precedenti contese; e siccome s'era tratto di là il più forte della guarnigione pel servizio della guerra Italica, i deboli residui, ch'erano ancora diminuiti di numero per la diserzione, non poteron salvar l'infelice Generale dalla licenziosa lor furia. Boterico, insieme con alcuni dei suoi primi uffiziali, restarono crudelmente uccisi; i lacerati lor corpi strascinati furono per le strade; e l'Imperatore, che in quel tempo risedeva in Milano, fu sorpreso dalla notizia dell'audace e sfrenata barbarie del popolo di Tessalonica. La sentenza di qualunque Giudice spassionato avrebbe dovuto infliggere una severa pena agli autori del delitto; ed anche il merito di Boterico potè contribuire ad esacerbare il dispiacere e lo sdegno del suo Signore. Il focoso e collerico temperamento di Teodosio fu impaziente delle dilatorie formalità d'un processo criminale; e precipitosamente risolvè, che s'espiasse il sangue del suo Luogotenente con quello del popolo reo. Pure il suo spirito pendea tuttora dubbioso fra i consigli di clemenza e di vendetta; lo zelo dei Vescovi avea quasi strappato dal ripugnante Imperatore la promessa di un generale perdono. Ma fu di nuovo infiammata la sua passione dalle adulanti suggestioni di Ruffino ministro di lui; e dopo che Teodosio ebbe spedito i messaggi di morte, tentò, ma troppo tardi, d'impedire l'esecuzione dei suoi ordini. Fu ciecamente commesso il gastigo di una città Romana alla spada, che senza distinzione alcuna operasse, de' Barbari; e si concertarono gli ostili preparativi coll'oscuro e perfido artifizio di un'illegittima cospirazione. A tradimento si invitò il popolo di Tessalonica in nome del suo Sovrano ai giuochi del Circo; e tal era l'insaziabile avidità loro per questi divertimenti, che da un gran numero di spettatori fu trascurata qualunque considerazione di timore o di sospetto. Appena fu ripieno quel luogo, i soldati, che erano stati posti segretamente intorno al Circo, riceverono il segnale non già della corsa, ma di un generale macello. Continuò quella promiscua carnificina per tre ore senza differenza di stranieri o di nazionali, di sesso o di età, d'innocenza o di colpa; i ragguagli più moderati fanno ascendere a settemila il numero degli uccisi; ed alcuni scrittori asseriscono, che furono sacrificate più di quindicimila vittime all'ombra di Boterico. Un mercante forastiero, che probabilmente non aveva avuto parte nell'uccisione di esso, offerì la propria vita e tutte le sue ricchezze per salvare uno dei suoi due figli; ma mentre il padre stava esitando con uguale tenerezza, mentr'era dubbioso nella scelta, e ripugnante alla condanna, i soldati posero fine alla sua sospensione coll'immergere nel momento stesso i lor ferri nei petti dei miseri giovani. L'apologia degli assassini, che erano cioè obbligati a produrre un determinato numero di teste, non serve che ad accrescere, coll'apparenza dell'ordine e della premeditazione, gli orrori della strage, che fu eseguita per comandamento di Teodosio. S'aggrava la colpa dell'Imperatore dalla lunga e frequente residenza di lui in Tessalonica. Eran famigliari, e tuttora presenti all'immaginazione di esso la situazione di quella sfortunata città, l'aspetto delle contrade e delle fabbriche, le vesti ed i volti degli abitatori e Teodosio aveva un forte e vivo sentimento dell'esistenza di quel popolo ch'egli distrusse[531].
A. 338
Il rispettoso attaccamento dell'Imperatore pel Clero Cattolico l'aveva disposto ad amare ed ammirare il carattere d'Ambrogio, che nel più eminente grado riuniva in sè tutte le virtù Episcopali. Gli amici ed i ministri di Teodosio imitavan l'esempio del loro Sovrano; ed egli vedeva con maggior sorpresa che dispiacere, che tutti i suoi consigli segreti venivano immediatamente comunicati all'Arcivescovo, il quale agiva nella lodevole persuasione, che qualunque passo del governo civile può aver qualche connessione con la gloria di Dio o coll'interesse della vera religione. I Monaci e la plebe di Callinico, oscura città sulle frontiere della Persia, eccitati dal proprio fanatismo, e da quello del loro Vescovo, avevan tumultuariamente abbruciato un luogo d'adunanza dei Valentiniani, ed una sinagoga di Ebrei. Il sedizioso Prelato fu condannato dal magistrato della provincia o a rifabbricare la sinagoga, o a risarcirne il danno; e questa moderata sentenza fu confermata dall'Imperatore, ma non dall'Arcivescovo di Milano[532]. Ei dettò una lettera di censura e di rimprovero, che più sarebbe stata forse a proposito, se l'Imperatore avesse ricevuto la circoncisione, e rinunciato alla fede del suo Battesimo. Ambrogio considera la tolleranza della religione Giudaica come una persecuzione della Cristiana; arditamente dichiara, ch'egli stesso ed ogni vero fedele avrebbe ardentemente disputato al Vescovo di Callinico il merito del fatto e la corona del martirio, e si duole ne' termini più patetici, che la esecuzione della sentenza sarebbe stata fatale alla fama ed alla salvazione di Teodosio. Poichè questo privato avvertimento non produsse immediatamente l'effetto, l'Arcivescovo pubblicamente dal pulpito[533] diresse il discorso all'Imperatore sul Trono[534], nè volle offrir l'oblazione dell'altare, finattantochè non ebbe ottenuto da Teodosio una solenne e positiva dichiarazione, che assicurasse l'impunità del Vescovo e dei Monaci di Callinico. Fu sincera la ritrattazione di Teodosio[535]; e nel tempo della sua residenza in Milano continuamente andò crescendo l'affetto, che avea verso d'Ambrogio per l'abitudine di una pia e famigliare conversazione.
Quando Ambrogio seppe la strage di Tessalonica, il suo spirito fu ripieno d'orrore e di angustia. Ritirossi alla campagna per soddisfare il proprio dolore, e per evitar la presenza di Teodosio. Ma siccome l'Arcivescovo era persuaso, che un timido silenzio lo avrebbe renduto complice del misfatto, rappresentò in una privata lettera l'enormità del delitto, che non potea cancellarsi che mediante le lacrime della penitenza. L'Episcopal vigore d'Ambrogio fu temperato dalla prudenza, e si contentò d'indicargli[536] una specie di scomunica indiretta, assicurandolo, che era stato avvertito in visione di non offerire il sacrifizio in nome o in presenza di Teodosio; ed avvisandolo, che si limitasse all'uso delle preghiere, senz'ardire d'accostarsi all'altare di Cristo, o di ricevere la santa Eucarestia con quelle mani che erano tuttavia contaminate dal sangue di un innocente popolo. Era l'Imperatore profondamente agitato dai propri rimproveri e da quelli del suo padre spirituale; e dopo d'avere pianto le dannose ed irreparabili conseguenze del suo precipitoso furore, si dispose a fare, giusta l'usata forma, le sue devozioni nella Chiesa maggiore di Milano. Fu egli arrestato nel vestibolo dall'Arcivescovo, che col tuono e col linguaggio di un Ambasciatore del Cielo, dichiarò al suo Sovrano, che la contrizione privata non era sufficiente a purgare un delitto pubblico, o a soddisfar la giustizia dell'offesa Divinità. Teodosio umilmente rappresentò, che se egli aveva commesso il delitto dell'omicidio, David, che era l'uomo secondo il cuore di Dio, era stato non solo reo d'omicidio, ma ancor d'adulterio. «Tu hai imitato Davide nel delitto, imitalo dunque nella penitenza»: tale fu la risposta dell'inflessibile Ambrogio. Si accettarono le rigorose condizioni del perdono e della pace; ed è riportata la pubblica penitenza dell'Imperator Teodosio come uno dei più onorevoli avvenimenti negli annali della Chiesa. Secondo le regole più moderate della disciplina ecclesiastica, ch'era in vigore nel quarto secolo, s'espiava il delitto d'omicidio con la penitenza di vent'anni[537]; e siccome nel corso della vita umana era impossibile di purgare il moltiplice reato della strage di Tessalonica, il delinquente avrebbe dovuto escludersi dalla santa comunione fino all'ora della sua morte. Ma l'Arcivescovo, consultando le massime di una religiosa politica, accordò qualche indulgenza al grado dell'illustre penitente, che umiliò fino alla polvere la sublimità del diadema, e potè ammettersi la pubblica edificazione come un forte motivo per abbreviar la durata della sua pena. Era abbastanza, che l'Imperator dei Romani, spogliato delle insegne Reali, comparisse nella positura di dolente e di supplichevole, e che in mezzo alla Chiesa di Milano umilmente chiedesse, con singhiozzi e con lacrime, il perdono delle sue colpe[538]. In questa cura spirituale, Ambrogio impiegò i diversi metodi della dolcezza e della severità. Dopo una dilazione di circa otto mesi, fu restituita a Teodosio la comunion dei fedeli; e l'editto, che frappone un salutevole spazio di trenta giorni fra la sentenza e l'esecuzione di essa, può riguardarsi come il degno frutto della sua penitenza[539]. I posteri hanno applaudito alla virtuosa fermezza dell'Arcivescovo, e l'esempio di Teodosio può servire a provare la vantaggiosa influenza di quei principj, che possono sforzare un Monarca, superiore ai timori delle pene umane, a rispettare le leggi e i ministri d'un Giudice invisibile. «Un Principe (dice Montesquieu) sul quale hanno forza le speranze ed i timori della religione, si può paragonare ad un leone, docile soltanto alla voce ed alla mano del suo custode»[540]. I moti dunque di una reale fiera dipenderanno e dall'inclinazione e dall'interesse dell'uomo, che ha acquistato una sì pericolosa autorità sopra di essa, ed il sacerdote, che ha nelle mani la coscienza di un Re, può accenderne o moderarne le ardenti passioni. Il medesimo Ambrogio ha sostenuto la causa dell'umanità e quella della persecuzione con ugual energia e con uguale successo.
A. 388-391
Dopo la disfatta e la morte del Tiranno della Gallia, il Mondo Romano restò in possesso di Teodosio. Dalla scelta di Graziano ei traeva l'onorevol suo diritto alle province dell'Oriente: egli aveva acquistato l'Occidente, per mezzo della vittoria, ed i tre anni, che passò nell'Italia, furono utilmente impiegati a ristabilire l'autorità delle leggi, ed a corregger gli abusi, che erano impunemente prevalsi durante l'usurpazione di Massimo e la minorità di Valentiniano. Il nome di questo era inserito regolarmente nei pubblici atti; ma sembrava, che la tenera età e la dubbiosa fede del figliuolo di Giustina esigessero la prudente cura di un custode Ortodosso; e l'ingegnosa ambizione di Teodosio avrebbe potuto escludere l'infelice giovane senza contesa e quasi senza una parola, dall'amministrazione, ed anche dall'eredità dell'Impero. Se Teodosio avesse consultato le rigide massime dell'interesse e della politica, la sua condotta sarebbe stata giustificata dai suoi amici; ma la generosità del suo contegno in questa memoranda occasione ha vinto anche l'applauso dei suoi più inveterati nemici. Ei collocò Valentiniano sul trono di Milano, e senza stipulare alcun presente o futuro vantaggio, gli restituì l'assoluto dominio di tutte le Province, delle quali era stato spogliato dalle armi di Massimo. Alla restituzione dell'ampio suo patrimonio, Teodosio aggiunse il libero e generoso dono dei paesi oltre le Alpi, che il suo fortunato valore avea ricuperati dall'assassino di Graziano[541]. Contento della gloria che aveva acquistato nel vendicare la morte del suo benefattore e nel liberar l'Occidente dal giogo della tirannide, l'Imperatore tornò da Milano a Costantinopoli; e pacifico possessor dell'Oriente insensibilmente ricadde negli antichi suoi abiti di lusso e d'indolenza. Teodosio adempì la sua obbligazione verso il fratello di Valentiniano, compartì la coniugal sua tenerezza alla sorella di esso; e la posterità, che ammira la pura e singolar gloria dell'elevazione di lui, dee fare applauso all'incomparabil sua generosità nell'uso della vittoria.
A. 391
L'Imperatrice Giustina non sopravvisse lungamente al suo ritorno nell'Italia, e quantunque vedesse il trionfo di Teodosio, non le fu permesso d'influire sul governo del proprio figlio[542]. Il pernicioso attacco alla setta Arriana, che Valentiniano aveva imbevuto dall'esempio e dalle istruzioni di lei, fu presto tolto via dalle lezioni di una educazione più ortodossa. Il crescente suo zelo per la fede Nicena, e la sua filiale riverenza pel carattere e l'autorità d'Ambrogio, dispose i Cattolici a formare la più favorevol opinione delle virtù del giovane Imperatore d'Occidente[543]. Applaudivano essi alla sua castità e temperanza, al disprezzo che aveva del piacere, all'applicazione per gli affari, ed alla tenera affezione di lui per le due sue sorelle, le quali però non poterono indurre l'imparzial giustizia di lui a pronunziare un'ingiusta sentenza contro l'infimo dei suoi sudditi. Ma quest'amabile giovane, prima di finire il ventesim'anno della sua età, fu oppresso da un tradimento domestico, e l'impero fu involto di nuovo negli orrori di una guerra civile. Arbogaste[544], valente soldato della nazione dei Franchi, teneva il secondo posto nella milizia di Graziano. Dopo la morte del suo Signore s'unì allo stendardo di Teodosio; contribuì col suo valore e colla sua condotta militare alla distruzion del tiranno, e fu dichiarato, dopo la vittoria, Generale dell'esercito della Gallia. Il real suo merito e l'apparente sua fedeltà avean guadagnato la confidenza del Principe e del popolo; l'illimitata sua liberalità corruppe i soldati; e mentre generalmente stimavasi come la colonna dello Stato, l'ardito ed astuto Barbaro s'era segretamente determinato o a regolare o a rovinar l'Impero d'Occidente. Si distribuirono i più importanti posti dell'esercito tra i Franchi; furon promosse le creature d'Arbogaste a tutti gli onori ed uffizi del governo civile; il progresso della cospirazione allontanò dalla presenza di Valentiniano qualunque servo fedele; e l'Imperatore, senza forza e senza cognizione, cadde appoco appoco nella precaria dipendente condizione di schiavo[545]. Lo sdegno, che egli manifestò, quantunque potesse nascere solo dall'impaziente e precipitosa indole giovanile, può però ingenuamente anche attribuirsi allo spirito generoso di un Principe, che sentiva di non essere indegno di regnare. Secretamente invitò l'Arcivescovo di Milano ad intraprendere l'uffizio di mediatore, come guarante della sua sincerità, e custode della sua salute. Pensò d'informare l'Imperatore d'Oriente dell'infelice situazione, in cui si trovava; e dichiarò, che, se Teodosio non avesse potuto marciar prontamente in suo soccorso, egli avrebbe dovuto tentare di fuggir dal palazzo, o piuttosto dalla prigione di Vienna in Gallia, dove imprudentemente avea stabilito la sua residenza in mezzo alla nemica fazione. Ma le speranze d'aiuto eran lontane e dubbiose; e siccome ogni giorno somministrava qualche nuova provocazione, l'Imperatore, senza forza o consiglio, con troppa fretta risolvè di arrischiare un'immediata contesa col potente suo Generale. Ricevè Arbogaste sul trono, e mentre il Conte s'accostava con qualche apparenza di rispetto, gli diede un foglio, che indicava la dimissione da tutti i suoi impieghi. «La mia autorità» (rispose Arbogaste con insultante freddezza) «non dipende dal sorriso o dal sopracciglio di un Monarca»; e con disprezzo gettò il foglio sul suolo. L'irato Monarca s'attaccò alla spada di una delle guardie, che si sforzò di trarre dal fodero; e non fu senza qualche sorta di violenza, che gli fu impedito di usar quell'arme fatale contro il suo nemico o se stesso. Pochi giorni dopo tale straordinario contrasto, in cui si era manifestato il risentimento e la debolezza dell'infelice Valentiniano, si trovò strangolato nel suo quartiere; e s'impiegò qualche cura per cuoprire il manifesto delitto di Arbogaste, e persuadere il Mondo, che la morte del giovane Imperatore era stato il volontario effetto della propria disperazione[546]. Il corpo di lui fu con decente pompa condotto a sepellirsi in Milano, e l'Arcivescovo recitò un'orazione funebre, per rammentarne le virtù e le sventure[547]. In quest'occasione la umanità d'Ambrogio l'indusse a sconvolgere in singolar modo il suo sistema teologico, ed a confortare le piangenti sorelle di Valentiniano, con assicurarle che il pio lor fratello, quantunque non avesse ricevuto il sacramento del Battesimo, era stato introdotto senza difficoltà nelle sedi della beatitudine eterna[548].