La prudenza d'Arbogaste aveva preparato il successo dei suoi ambiziosi disegni; ed i Provinciali, nei petti dei quali era già estinto qualunque sentimento di patriottismo o di fedeltà, con mansueta rassegnazione aspettavano l'ignoto Signore, che la scelta di un Franco avrebbe posto sul trono Imperiale. Ma qualche residuo di orgoglio e di pregiudizio tuttavia s'opponeva all'elevazione d'Arbogaste medesimo; ed il giudizioso Barbaro stimò consiglio migliore quello di regnare sotto il nome di qualche dipendente Romano. Ei diede la porpora al Retore Eugenio[549], ch'esso aveva già promosso dal posto di suo Segretario domestico, a quello di Maestro degli Uffizi. Nel corso dei privati e dei pubblici impieghi, il Conte aveva sempre approvato l'attaccamento e l'abilità di Eugenio; la sua dottrina ed eloquenza, sostenuta dalla gravità dei costumi, gli conciliava la stima del popolo; e la ripugnanza, con cui parve salire sul trono, può inspirare una favorevole prevenzione della virtù e moderazione di esso. Furono immediatamente spediti alla Corte di Teodosio gli Ambasciatori del nuovo Imperatore, per fargli sapere con affettata mestizia l'infelice accidente della morte di Valentiniano, e per chiedere, senza rammentare il nome d'Arbogaste, che il Monarca Orientale abbracciasse per suo legittimo collega il rispettabile cittadino, che aveva ottenuto l'unanime suffragio degli eserciti e delle Province occidentali[550]. Teodosio fu giustamente irritato, che la perfidia d'un Barbaro avesse in un momento distrutto le fatiche ed il frutto delle sue precedenti vittorie; e fu eccitato dalle lacrime dell'amata sua moglie[551] a vendicare la morte dello sfortunato fratello di lei, ed a sostenere un'altra volta con le armi la violata Maestà del Trono. Ma siccome una seconda conquista dell'Occidente era un'impresa pericolosa e difficile, rimandò con splendidi doni e con ambigua risposta gli Ambasciatori di Eugenio, e furono impiegati quasi due anni nei preparativi della guerra civile.
Avanti di appigliarsi ad alcun decisivo partito, il pietoso Imperatore bramava di sapere la volontà del Cielo, e poichè il progresso del Cristianesimo aveva fatto tacere gli oracoli di Delfo e di Dodona, consultò un Monaco Egiziano il quale secondo l'opinione d'allora, godeva del dono dei miracoli e della cognizion del futuro. Eutropio, uno degli Eunuchi favoriti del palazzo di Costantinopoli, s'imbarcò per Alessandria, di dove navigò su pel Nilo fino alla città di Licopoli o dei Lupi, situata nella remota provincia della Tebaide[552]. Nelle vicinanze di quella città e sulla cima di un alto monte, il Santo Giovanni[553], aveva fabbricato con le sue proprie mani un'umil cella, nella quale era dimorato più di cinquant'anni senz'aprire la porta, senza veder la faccia di alcuna donna, e senza gustar cibo, che si fosse preparato per mezzo del fuoco o qualche arte umana. Egli consumava cinque giorni della settimana in preghiere e meditazioni; ma il sabbato e la domenica ordinariamente apriva una piccola finestra, e dava udienza alla folla dei supplicanti, che continuamente vi concorrevano da tutte le parti del Mondo. S'accostò alla finestra in rispettoso portamento l'Eunuco di Teodosio, propose le sue dimande intorno all'evento della guerra civile, ed in breve tornò con un favorevole oracolo, che animò il coraggio dell'Imperatore con la sicurezza d'una sanguinosa ma infallibil vittoria[554]. Fu preceduto l'adempimento della predizione da tutti quei mezzi, che somministrar poteva l'umana prudenza. Si scelse l'industria dei due generali, Stilicone e Timasio, per compire il numero, e ristabilir la disciplina delle legioni Romane. Marciarono le formidabili truppe dei Barbari, sotto le insegne dei nativi lor Capitani. Erano arrolati al servizio del medesimo Principe l'Ibero, l'Arabo, e il Goto, che si miravan l'un l'altro con vicendevol sorpresa; ed il famoso Alarico acquistò nella scuola di Teodosio quella cognizione dell'arte della guerra, che poi esercitò con tanta fatalità per la distruzione di Roma[555].
L'Imperatore Occidentale, o per dir meglio il suo Generale Arbogaste era stato istruito dalla mala condotta e dalla disgrazia di Massimo di quanto poteva riuscir pericoloso l'estender la linea di difesa contro un abil nemico, il quale era in libertà di spignere o di sospendere, di ristringere o di moltiplicare i suoi diversi modi d'attacco[556]. Arbogaste piantò il suo quartiere nei confini dell'Italia; lasciò senza resistenza occupare alle truppe di Teodosio le province della Pannonia fino a piè delle alpi Giulie; ed anche i passaggi delle montagne negligentemente, o forse ad arte furono abbandonati all'audace invasore. Questi discese dai monti, ed osservò con qualche sorpresa il formidabile campo dei Galli e dei Germani, che occupava con le armi e con le tende l'aperta campagna, che si estende fino alle mura d'Aquileia, ed alle rive del Frigido[557] o del fiume freddo[558]. Questo angusto teatro della guerra, circoscritto dalle Alpi e dall'Adriatico, non dava molto luogo alle operazioni della militare perizia; lo spirito d'Arbogaste avrebbe sdegnato un perdono; la sua colpa toglieva ogni speranza di negoziazione; e Teodosio era impaziente di soddisfare la propria gloria e vendetta col punir gli assassini di Valentiniano. Senza considerare gli ostacoli, che la natura e l'arte opponevano ai suoi sforzi, l'Imperatore d'Oriente attaccò subito le fortificazioni dei rivali, assegnò ai Goti il posto d'un onorevol pericolo, e nutriva un segreto desiderio, che la sanguinosa battaglia diminuisse l'orgoglio ed il numero dei vincitori. Diecimila di quegli ausiliari, e Bacurio, Generale degl'Iberi, valorosamente restaron morti sul campo. Ma il loro sangue non servì a comprar la vittoria: i Galli mantennero il vantaggio che avevano, e la sopravvegnente notte protesse la disordinata fuga o ritirata delle truppe di Teodosio. L'Imperatore si riparò sui monti vicini, dove passò una trista notte senza dormire, senza provvisioni, e senza speranze[559]; eccettuata quella forte sicurezza, che nelle circostanze più disperate un animo indipendente può trarre dal disprezzo della fortuna e della vita. Si celebrava il trionfo d'Eugenio dall'insolente e dissoluta gioia del suo campo, mentre l'attivo e vigilante Arbogaste segretamente distaccava un corpo considerabil di truppe ad oggetto d'occupare i passi dei monti, e circondare la retroguardia dell'esercito Orientale. Allo spuntare del giorno, Teodosio vide la grandezza e l'estremità del pericolo: ma ne furon tosto dissipati i timori da un amichevol messaggio, spedito dai condottieri di quelle truppe, che gli espose l'inclinazione che avevano d'abbandonare lo stendardo del Tiranno. Furono senza esitare accordati gli onorevoli e lucrosi premi che essi richiesero in prezzo del lor tradimento; e siccome non si poteva facilmente aver foglio ed inchiostro, l'Imperatore sottoscrisse sul suo medesimo libretto de' ricordi la ratifica del trattato. Si ravvivò da quest'opportuno rinforzo lo spirito dei suoi soldati; e con nuovo coraggio marciarono a sorprendere il campo di un Tiranno, i primi Uffiziali del quale pareva che diffidassero o della giustizia o del buon successo delle sue armi. Nel calor della pugna, ad un tratto, come suole spesso accadere fra le alpi, si suscitò dall'Oriente una furiosa tempesta. L'esercito di Teodosio era difeso per la sua situazione dall'impetuosità del vento, che gettò un nuvol di polvere in faccia ai nemici, disordinò le loro file, fece cadere loro i dardi di mano, e rispinse o diresse altrove gli inefficaci lor giavellotti. Si trasse abilmente profitto di quest'accidental vantaggio: la violenza della tempesta fu magnificata dai superstiziosi terrori dei Galli, i quali cederono senza vergogna all'invisibil potere del Cielo, che sembrava militare dalla parte del pio Imperatore[560]. La sua vittoria fu intera; ed i suoi rivali non si distinsero nella morte che per la differenza dei loro caratteri. Il Rettore Eugenio, che aveva quasi acquistato il dominio del Mondo, si ridusse ad implorar la misericordia del vincitore; e gli impazienti soldati, nel tempo che ei stava prostrato ai piè di Teodosio, gli tagliaron la testa. Arbogaste, dopo aver perduto una battaglia, in cui adempiuto aveva i doveri di soldato e di generale, andò vagando più giorni fra le montagne. Ma quando restò convinto, che il caso era disperato, ed impraticabile la fuga, l'intrepido Barbaro imitò l'esempio degli antichi Romani, e rivolse contro il proprio petto la spada. Fu deciso il destino dell'Impero in un angusto canto dell'Italia; ed il legittimo successore della casa di Valentiniano abbracciò l'Arcivescovo di Milano, e ricevè graziosamente la sommissione delle Province occidentali. Erano queste restate involte nella colpa della ribellione; mentre l'inflessibil coraggio dell'unico Ambrogio avea resistito alle pretensioni d'una felice usurpazione. L'Arcivescovo con una viril libertà, che avrebbe potuto esser fatale ad ogni altro suddito, rigettò i doni d'Eugenio, evitò la sua corrispondenza, e si ritirò da Milano per fuggire l'odiosa presenza d'un Tiranno, di cui predisse in ambiguo e discreto linguaggio la perdita. Fu applaudito il merito d'Ambrogio dal vincitore, che si assicurò l'affetto del popolo mediante la sua union con la Chiesa: e s'attribuisce la clemenza di Teodosio alla pietosa intercessione dell'Arcivescovo di Milano[561].
Dopo la disfatta d'Eugenio, tutti gli abitanti del Mondo Romano di buona voglia riconobbero il merito non meno che l'autorità di Teodosio. L'esperienza della sua condotta passata favoriva le più lusinghiere speranze del futuro suo regno; e l'età dell'Imperatore, che non passava cinquant'anni, pareva che allargasse il prospetto della pubblica felicità. La sua morte, che seguì non più di quattro mesi dopo l'esposta vittoria, fu riguardata dal popolo come un evento non preveduto e fatale, che in un momento distruggeva le speranze della nascente generazione. Ma l'amore del comodo e del lusso aveva segretamente nutrito i principj della malattia[562]. La forza di Teodosio non fu capace di sostenere il subitaneo, e violento passaggio dal palazzo al campo; ed i sintomi di una idropisia, che andavan sempre crescendo, annunziarono la pronta fine dell'Imperatore. L'opinione e forse l'interesse del pubblico avea confermato la divisione degli Imperi d'Oriente e d'Occidente; e i due reali giovani, Arcadio ed Onorio, che avevano già ottenuto dalla tenerezza del genitore il titolo di Augusti, furon destinati ad occupare i troni di Costantinopoli e di Roma. Non fu permesso a questi Principi di esser partecipi del pericolo e della gloria della guerra civile[563], ma tosto che Teodosio ebbe trionfato degli indegni suoi rivali, chiamò Onorio, suo figlio minore, a godere i frutti della vittoria, ed a ricever lo scettro dell'Occidente dalle mani dello spirante suo padre. Si celebrò l'arrivo d'Onorio a Milano con una splendida rappresentazione di giuochi nel Circo, e l'Imperatore, quantunque oppresso dal peso del male, contribuì con la sua presenza alla pubblica gioia. Ma si esaurì la forza, che gli restava, dai penosi sforzi che fece per assistere agli spettacoli della mattina. Onorio, nel rimanente del giorno, tenne il luogo del padre; ed il Gran Teodosio spirò nella notte seguente. Nonostante le recenti animosità d'una guerra civile, la sua morte fu generalmente compianta. I Barbari ch'egli avea vinti, e gli Ecclesiastici, dai quali era stato vinto egli stesso, celebrarono con alto e sincero applauso le qualità del morto Imperatore, che più sembravano valutabili ai lor occhi. I Romani si spaventarono all'imminente pericolo d'una debole e divisa amministrazione, ed ogni disgraziato accidente degli infelici regni d'Arcadio e d'Onorio ravvivò la memoria della loro irreparabil perdita.
Nella fedel pittura delle virtù di Teodosio, non si sono dissimulate le sue imperfezioni, l'atto di crudeltà e l'abitudine dell'indolenza, che oscurarono la gloria d'uno dei più grandi fra i Principi Romani. Un istorico, perpetuo nemico della fama di Teodosio, ha esagerato i suoi vizi ed i lor perniciosi effetti; egli audacemente asserisce, che i sudditi di ogni ceto imitavano gli effemminati costumi del loro Sovrano, che ogni specie di corruzione macchiava il corso della vita sì pubblica che privata; e che i deboli freni dell'ordine e della decenza non eran sufficienti ad impedire il progresso di quello spirito depravato, che sacrifica senza rossore la considerazione del dovere e dell'utile alla vile soddisfazione dell'ozio e dell'appetito[564]. Le querele degli Scrittori contemporanei, che deplorano l'accrescimento del lusso, e la depravazione dei costumi, ordinariamente indicano la particolare loro indole e situazione. Vi sono pochi osservatori, che abbiano una chiara ed estesa veduta delle rivoluzioni di una società; e che sieno capaci di scuoprire i tenui e segreti motivi d'agire, che spingono ad un'istessa uniforme direzione le capricciose e cieche passioni d'una moltitudine d'individui. Se può affermarsi con qualche grado di verità, che la lussuria dei Romani fosse più vergognosa o dissoluta nel regno di Teodosio, che al tempo di Costantino, o forse d'Augusto, non può attribuirsi tale alterazione ad alcuna vantaggiosa circostanza, che avesse accresciuto la copia delle nazionali ricchezze. Un lungo periodo di calamità o di decadenza dovè opporsi alla industria, e diminuir l'opulenza del popolo; ed il profuso lusso deve essere stato l'effetto di quella indolente disperazione, che gode il bene presente, e scaccia i pensieri del futuro. L'incerta condizione del loro stato disanimava i sudditi di Teodosio dall'impegnarsi in quelle utili e laboriose imprese, che richiedono una spesa immediata, e promettono un lento e lontano vantaggio. I frequenti esempi di desolazione e rovina li tentavano a non risparmiare gli avanzi di un patrimonio, che ad ogni momento potea divenire la preda dei rapaci Goti. E la pazza prodigalità, che prevale nella confusione d'un naufragio o d'un assedio, può servire a spiegare il progresso del lusso fra le disgrazie ed i terrori d'una cadente nazione.
Il lusso effemminato, che infestava i costumi delle Corti e delle città, aveva instillato un veleno distruttivo e segreto nei corpi delle legioni; e si è notata la degenerazione di esse dalla penna d'uno scrittore militare, che aveva diligentemente studiato i genuini ed antichi principj della disciplina Romana. È una giusta ed importante osservazione di Vegezio, che la infanteria fu invariabilmente coperta con armi difensive, dalla fondazione della città fino al regno dell'Imperator Graziano. Il rilassamento della disciplina e la mancanza d'esercizio rendè i soldati meno atti e meno disposti a sostener le fatiche militari: si dolevano essi del peso dell'armatura, che di rado portavano; ed ottennero in seguito la permissione di deporre le corazze e gli elmetti. I pesanti dardi dei loro maggiori, la spada corta, ed il formidabile pilo, che avea soggiogato il Mondo, caddero insensibilmente dalle lor deboli destre. Siccome non è compatibile l'uso dello scudo con quello dell'arco, essi marciavano mal volentieri nel campo; condannati a soffrire o il dolore delle ferite o l'ignominia della fuga, erano sempre disposti a preferire l'alternativa più vergognosa. La cavalleria dei Goti, degli Unni e degli Alani aveva sentito il benefizio, ed adottato l'uso delle armi difensive; ed essendo eccellenti nel maneggiare le armi da scagliare, facilmente opprimevano le tremanti e nude legioni, che avevan le teste ed i petti esposti senza difesa alle frecce dei Barbari. La perdita degli eserciti, la distruzione delle città, ed il disonore del nome Romano indussero dipoi inutilmente i successori di Graziano a ristabilir l'uso degli elmi e delle corazze nell'infanteria. Gli snervati soldati abbandonarono la propria e la pubblica difesa; e la pusillanime loro indolenza può risguardarsi come l'immediata cagione della caduta dell'Impero[565].
CAPITOLO XXVIII.
Distruzione finale del Paganesimo. Introduzione del culto dei Santi, e delle reliquie fra i Cristiani.
La rovina del Paganesimo, seguita ai tempi di Teodosio, è forse l'unico esempio dell'intiero annientamento di un'antica e popolare superstizione; e può meritare per conseguenza di esser considerata come un evento singolare nell'istoria dello spirito umano. I Cristiani, e specialmente il Clero, avevan sofferto con impazienza le prudenti dilazioni di Costantino, e l'ugual tolleranza di Valentiniano il Vecchio; nè potevan creder perfetta o sicura la lor conquista, finattantochè fosse permesso agli avversari di esistere. Impiegossi l'autorità che Ambrogio ed i suoi fratelli aveano acquistato sopra la gioventù di Graziano e la pietà di Teodosio, per inspirare massime di persecuzione nei petti degl'Imperiali proseliti. Si stabilirono due speciosi principj di religiosa giurisprudenza, dai quali deducevasi un'immediata e rigorosa conseguenza contro i sudditi dell'Impero, che continuavano ad osservare le ceremonie dei loro maggiori: vale a dire, che il Magistrato in qualche modo si fa reo dei delitti che trascura di proibire o di gastigare, e che il culto idolatrico delle favolose Divinità e dei veri demonj è il delitto più abominevole contro la suprema Maestà del Creatore. S'applicavano senza riflessione, e forse erroneamente dal Clero le leggi di Mosè, e gli esempi della Storia Giudaica[566] all'universale e dolce regno del Cristianesimo[567]. Fu eccitato lo zelo degl'Imperatori a vendicare il proprio onore e quello di Dio; e circa sessant'anni dopo la conversione di Costantino, si rovesciarono i templi del Mondo Romano.