A. 390-420
Un popolo di schiavi è sempre pronto ad applaudire alla clemenza del suo Signore, che nell'abuso del potere assoluto non deviene all'ultime estremità dell'ingiustizia e dell'oppressione. Teodosio poteva senza dubbio aver proposto ai Pagani suoi sudditi l'alternativa del battesimo o della morte; e l'eloquente Libanio ha lodato la moderazione di un Principe, che non obbligò mai con legge positiva tutti i suoi sudditi ad immediatamente abbracciare e praticar la religione del proprio Sovrano[625]. Non era divenuta la professione del Cristianesimo una qualità essenziale per godere i diritti civili della società; nè s'era imposto alcun peso particolare ai Settarj, che creduli ammettevano le favole d'Ovidio, e rigettavano ostinati i miracoli del Vangelo. Il palazzo, le scuole, l'esercito ed il senato eran pieni di devoti e dichiarati Pagani; essi ottenevano senza distinzione gli onori civili e militari dell'Impero. Teodosio distinse il suo generoso riguardo per la virtù e pei talenti, con impartire a Simmaco la dignità consolare[626], e con esprimere la sua personal amicizia per Libanio[627]; e i due più eloquenti apologisti del Paganesimo non furon mai sollecitati o a mutare o a dissimular le religiose lor opinioni. Era permessa ai Pagani la più licenziosa libertà di parlare e di scrivere; gli istorici e filosofici avanzi d'Eunapio, di Zosimo[628] e dei fanatici dottori della scuola Platonica dimostrano le animosità più furiose, e contengono le più aspre invettive contro i sentimenti e la condotta dei vittoriosi loro avversari. Se questi audaci libelli erano pubblicamente noti, noi dobbiamo applaudire il buon senso dei Principi Cristiani, che riguardavano con riso e disprezzo gli ultimi sforzi della superstizione e della disperazione[629]. Ma rigorosamente s'eseguivano le leggi Imperiali, che proibivano i sacrifizi e le ceremonie del Paganesimo, ed ogni momento contribuiva a distruggere l'autorità d'una religione, ch'era sostenuta dall'uso piuttosto che dalle prove. Può segretamente nutrirsi la devozione del poeta o del filosofo per mezzo delle preghiere, della meditazione e dello studio; ma sembra che l'esercizio del Culto pubblico sia l'unico solido fondamento delle opinioni religiose del popolo, che traggono la loro forza dall'imitazione e dall'abito. L'interrompimento di tal pubblico esercizio può nel corso di pochi anni condurre a fine l'importante opera di una rivoluzion nazionale. Non può lungamente conservarsi la memoria delle opinioni teologiche senza l'artificiale aiuto dei Sacerdoti, dei tempj e dei libri[630]. Il volgo ignorante, il cui animo è sempre agitato dalle cieche speranze, e dai terrori della superstizione, verrà ben presto persuaso da' suoi superiori a dirigere i propri voti alle dominanti Divinità del suo secolo, ed appoco appoco s'imbeverà d'un ardente zelo pel sostegno e la propagazione di quella nuova dottrina, che a principio la fame spirituale l'obbligò ad accettare. La generazione, venuta dopo la promulgazion delle leggi Imperiali, fu tratta nel seno della Chiesa cattolica; e la caduta del Paganesimo, quantunque sì dolce, fu tanto rapida, che non più di ventott'anni dopo la morte di Teodosio, dall'occhio del Legislatore non se ne scorgevano più i deboli e minuti vestigi[631].
La rovina della religione Pagana vien descritta dai Sofisti, come un terribile e sorprendente prodigio, che coprì la terra di tenebre, e ristabilì l'antico dominio della notte e del caos. Essi riferiscono in alto e patetico tuono, che i tempj eran convertiti in sepolcri, e che i luoghi sacri che prima splendevano adornati di statue degli Dei, erano vilmente contaminati dalle reliquie dei martiri Cristiani. «I Monaci (specie d'immondi animali, ai quali Eunapio è tentato di negar fino il nome di uomini) sono gli autori del nuovo culto, il quale in luogo di quelle Divinità, che si concepiscono coll'intelletto, ha sostituito i più abbietti e dispregevoli schiavi. Le teste salate ed imbalsamate di quegl'infami malfattori, che pei loro delitti han sofferto una giusta ed ignominiosa morte; i loro corpi tuttavia marcati dall'impressione delle verghe e dalle cicatrici, lasciatevi da que' tormenti che dati furono per sentenza del magistrato: questi sono (prosegue Eunapio) gli Dei che la terra produce ai nostri giorni; questi sono i martiri, gli arbitri supremi delle nostre suppliche e domande a Dio, le tombe dei quali vengono adesso consacrate come gli oggetti della venerazione del popolo»[632]. Senz'approvarne la malizia, egli è molto naturale il partecipare della sorpresa del Sofista, spettatore d'una rivoluzione che innalzò quelle oscure vittime della Romana legge, al grado di celesti ed invisibili protettori dell'Imperio Romano. Il grato rispetto, che avevano i Cristiani pei martiri della fede, fu elevato dal tempo e dalla vittoria ad una religiosa adorazione, ed i più illustri fra i Santi e Profeti furono meritamente associati agli onori dei martiri. Cento cinquant'anni dopo la gloriosa morte di S. Pietro e di S. Paolo, si distinsero il Vaticano e la via Ostiense pei sepolcri, o piuttosto pei trofei di quegli spirituali Eroi[633]. Nel secolo dopo la conversione di Costantino, gl'Imperatori, i Consoli, ed i Generali degli eserciti devotamente vigilavano i sepolcri di un facitor di tende e d'un pescatore[634]: e furon depositate le lor venerabili ossa sotto gli altari di Cristo, sui quali continuamente i Vescovi della città reale offerivano l'incruento sacrifizio[635]. La nuova capitale dell'Oriente, incapace di produrre alcun antico e domestico trofeo, fu arricchita delle spoglie delle dipendenti Province. I corpi di S. Andrea, di S. Luca, e di S. Timoteo quasi per trecent'anni avevan riposato in oscuri sepolcri, dai quali furono trasportati con solenne pompa alla chiesa degli Apostoli, che la magnificenza di Costantino aveva fondato sulle rive del Bosforo Tracio[636]. Circa cinquant'anni dopo le medesime rive onorate furono dalla presenza di Samuele, Profeta e Giudice del popolo Israelita. Le sue ceneri, depositate in un vaso d'oro e coperte d'un velo di seta, passarono dalle mani d'un Vescovo a quelle d'un altro. Si riceveron dal popolo le reliquie di Samuele con la medesima gioia e reverenza, che si sarebbe dimostrata al Profeta medesimo vivente; le pubbliche strade, dalla Palestina fino alle porte di Costantinopoli, eran occupate da una continua processione; e l'istesso Imperatore Arcadio alla testa dei più illustri membri del Clero e del Senato, s'avanzò incontro allo straordinario suo ospite, che aveva sempre meritato e voluto l'omaggio dei Re[637]. L'esempio di Roma e di Costantinopoli confermò la fede e la disciplina del Mondo Cattolico. Gli onori de' Santi e dei Martiri, dopo un debole ed inefficace susurro della profana ragione[638], si stabilirono generalmente; ed al tempo d'Ambrogio e di Girolamo stimavasi, che sempre mancasse qualche cosa alla santità d'una Chiesa Cristiana, finattantochè non fosse stata santificata da qualche parte di sacre reliquie che determinassero ed infiammassero la devozione del Fedele.
Nel lungo periodo di dodici secoli, che scorsero fra il regno di Costantino, e la riforma di Lutero, il culto dei Santi e delle reliquie corruppe la pura e perfetta semplicità del cristiano sistema; e si posson osservare sintomi di tralignamento anche nelle prime generazioni che adottarono e favorirono questa perniciosa innovazione.
I. La soddisfacente esperienza, che le reliquie dei Santi eran più valutabili dell'oro e delle pietre preziose[639], stimolò il Clero a moltiplicare i tesori della Chiesa. Senza molto riguardo alla verità od alla probabilità, s'inventavan dei nomi per gli scheletri, e delle azioni pei nomi. La fama degli Apostoli e dei santi uomini, che avevano imitato la loro virtù, fu oscurata da religiose finzioni. All'invincibil drappello dei genuini e primitivi martiri, essi aggiunsero molte migliaia di eroi immaginari, che non eran mai stati se non nella fantasia di artificiosi e crudeli autori di leggende; ed havvi motivo di sospettare, che Tours non fosse la sola Diocesi, in cui le ossa d'un malfattore fossero adorate invece di quelle di un Santo[640]. Una pratica superstiziosa, che tendeva ad accrescere le tentazioni della frode e della credulità, appoco appoco estinse nel Mondo Cristiano il lume dell'istoria e della ragione.
II. Ma il progresso della superstizione sarebbe stato molto meno rapido e vittorioso, qualora la fede del popolo non fosse stata assistita dall'opportuno aiuto delle visioni e dei miracoli per assicurare l'autenticità e la virtù delle più sospette reliquie. Nel regno di Teodosio il Giovane, Luciano[641] Prete di Gerusalemme e ministro Ecclesiastico del villaggio di Cafargamala, circa venti miglia distante dalla città, riferì un sogno assai singolare, che per togliere i suoi dubbi era stato ripetuto per tre sabati continui. Gli appariva nel silenzio della notte una venerabile figura con una lunga barba, una veste bianca ed una verga d'oro, diceva, che il suo nome era Gamaliele, e dichiarava all'attonito Prete, che il suo corpo insieme con quelli d'Abida suo figlio, di Nicodemo suo amico e dell'illustre Stefano, primo martire della fede Cristiana, erano segretamente sepolti nel vicino campo. Aggiunse con qualche impazienza, ch'era ormai tempo di liberar lui ed i suoi compagni dall'oscura loro prigione; che la comparsa loro sarebbe stata salutare ad un Mondo angustiato; e ch'essi avevano scelto Luciano per informare il Vescovo di Gerusalemme della situazione e delle brame loro. Per mezzo di nuove visioni si tolsero l'un dopo l'altro i dubbi e le difficoltà, che tuttavia ritardavano questa importante scoperta; e finalmente fu scavata la terra dal Vescovo, alla presenza di una innumerabile moltitudine. Si trovarono per ordine le casse di Gamaliele, del figlio, e dell'amico; ma quando comparve alla luce la quarta cassa, che conteneva il corpo di Stefano, tremò la terra, e si sparse un odore come di paradiso, che immediatamente risanò le varie malattie di settantatre degli astanti. I compagni di Stefano restarono nella pacifica lor residenza di Cafargamala, ma le reliquie del primo martire si trasportarono con solenne processione ad una Chiesa, eretta in onor loro sul monte Sion; e si conobbe in quasi tutte le Province del Mondo Romano, che ogni piccola particella di quelle reliquie, come una goccia di sangue[642] o la raschiatura di un osso, godeva una divina e miracolosa virtù. Il grave e dotto Agostino[643], l'ingegno del quale appena può ammettere la scusa della credulità, ha riferito gl'innumerabili prodigi, che si fecero nell'Affrica dalle reliquie di S. Stefano; e questa maravigliosa narrazione è inserita nell'elaborata opera della Città di Dio, che il Vescovo d'Ippona produsse come una stabile ed immortal prova della verità della Religione Cristiana. Agostino solennemente dichiara d'avere scelto solo quei miracoli, che venivano pubblicamente assicurati dagl'individui, che furon gli oggetti o gli spettatori del potere del Martire. Molti ne furon omessi o dimenticati; ed Ippona era stata trattata meno favorevolmente delle altre città della Provincia. Eppure il Vescovo conta, nello spazio di due anni, e dentro i limiti della sua Diocesi[644], più di settanta miracoli, fra i quali erano tre morti risuscitati. Se vogliamo rivolgere lo sguardo a tutte le Diocesi ed a tutti i Santi del Mondo Cristiano, non sarà facile il calcolare le favole e gli errori, che nacquero da quest'inesauribil sorgente. Ma ci sarà sicuramente permesso d'osservare, che un miracolo, in quel tempo di credulità e di superstizione, perde tal nome e tutto il suo merito, mentre appena potrebbe adesso risguardarsi come una deviazione dalle ordinarie stabilite leggi della natura.
III. Gli innumerabili miracoli dei quali eran le tombe dei martiri un perpetuo teatro, manifestarono al pietoso credente lo stato e la costituzione attuale del Mondo invisibile, e parve che le sue religiose speculazioni fosser fondate sopra la stabile base del fatto e dell'esperienza. Qualunque si fosse la condizione delle anime volgari, nel lungo intervallo fra lo scioglimento e la resurrezione dei loro corpi, egli era evidente che gli spiriti superiori dei Santi e dei Martiri non passavano quella porzione di loro esistenza in tacito ed ignobile sonno[645]. Egli era evidente (senza pretender di determinare il luogo della loro abitazione o la natura della loro felicità) che essi godevano la viva ed attiva coscienza della lor beatitudine, della virtù e del potere che avevano; e che erano già sicuri del possesso dell'eterno lor premio. L'estensione delle intellettuali facoltà loro sorpassava la misura dell'umana immaginazione; mentre si provava coll'esperienza, ch'essi eran capaci di udire e d'intendere le varie domande dei numerosi loro devoti, che nell'istesso momento, ma nelle parti più lontane del Mondo, invocavano il nome e l'aiuto di Stefano o di Martino[646]. La fiducia dei loro supplicanti era fondata nella persuasione, che i Santi, mentre regnavan con Cristo, gettassero un occhio di compassione sopra la terra; che altamente s'interessassero alla prosperità della Chiesa Cattolica; e che gl'individui, che imitavan l'esempio della lor fede e pietà, fossero i particolari e favoriti oggetti del più tenero loro riguardo. Alle volte invero potevano influire nell'amicizia loro considerazioni di una specie meno sublime; essi rimiravano con parziale affetto i luoghi che erano stati santificati dalla nascita, dalla dimora, dalla morte, dalla sepoltura di se medesimi o dal possesso delle loro reliquie. Le più basse passioni d'orgoglio, d'avarizia e di vendetta, pare che siano indegne di un petto celeste: pure i Santi stessi condiscendevano a dimostrare la grata loro approvazione della generosità dei loro devoti; e si assegnavano i più aspri castighi a quegli empi, che violavano i magnifici lor Santuari, o non credevano al loro soprannaturale potere[647]. In fatti atroce doveva essere il delitto, e strano sarebbe stato lo scetticismo di quelli, che avesser ostinatamente resistito alle prove di una Divina potenza, a cui gli elementi, tutto l'ordine della creazione animale, e fino le sottili ed invisibili operazioni della mente umana eran costrette ad ubbidire[648]. Gl'immediati e quasi instantanei effetti, che si supponeva, seguissero la preghiera o l'offesa, persuasero i Cristiani dell'ampia dose di favore e di autorità, che i Santi godevano alla presenza del sommo Dio; e sembrò quasi superfluo il cercare se i medesimi erano continuamente obbligati ad intercedere avanti al trono della grazia, o se fosse loro permesso di esercitare, secondo i dettami della loro benevolenza e giustizia, il delegato potere del subordinato lor ministero. L'immaginazione, che erasi con penoso sforzo innalzata alla contemplazione ed al culto della Causa Universale, ardentemente abbracciò questi inferiori oggetti d'adorazione, come più proporzionati alle grossolane idee ed imperfette facoltà che essa aveva. A grado a grado corruppesi la sublime e semplice Teologia dei primitivi Cristiani; e la Monarchia celeste, già oscurata da metafisiche sottigliezze, restò degradata dall'introduzione di una popolare mitologia, che tendeva a ristabilire il regno del Politeismo[649].
IV. Siccome gli oggetti della religione furono appoco appoco ridotti alla misura dell'immaginazione, si introdussero i riti e le cerimonie, che parevano operar più potentemente sui sensi del volgo. Se al principio del quinto secolo[650] fossero ad un tratto resuscitati Tertulliano, o Lattanzio[651], e veduto avessero la festa di qualche Santo o Martire popolare[652], avrebber guardato con sorpresa e con isdegno il profano spettacolo, ch'era succeduto al puro e spiritual culto di una congregazione Cristiana. All'aprirsi delle porte della Chiesa sarebbero essi restati offesi dal fumo dell'incenso, dall'odor dei fiori, e dalla luce delle fiaccole e delle lampade, che sul mezzogiorno spargevano un affettato, superfluo, e, secondo loro, sacrilego lume. Se avvicinati si fossero alla balaustrata dell'altare, avrebbero incontrato una folla prostrata, composta per la massima parte di stranieri e di pellegrini, che la vigilia della festa si portavano alla città; e già sentivano il forte trasporto del fanatismo, e forse del vino. S'imprimevan devoti baci sulle mura e sul pavimento del sacro edifizio, e qualunque si fosse il linguaggio della Chiesa, le ferventi lor preci eran dirette all'ossa, al sangue, o alle ceneri del Santo, che ordinariamente veniva nascosto da un velo di lino o di seta agli occhi del volgo. I Cristiani frequentavano le tombe dei Martiri con la speranza d'ottenere dalla potente loro intercessione ogni sorta di spirituali, ma più specialmente, di temporali vantaggi. Imploravano essi la conservazione della salute, la cura delle infermità, la fecondità delle sterili mogli, o la salvezza e felicità dei lor figli. Quando intraprendevano qualche distante o pericoloso viaggio, supplicavano i santi Martiri ad esser loro protettori e lor guide; e se tornavano senza disgrazie, di nuovo correvano ai sepolcri dei Martiri per celebrare con grati ringraziamenti le obbligazioni che avevano alla memoria ed alle reliquie dei celesti lor Patroni. Le mura eran piene all'intorno dei simboli de' favori, ch'essi avean ricevuti; occhi, mani, piedi d'oro e d'argento, ed edificanti pitture, che non potevan lungamente evitare l'abuso di una indiscreta o idolatrica devozione, rappresentavano l'immagine, gli attributi ed i miracoli del Santo tutelare. Uno stesso originale ed uniforme spirito di superstizione potè suggerire nei paesi o nei secoli più distanti fra loro gli stessi metodi d'ingannar la credulità, e d'agire sui sensi del genere umano[653], ma bisogna ingenuamente confessare, che i ministri della Chiesa Cattolica imitarono quel profano modello, ch'erano impazienti di distruggere. I Vescovi più rispettabili s'erano persuasi, che gl'ignoranti volgari più volentieri avrebbero rinunziato alla superstizione del Paganesimo, se avessero trovato qualche rassomiglianza o compensazione nel seno del Cristianesimo. La religione di Costantino terminò, in meno di un secolo, la definitiva conquista dell'Imperio Romano; ma i vincitori medesimi furono insensibilmente soggiogati dalle arti dei loro vinti rivali[654].