DELLA STORIA DELLA DECADENZA
E ROVINA DELL'IMPERO ROMANO

DI

EDOARDO GIBBON

DIVISE IN TRE LETTERE
DIRETTE
AI SIGG. FOOTHEAD E KIRK
INGLESI CATTOLICI

LETTERA I.

L'amorevolezza, con cui accoglieste le brevi e semplici mie riflessioni sul VI. e VII. Tomo della Storia del Sig. Gibbon della traduzione Pisana, le quali v'indirizzai sì per rendervi cauti nella lettura di un'opera pericolosa, che per varj titoli doveva sollecitare la vostra letteraria curiosità, come ancora per animarvi a far uso in difesa della Religione Cattolica del vostro raro talento e sapere: ed inoltre il compatimento, che elleno meritarono presso il dotto ed illustre Prelato della vostra nazione, Monsignor Stonor,[655] mi rendono coraggioso ad indirizzarvene, unicamente pei fini medesimi, alcune altre poche, le quali mi son presentate alla mente in leggendo l'ottavo Tomo uscito ora alla luce. Ma in questo ancora sono tanto gli abbagli del Sig. Gibbon e tanto varj, che senza nojarvi, censurandoli ad uno ad uno, vi mostrerò soltanto l'Autore sempre coerente a se stesso nel pungere ed avvilire il partito Cattolico; non accorgendosi egli per avventura, quanto, così adoperando, ponga in diritto i suoi leggitori di applicare ai suoi libri i giudiziosi canoni fissati da Plutarco nel suo aureo Opuscolo de Malignitate Herodoti, per giudicare del merito di uno Storico.

Siccome un adulatore artificioso ed astuto frammischia talora tra molte e lunghe lodi qualche ombra di biasimo[656], così la malignità ai delitti medesimi accoppia la lode, affinchè quelli ritrovino più agevolmente credenza. Vediamo se il Sig. Gibbon usa un cotal modo tanto coi Padri Greci che coi Latini. «Basilio e Gregorio Nazianzeno (egli dice) eran distinti sopra tutti i loro contemporanei per la rara unione di profana eloquenza e di ortodossa pietà. Essi avevano coltivato i medesimi studj liberali nelle scuole di Atene, si erano ritirati con egual divozione alla solitudine... e pareva totalmente spenta ogni scintilla di emulazione e d'invidia nei santi ed ingenui petti di Gregorio e Basilio». Ma che? l'esaltazion di Basilio alla sede Archiepiscopale di Cesarea scuoprì al Mondo, e forse a lui medesimo l'orgoglio del suo carattere. Il primo favore, che Basilio fece all'amico, fu preso per un insulto, e s'ebbe forse l'intenzione di farlo. Invece d'impiegare i sublimi talenti di Gregorio in qualche utile e cospicuo posto, l'altiero Prelato (Basilio) diè il Vescovado del miserabil villaggio di Sasima al Nazianzeno: e questi dopo di essersi sottomesso con ripugnanza a tale umiliante esilio, e dopo di aver ajutato il proprio padre nel governo della nativa sua Chiesa, conoscendo bene di meritare un'altra udienza ed altro teatro, accettò con lodevole ambizione l'onorevole invito, che gli fu fatto dal partito ortodosso di Costantinopoli. L'istesso Gregorio sotto il modesto velo d'un sogno descrive il proprio buon successo nella predicazione, che ivi ebbe, con qualche umana compiacenza; ivi il Santo, che non avea superate le imperfezioni dell'umana virtù, fu profondamente sensibile al mortificante riflesso, che l'entrar che fece nell'ovile era piuttosto da lupo che da pastore: ivi infine dopo molto l'orgoglio o l'umiltà gli fece evitare una contesa, che avrebbe potuto imputarsi ad ambizione ed avarizia, e propose pubblicamente, non senza qualche dose di sdegno, di rinunziare al governo di una Chiesa, che era risorta, e quasi creata per le sue fatiche; e fu accettata la rinunzia dal Sinodo e dall'Imperatore più facilmente di quello, che sembra che ei si aspettasse in quel tempo, nel quale egli avea forse sperato di godere i frutti della vittoria. Ecco dove vanno a finire le lodi del Sig. Gibbon! Nei santi ed ingenui petti di Gregorio e Basilio ascondevasi la radice di tutti i mali, la superbia, ed il più abbominevol del vizi, l'ipocrisia. Si può egli mai con più sottile scaltrimento attaccare la santità di due tra i più illustri Dottori della Chiesa, e come tali riconosciuti dalla medesima[657] per lo spazio non interrotto di quattordici secoli?

Nè io vo' già negare, che il Nazianzeno adoperasse dei modi non plausibili per sottrarsi alle cure del litigioso Vescovado di Sasima, nè che egli giungesse perfino sul primo fervore a rampognare Basilio, che l'eminenza della sua sede lo avesse reso orgoglioso; ma non per questo Basilio era tale, come lo afferma francamente il Sig. Gibbon, nè tale in realtà reputavasi da Gregorio. Imperocchè questi medesimo giustificò di poi bastevolmente Basilio[658] dicendo, che egli in quella occasione avea preferito, senza riguardo agl'interessi dell'amicizia, tutto ciò, che a suo avviso poteva contribuire al divino servigio; ed in un'arringa fatta nell'adunanza dei Vescovi[659] intervenuti alla sua consacrazione tessè un elogio eccellente a quel grande Arcivescovo, ragionando delle virtù episcopali, che egli poteva apprender da esso; tra le quali e' parrebbe che l'alterezza, l'invidia, l'emulazione e l'orgoglio tanto meno si potessero annoverare, quanto più debbono i Vescovi rassomigliarsi al divino Pastore e Maestro mansuetissimo ed umil di cuore.

Sarà poi almen vero, che Gregorio per l'alto concetto, che avea di se stesso, ricusasse il governo di Sasima e di Nazianzo, ed accettasse quello della nuova Capital dell'Impero? Per verità fino ai dì nostri si era creduto, che il Nazianzeno avesse cercato mai sempre di ascondersi agli occhi degli uomini, a segno tale da venirgli imputato da taluno a delitto[660] un soverchio amore per la solitudine. Da questo amore si ripetevano unicamente le acerbe querele fatte all'amico sul Vescovado di Sasima, a cui aveva sovente[661] manifestato il suo disegno di ritirarsi totalmente dal Mondo, morti che fossero i suoi genitori, e da cui ne aveva riscossi dei segni di approvazione. Ci confermava in tale opinione il leggere nella mentovata Orazione[662], che Gregorio, quanto maggiori lumi acquistava, tanto più si alienava coll'animo dalle dignità della Chiesa, che tutte riputava sublimi per timore di esserne indegno, o di addivenirne superbo, e cadere come Saulle: ben persuasi di non poter ritrovare miglior testimone dei sentimenti del Nazianzeno, tranne colui ch'è il solo scrutatore dei cuori umani, del Nazianzeno medesimo[663]. Ma quelle, mi si dirà, son parole. Son parole, egli è vero, ma dimostrate per sincerissime da una serie costante di azioni, che son quei frutti, dai quali siamo istruiti a discernere la santità dall'ipocrisia. Non vi volle forse tutta la violenza e la tenerezza di un genitore cadente per trar Gregorio dalla sua solitudine, ed indurlo[664] a divider con esso il governo della nativa sua diocesi? E non protestossi, nell'occasione di arrendersi a tai premure, di non volergli succedere in conto alcuno dopo la morte, protesta che ei rinnovò alla presenza dei Vescovi, i quali assisterono ai funerali del padre defunto, contestandone l'ingenuità e colle replicate suppliche per far eleggere il nuovo Pastore a Nazianzo[665], e colla sua ritirata nel Monastero di S. Tecla e Seleucia?

Ma che forse non accettò l'onorevole invito, che gli fu fatto dal partito ortodosso di Costantinopoli? Sì lo accettò; ma fu di mestiero svellerlo a forza dal suo ritiro, dov'ei ritrovava le sue delizie[666]. Sì lo accettò; ma per terger le lagrime di tanti fedeli[667], che si dolevano della sua renitenza: lo accettò finalmente, ma non già prima che molti tra i suoi amici medesimi[668] lo riprendessero e lo condannassero come poco curante del ben della Chiesa[669].