E qual città era ella mai a quei giorni Costantinopoli da stimolar l'ambizione di Gregorio già vecchio, mal sano, ed infievolito dalle austerità della penitenza[670]? I Macedoniani, gli Apollinaristi, gli Eunomiani, e gli Arriani principalmente vi trionfavano: nè ciò è attestato dal solo Gregorio, il quale insolentemente da Gibbon vien paragonato ad un medico sempre disposto ad esagerare l'inveterata malattia, che egli ha curata, ma da Sozomeno, da Ruffino, e da Filostorgio medesimo[671]. Ivi i Cattolici omai ridotti ad un piccol drappello erano divenuti soli il bersaglio della più fiera persecuzione, di cui Gregorio stesso provò ben tosto il furore, essendo lapidato villanamente[672]: ed ivi pure nel tempo di Eudosso e Demofilo godeva (son parole del Sig. Gibbon) una libera introduzione il vizio e l'errore da ogni Provincia dell'Impero[673]. E questa poteva esser l'udienza, questo il teatro, questo l'utile e cospicuo posto da soddisfare la vanità e l'ambizione?
Ma volete ancor meglio conoscere quanto codesto spirito dominasse Gregorio? Il Cinico Massimo colle arti più inique si fa ordinar Vescovo di Costantinopoli, e Gregorio risolvè tosto di ritirarsi da quella città; nè per distorlo dal suo disegno vi volle meno, che un popolo si confinasse nella Chiesa, ove egli era adunato, per un'intiera giornata a pregarlo e scongiurarlo, e protestasse di volergli impedir la partenza a costo ancor della vita[674]. Espulso Demofilo, e condannato dal Sinodo di Costantinopoli il perfido usurpatore, Teodosio[675], giusto estimatore del merito di Gregorio, lo chiede per Vescovo di quella Capitale, e Melezio e gli altri Prelati dell'Oriente violentano replicatamente la sua modestia, e lo collocano sul trono Arcivescovile altra volta da lui rifiutato[676], malgrado i suoi gemiti e le sue grida[677]. L'Imperatore, il quale ebbe parte alla sua istallazione, fu altresì testimone della sua resistenza[678]; la quale sarebbe anche stata maggiore, se Gregorio non avesse sperato di contribuire alla pace di Antiochia e del Mondo Cristiano nel grado di Vescovo d'una città situata tra l'Oriente e l'Occaso.
Ed infatti presentatasi in breve l'occasion favorevole di stabilirla per la morte del Patriarca Melezio, vedendo Gregorio riuscire inutili tutti i suoi sforzi, e defraudate le sue speranze, non esitò punto ad abbandonare l'abitazion vescovile, ed a proporre di lasciar la sua sede. Accettata la proposizione dal Sinodo, restava l'assenso Imperiale. Le preghiere del Santo furono così vive e pressanti, che Teodosio si arrese, ma non già volentieri, nè più facilmente di quel che egli credeva. Questa è una voce maligna, che sparsero allora i nemici del Nazianzeno[679]
Imperator... cedit ac votis meis
Ille haud libenter, ut ferunt, cedit tamen,
la quale riproducendosi ora dal Sig. de Gibbon non recherà maraviglia s'ei tace, e che i personaggi più riguardevoli della città, portatisi da Gregorio a scongiurarlo, piangendo, di non abbandonare il suo popolo, lo intenerirono con le loro lacrime, ma non lo piegarono[680]; e che i più gravi membri del Sinodo non tanto per il disordinato procedere contro Paolino, quanto per non udire la proposizion di rinunzia del Nazianzeno, si chiuser le orecchie, batteron le mani, e si separaron dagli altri; e qual giudizio per fine formi un istorico (da lui sovente allegato, ma non già in un tal fatto) di quest'azione, la quale fu certamente una delle più eroiche in tutta la Storia Ecclesiastica[681]. Ma se il Sig. Gibbon avesse indicati tai fatti, io avrei molto men ragione di asserire, che egli si trova delineato in Plutarco.
Lo scrittore di cui parla quel Savio, debbe intrudere nella sua storia, benchè poco a proposito (e qui rammentatevi, che il Sig. Gibbon si propone di far la storia della decadenza e rovina dell'Impero Romano) le disavventure, le azioni vituperevoli, e le scelleraggini delle persone[682], e per lo contrario dee omettere ciò che avvi di buono, quantunque abbia relazione al racconto già incominciato: anzi egli dee attribuire le belle e notabili azioni ad una cagione viziosa, interpretarne sinistramente i disegni, e sempre crederne il peggio, od almen sospettarlo[683]. Per questo appunto l'A. attribuisce ad alterezza ed orgoglio in S. Basilio l'elezione che fece di Gregorio al Vescovado di Sasima, e la ripugnanza di questo per Sasima e per Nazianzo ad emulazione ed invidia, ed alla cognizione, che aveva di meritare altra udienza ed altro teatro: perciò vuol che Gregorio stesso descriva il proprio buon successo nella predicazione con qualche umana compiacenza, tuttochè nel medesimo luogo ei protesti[684] di non insuperbirsene neppur in sogno; nè sa decidere se l'orgoglio o l'umiltà lo inducesse a ceder la cattedra di Costantinopoli e per questo istesso, invece di osservare, che generalmente fu accettata la rinunzia più agevolmente di quello che si doveva da un'adunanza di Vescovi, gli piace di dire più facilmente di quello che sembra, che ei s'aspettasse.
Ma che si pretende dal Sig. Gibbon, potrebbe dirmi un lettore poco avveduto, mentre egli confessa che Gregorio era uno dei più eloquenti e pii Vescovi di quel tempo, un Santo, un Dottor della Chiesa, la sferza dell'Arrianesimo, la colonna della Fede ortodossa, un membro distinto del Concilio di Costantinopoli, in cui dopo la morte di Melezio esercitò l'uffizio di Presidente? Si pretende, per dirlo in breve, meno ironia, e più buona fede. Ed infatti se un tal elogio fosse sincero, come oserebbe, oltre il già divisato, di porre in ridicolo il Nazianzeno per aver raccontato come uno stupendo prodigio, che nella nuvolosa mattina della sua istallazione, quando la processione entrò in Chiesa, comparve il sole; mentre egli dichiarasi[685] di narrarlo soltanto per esser sembrato a molte persone un tratto di Provvidenza, avendo tanto contribuito a tranquillare gli animi dei Cattolici, ed a sedare il tumulto? E come potrebbe conchiudere la storia che riguarda Gregorio medesimo, dicendo che la tenerezza del cuore e l'eleganza del genio riflette un più brillante splendore sulla memoria di lui, che il titol di Santo, che si è aggiunto al suo nome[686]. Ma il fine che il Sig. Gibbon si è proposto con quel cumulo di titoli luminosi dati in quel luogo a Gregorio, ei medesimo lo manifesta, ed è per impor silenzio all'importante bisbiglio della superstizione e del bigottismo, argomentando ad hominem, come suol dirsi, sull'autorità delle adunanze del Clero[687] derise dal Santo e specialmente dal Concilio di Costantinopoli, che ora trionfa nel Vaticano, ma su di cui i Papi lungamente avevano esitato, di modo che la loro dubbiezza rende perplesso, e quasi vacillante l'umile Tillemont. E qui appunto è dove trionfa la malignità dello Storico. Imperciocchè se la sobria testimonianza della storia dee accordare alla personale autorità dei Padri, adunati in un Sinodo, un peso proporzionato al merito loro, leggete Teodoreto[688], e il Baronio[689], e vedrete che non vi è forse stato Concilio composto di un numero maggiore di Santi e di Confessori, quanto quello, di cui si ragiona. Ve ne furono certamente di qualità assai differenti, onde venne trattato con tal disprezzo dal Nazianzeno «jusqu'à l'appeller une assemblée d'oisons, et de grues, qui se bottoient, et se dechiroient sans discretion, une troupe de geais, et un essaim des guespes, qui sautoient au visage dés qu'on s'opposoit à eux». Cito la versione del testo fatta dal Tillemont[690], affinchè in secondo luogo osserviate, che egli leggermente, ma ingenuamente al pari di le Clerc, ma però con minore impudenza, indica tali passi. E finalmente era pur necessario ad uno storico ingenuo l'avvertire, che quella lunga dubbiezza dei Papi intorno alle decisioni di quel Concilio è stata unicamente in rapporto alla disciplina ed alla polizia della Chiesa, e non intorno alla Fede: distinzione essenzialissima e già fatta dal S. Pontefice Gregorio M.[691]. Che poi il simbolo Costantinopolitano sia stato costantemente fin dalla più remota antichità riguardato dalla Chiesa universale siccome Regola inconcussa di Fede, dimostrasi ad evidenza coll'autorità del Concilio ecumenico Calcedonese celebrato soli ottant'anni dopo, di Gelasio Pontefice del V. secolo[692], di S. Gregorio M. che si protesta di venerare i quattro primi Concilj, numerando il Costantinopolitano in secondo luogo, come i quattro Evangelj[693], del V. Concilio ecumenico, in cui ciascuno dei Padri così professò: suscipio Sanctas quatuor Synodos, et quae ab ipsis de una eademque fide definita sunt; e per tacere le molte altre testimonianze arrecate da Lupo e Natale Alessandro[694], con quella di Fozio, il quale dice nel Libro de Synod. delle decisioni drammatiche del Concilio Costantinopolitano: Quibus haud multo post et Damasius Episcopus Romae (allora vivente) eadem confirmans, atque eadem sentiens accessit.
Una somigliante misura di lodi e d'ingiurie possiam rilevarla eziandio relativamente ad Ambrogio, S. Arcivescovo di Milano. Poichè in un luogo asserisce il Sig. Gibbon che l'attività del suo genio presto lo pose in istato di esercitare con zelo e con prudenza i doveri dell'Ecclesiastica potestà: in un altro confessa che egli nel più eminente grado riuniva in sè tutte le virtù Episcopali, ed intanto ora il dileggia per aver encomiato il S. Vescovo Ascolio coi titoli di murus fidei, gratiae, et sanctitatis, osservando con insulso e puerile motteggio, che la prontezza e la diligenza di lui in correre a Costantinopoli, in Italia ec. non è virtù che convenga nè ad un muro, nè ad un Vescovo; quasi che disdicesse ad un Vescovo l'intervenire ai Concilj, l'opporsi con intrepidezza Apostolica al furor degli Eretici, ed il non risparmiar fatiche e disagi per la tranquillità della Chiesa Universale[695]. Ora l'accusa per essersi contraddetto ed avere sconvolto il suo sistema teologico; assicurando che Valentiniano, quantunque non battezzato, era stato introdotto senza difficoltà nelle sedi della beatitudine eterna: ora con la sua ragionevolezza incredulo al par di Giustina sulla illuminazione del cieco Severo deride le teatrali rappresentazioni, che si facevano per l'artifizio ed a spese dell'Arcivescovo: ed ora infine pretende, che, insieme con gli altri Vescovi, Ambrogio fosse animato da uno spirito di persecuzione così crudele da procurare un editto Imperiale per punire come capital delitto la violazione, la negligenza e anche l'ignoranza della divina legge. Fermiamoci brevemente sopra ciascuno di questi articoli.
E primieramente qual contraddizione vi è mai a negare che senza il lavacro battesimale si dia la rigenerazione, e la remission dei peccati negl'infanti ed eziandio negli adulti, i quali quantunque credano, e facciano buone opere o senza cagione legittima lo differiscono o mancano di quella carità, che si domanda perfetta; e per lo contrario ad affermarlo di quelli, i quali, ardendo di carità, hanno un desiderio vivissimo di battezzarsi, ed in tale disposizione son colti da una morte non aspettata? Così conciliasi senza stento S. Ambrogio con se medesimo da Chardon, e dagli altri Teologi, come sapete[696]. Aveva pertanto[697] ragione il S. Arcivescovo di consolare le Principesse Giusta e Grata, le quali erano dolentissime, che il loro fratello Valentiniano fosse morto senza battesimo, perchè ei conosceva a fondo la carità di quel Principe, il quale aveva esposta la propria vita per la salvezza degli uffiziali, contro i quali aveva macchinato il Conte Arbogaste: Quid illud quod mori non timuit? Imo pro omnibus se obtulit... occidit itaque pro omnibus, quos diligebat[698]; e sapeva altresì quanto ardentemente egli avesse bramato di battezzarsi: Atqui etiam dudum hoc voti habuit, ut et antequam in Italiam venisset, initiaretur, et proxime baptizari a se velle significavit, et ideo prae ceteris causis me accersendum putavit[699]. Del resto il linguaggio del Santo non è quello di uno che sia sicuro, che Valentiniano fosse stato introdotto senza difficoltà nelle sedi della beatitudine eterna, ma di uno che spera soltanto, benchè con fiducia, della salute di quel Sovrano: altrimenti sarebbe stato inutile il celebrare i sacri misterj per esso, ed il pregare dì e notte per lui e pel fratello, com'ei promette dicendo[700]. Nulla nox non donatos aliqua precum mearum contextione transcurret, omnibus vos oblationibus frequentabo. Ma siccome questo è un luminoso testo per provare la pratica già introdotta nel IV. secolo di pregare e di offerire il sacrifizio pei defunti; così conveniva o dissimularlo, o maliziosamente stravolgerlo.