[639.] La scelta delle circostanze favolose è di poca importanza; pure mi son limitato alla narrazione che fu tradotta dal Siriaco per opera di Gregorio di Tours (de gloria martyr. l. 1. c. 95 in maxima Biblioth. Patr. T. XI. p. 856), agli atti Greci del loro martirio (ap. Phot. p. 1400, 1401), ed agli annali del Patriarca Eutichio (T. 1. p. 391, 531, 532, 535 vers. Pocock).

[640.] Due Scrittori Siriaci, come sono citati dall'Assemanni (Biblioth. Orient. Tom. 1. p. 336, 338) pongono la risurrezione de' sette Dormienti nell'anno 736 (an. di G. C. 425) o 748, (an. di Gesù Cristo 437) dell'era de' Seleucidi. I loro atti Greci, che Fozio avea letti, assegnano la data dell'anno trentesim'ottavo del regno di Teodosio che può coincidere coll'anno di Cristo 439 o col 446. Può facilmente determinarsi il tempo, che passò da questo alla persecuzione di Decio e non vi voleva di meno che l'ignoranza di Maometto, o de' leggendari per supporre un intervallo di tre o quattrocent'anni.

[641.] Jacopo, uno de' Padri ortodossi della Chiesa Siriaca, era nato l'anno 452, principiò a comporre i suoi discorsi l'anno 474, fu fatto vescovo di Barne nel distretto di Sarug e nella Provincia della Mesopotamia l'anno 519 e morì l'anno 521 (Assemanni Tom. 1. p. 268, 289). Quanto all'omilia de pueris Ephesinis, vedi p. 335, 339; sebbene avrei desiderato, che l'Assemanni avesse piuttosto tradotto il testo di Jacopo di Sarug, invece di rispondere alle obiezioni del Baronio.

[642.] Vedi Acta Sanctorum de' Bollandisti (mens. Jul. T. VI. p. 375-397). Quest'immenso calendario di Santi in centoventi sei anni (1644, 1770) ed in cinquanta volumi in foglio non ha progredito oltre il dì 7 d'Ottobre. La soppressione dei Gesuiti ha probabilmente arrestato un'opera, che in mezzo alle favole ed alle superstizioni, somministra molte istoriche e filosofiche notizie.

[643.] Vedi Maracci, Alcoran, Sura XVIII. Tom. II. p. 420, 427 e Tom. I. part. IV, p. 103. Con un privilegio sì ampio Maometto non ha dimostrato molto gusto ed ingegno. Egli ha inventato il cane de' sette Dormienti (al Rakim); il rispetto del sole, che alterò il suo corso due volte in un giorno per non entrare nella caverna; e la cura di Dio medesimo, che preservò i loro corpi dalla putrefazione, rivoltandoli a destra e a sinistra.

[644.] Vedi d'Herbelot, Biblioth. Orient. p. 139 e Renaudot, Hist. Patriarch. Alexand. p. 39, 40.

[645.] Paolo Diacono d'Aquileia (de Gestis Langobard. l. 1. c. 4. p. 745, 746. edit. Grot.), che visse verso il fine dell'ottavo secolo, ha posto in una caverna sotto un masso sulla riva dell'Oceano i sette Dormienti del Norte, il lungo riposo de' quali fu rispettato da' Barbari. Il loro abito li dimostrava Romani; ed il Diacono congettura, che dalla Provvidenza vennero riservati per essere i futuri Apostoli di quegl'infedeli paesi.

[646.] Si posson trovare i materiali autentici per l'istoria di Attila presso Giornandes (de reb. Get. c. 34, 50. p. 660, 668. Edit. Grot.), e Prisco (Excerpta de Legation. p. 33, 76. Paris 1648). Io non ho veduto le vite d'Attila composte da Giovenco Celio Calano Dalmatino nel XII secolo, o da Nicola Olao Arcivescovo di Gran nel XVI. Vedi Mascov., Istor. de' German. IX. 23, e Maffei, Osservaz. letterar. Tom. 1. p. 88, 89. Tuttociò, che vi hanno aggiunto i moderni Ungheri, dev'esser favoloso. Suppongono questi, che quando Attila invase la Gallia e l'Italia, sposò innumerabili donne etc., avesse l'età di centoventi anni. Thwrocz., Chron. p. 1 c. 22 in Script. Hund. Tom. 1. p. 76.

[647.] L'Ungheria è stata successivamente occupata da tre colonie Scite, 1. dagli Unni d'Attila; 2. dagli Arabi nel sesto secolo; e 3. da' Turchi o Magiari l'anno 889 che sono gl'immediati e genuini maggiori de' moderni Ungheri, la connessione de' quali co' due Popoli precedenti è sommamente debole e lontana. Sembra che il Prodromus e la Notitia di Matteo Belio contenga un ricco fondo di cognizione intorno all'Ungheria antica e moderna. Io ne ho veduti gli estratti nella Biblioteca antica e moderna (Tom. XXII. p. 1, 51) e nella Biblioteca ragionata (Tom. XVI. p. 127, 175).

[648.] Socrate l. VII c. 43. Teodoreto l. 5. c. 36. Il Tillemont, che sempre s'appoggia alla fede de' suoi autori Ecclesiastici, vigorosamente sostiene (Hist. des Emper. T. VI. p. 136, 607), che le guerre e le persone non erano le medesime.