A. 410
O fosse la fama, o la conquista, o la ricchezza l'oggetto di Alarico, ei lo cercò con instancabile ardore, che non potè esser frenato dall'avversità, nè saziato dal felice successo. Appena fu giunto all'estremità dell'Italia, fu attratto dal vicino prospetto d'una fertile e pacifica Isola. Risguardava però anche il possesso della Sicilia come un passo per fare l'importante spedizione che già meditava contro il continente dell'Affrica. Lo stretto di Reggio e di Messina[310] è lungo dodici miglia, è largo, nel luogo più angusto, circa un miglio e mezzo; ed i favolosi mostri della voragine, le rupi di Scilla, ed il vortice di Cariddi non potevano spaventare che i più timidi ed inabili marinari. Pure tosto che fu imbarcata la prima divisione dei Goti, sorse un'improvvisa tempesta, che disperse, e fece naufragare molti legni; fu vinto il loro coraggio dal terrore d'un nuovo elemento; e svanì tutto il disegno per l'immatura morte d'Alarico, la quale, dopo una breve malattia, pose il termine fatale alle sue conquiste. Si spiegò il feroce carattere dei Barbari nei funerali d'un Eroe, di cui celebrarono con lugubre applauso la fortuna ed il valore. Coll'opera d'una moltitudine di schiavi, fecero a forza voltare il corso del Busentino, piccolo fiume, che bagna le mura di Cosenza. Nel letto voto di esso fu costruito il sepolcro reale, adornato con le splendide spoglie e trofei di Roma; quindi si fecero tornare le acque nel nativo loro canale; e restò per sempre celato il segreto posto, in cui fu depositato il cadavere d'Alarico, per l'inumana strage degli schiavi, che si erano impiegati nell'eseguire quell'opera[311].
A. 412
Si sospesero le personali animosità, e gli odj ereditarj dei Barbari per la dura necessità dei loro affari, ed il valoroso Adolfo, cognato del defunto Monarca, fu concordemente eletto per successore al suo trono. Si potrà meglio rilevare il carattere ed il sistema politico del nuovo Re de' Goti dal discorso, che egli stesso ebbe con un illustre cittadino di Narbona, il quale dopo, in un pellegrinaggio, che fece alla Terra Santa, lo raccontò a S. Girolamo in presenza dell'Istorico Orosio: «Nella piena fiducia del coraggio e della vittoria, io (disse Adolfo) aspirai una volta a mutar la faccia dell'Universo, a cancellare il nome di Roma, ad innalzar sulle rovine di essa il dominio de' Goti, e ad acquistar, come Angusto, l'immortal fama di fondatore d'un nuovo Impero. Ma dalla replicata esperienza appoco appoco restai persuaso, che sono essenzialmente necessario le leggi per mantenere e regolare uno Stato ben costituito; e che la fiera intrattabile indole dei Goti era incapace di portare il salutar giogo delle leggi e del governo civile. Da quel momento dunque io mi proposi un oggetto diverso d'ambizione e di gloria; e presentemente quel, che io sinceramente desidero, è che la gratitudine dei secoli futuri possa riconoscere il merito d'uno straniero, che impiegò il ferro dei Goti non già per distruggere, ma per restaurare e conservare la prosperità dell'Imperio Romano[312]». Con queste pacifiche mire il successor d'Alarico sospese le operazioni della guerra; e seriamente intraprese un trattato d'amicizia e d'alleanza con la Corte Imperiale. Era interesse dei Ministri d'Onorio, ch'erano allora sciolti dall'obbligazione dello stravagante lor giuramento, di liberare l'Italia dall'intollerabile peso delle truppe dei Goti; e questi volentieri accettarono di militare contro i tiranni ed i Barbari, che infestavano le Province oltre le alpi[313]. Adolfo, assumendo il carattere di Generale Romano, diresse la sua marcia dall'estremità della Campania verso le Province meridionali della Gallia. Le sue truppe, o per forza o per convenzione, immediatamente occuparono le città di Narbona, di Tolosa, e di Bordò; e quantunque il Conte Bonifazio le rispingesse dalle mura di Marsiglia, tosto estesero i loro quartieri dal Mediterraneo all'Oceano. Potevano gli oppressi Provinciali esclamare, che i miserabili avanzi, cui il nemico aveva risparmiati, venivano crudelmente rapiti da' pretesi loro alleati; ma non mancavano mai gli speciosi pretesti per palliare o giustificar la violenza dei Goti. Le città della Gallia, che essi attaccavano, potevano per avventura considerarsi come in uno stato di ribellione contro il governo d'Onorio: potevano talvolta essere addotti, in favore delle apparenti usurpazioni d'Adolfo, gli articoli del trattato o le segrete istruzioni della Corte; e poteva sempre imputarsi la colpa di qualunque irregolare infelice atto d'ostilità, con qualche apparenza di vero, all'indomito spirito d'un esercito barbaro, impaziente di pace o di disciplina. Il lusso d'Italia era stato meno efficace ad addolcire l'indole dei Goti, che a rilassarne il coraggio, ed essi avevano bevuto i vizi senza imitare le instituzioni e le arti della società civile[314].
A. 414
Le proteste d'Adolfo eran probabilmente sincere, ed il suo attacco alla causa della Repubblica fu assicurato dall'ascendente, che avea preso una Principessa Romana sul cuore e lo spirito del barbaro Re. Placidia[315], figlia del gran Teodosio e di Galla sua seconda moglie, avea ricevuto un'educazione reale nel palazzo di Costantinopoli: ma la storia della sua vita, piena di avventure, è connessa con le rivoluzioni, che agitaron l'Impero occidentale sotto il regno d'Onorio, fratello di lei. Quando Roma fu investita la prima volta dalle armi d'Alarico, Placidia, che aveva allora l'età di circa venti anni, si trovava nella città; ed il pronto consenso, ch'essa prestò alla morte della cugina Serena, ha un'apparenza crudele ed ingrata, che secondo le circostanze dell'azione può aggravarsi o scusarsi dalla considerazione della sua tenera età[316]. I vittoriosi Barbari ritennero, o come in ostaggio o come prigioniera[317], la sorella d'Onorio; ma nel mentre ch'ella era esposta all'obbrobrio di seguitar per l'Italia i movimenti d'un campo Gotico, fu però sempre trattata con decenza e rispetto. L'autorità di Giornandes, che loda la beltà di Placidia, può esser forse contrabbilanciata dall'espressivo silenzio de' suoi adulatori: pure lo splendore della sua nascita, la freschezza della gioventù, l'eleganza delle maniere, e la destra insinuazione, di cui ella prese a far uso, fecero nella mente d'Adolfo una profonda impressione; ed il Re Goto aspirò ad avere il nome di cognato dell'Imperatore. I Ministri d'Onorio sdegnosamente rigettarono la proposizione d'una parentela tanto ingiuriosa ad ogni sentimento d'orgoglio Romano; e più volte insisterono sopra la restituzione di Placidia, come una indispensabile condizione del trattato di pace. Ma la figlia di Teodosio condiscese senza ripugnanza ai desiderj del conquistatore, Principe giovane e valoroso, che cedeva in vero ad Alarico nell'altezza della statura, ma che lo superava nelle più attraenti qualità della grazia e della bellezza. Fu consumato il matrimonio d'Adolfo e di Placidia[318], prima che i Goti si ritirassero dall'Italia: e fu di poi celebrato il giorno solenne, forse l'anniversario, delle lor nozze nella casa d'Ingenuo, uno dei più illustri cittadini di Narbona nella Gallia. La sposa, rivestita ed ornata come un'Imperatrice Romana, fu collocata in un magnifico trono, ed il Re dei Goti, che prese in questa occasione l'abito Romano, si contentò d'una sede meno onorevole a lato di casa. Il dono nuziale, che secondo l'uso della nazione di Adolfo[319] fu presentato a Placidia, consistè in rare e splendide spoglie della patria di lei. Cinquanta bei giovani, vestiti di seta, portavano ciascheduno due bacini, uno de' quali era pieno di monete d'oro, e l'altro di pietre preziose d'inestimabil valore. Attalo, che fu per tanto tempo il giuoco della fortuna e dei Goti, fu destinato a dirigere il coro degl'Inni nuziali, ed il deposto Imperatore aspirò forse alla lode di abile musico. I Barbari godevano insolentemente del loro trionfo; ed i Provinciali furono contenti di tal congiunzione, che moderava, mediante la dolce influenza della ragione e dell'amore, il feroce spirito del Gotico loro Signore[320].
I cento bacini d'oro e di gemme, presentati a Placidia nella solennità delle sue nozze, non erano che una tenue porzione de' tesori Gotici, qualche straordinario saggio dei quali può rilevarsi dall'istoria dei successori d'Adolfo. Si trovarono molti sontuosi e fini ornamenti d'oro puro, arricchiti di gioie nel loro palazzo di Narbona, quando nel sesto secolo, fu saccheggiato dai Franchi; sessanta coppe o calici, quindici patene o piatti per uso della comunione, venti cassette o custodie pei libri degli Evangeli: tutte queste sacre spoglie[321] si distribuirono dal figlio di Clodoveo fra le Chiese de' suoi Stati, e sembra, che la pietosa generosità di lui rimproveri un antecedente sacrilegio de' Goti. Possedevano essi, con maggior sicurezza di coscienza, il famoso Missorium o gran piatto per uso della tavola, d'oro massiccio del peso di cinquecento libbre, e di molto maggior valore per le pietre preziose, per lo squisito lavoro, e per la tradizione, che era stato presentato dal Patrizio Ezio a Torrismondo Re dei Goti. Uno dei successori di Torrismondo comprò l'aiuto del Re Franco con la promessa di questo magnifico dono. Quando poi fu collocato sul trono di Spagna, lo diede con ripugnanza agli Ambasciatori di Dagoberto; gli spogliò per viaggio, e dopo una lunga negoziazione stipulò di liberarsi da tal promessa mediante l'inadequata somma di dugentomila monete d'oro, e conservò il Missorium, come la più gloriosa parte del Tesoro Gotico[322]. Allorchè dopo la conquista della Spagna, quel Tesoro fu saccheggiato dagli Arabi, essi ammirarono ed hanno celebrato un altro oggetto viepiù notabile, cioè una Tavola di considerabil grandezza, d'un sol pezzo di solido smeraldo[323], circondata da tre giri di fine perle, sostenuta da trecentosessanta cinque piedi di gemme e d'oro massiccio, e stimata cinquecentomila monete d'oro[324]. Qualche parte delle ricchezze Gotiche potè esser dono d'amicizia, o tributo di vassallaggio; ma la massima parte di esse eran frutto della guerra e della rapina, spoglie dell'Impero e probabilmente di Roma.
A. 410-417
Dopo che l'Italia fu liberata dall'oppressione dei Goti, fu permesso a qualche segreto consigliere, fra le fazioni del palazzo, di medicar le ferite di questo afflitto paese[325]. Mediante un saggio ed umano regolamento, le otto Province, che erano state le più maltrattate, cioè la Campania, la Toscana, il Piceno, il Sannio, la Puglia, la Calabria, l'Abruzzo e la Lucania, ottennero una remissione di cinque anni; l'ordinario tributo fu ridotto ad un quinto, ed anche questo fu destinato a restaurare e sostenere l'utile instituzione delle pubbliche poste. Con un'altra legge, le terre che erano state lasciate senza abitanti o coltivatori, furon concesse con qualche diminuzione di tasse ai vicini, che le volessero occupare, o agli stranieri, che le richiedessero; ed i nuovi possessori venivano assicurati contro le future pretensioni dei fuggitivi proprietari. Verso il medesimo tempo, fu pubblicata in nome d'Onorio, una generale amnistia (o perdono) per abolire la colpa e la memoria di qualunque involontaria mancanza, che si fosse commessa dagl'infelici suoi sudditi nel tempo del disordine e della pubblica calamità. Si ebbe una rispettosa e decente attenzione alla restaurazione della Capitale; furono animati i cittadini a rifabbricar gli edifizi, che erano stati distrutti o danneggiati dal fuoco nemico; e dalle coste dell'Affrica si fecero trasportare degli straordinari sussidi di grano. La moltitudine, che poco prima fuggiva innanzi la spada dei Barbari, fu tosto richiamata dalla speranza dell'abbondanza e del piacere; ed Albino, Prefetto di Roma, informò con qualche sorpresa e perplessità la Corte, che in un sol giorno aveva notato l'arrivo di quattordicimila forestieri[326]. In meno di sette anni furono quasi cancellati i vestigi dell'invasione Gotica; e parve, che la città riprendesse lo splendore e la tranquillità sua antica. Questa venerabile matrona si pose di nuovo sul capo la corona d'alloro, che le turbolenze della guerra le avevan guastato; e nell'ultimo momento del suo declino tuttavia lusingavasi con le predizioni di vendetta, di vittoria e d'eterno dominio[327].