A. 415

Fu presto disturbata quest'apparente tranquillità dall'avvicinarsi d'un ostile armamento da quella regione, che somministrava la quotidiana sussistenza del Popolo Romano. Eracliano, Conte dell'Affrica, che nelle più difficili ed angustiose circostanze avea sostenuto con attiva fedeltà la causa d'Onorio, fu tentato, nell'anno del suo Consolato, a prendere il carattere di ribelle, ed il titolo d'Imperatore. I porti dell'Affrica furono immediatamente ripieni di forze navali, alla testa delle quali egli si preparò ad invader l'Italia: e quando la sua flotta gettò l'ancora alla bocca del Tevere, sorpassava in vero la flotta di Serse e d'Alessandro, se tutti i vascelli che circondavano la galera reale, e le barche più piccole realmente ascendevano al numero, per altro incredibile, di tremila dugento[328]. Con tale armata però, che avrebbe potuto rovesciare o rimettere in piedi i più grand'Imperj della terra, l'usurpatore Affricano fece una ben tenue e debole impressione sulle Province del suo rivale. Nel tempo che marciava dal porto, per la strada che conduce alle porte di Roma, fu incontrato, messo in spavento, e rotto da un Capitano Imperiale; e colui che possedeva un sì potente esercito, abbandonando la fortuna e gli amici, ignominiosamente fuggì con una sola nave[329]. Quando Eracliano prese terra nel porto di Cartagine, trovò che tutta la Provincia, sdegnando tale indegno regolatore, era tornata al suo dovere. Il ribelle fu decapitato nell'antico tempio della Memoria; fu abolito il suo Consolato[330], e gli avanzi del privato suo patrimonio, che non eccedevano la moderata somma di quattromila libbre d'oro, furono concessi al valoroso Costanzo, che aveva già difeso quel trono, di cui poi ebbe parte insieme col debole suo Sovrano. Onorio mirò con supina indifferenza la calamità di Roma e dell'Italia[331]; i ribelli attentati di Attalo e d'Eracliano contro la sua personale salvezza svegliarono per un momento il trepido istinto della sua natura. Egli probabilmente ignorava le cause e gli eventi, che lo preservarono da questi imminenti pericoli; e siccome l'Italia non era più invasa da veruno esterno o interno nemico, ei pacificamente se ne stava nel palazzo di Ravenna, mentre i Tiranni di là dalle alpi venivano replicatamente vinti dai luogotenenti, ed in nome del figlio di Teodosio[332]. Nel corso d'una interessante e feconda narrazione potrei forse dimenticarmi di notar la morte di un tal Principe; onde prenderò la precauzione d'osservare in questo luogo, che ei sopravvisse circa tredici anni all'ultimo assedio di Roma.

A. 409-413

L'usurpazione di Costantino, che ricevè la porpora dalle legioni della Britannia, era stata fortunata e pareva sicura. Si riconosceva la sua autorità dalla muraglia d'Antonino fino alle colonne d'Ercole, ed in mezzo al pubblico disordine, si divise il dominio e le spoglie della Gallia e della Spagna con le tribù dei Barbari, il distruttivo progresso dei quali non era più ritenuto dal Reno o dai Pirenei. Macchiato del sangue dei congiunti d'Onorio, estorse dalla Corte di Ravenna, con cui aveva secrete corrispondenze, la ratifica dei suoi ribelli diritti. Costantino impegnossi, con solenne promessa, di liberar l'Italia da' Goti; s'avanzò fino alle rive del Po, e dopo d'avere posto in arme anzi che assistito il pusillanime suo alleato, precipitosamente se ne tornò al palazzo d'Arles per celebrare con moderato lusso il suo vano ed apparente trionfo. Ma questa passaggiera prosperità fu presto interrotta e distrutta dalla rivolta del Conte Geronzio, il più prode fra i suoi Generali, che nell'assenza di Costante suo figlio, Principe già investito della porpora Imperiale, era stato lasciato al comando delle Province di Spagna. Per qualche ragione, che non sappiamo, Geronzio, invece di prendere esso il diadema, lo pose sul capo di Massimo suo amico, che fissò la sua residenza in Tarragona, mentre l'attivo Conte s'inoltrò avanti pei Pirenei ad oggetto di sorprendere i due Imperatori Costantino e Costante, prima che si potessero preparare alla difesa. Il figlio fu fatto prigioniero a Vienna, e subito posto a morte, e quell'infelice giovane appena ebbe tempo di deplorare l'innalzamento della sua famiglia, che l'aveva tentato o costretto a sacrilegamente abbandonare la pacifica oscurità della vita monastica. Il padre sosteneva un assedio dentro le mura d'Arles, ma esse avrebbero dovuto cedere agli assedianti, se la città non fosse stata inaspettatamente soccorsa dall'arrivo d'un'armata Italiana. Il nome d'Onorio, la proclamazione d'un legittimo Imperatore, sorprese i due contendenti partiti dei ribelli. Geronzio, abbandonato dalle proprie sue truppe, fuggì a' confini della Spagna, e liberò il suo nome dall'obblivione, mediante il coraggio Romano, che sembrò che animasse gli ultimi momenti della sua vita. In tempo di notte, un gran corpo di perfidi suoi soldati circondò ed attaccò la casa di lui, che esso avea ben fortificata. La moglie, un valoroso amico, Alano di nazione, ed alcuni fedeli schiavi restarono sempre aderenti alla sua persona; ed ei fece uso con tanta fermezza ed abilità d'un gran magazzino di dardi e di frecce, che più di trecento assalitori perderono la vita nell'assalto. Gli schiavi, allorchè furon consumate tutte le armi da scagliare, allo spuntar del giorno fuggirono; e Geronzio, se non fosse stato ritenuto dall'amor coniugale, avrebbe potuto imitarli; ma finalmente i soldati, irritati da sì ostinata resistenza, posero il fuoco da tutte le parti alla casa. In questa fatal estremità condiscese alla richiesta del suo Barbaro amico, tagliando ad esso la testa. La moglie di Geronzio, che lo scongiurò a non lasciarla in una vita di miseria e di vergogna, presentò volentieri il collo alla sua spada; e si terminò la tragica scena con la morte del Conte medesimo, che dopo tre colpi senz'effetto, trasse un corto pugnale, e se l'immerse nel cuore[333]. L'abbandonato Massimo, ch'egli aveva rivestito della porpora, fu debitore della sua vita al disprezzo, che avevasi della sua forza ed abilità. Il capriccio dei Barbari, che devastavano la Spagna, collocò un'altra volta quest'Imperiale fantasma sul trono, ma poco dopo lo rilasciarono alla giustizia d'Onorio; ed il tiranno Massimo, dopo essere stato mostrato al Popolo di Ravenna e di Roma, fu pubblicamente decapitato.

Il Generale chiamato Costanzo, che fece levare, col suo arrivo, l'assedio d'Arles, e dissipò le truppe di Geronzio, era nato Romano; e questa notevole distinzione è molto atta ad esprimere la decadenza dello spirito militare fra i sudditi dell'Impero. La forza e la maestà, che apparivano nella persona di quel Generale[334], lo facevano risguardare nell'opinione del Popolo come un candidato degno del Trono, al quale di poi salì. Nella conversazione della vita privata, le maniere di esso eran piacevoli ed attraenti; nè alle volte avrebbe sdegnato, nella licenza della tavola, di sfidare i pantomimi stessi nell'esercizio delle ridicole lor professioni. Ma quando la tromba invitavalo alla armi; quando montava a cavallo, e piegandosi quasi sul collo di esso (giacchè tale era il singolare costume di lui) fieramente girava i grandi e vivaci suoi occhi attorno al campo, allora Costanzo incuteva terrore ai nemici, ed inspirava la sicurezza della vittoria ne' suoi soldati. Egli avea ricevuto dalla Corte di Ravenna l'importante commissione d'estirpare i ribelli nelle province dell'Occidente; ed il preteso Imperator Costantino dopo un breve ed inquieto respiro, fu di nuovo assediato nella sua Capitale dalle armi d'un più formidabile nemico. Pure tale intervallo gli diede tempo per concludere un trattato coi Franchi e gli Alemanni ed Edobic suo ambasciatore in breve tornò alla testa d'un esercito a disturbare le operazioni dell'assedio d'Arles. Il Generale Romano, invece d'aspettare l'attacco nelle sue trincere, arditamente e forse con prudenza risolvè di passare il Rodano, e di andare incontro ai Barbari. Furono prese le opportune misure con tale abilità e segretezza, che mentre attaccarono essi alla fronte l'infanteria di Costanzo, furono ad un tratto assaltati, circondati e distrutti dalla cavalleria di Ulfila suo luogotenente, che tacitamente aveva occupato un posto vantaggioso dietro di essi. Gli avanzi dell'esercito d'Edobic si salvarono per mezzo della fuga o della resa; ed il loro Capitano si riparò dal campo di battaglia nella casa d'un infedele amico, il quale troppo chiaramente comprese, che il capo dell'infelice suo ospite sarebbe stato un gradito e lucroso dono pel Generale Imperiale. Costanzo in quest'occasione si portò con la magnanimità d'un vero Romano. Vincendo o sopprimendo qualunque sentimento di gelosia, pubblicamente riconobbe il merito ed i servigi d'Ulfila; ma rigettò con orrore l'assassino d'Edobic; e rigorosamente diede ordine, che il campo non fosse macchiato dalla presenza d'un ingrato ribaldo, che aveva violate le leggi dell'amicizia e dell'ospitalità. L'usurpatore, che dalle mura d'Arles vide la rovina delle ultime sue speranze, fu tentato ad aver qualche fiducia in un sì generoso conquistatore. Ei chiese una solenne promessa per la propria sicurezza e dopo aver ricevuto, mediante l'imposizione delle mani, il sacro carattere di Prete Cristiano, si avventurò ad aprir le porte della città. Ma tosto provò, che i principj d'onore e d'integrità, che potevan regolare l'ordinaria condotta di Costanzo, furono superati dalle libere dottrine della morale politica. Il Generale Romano ricusò, invero, di contaminare i propri allori col sangue di Costantino, ma il deposto Imperatore e Giuliano suo figlio furon mandati sotto forte guardia in Italia, ed avanti che arrivassero al palazzo di Ravenna incontrarono i ministri di morte.

A. 411-416

In un tempo in cui generalmente si confessava, che quasi qualunque uomo nell'Impero superava in merito perdonale i Principi, che l'accidente della nascita avea posto sul trono, una rapida successione di usurpatori continuò tuttavia a sorgere, senza considerare il destino di quelli che gli aveano preceduti. Questo disastro si fece specialmente sentire nelle province della Spagna e della Gallia, dove la guerra e la ribellione aveano estinto i principj dell'ordine e dell'ubbidienza. Prima che Costantino deponesse la porpora, e nel quarto mese dell'assedio d'Arles, s'ebbe notizia nel Campo Imperiale, che Giovino aveva preso il diadema a Metz nella Germania superiore, ad istigazione di Goar Re degli Alani, e di Gunziario Re de' Burgundi: e che il candidato, a cui aveano affidato l'Impero, s'avanzava con un formidabile esercito di Barbari, dalle rive del Reno a quelle del Rodano. Nella breve istoria del regno di Giovino, tutte le circostanze son oscure e straordinarie. Era naturale il supporre, che un animoso ed abile Generale, alla testa d'una vittoriosa armata, avrebbe sostenuto in un campo di battaglia la giustizia della causa di Onorio. La precipitosa ritirata di Costanzo avrebbe potuto giustificarsi con forti ragioni; ma egli abbandonò senza contrasto il possesso della Gallia, e Dardano, Prefetto del Pretorio, si rammenta come l'unico Magistrato, che ricusasse di prestar ubbidienza all'usurpatore[335]. Quando i Goti, due anni dopo l'assedio di Roma, si stabilirono nella Gallia, era naturale il supporre, che le loro inclinazioni si dovessero solamente dividere fra l'Imperatore Onorio, col quale di fresco avevan fatto alleanza, ed il deposto Attalo, che essi riservavano nel loro campo ad oggetto di fare nelle occasioni la parte di musico o di Monarca. Pure in un momento di disgusto (di cui non è facile assegnare il tempo o la causa) Adolfo si collegò coll'usurpatore della Gallia, ed impose ad Attalo l'ignominiosa incumbenza di negoziare il trattato che ratificò il proprio suo disonore. Siamo di nuovo sorpresi nel leggere, che Giovino, invece di risguardare l'alleanza dei Goti come il più stabil sostegno del suo trono, insultò con oscuro ed ambiguo linguaggio l'officiosa importunità d'Attalo; che disprezzando il consiglio del suo grande alleato, rivestì della porpora Sebastiano suo fratello; e che con la massima imprudenza accettò il servizio di Saro, allorchè questo bravo capitano e soldato d'Onorio fu provocato ad abbandonar la Corte d'un Principe, che non sapeva come premiare e come punire. Adolfo, educato in mezzo ad una stirpe di guerrieri, che stimavano il dovere della vendetta, come la parte più preziosa e più sacra della loro eredità, s'avanzò con un corpo di diecimila Goti ad incontrar l'ereditario nemico della casa di Balti. Attaccò Saro in un momento di negligenza, quando era accompagnato solo da diciotto o venti dei suoi valenti seguaci. Questa banda di Eroi, uniti dall'amicizia, animati dalla disperazione, ma finalmente oppressi dalla moltitudine, meritò la stima, senza eccitare la compassione dei loro nemici, ed appena il leone fu preso ne' lacci[336], fu immediatamente fatto morire. La morte di Saro sciolse la debole alleanza, che Adolfo tuttavia manteneva con gli usurpatori della Gallia. Ei prestò nuovamente orecchio ai dettami dell'amore e della prudenza, e presto assicurò il fratello di Placidia, che avrebbe subito mandato al palazzo di Ravenna le teste dei Tiranni, Giovino e Sebastiano. Il Re dei Goti eseguì la sua promessa senza difficoltà o dilazione. Gl'infelici fratelli non sostenuti da alcun merito personale, furon abbandonati dai Barbari loro ausiliari; e la breve opposizione, che fece Valenza, fu espiata dalla rovina d'una delle più nobili città della Gallia. L'Imperatore, eletto dal Senato Romano, che era stato promosso, deposto, insultato, restituito, di nuovo deposto, e di nuovo insultato fu alla fine abbandonato al suo destino; ma nell'atto di privarlo della sua protezione il Re Goto fu ritenuto o per pietà o per disprezzo dal fare alcuna violenza alla persona di Attalo. Il misero Attalo, rimasto senza sudditi e senz'alleati, s'imbarcò in un porto di Spagna per cercare qualche sicuro e remoto ritiro: ma fu sorpreso per mare, condotto alla presenza d'Onorio, fatto passare in trionfo per le strade di Roma o di Ravenna, ed esposto pubblicamente agli occhi della moltitudine sul secondo scalino del trono dell'invincibile suo vincitore. Attalo si trovò sottoposto alla medesima pena, di cui nel tempo della sua prosperità fu accusato d'aver minacciato il suo rivale. Fu esso condannato, dopo l'amputazione di due dita, ad un perpetuo esilio nell'isola di Lipari, dove gli fu somministrato un decente sostentamento per vivere. Il resto del regno d'Onorio non fu disturbato da ribellioni; e si può osservare che nello spazio di cinque anni sette usurpatori avean ceduto alla fortuna di un Principe, che era per se stesso incapace di consiglio e d'azione.

A. 409

La situazione della Spagna, separata per ogni parte dai nemici di Roma per mezzo del mare, dei monti, e delle intermedie province, aveva assicurato la tranquillità di quel remoto e diviso paese, e possiamo risguardare come un sicuro sintomo di pace domestica l'avere pel corso di quattrocento anni la Spagna somministrato ben pochi materiali all'istoria del Romano Impero. I vestigi dei Barbari, che nel regno di Gallieno erano penetrati al di là dei Pirenei, furono tosto cancellati dal ritorno della pace; e nel quarto secolo dell'Era Cristiana le città d'Emerita o Merida, di Cordova, di Siviglia, di Bracara, di Tarragona si contavano fra le più illustri del Mondo Romano. Le varie produzioni del regno animale, vegetabile e minerale, migliorate e lavorate dall'arte d'un industrioso popolo, ed i particolari vantaggi delle provvisioni navali contribuivano a sostenere un esteso e profittevol commercio[337]. Vi fiorivan le arti o le scienze sotto la protezione degl'Imperatori, e se il carattere degli Spagnuoli s'era indebolito per causa della pace e della servitù, l'ostile avvicinamento dei Germani, che avevano sparto il terrore e la desolazione dal Reno fino ai Pirenei, parve che riaccendesse in loro qualche scintilla dell'ardor militare. Finattantochè la difesa delle montagna fu affidata alla robusta e fedel milizia del paese, questa rispinse con buon successo i frequenti attacchi dei Barbari. Ma tosto che le truppe nazionali dovettero cedere il posto ai soldati Onoriani, al servizio di Costantino, le porte della Spagna furono perfidamente aperte al pubblico nemico, circa dieci mesi prima del sacco di Roma fatto da' Goti[338]. La coscienza della propria colpa e la sete della rapina indusse le guardie mercenarie dei Pirenei ad abbandonare il loro posto, ad invitare le armi degli Svevi, dei Vandali, e degli Alani, ed a far più gonfiare il torrente, che con irresistibil violenza delle frontiere della Gallia scorse fino al mare dell'Affrica. Si posson descrivere le disgrazie della Spagna con le frasi del più eloquente suo storico, il quale in breve ha espresso le patetiche e forse esagerate declamazioni degli scrittori contemporanei[339]. «L'irruzione di tali popoli fu accompagnata dalle più terribili calamità; mentre i Barbari esercitarono indistintamente la lor crudeltà sulle sostanze dei Romani e degli Spagnuoli, e saccheggiarono con ugual furore le città e l'aperta campagna. Il progresso della fame ridusse i miserabili abitanti a cibarsi della carne dei loro simili; ed anche le bestie selvagge, che si moltiplicarono senza opposizione nelle boscaglie, furono irritate dalla sete del sangue e dall'impazienza della fame ad arditamente attaccare e divorare l'umana lor preda. Tosto comparve la pestilenza, inseparabile compagna della fame; una gran quantità di Popolo fu distrutta; ed i lamenti di quei che morivano, non facevano che eccitar l'invidia degli amici, che loro sopravvivevano. Finalmente i Barbari, sazi della strage e della rapina, ed afflitti dal mal contagioso, che essi stessi vi aveano introdotto, stabilirono la permanente loro dimora nello spopolato paese. L'antica Galizia, i limiti della quale contenevano il regno della vecchia Castiglia, fu divisa fra gli Svevi ed i Vandali: gli Alani si sparsero nelle Province di Cartagena, e di Lusitania, dal mare Mediterraneo all'Atlantico; ed il fertile territorio della Betica toccò in sorte a' Silingi, altro ramo della nazione Vandalica. Dopo aver regolato tal divisione, i conquistatori ed i nuovi lor sudditi contrassero certi reciproci vincoli di protezione e d'ubbidienza fra loro: si coltivaron di nuovo le terre, e furon di nuovo abitate le città ed i villaggi da un Popolo schiavo. La massima parte degli Spagnuoli si trovò anche disposta a preferire questa nuova condizione di povertà e di barbarie alle severe oppressioni del Governo Romano: ve ne furono però molti, che sempre sostennero la nativa lor libertà; e che ricusarono, specialmente nelle montagne della Galizia, di sottomettersi al giogo dei Barbari[340]».

A. 414-415