A. 365-399

Sono tanto fra loro connessi i primi avvenimenti del regno d'Arcadio e d'Onorio, che la ribellione dei Goti e la caduta di Buffino hanno già avuto luogo nell'Istoria dell'Occidente. Si è già osservato, che Eutropio[513], uno dei principali Eunuchi del palazzo di Costantinopoli, successe a quel superbo Ministro, di cui aveva ultimato la rovina, e tosto imitato i vizi. Ogni Ordine dello Stato inchinavasi al nuovo favorito, e la vile ed ossequiosa lor sommissione l'incoraggiò ad insultar le leggi, e quel che è viepiù difficile o pericoloso, i costumi del paese. Sotto i più deboli fra i Predecessori d'Arcadio, il regno degli Eunuchi era stato segreto e quasi invisibile. S'erano insinuati nella confidenza del Principe; ma le ostensibili loro funzioni erano ristrette al domestico servizio della guardaroba e della camera Imperiale. Potevano essi dirigere sotto voce i pubblici consigli, e distruggere con le maliziose lor suggestioni la fama e le sostanze dei cittadini più illustri, ma non avevan mai ardito di porsi apertamente alla testa dell'Impero[514], o di profanare i pubblici onori dello Stato. Eutropio fu il primo dell'artificiale suo sesso, che osò d'assumere il carattere di Magistrato Romano e di Generale[515]. Talvolta in presenza del vergognante Senato, saliva sul Tribunale per giudicare o per recitare un elaborato discorso, ed alle volte compariva a cavallo con gli abiti e l'armatura d'un eroe alla testa delle sue truppe. Il disprezzo del costume e della decenza scuopre sempre una mente debole e mal regolata, nè sembra che Eutropio compensasse la follìa del suo disegno con alcuna superiorità di merito o di destrezza nell'esecuzione. Il precedente suo genere di vita non l'aveva fatto iniziare allo studio delle leggi, o agli esercizi del campo; i temerari ed infelici suoi tentativi provocarono il segreto disprezzo degli spettatori; i Goti espressero il lor desiderio, che un tal Generale potesse comandar sempre gli eserciti di Roma, ed il nome del Ministro era infamato col ridicolo, più dannoso forse che l'odio per un carattere pubblico. I sudditi d'Arcadio erano esacerbati dalla memoria, che questo deforme e decrepito Eunuco[516], che sì sgraziatamente imitava le azioni d'un uomo, era nato nella più vil condizione di schiavo; che avanti d'entrare nel palazzo Imperiale, era stato più volte venduto o comprato da cento padroni, i quali avevano esaurito la giovanile sua forza in ogni abbietto ed infame ufizio, e finalmente nella sua vecchiezza l'avevano abbandonato alla libertà ed alla miseria[517]. Mentre queste vergognose istorie giravano e si esageravano forse nelle private conversazioni, era lusingata la vanità del favorito con gli onori più straordinari. Si eressero ad Eutropio nel Senato, nella Capitale, e nelle Province statue di bronzo o di marmo decorate coi simboli delle sue civili e militari virtù, e scritto vi fu sopra con pompa il titolo di terzo fondatore di Costantinopoli. Fu promosso al grado di Patrizio, che incominciava a significare in un senso popolare ed anche legale Padre dell'Imperatore, e l'ultimo anno del quarto secolo fu macchiato dal Consolato d'un Eunuco, e d'uno schiavo. Tale strano però ed inespiabil prodigio[518] risvegliò i pregiudizi dei Romani. L'Occidente rigettò l'effemminato Console, come un'indelebile macchia per gli annali della Repubblica; e senza invocar le ombre di Bruto o di Camillo, il Collega d'Eutropio, colto e rispettabile Magistrato[519], sufficientemente dimostrò le diverse massime delle due amministrazioni.

Sembra, che sull'audace e vigorosa mente di Ruffino agisse uno spirito più sanguinario e vendicativo; ma l'avarizia dall'Eunuco non era meno insaziabile di quella del Prefetto[520]. Finattantochè spogliò gli oppressori, i quali si erano arricchiti coi beni del Popolo, Eutropio potè soddisfare l'avida sua disposizione senza molta invidia o ingiustizia ma in progresso la sua rapacità presto invase le sostanze, che si erano acquistate per mezzo di legittima eredità o di lodevole industria. Si praticarono e si accrebbero i soliti metodi di estorsione, e Claudiano ha fatto una viva ed originale pittura della pubblica vendita dello Stato. «L'impotenza dell'Eunuco (dice il piacevol satirico) non è servita che a stimolare la sua avarizia: la stessa mano, che nel tempo della sua servitù s'esercitava in piccoli furti, ed in aprire gli scrigni del suo padrone, adesso rapisce le ricchezze del Mondo: e questo infame rivenditor dell'Impero vende e divide le Province Romane, dal monte Emo fino al Tigri. Uno, spogliandosi della sua villa, è fatto Proconsole dell'Asia, un altro compra la Siria con le gioie della sua moglie, ed un terzo si duole d'aver dato il suo patrimonio pel Governo della Bitinia. Nell'anticamera d'Eutropio si trova esposta alla pubblica vista una gran tabella, che dimostra i prezzi rispettivi delle Province. V'è accuratamente distinto il diverso valore del Ponto, della Galazia e della Lidia. Può aversi la Licia per tante migliaia di monete d'oro; ma l'opulenza della Frigia esigerà una somma più considerabile. L'Eunuco brama di cancellare la sua personale ignominia con una generale vergogna, e siccome è stato venduto egli, così desidera di vendere il resto del genere umano. Nell'ardente contesa, la bilancia che contiene il destino e le sostanze della Provincia, spesso trema sul pernio; e finattantochè uno dei bracci viene inclinato pel maggior peso, la mente dell'imparzial giudice resta in un'ansiosa sospensione[521]. Questi (continuava lo sdegnato Poeta) sono i frutti del Romano valore, della disfatta d'Antioco, e del trionfo di Pompeo». Questa venale prostituzione dei pubblici onori assicurava l'impunità dei futuri delitti; ma le ricchezze, che Eutropio traeva dalla confiscazione, erano già contaminate dall'ingiustizia, mentre era permesso accusare e condannare i proprietari dei beni, che egli era impaziente di confiscare. Fu sparso del sangue nobile per mano dell'esecutore; ed eran piene le più inospite estremità dell'Impero di esuli innocenti ed illustri. Fra i Generali e Consoli dell'Oriente, Abbondanzio[522] avea ragion di temere i primi effetti dello sdegno d'Eutropio. Egli era reo dell'imperdonabil delitto d'aver introdotto quel vile schiavo nel palazzo di Costantinopoli: e bisogna concedere qualche sorta di lode ad un potente ed ingrato favorito, che si contenta della disgrazia del suo benefattore. Abbondanzio, per mezzo d'un rescritto Imperiale, fu spogliato de' molti suoi beni, e bandito a Pitio sull'Eussino, ultima frontiera del Mondo Romano, dove sussistè per la precaria pietà dei Barbari, finattantochè non potè ottenere, dopo la caduta d'Eutropio, un esilio più dolce a Sidone nella Fenicia. La distruzione di Timasio[523] richiedeva un metodo di attacco più serio e più regolare. Questo grande ufiziale, Generale degli eserciti di Teodosio, avea segnalato il suo valore con una decisiva vittoria, che ottenne contro i Goti della Tessaglia; ma egli era troppo inclinato, ad esempio del suo Sovrano, a godere del lusso nella pace, e ad abbandonarsi confidentemente a malvagi e intraprendenti adulatori. Timasio avea disprezzato la pubblica voce, promuovendo Bargo, infame suo dipendente, al comando d'una coorte; e meritò di provarne l'ingratitudine, essendo Bargo stato segretamente instigato dal favorito ad accusare il suo padrone d'una perfida cospirazione. Il Generale fu tratto avanti al Tribunale d'Arcadio medesimo; ed il principal Eunuco stava da un lato del trono, a suggerir le questioni e le risposte al suo Sovrano. Ma siccome questa forma di processo avrebbe potuto credersi parziale ed arbitraria, fu delegata l'ulteriore investigazione sul delitto di Timasio a Saturnino e a Procopio, il primo di grado consolare, e l'altro tuttavia rispettato come suocero dell'Imperator Valente. La brusca onestà di Procopio fece mantener l'apparenza d'una giusta e legal processura, ed egli cedè con ripugnanza all'ossequiosa destrezza del suo collega, che pronunciò una sentenza di condanna contro l'infelice Timasio: se ne confiscaron le immense ricchezze in nome dell'Imperatore ed a vantaggio del favorito, ed esso fu mandato in esilio perpetuo ad Oasi, luogo solitario nel mezzo degli arenosi deserti della Libia[524]. Separato da ogni umano consorzio, il Generale degli eserciti Romani fu perduto per sempre al Mondo; ma le circonstanze del suo destino si son raccontate in diverse e contradditorie maniere. Sì vuol far credere, che Eutropio mandasse un ordine privato per la segreta esecuzione di lui[525]. Fu detto che tentando di fuggire da Oasi, perì nel deserto di sete o di fame, e che fu trovato il suo cadavere fra le sabbie della Libia[526]. E stato asserito con più sicurezza che Siagrio suo figlio, dopo aver fortunatamente evitato le ricerche degli agenti ed emissari della Corte, raccolse una truppa di ladri Affricani, con cui trasse Timasio dal luogo del suo esilio; e che non si seppe più altro nè del padre nè del figlio[527]. Ma l'ingrato Bargo invece di poter godere il premio del suo delitto, fu subito dopo ingannato a distrutto dalla più potente malvagità del Ministro medesimo, che aveva senso e spirito a sufficienza per abborrir l'istrumento de' propri misfatti.

A. 397

L'odio pubblico, e la disperazione de' particolari continuamente minacciavano o pareva che minacciassero la personal salvezza d'Eutropio, non meno che dei numerosi aderenti, ch'erano attaccati alla sua fortuna e promossi dal venal suo favore. Immaginò dunque per la comune loro difesa la salvaguardia d'una legge, che violò qualunque principio d'umanità e di giustizia[528]. I. Fu ordinato in nome, e coll'autorità d'Arcadio, che tutti coloro che avessero cospirato coi sudditi o con gli stranieri contro la vita di alcuna di quelle persone, che l'Imperatore considerava come membra del suo proprio corpo, sarebbero puniti con la morte e con la confiscazione. Questa specie di fittizia e metaforica lesa Maestà si estese a proteggere non solo gl'illustri ufiziali dello Stato e dell'esercito, che erano ammessi nel sacro Concistoro, ma anche i principali domestici del Palazzo, i Senatori di Costantinopoli, i Comandanti militari, ed i Magistrati civili delle Province: indefinita ed incerta lista, che sotto i successori di Costantino includeva un'oscura e numerosa serie di subordinati ministri. II. Questo estremo rigore avrebbe forse potuto giustificarsi, se fosse stato solo diretto ad assicurare i rappresentanti del Sovrano da ogni effettiva violenza nell'esecuzione del loro ufizio. Ma tutto il corpo dei dipendenti Imperiali s'arrogò un privilegio o piuttosto un'impunità, che li mise al coperto, in ogni momento della lor vita, dal subitaneo, o forse giustificabile risentimento dei loro concittadini; e mediante una strana perversione di leggi applicossi ad una privata contesa il medesimo grado di colpa e di pena, che ad una deliberata cospirazione contro l'Imperatore e l'Impero. L'editto d'Arcadio con la massima precisione ed assurdità dichiara, che in tali casi di lesa Maestà si punirebbero con ugual severità i pensieri e le azioni; che la notizia d'una malvagia intenzione, qualora non fosse subito manifestata, diveniva ugualmente colpevole che l'intenzione medesima[529], e che quei temerari, che avessero ardito di sollecitare il perdono dei traditori, sarebbero notati essi medesimi di pubblica e perpetua infamia. III. «Relativamente ai figli dei traditori (prosegue l'Imperatore) quantunque dovrebbero essi partecipare la pena dei loro genitori, giacchè probabilmente ne imiteranno la colpa, ciò non ostante, per uno speciale effetto della nostra Imperial clemenza, noi accordiamo loro la vita. Ma nel tempo stesso gli dichiariamo incapaci di esser eredi, tanto dal lato del padre che della madre, o di ricever alcun dono o legato dal testamento sì dei congiunti che degli estranei. Segnati con ereditaria infamia, esclusi dalla speranza di onori o di fortuna, si lascino in abbandono alle angustie della povertà e del disprezzo, in maniera che risguardin la vita come una calamità, e la morte come un conforto o sollievo». Con tali parole, sì bene adattate ad insultare i sentimenti del genere umano, l'Imperatore, o piuttosto il suo favorito Eunuco applaudiva la moderazione d'una legge, che estendeva le medesime inumane ed ingiuste pene ai figli di tutti quelli, che avevano secondato, o che non avevano scoperto quelle fittizie cospirazioni. Si è tollerato che vadano in dimenticanza varie delle più nobili regole della Giurisprudenza Romana; ma questo editto, utile e potente macchina della ministerial tirannia, fu premurosamente inserito nei codici Teodosiano e Giustiniano, e nei tempi moderni si son risuscitate le stesse massime a proteggere gli Elettori della Germania, ed i Cardinali della Chiesa di Roma[530].

A. 399

Ma queste sanguinarie leggi, che sparsero il terrore in un disarmato e scoraggito Popolo, erano di troppo debole tessitura per frenare l'audace impresa di Tribigildo Ostrogoto[531]. La colonia di quella guerriera nazione, che era stata posta da Teodosio in uno dei più fertili distretti della Frigia[532], paragonava con impazienza i lenti prodotti della laboriosa agricoltura con la fortunata rapacità, ed i larghi premj d'Alarico; ed il loro Capo risentì, come un personale affronto, la mala accoglienza che ricevè nel palazzo di Costantinopoli. Una molle e ricca Provincia nel cuor dell'Impero restò sorpresa dal suon della guerra; ed il fedele vassallo, che era stato disprezzato ed oppresso, fu nuovamente rispettato, quando riprese l'ostil carattere di Barbaro. Le vigne ed i fertili campi, fra il rapido Mursia ed il tortuoso Meandro[533], furono consumati dal fuoco; le cadenti mura delle città rovinarono al primo attacco nemico; i tremanti abitatori fuggirono da un sanguinoso macello alle rive dell'Ellesponto; ed una considerabil parte dell'Asia Minore fu desolata dalla ribellione di Tribigildo. Il rapido suo progresso fu impedito dalla resistenza de' contadini di Panfilia; e gli Ostrogoti, attaccati in un angusto passo fra la città di Selge[534], un profondo pantano, e le scoscese alture del monte Tauro, furon disfatti con la perdita delle loro truppe più prodi. Ma lo spirito del loro Capo non fu domato dalla disgrazia, ed il suo esercito veniva continuamente accresciuto da sciami di Barbari, e di banditi, che desideravano esercitare la professione della ruberia sotto i più onorevoli nomi di guerra e di conquista. I romori del buon successo di Tribigildo poterono per qualche tempo sopprimersi dal timore, o mascherarsi dall'adulazione; ma appoco appoco posero in agitazione la Corte e la Capitale. Ogni disgrazia veniva esagerata con oscuri e dubbiosi cenni, ed i futuri disegni de' ribelli divennero il soggetto di ansiose congetture. Ogni volta che Tribigildo avanzavasi verso l'interno del paese, i Romani erano inclinati a supporre, ch'ei meditasse di passare il monte Tauro, e d'invader la Siria. Se discendeva verso il mare, attribuivano, e forse anche suggerivano al Capitano Gotico il più pericoloso progetto d'armare una flotta ne' porti della Jonia e di estendere le sue devastazioni lungo le coste marittime, dalla bocca del Nilo fino al porto di Costantinopoli. L'avvicinamento del pericolo, e l'ostinazione di Tribigildo, che ricusava ogni termine di accomodamento, costrinsero Eutropio a convocare un consiglio di guerra[535]. Dopo d'aver attribuito a se stesso il privilegio di veterano soldato, l'Eunuco affidò la difesa della Tracia e dell'Ellesponto al Goto Gaina, ed il comando dell'esercito Asiatico a Leone suo favorito: due Generali, che per diverse strade promossero efficacemente la causa dei ribelli. Leone[536] che per la grandezza del corpo e la grossezza dello spirito era soprannominato l'Aiace dell'Oriente, aveva lasciato la primitiva sua professione di cardator di lana, per esercitare con molto minore abilità e successo la milizia; e le incerte sue operazioni erano capricciosamente immaginate ed eseguite, ignorando egli le vere difficoltà, e timidamente tralasciando di profittare di qualunque favorevole occasione. La temerità degli Ostrogoti gli avea tratti in un posto svantaggioso tra' fiumi Mela ed Eurimedonte, dov'essi erano quasi assediati dai contadini della Panfilia: ma l'arrivo d'un esercito Imperiale, invece di ultimarne la distruzione, somministrò loro i mezzi di salvarsi e di vincere. Tribigildo sorprese il campo non guardato dei Romani nell'oscurità della notte; sedusse la fede della maggior parte degli ausiliari Barbari e dissipò senza grande sforzo le truppe, che si eran corrotte pel rilassamento della disciplina, ed il lusso della Capitale. Il mal talento di Gaina, che aveva sì arditamente architettata ed eseguita la morte di Ruffino, era esacerbato dalla fortuna dell'indegno successore di lui; egli accusava la propria disonorevol pazienza sotto il servil dominio d'un Eunuco; e l'ambizioso Goto era convinto, almeno nella pubblica opinione, di fomentare in segreto la rivoluzione di Tribigildo, col quale era congiunto mediante un vincolo domestico non meno che nazionale[537]. Quando Gaina passò l'Ellesponto per unire sotto le sue bandiere il restante delle truppe Asiatiche, adattò con arte i suoi movimenti alle brame degli Ostrogoti, abbandonando con la sua ritirata il paese, che essi desideravan d'invadere, o facilitando, coll'avvicinarsi, la diserzione dei Barbari ausiliari. Alla Corte Imperiale magnificò più volte il valore, il genio, e gli inesauribili mezzi di Tribigildo, confessò la propria incapacità di proseguire la guerra; ed estorse la permissione d'entrare in trattato coll'invincibile suo avversario. Le condizioni della pace furon dettate dall'orgoglioso ribelle; e la perentoria domanda della testa d'Eutropio manifestò l'autore, ed il disegno di questa ostile cospirazione.

A. 399

L'audace Satirico, che ha contentato il suo malo umore con la parziale ed appassionata censura degli Imperatori Cristiani, offende la dignità piuttosto che la verità dell'Istoria con paragonare il figlio di Teodosio ad uno di quei semplici ed innocenti animali, che appena sentono che sono in proprietà del loro pastore. Due passioni però, vale a dire il timore e l'amor coniugale, svegliarono il languido spirito d'Arcadio; ei fu spaventato dalle minacce del vittorioso Barbaro, e cedè alla tenera eloquenza d'Eudossia sua moglie, che con un diluvio di artificiose lacrime, presentando al padre i suoi piccoli figli, ne implorò la giustizia per un vero o immaginario insulto, che essa imputò all'ardito Eunuco[538]. Fu diretta la mano dell'Imperatore a segnare la condanna d'Eutropio; ad un tratto si sciolse il magico incanto, che per quattro anni aveva affascinato il Principe ed il Popolo; e le acclamazioni, che sì poco avanti avevano applaudito il merito e la fortuna del favorito, si convertirono ne' clamori dei soldati e del Popolo, che gli rimproveravano i suoi delitti, e ne sollecitavano l'immediata esecuzione. In quell'ora d'angustia e di disperazione, l'unico suo rifugio fu il santuario della Chiesa, i privilegi della quale egli aveva saggiamente o profanamente procurato di limitare; ed il più eloquente de' Santi, Giovanni Grisostomo, godè il trionfo di proteggere un prostrato Ministro, la scelta del quale avealo innalzato alla sede Ecclesiastica di Costantinopoli. Salito l'Arcivescovo sul pulpito della Cattedrale per esser distintamente veduto ed udito da un'innumerabile folla di ambidue i sessi, e d'ogni età, pronunciò un patetico ed opportuno discorso sopra il perdono delle ingiurie e l'instabilità dell'umana grandezza. Le agonie di quel pallido e spaurito meschino, che stava incurvato sotto la mensa dell'altare, presentavano un solenne ed istruttivo spettacolo; e l'oratore, che di poi fu accusato d'insultare alle disgrazie d'Eutropio, cercava d'eccitare il disprezzo per poter ammollire il furore del Popolo[539]. Prevalse la forza dell'umanità, e dell'eloquenza. L'Imperatrice Eudossia si astenne o per i propri principj o per quei dei suoi sudditi dal violare il santuario della Chiesa; ed Eutropio fu tentato a capitolare dalle arti più dolci della persuasione e da un giuramento, che gli si sarebbe risparmiata la vita[540]. I nuovi Ministri dei palazzo, non curando la dignità del loro Sovrano, pubblicarono immediatamente un editto per dichiarare, che il passato suo favorito avea disonorato i nomi di Console e di Patrizio, per abolir le sue statue, confiscare le sue ricchezze, e condannarlo ad un perpetuo esilio nell'isola di Cipro[541]. Un disprezzabil e decrepito Eunuco non poteva più eccitare i timori dei suoi nemici; nè era esso capace di goder quel che tuttavia gli restava, il conforto cioè della pace, della solitudine e d'un buon clima. Ma la loro implacabil vendetta gl'invidiò fino gli ultimi momenti d'una miserabile vita; ed Eutropio non ebbe appena toccato i lidi di Cipro, che fu precipitosamente richiamato. La vana speranza d'eludere, mediante la mutazione del luogo, l'obbligo del giuramento impegnò l'Imperatrice a trasferire la scena del suo processo e supplizio da Costantinopoli al vicino sobborgo di Calcedonia. Il Console Aureliano pronunziò la sentenza; ed i motivi di essa dimostrano la giurisprudenza d'un Governo dispotico. I delitti che Eutropio avea commesso contro il Popolo, avrebber potuto giustificar la sua morte; ma egli fu dichiarato reo d'aver posto al suo cocchio i sacri animali, che per la lor razza o colore erano riserbati all'uso del solo Imperatore[542].