A. 460
Mentre si eseguiva questa domestica rivoluzione, Gaina[543] si ribellò apertamente, congiunse le sue forze, a Tiatira nella Lidia, con quelle di Tribigildo, e sempre mantenne il suo superiore ascendente sopra il Capo ribelle degli Ostrogoti. Le armate riunite s'avanzarono senza resistenza fino allo stretto dell'Ellesponto e del Bosforo; ed Arcadio fu costretto ad impedire la perdita dei suoi Stati dell'Asia con rimettere la propria persona ed autorità alla fede dei Barbari. Fu scelta la Chiesa della Santa Martire Eufemia, situata sopra un'alta eminenza vicino a Calcedonia[544], per luogo del congresso. Gaina piegossi riverentemente ai piedi dell'Imperatore, nel tempo che esigeva il sacrifizio d'Aureliano e di Saturnino, due Ministri di grado consolare; ed i nudi lor colli furono esposti dal superbo ribelle al filo della spada: ma poi condiscese ad accordar loro una precaria e disonorevole grazia. I Goti, secondo i termini dell'accordo, furono trasportati subito dall'Asia in Europa; ed il vittorioso lor Capo, che accettò il titolo di Generale degli eserciti Romani, riempì tosto Costantinopoli delle sue truppe, e distribuì trai suoi dipendenti gli onori ed i premj dell'Impero. Gaina nella sua prima gioventù avea passato il Danubio, come supplichevole e fuggitivo: il suo innalzamento era stato opera del valore e della fortuna; e l'indiscreta o perfida sua condotta fu la causa della sua pronta caduta. Nonostante la vigorosa opposizione dell'Arcivescovo egli importunamente chiese pe' suoi Arriani settari il possesso d'una Chiesa particolare; e l'orgoglio de' Cattolici fu offeso dalla pubblica tolleranza dell'eresia[545]. Ogni quartiere di Costantinopoli era pieno di tumulto, e di disordine; ed i Barbari guardavano con tale ardore le ricche botteghe de' gioiellieri, e le tavole dei banchieri, le quali eran coperte d'oro o d'argento, che fu stimata cosa prudente il rimuovere dalla vista loro quelle pericolose tentazioni. Si accorsero essi di tale ingiuriosa cautela, ed in tempo di notte fecero de' rumorosi tentativi per attaccare e distrugger col fuoco il palazzo Imperiale[546]. In tale stato di vicendevole e sospettosa ostilità, le guardie ed il Popolo di Costantinopoli chiuser le porte, e presero le armi per impedire o per punir la cospirazione dei Goti. Nell'assenza di Guina, le sue truppe furon sorprese ed oppresse; e settemila Barbari perirono in quel sanguinoso macello. Nel furor della mischia i Cattolici scoprirono il tetto, e continuarono a gettar giù dei legni infuocati, finattantochè non ebbero distrutti i loro avversari, che si erano ritirati alla Chiesa, o conventicola degli Arriani. Gaina o non era consapevole di tal disegno, o troppo confidava nella sua fortuna: egli restò sorpreso alla notizia, che il fiore del suo esercito era stato senza gloria distrutto; che egli stesso era dichiarato nemico pubblico; e che Fravitta, suo nazionale, bravo e fedele confederato, avea preso il maneggio della guerra per terra e per mare. Le imprese del ribelle contro le città della Tracia, incontrarono una costante e ben ordinata difesa: i soldati di lui furon tosto ridotti a cibarsi dell'erba che nasceva sul margine delle fortificazioni; e Gaina, che vanamente sospirava la ricchezza ed il lusso dell'Asia, prese la disperata risoluzione di forzare il passaggio dell'Ellesponto. Era privo di vascelli; ma gli alberi del Chersoneso somministrarono i materiali per far delle zattere, e gl'intrepidi suoi Barbari non ricusarono di affidarsi a' flutti del mare. Fravitta però attentamente osservava il progresso della loro impresa. Appena erano essi giunti alla metà del corso, che le galere Romane[547], spinte dalla piena forza dei remi, della corrente, e di un vento favorevole, uscirono fuori strette in buon ordine e con irresistibil vigore; e l'Ellesponto restò coperto dai frammenti del Gotico naufragio. Dopo la distruzione delle sue speranze, e la perdita di molte migliaia dei suoi più bravi soldati, Gaina, che non poteva più aspirare a governare e a soggiogare i Romani, si determinò a riassumer l'indipendenza d'una vita selvaggia. Un leggiero ed attivo corpo di cavalleria Barbara, senza il peso dell'infanteria e del bagaglio, potea fare in otto o in dicci giorni una marcia di trecento miglia dall'Ellesponto al Danubio[548]; le guarnigioni di quell'importante frontiera appoco appoco erano state ridotte a niente, il fiume nel mese di Decembre doveva esser fortemente gelato; ed aprivasi all'ambizion di Gaina l'illimitato prospetto della Scizia. Fu segretamente comunicato questo disegno alle truppe nazionali, che abbracciarono la fortuna del lor Capitano; ed avanti che si desse il segno della partenza fu perfidamente ucciso un gran numero di ausiliari provinciali, di cui sospettava l'affetto al nativo loro paese. I Goti si avanzarono con rapide marce per le pianure della Tracia; e presto si trovaron liberi dal timore d'esser inseguiti per la vanità di Fravitta, che invece di finir la guerra, s'affrettò a godere l'applauso del Popolo, ed a ricevere i pacifici onori del Consolato. Ma comparve in armi un formidabile alleato a vendicar la maestà dell'Impero, ed a guardare la pace e la libertà della Scizia[549]. Le superiori forze d'Uldino Re degli Unni s'opposero al progresso di Gaina; un nemico e rovinato paese impedì la sua ritirata; egli sdegnò di capitolare; e dopo d'aver più volte tentato di farsi strada per le file dei nemici, restò ucciso, co' suoi disperati seguaci, nel campo di battaglia. Undici giorni dopo la vittoria navale dell'Ellesponto, fu ricevuta a Costantinopoli con le più liberali espressioni di gratitudine la testa di Gaina, inestimabile dono del vincitore; e la liberazione pubblica si celebrò con illuminazioni e con feste. I trionfi di Arcadio divennero il soggetto di poemi epici[550]; ed il Monarca, non essendo più oppresso da ostili terrori, si abbandonò al dolce ed assoluto dominio della sua moglie, la bella ed artificiosa Eudossia, che ha macchiato la sua fama con la persecuzione di S. Gio. Grisostomo.
A. 397
Dopo la morte dell'indolente Nettario, successore di Gregorio Nazianzeno, la Chiesa di Costantinopoli era divisa dall'ambizione di più rivali candidati, che non si vergognavano di sollecitare coll'adulazione e coll'oro il suffragio del Popolo o del favorito. In quest'occasione sembra, che Eutropio deviasse dalle ordinarie sue massime, e l'incorrotto giudizio di lui si determinò solo dal preminente merito d'uno straniero. In un viaggio, che di fresco avea fatto in Oriente, esso aveva ammirato i discorsi di Giovanni, nativo e Prete d'Antiochia, il nome del quale si è distinto coll'epiteto di Grisostomo o Bocca d'oro[551]. Fu spedito un ordine segreto al Governator della Siria; e poichè il Popolo non avrebbe voluto lasciar partire il suo favorito Predicatore, fu trasportato velocemente e con segretezza in un cocchio di posta da Antiochia a Costantinopoli. L'unanime non sollecitato consenso della Corte, del Clero e del Popolo confermò la scelta del Ministro; e sì come Santo che come oratore il nuovo Arcivescovo sorpassò l'ardente aspettazione del pubblico. Il Grisostomo, nato da una nobile ed opulenta famiglia nella Capitale della Siria, era stato educato per la cura d'una tenera madre sotto la direzione dei più abili maestri. Ei studiò l'arte della rettorica nella scuola di Libanio; e quel celebre Sofista, che presto scoprì i talenti del suo discepolo, confessò ingenuamente, che Giovanni avrebbe meritato di succedergli, se non fosse stato portato via dai Cristiani. La sua pietà lo dispose ben tosto a ricevere il sacramento del Battesimo; a rinunziare alla lucrosa ed onorevole profession della legge; ed a sepellirsi nel vicino deserto, dove depresse le cupidità della carne per mezzo d'un'austera penitenza di sei anni. Le sue infermità lo costrinsero a tornare al consorzio degli uomini; e l'autorità di Melezio fece consacrare i suoi talenti al servizio della Chiesa; ma in mezzo alla sua famiglia, e di poi sulla sede Archiepiscopale, Grisostomo perseverò sempre nella pratica delle virtù monastiche. Applicò diligentemente a stabilire ospedali quelle ampie rendite, che i suoi predecessori avean consumato in pompa ed in lusso; e la moltitudine, che era sostenuta dalla sua carità, preferiva gli eloquenti ed edificanti discorsi del proprio Arcivescovo ai divertimenti del Teatro o del Circo. Si sono premurosamente conservati i monumenti di quella eloquenza, che quasi per venti anni fu ammirata in Antiochia e in Costantinopoli; ed il possesso di quasi mille sermoni o omilie ha autorizzato i critici[552] de' posteriori tempi ad apprezzare il genuino merto del Grisostomo. Essi concordemente attribuiscono all'oratore Cristiano il libero possesso d'una lingua elegante e copiosa; il giudizio di celare i vantaggi, che traeava dalla cognizione della Rettorica e della Filosofia; un fondo inesausto di metafore e similitudini, d'immagini e d'idee per variare ed illustrare i topici più famigliari; la felice arte di impegnar le passioni in servizio della virtù, e d'esporre la follia non meno che la bruttezza del vizio quasi con la verità e lo spirito d'una drammatica rappresentazione.
Le pastorali fatiche dell'Arcivescovo di Costantinopoli provocarono, ed appoco appoco riunirono contro di esso due sorte di nemici: vale a dire il Clero ambizioso, che ne invidiava il frutto, e gli ostinati peccatori, che eran offesi da suoi rimproveri. Quando il Grisostomo, dal pulpito di S. Sofia, fulminava contro la degenerazione dei Cristiani, i suoi dardi cadevano sulla moltitudine senza ferire e neppur notare il carattere d'alcuno individuo. Quando ei declamava contro i vizi particolari del ricco, la povertà potea trarre una passeggiera consolazione dalle sue invettive: ma il colpevole sempre si nascondeva nel numero dei compagni; ed il rimprovero stesso era innalzato da certe idee di superiorità e di godimento. Ma a misura che la piramide progrediva verso la sommità, insensibilmente diminuiva, accostandosi a un punto, ed i Magistrati, i Ministri, gli Eunuchi favoriti, le dame della Corte[553], l'istessa Imperatrice Eudosia avevano da dividere una molto maggior parte di colpa fra un minor numero di rei. Le personali applicazioni della udienza venivano anticipate o confermate dalla testimonianza della lor propria coscienza; e l'intrepido predicatore assumeva il pericoloso diritto d'esporre tanto la colpa quanto chi la commetteva, alla pubblica esecrazione. Il segreto risentimento della Corte incoraggiò il malcontento del Clero e dei Monaci di Costantinopoli, che si crederono con troppa fretta riformati dal fervente zelo del loro Arcivescovo. Aveva egli condannato dal pulpito le donne domestiche del Clero di Costantinopoli, che sotto il nome di serve o di sorelle davano una perpetua occasione di peccato o di scandalo. I taciti e solitari Ascetici, che si eran separati dal Mondo, avevan diritto alla più forte approvazion del Grisostomo; ma esso disprezzava e notava come un disonore della santa lor professione quella folla di traviati Monaci, che per qualche indegno motivo di piacere o di lucro sì spesso infestavan le strade della Capitale. Alla voce della persuasione, l'Arcivescovo fu costretto ad aggiungere i terrori dell'autorità, ed il suo ardore nell'esercizio dell'Ecclesiastica giurisdizione non andò sempre esente da passione, nè fu guidato dalla prudenza ogni volta. Il Grisostomo era naturalmente d'un temperamento collerico[554]. Quantunque si studiasse, a norma dei precetti Evangelici, d'amare i suoi privati nemici, egli si estendeva nel privilegio d'odiare i nemici di Dio, e della Chiesa; ed i suoi sentimenti venivano talvolta esposti con troppa energia di espressioni e di portamento. Egli mantenne sempre, per qualche considerazione di salute o d'astinenza, l'antico suo costume di prender cibo da solo; e tale inospita consuetudine[555], che i suoi nemici attribuivano ad orgoglio, almeno contribuiva a nutrire la malattia d'un moroso ed insociabile umore. Separato da quel famigliar commercio, che facilita la cognizione e la spedizione degli affari, si riposava con intiera fiducia nel suo diacono Serapione, e rare volte applicava la speculativa sua cognizione della natura umana a' particolari caratteri o dei suoi dipendenti o de' suoi eguali. Conoscendo la purità delle proprie intenzioni, e forse la superiorità del suo genio, l'Arcivescovo di Costantinopoli estese la giurisdizione della città Imperiale, per poter ampliare la sfera delle pastorali sue cure, e la condotta, che il profano attribuiva ad un ambizioso motivo, comparve allo stesso Grisostomo nell'aspetto d'un sacro ed indispensabil dovere. Nella visita, che fece per le province Asiatiche, depose tredici Vescovi della Lidia e della Frigia; e dichiarò indiscretamente che tutto l'ordine Episcopale era infettato da una profonda corruzione di simonia e di licenziosità[556]. Se que' Vescovi erano innocenti, tal temeraria ed ingiusta condanna doveva eccitare un ben fondato disgusto. Se poi erano rei, i numerosi compagni del lor delitto dovevan tosto conoscere, che la propria loro salvezza dipendeva dalla rovina dell'Arcivescovo, che procurarono di rappresentare come il tiranno delle Chiese orientali.
Questa ecclesiastica cospirazione fu maneggiata da Teofilo[557] Arcivescovo d'Alessandria, attivo ed ambizioso Prelato, che impiegava i frutti della rapina in monumenti d'ostentazione. Il nazional suo contraggenio verso la nascente grandezza d'una città, che lo faceva retrocedere dal secondo al terzo grado nel Mondo Cristiano, era inasprito da qualche disputa personale col Grisostomo stesso[558]. Per un segreto invito dell'Imperatrice, Teofilo sbarcò a Costantinopoli con un forte corpo di marinari Egiziani, per far fronte alla plebaglia; e con un seguito di Vescovi, suoi dipendenti, per assicurarsi coi loro voti il maggior partito di un Sinodo. Questo[559] fu convocato nel sobborgo di Calcedonia chiamato la Quercia, dove Ruffino aveva eretto una splendida chiesa e un monastero, e gli atti del medesimo Sinodo si continuarono per quattordici giorni o sessioni. Un Vescovo ed un Diacono accusarono l'Arcivescovo di Costantinopoli; ma la frivola o improbabil natura dei quarantasette articoli, che presentaron contro di lui, si può giustamente considerare come un bel panegirico, superiore ad ogni eccezione. Quattro successive citazioni furono intimate al Grisostomo; ma egli sempre ricusò d'affidare la propria persona o riputazione alle mani degl'implacabili suoi nemici, che prudentemente evitando l'esame di ogni particolare accusa, condannarono la sua contumace disubbidienza, e precipitosamente pronunziarono una sentenza di deposizione contro di lui. Il Concilio della Quercia immediatamente s'indirizzò all'Imperatore, perchè ne ratificasse ed eseguisse il giudizio, ed insinuò caritatevolmente, che poteva sottoporsi alla pena di lesa Maestà l'audace predicatore, che aveva ingiuriato, sotto il nome di Gezabella, l'Imperatrice Eudossia medesima. L'Arcivescovo fu duramente arrestato, e condotto per la città da uno degl'Imperiali messaggi, che dopo una breve navigazione lo fece sbarcare vicino all'ingresso dell'Eussino; di dove, prima che spirasser due giorni, gloriosamente fu richiamato.
Il primo stupore del fedele suo Popolo l'avea reso muto e passivo; ad un tratto però sollevossi con unanime ed irresistibil furore. Teofilo potè fuggire; ma la promiscua folla di monaci e di marinari Egiziani fu senza pietà trucidata nelle strade di Costantinopoli[560]. Un opportuno terremoto giustificò l'interposizione del Cielo; il torrente della sedizione correva verso le porte del palazzo; e l'Imperatrice, agitata dal timore o dal rimorso, gettossi ai piedi d'Arcadio, e confessò, che la pubblica salvezza dipendeva dal richiamo del Grisostomo. Il Bosforo era coperto d'innumerabili barche, le rive dell'Europa e dell'Asia erano illuminate con profusione, e le acclamazioni di un vittorioso popolo accompagnarono, dal porto alla Cattedrale, il trionfo dell'Arcivescovo, che troppo facilmente acconsenti a riprender l'esercizio delle sue funzioni, prima che la sentenza pronunziala contro di lui, legittimamente si revocasse dall'autorità d'un Ecclesiastico Sinodo. Il Grisostomo, non sapendo o non curando l'imminente pericolo, secondò il suo zelo, e forse il suo risentimento, declamò con particolare asprezza contro i vizi delle donne, e condannò i profani onori, che si rendevano, quasi nel recinto di S. Sofia, alla statua dell'Imperadrice. Tal imprudenza tentò i suoi nemici ad infiammare l'altiero spirito di Eudossia con riferire, o forse inventare questo famoso esordio d'un discorso: «Erodiade è di nuovo furiosa. Erodiade nuovamente balla., essa un'altra volta richiede il capo di Giovanni»: insolente allusione che era impossibile che essa e come Donna e come Sovrana mai perdonasse[561]. Fu impiegato il breve intervallo d'una perfida tregua a concertare più efficaci misure per la disgrazia e la rovina dell'Arcivescovo. Un numeroso Concilio di Prelati orientali, che eran guidati in distanza dal parer di Teofilo, confermò la validità senza esaminar la giustizia della prima sentenza, e fu introdotto nella città un distaccamento di truppe Barbare per sopprimere le commozioni del Popolo. Nella vigilia di Pasqua fu tumultuosamente interrotta la solenne amministrazion del Battesimo da' soldati, che sbigottirono la modestia dei nudi catecumeni, e violarono con la loro presenza i tremendi misteri del Culto Cristiano. Arsacio occupò la Chiesa di S. Sofia, e la sede Archiepiscopale. I Cattolici si ritirarono a' Bagni di Costantino, e di poi alla campagna; dove furono sempre inseguiti ed insultati dalle guardie, dai Vescovi, e dai Magistrati. Il fatal giorno del secondo ed ultimo esilio del Grisostomo fu contrassegnato dall'incendio della Cattedrale, del Senato, e delle vicine fabbriche; e tal calamità fu attribuita senza prove, ma non senza probabilità, alla disperazione d'un perseguitato partito[562].
A. 404
Cicerone potè pretendere qualche merito, se il volontario suo esilio conservò la pace della Repubblica[563]; ma la sommission del Grisostomo, era l'indispensabil dovere di un Cristiano e di un suddito. Invece d'esaudire l'umile sua preghiera di poter restare a Cizico o a Nicomedia, l'inflessibile Imperatrice gli assegnò la remota e desolata città di Cucuso, fra le cime del Monte Tauro, nell'Armenia minore. Si aveva una segreta speranza, che l'Arcivescovo potesse perire in una difficile e pericolosa marcia di settanta giorni nel caldo della state per le Province dell'Asia minore, dov'era continuamente minacciato dagli ostili attacchi degl'Isauri, e dal più implacabil furore dei Monaci. Pure il Grisostomo arrivò salvo al luogo del suo confino, ed i tre anni, che visse a Cucuso e nella vicina città d'Arabisso, furono gli ultimi ed i più gloriosi della sua vita. Il suo carattere fu consacrato dall'assenza e dalla persecuzione, non si rammentarono più i difetti della sua amministrazione, ma ogni lingua ripeteva le lodi della virtù e dell'ingegno di esso: e la rispettosa attenzione del Mondo Cristiano era diretta verso un luogo deserto fra le montagne del Tauro. Da quella solitudine, l'Arcivescovo, il cui attivo spirito era invigorito dalle disgrazie, manteneva una stretta e frequente corrispondenza[564] con le più distanti Province, esortava la separata congregazione dei suoi fedeli aderenti a perseverare nella loro fedeltà: sollecitava la distruzione de' Tempj nella Fenicia e l'estirpazione dell'eresia nell'Isola di Cipro; estendeva la pastorale sua cura alle missioni della Persia e della Scizia; negoziava, per mezzo de' suoi Ambasciatori, col Pontefice Romano e coll'Imperatore Onorio; ed arditamente appellava da un Sinodo parziale al supremo tribunale d'un libero e generale Concilio. Era sempre indipendente lo spirito dell'illustre esule: ma il suo corpo in ischiavitù era esposto alla vendetta degli oppressori, che continuavano ad abusare del nome e dell'autorità d'Arcadio[565]. Fu spedito un ordine per l'immediata remozione del Grisostomo da quel luogo all'estremo deserto di Pitio; e le sue guardie sì fedelmente obbedirono alle lor crudeli istruzioni, che prima ch'ei giugnesse alle coste dell'Eussino, spirò a Comana nel Ponto, nel sessantesimo anno della sua età. La seguente generazione riconobbe la sua innocenza e il suo merito. Gli Arcivescovi Orientali, che dovevano arrossire, che i loro predecessori fossero stati nemici del Grisostomo, furono appoco appoco disposti dalla fermezza del Pontefice Romano a restituire gli onori a quel venerabil nome[566]. Le sue reliquie per le pie istanze del Clero e del Popolo di Costantinopoli, trent'anni dopo la sua morte, furono trasportate dall'oscuro loro sepolcro alla Città Reale[567]. L'Imperator Teodosio andò loro incontro fino a Calcedonia; e gettatosi prostrato sopra la cassa, implorò dall'ingiuriato Santo in nome de' colpevoli suoi genitori, Arcadio ed Eudossia, il perdono[568].
A. 408