L'istoria d'una bella e virtuosa ragazza, esaltata da una privata condizione al trono Imperiale, potrebbe stimarsi un incredibil romanzo, se non si fosse verificata nel matrimonio di Teodosio. La celebre Atenaide[584] fu educata da Leonzio suo padre nella religione e nelle scienze de' Greci; e sì vantaggiosa era l'opinione, che l'Ateniese Filosofo aveva de' suoi contemporanei, che divise il suo patrimonio fra i due suoi figli, facendo alla figlia un piccol legato di cento monete d'oro, nella viva fiducia, che la sua beltà ed il suo merito le sarebbero stati di sufficiente dote. La gelosia e l'avarizia de' fratelli tosto costrinsero Atenaide a cercare un rifugio a Costantinopoli; e con qualche speranza, o di giustizia o di favore, a gettarsi a' piedi di Pulcheria. Questa sagace Principessa porse orecchio all'eloquenti di lei querele; e segretamente destinò la figlia del Filosofo Leonzio per futura moglie dell'Imperator dell'Oriente, ch'era giunto allora al ventesimo anno della sua età. Eccitò essa facilmente la curiosità del fratello per mezzo d'un'interessante pittura delle grazie d'Atenaide; aveva essa gli occhi grandi, un naso ben proporzionato, una bella carnagione, aurei capelli, un'agile persona, un portamento grazioso, una mente coltivata dallo studio, ed una virtù provata dalla disgrazia. Teodosio, nascosto dietro ad una cortina nell'appartamento della sorella, potè vedere la vergine Ateniese: il modesto giovane subito dichiarò il puro ed onorevol suo amore; e si celebraron le nozze reali in mezzo alle acclamazioni della Capitale e delle Province. Atenaide, che facilmente fu persuasa a rinunziare agli errori del paganesimo, ricevè nel battesimo il nome cristiano d'Eudossia; ma l'accorta Pulcheria ritenne il titolo d'Augusta, finattantochè la moglie di Teodosio non ebbe dimostrato la sua fecondità col partorire una figlia, che quindici anni dopo sposò l'Imperatore dell'Occidente. I fratelli d'Eudossia obbedirono, con qualche perplessità, alle sue Imperiali chiamate; ma siccome poteva essa volentieri scordarsi della fortunata loro asprezza, soddisfece la tenerezza, o forse anche la vanità d'una sorella con promuoverli al grado di Consoli o di Prefetti. Nel lusso del palazzo essa coltivò sempre quelle arti liberali, che avevan contribuito alla sua grandezza; e saviamente consacrò i suoi talenti all'onore della religione e del marito. Eudossia compose una parafrasi poetica de' primi otto libri del Vecchio Testamento, e delle Profezie di Daniele e di Zaccaria; un centone de' versi d'Omero applicati alla vita ed ai miracoli di Cristo; la leggenda di S. Cipriano; ed un panegirico sulle vittorie Persiane di Teodosio: ed i suoi scritti, che furono applauditi da un secolo servile e superstizioso, non si sono sdegnati dal candore d'una critica imparziale[585]. La tenerezza dell'Imperatore non fu diminuita dal tempo, nè dal possesso; e fu permesso ad Eudossia, dopo il matrimonio della sua figlia, di adempire i grati suoi voti con un solenne pellegrinaggio a Gerusalemme. Il suo viaggio per l'Oriente, pieno d'ostentazione, può sembrare incoerente allo spirito di cristiana umiltà: essa pronunziò, da un trono d'oro e di gemme, un'eloquente orazione al Senato d'Antiochia, dichiarò la sua reale intenzione di allargare le mura della città, fece un donativo di dugento libbre d'oro per risarcire i pubblici bagni, ed accettò le statue, che le furono decretate dalla gratitudine degli Antiocheni. Nella Terra Santa, le sue elemosine e pie fondazioni eccederono la munificenza della grande Elena; e quantunque fosse impoverito il pubblico tesoro da tal eccessiva liberalità, essa godè l'interna soddisfazione di tornare a Costantinopoli con le catene di S. Pietro, col braccio destro di S. Stefano, e con una indubitata immagine della Vergine dipinta da S. Luca[586]. Ma questo pellegrinaggio fu il termine fatale delle glorie d'Eudossia. Sazia d'una vana pompa, e dimenticatasi forse delle sue obbligazioni verso Pulcheria, ambiziosamente aspirò al governo dell'Impero Orientale; il palazzo fu diviso dalla femminile discordia; ma la vittoria finalmente fu decisa dal superiore ascendente della sorella di Teodosio. L'esecuzione di Paolino, Maestro degli Ufizi, e la disgrazia di Ciro, Prefetto del Pretorio d'Oriente, convinsero il Pubblico, che il favore d'Eudossia non era sufficiente a proteggere i suoi più fedeli amici[587]. Appena l'Imperatrice s'accorse, che l'affezione di Teodosio era per essa irreparabilmente perduta, chiese la permissione di ritirarsi alla remota solitudine di Gerusalemme. Ottenne quello che domandava; ma la gelosia di Teodosio, o il vendicativo animo di Pulcheria, la perseguitò in quel suo estremo ritiro, e fu ordinato a Saturnino, Conte de' Domestici, di punir con la morte due Ecclesiastici, suoi servi più favoriti. Eudossia immediatamente li vendicò, facendo assassinare il Conte: parve, che le furiose passioni, alle quali si lasciò trasportare in questa sospettosa occasione, giustificassero la severità di Teodosio; e l'Imperatrice, ignominiosamente spogliata degli onori del suo grado[588], fu svergognata, forse ingiustamente, agli occhi del Mondo. I sedici anni in circa di vita, che restarono ad Eudossia, si consumarono da lei nell'esilio e nella devozione; e l'avvicinamento della vecchiezza, la morte di Teodosio, le disgrazie dell'unica sua figlia, che fu condotta schiava da Roma a Cartagine, e la conversazione dei santi Monaci della Palestina insensibilmente confermarono la religiosa indole della sua mente. Dopo una piena esperienza delle vicende dell'umana vita, la figlia del Filosofo Leonzio spirò in Gerusalemme nell'anno 67 della sua età, protestando, nell'atto di morire, che non aveva mai oltrepassato i confini dell'innocenza e dell'amicizia[589].
A. 422
Lo spirito mite di Teodosio non fu mai acceso dall'ambizione di conquiste, o di gloria militare; ed il leggier rumore d'una guerra Persiana appena interruppe la tranquillità dell'Oriente. I motivi di questa guerra eran giusti ed onorevoli. Nell'ultimo anno del regno di Jesdegerde, supposto tutore di Teodosio, un Vescovo, che aspirava alla corona del martirio, distrusse uno de' tempj del Fuoco a Susa[590]. Fu vendicato lo zelo e l'ostinazione di lui sopra i suoi confratelli: i Magi eccitarono una crudel persecuzione; e l'intollerante zelo di Jesdegerde s'imitò dal suo figlio Vararane, o Baram, che poco dopo salì sul trono. Furono rigorosamente richiesti alcuni Cristiani fuggitivi, che si ritirarono alle frontiere Romane, e generosamente ricusati; e tal negativa, aggravata dalle dispute di commercio, tosto accese una guerra fra le rivali due Monarchie. I monti dell'Armenia e le pianure della Mesopotamia erano piene di armate nemiche; ma le operazioni di due successive campagne non produssero alcun decisivo o memorabil evento. S'ingaggiarono varj azzuffamenti, ed alcune città furono assediate con vario e dubbioso successo; e se a' Romani riuscì vano il tentativo di ricuperare il possesso da gran tempo perduto di Nisibi, i Persiani furon rispinti dalle mura d'una città della Mesopotamia, pel valore d'un Vescovo marziale, che adoprava le sue macchine da guerra in nome di S. Tommaso Apostolo. Pure si celebrarono con panegirici e feste le splendide vittorie, che l'incredibile celerità del messaggiero Palladio più volte annunziò al palazzo di Costantinopoli. Da questi panegirici[591] gli Storici di quel tempo possono aver prese le loro straordinarie e forse favolose novelle, della superba disfida d'un eroe Persiano, che fu imbarazzato da' lacci, ed ucciso dalla spada del Goto Arcobindo; de' diecimila Immortali, che perirono nell'attacco del campo Romano; e de' centomila Arabi o Saraceni, che furono spinti da un panico terrore a gettarsi capovolti dentro l'Eufrate. Tali avvenimenti si possono trascurare, o non credere, ma non si può lasciare in oblivione la carità d'un Vescovo, Acacio d'Amida, il nome del quale avrebbe potuto fare onore al calendario de' Santi. Arditamente dichiarando, che i vasi d'oro e d'argento sono inutili ad un Dio, che non mangia nè beve, il generoso Prelato vendè l'argenteria della Chiesa d'Amida; ne impiegò il prezzo nella redenzione di settemila schiavi Persiani; provvide con amorosa liberalità ai loro bisogni; e li rimandò alla patria ad informare il loro Sovrano del vero spirito della religione ch'ei perseguitava. La pratica della beneficenza in mezzo alla guerra deve sempre contribuire a placar l'animosità delle combattenti nazioni; ed io son portato a persuadermi, che Acacio contribuisse alla restaurazion della pace. Nella conferenza, che fu tenuta su' confini de' due Imperi, i Romani ambasciatori avvilirono il personal carattere del loro Sovrano per un vano sforzo di magnificare l'estensione del suo potere; allorchè seriamente avvisarono i Persiani ad impedire, per mezzo d'un opportuno accomodamento, lo sdegno d'un Monarca, che non era per anche informato di quella distante guerra. Fu solennemente ratificata una tregua di cento anni; e quantunque le rivoluzioni dell'Armenia potessero minacciar la pubblica tranquillità, l'essenziali condizioni di questo trattato si rispettarono quasi per ottant'anni da' successori di Costantino e d'Artaserse.
A. 431-440
Da che s'incontrarono la prima volta le bandiere Romane e Partiche sulle rive dell'Eufrate, il Regno d'Armenia[592] fu alternativamente oppresso da' suoi formidabili protettori; e nel corso di quest'istoria si son già riferiti più avvenimenti, che fecero piegar la bilancia della pace e della guerra. Un vergognoso trattato avea ceduto l'Armenia all'ambizione di Sapore; e parve che la bilancia dalla parte della Persia preponderasse. Ma la reale stirpe degli Arsaci mal volentieri si sottomise alla casa di Sassan; i turbolenti Nobili sostennero, o tradirono l'ereditaria loro indipendenza; e la nazione era sempre attaccata a' Principi Cristiani di Costantinopoli. Nel principio del quinto secolo l'Armenia fu divisa pel progresso della guerra e delle fazioni[593]; e tale non natural divisione precipitò la caduta di quell'antica Monarchia. Cosroe, vassallo Persiano, regnò sull'orientale e più estesa parte del paese; mentre la Provincia occidentale riconobbe la giurisdizione d'Arsace e la supremazia dell'Imperatore Arcadio. Dopo la morte d'Arsace i Romani soppressero il governo reale, ed imposero a' loro alleati la condizione di sudditi. Fu delegato il comando militare al Conte della frontiera Armena, si fabbricò e fortificò in una vantaggiosa situazione sopra un alto e fertile suolo la città di Teodosiopoli[594] vicino alla sorgente dell'Eufrate; ed i territori dipendenti erano governati da cinque Satrapi, la dignità de' quali era distinta da un abito particolare di porpora e d'oro. I Nobili meno fortunati, che si dolevano della perdita del loro Re, ed invidiavano gli onori de' loro uguali, furono eccitati a trattare di pace e di perdono alla Corte Persiana; e tornando co' loro seguaci al palazzo d'Artaxata, riconobbero Cosroe per legittimo loro Sovrano. Circa trent'anni dopo, Artasire, nipote e successore di Cosroe, cadde in disgrazia degli altieri e capricciosi Nobili dell'Armenia, i quali concordemente richiesero un Governatore Persiano in luogo d'un indegno Re. La risposta dell'Arcivescovo Isacco, di cui premurosamente ricercaron l'autorità, esprime il carattere d'un Popolo superstizioso. Ei deplorò i manifesti ed inescusabili vizi d'Artasire; e dichiarò, che non avrebbe dubitato d'accusarlo al tribunale d'un Imperatore cristiano, che avrebbe punito il peccatore senza distruggerlo. «Il nostro Re (continuò Isacco) è troppo addetto a' piaceri licenziosi, ma egli è stato purificato nelle sante acque del Battesimo. Egli ama le donne, ma non adora il fuoco o gli elementi. Può meritare la taccia di libidinoso, ma è un indubitato cattolico, ed è pura la sua fede, quantunque ne sian dissoluti i costumi. Io non acconsentirò mai ad abbandonar le mie pecore alla rabbia de' lupi divoratori; e voi presto vi pentirete del temerario cambio, che fate, fra le infermità d'un credente, e le speciose virtù d'un pagano»[595]. Inaspriti dalla fermezza d'Isacco i faziosi Nobili accusarono sì il Re che l'Arcivescovo, come segreti aderenti dell'Imperatore; ed assurdamente fecero festa della condanna che, dopo una parzial processura, fu solennemente pronunziata da Baram istesso. I discendenti d'Arsace furono spogliati della dignità reale[596], che avevan goduta più di cinquecento sessant'anni[597]; e gli Stati dell'infelice Artasire, sotto il nuovo e significante nome di Persarmenia, furon ridotti a Provincia. Questa usurpazione risvegliò la gelosia del governo Romano; ma tosto si terminarono le nascenti dispute mediante una amichevole, sebben disugual, divisione dell'antico regno d'Armenia; ed il territoriale acquisto, che Augusto avrebbe disprezzato, apportò qualche lustro al decadente Impero di Teodosio il Giovane.
CAPITOLO XXXIII.
Morte d'Onorio. Valentiniano III Imperatore dell'Occidente. Amministrazione di Placidia, sua madre. Ezio, e Bonifazio. Conquista dell'Affrica fatta da' Vandali.
Durante un lungo e disonorevole regno di ventotto anni, Onorio, Imperatore dell'Occidente, fu separato dall'amicizia del suo fratello, e di poi del nipote, che regnarono nell'Oriente; e Costantinopoli rimirò con apparente indifferenza e segreta gioia le calamità di Roma. Le strane avventure di Placidia appoco appoco rinnovarono, e fomentarono l'unione de' due Imperi. La figlia del Gran Teodosio era stata prigioniera e Regina de' Goti: essa perdè un affezionato marito; fu tratta in catene dall'insultante di lui assassino; gustò il piacere della vendetta; e fu cambiata nel trattato di pace per seicentomila misure di grano. Dopo il suo ritorno dalla Spagna in Italia, Placidia provò una nuova persecuzione in seno alla sua famiglia. Essa era contraria ad un matrimonio, ch'era stato stipulato senza il suo consenso; ed il prode Costanzo ricevè come un nobile premio delle vittorie, che avea riportate contro i tiranni, dalla mano d'Onorio medesimo, la ripugnante destra della vedova d'Adolfo. Ma terminò lo sua resistenza con la ceremonia delle nozze, nè Placidia ricusò di divenir madre d'Onoria e di Valentiniano III, e d'assumere ed esercitare un assoluto dominio sull'animo del grato di lei marito. Questo generoso soldato, che aveva fin allora diviso il suo tempo fra' piaceri sociali, ed il militar servizio, apprese nuove lezioni d'ambizione e d'avarizia: egli estorse il titolo d'Augusto; ed il servo d'Onorio fu associato all'Impero dell'Occidente. La morte di Costanzo, nel settimo mese del suo regno, invece di diminuire parve che accrescesse il poter di Placidia; e l'indecente famigliarità[598] del fratello, che non era forse che un effetto di puerile affezione, universalmente attribuivasi ad un amore incestuoso. Ad un tratto, per causa d'alcuni bassi intrighi d'un maestro di casa e d'una nutrice, quest'eccessiva tenerezza si convertì in una irreconciliabil contesa: i contrasti dell'Imperatore e della sorella non restarono lungamente nascosti dentro le mura del Palazzo; e siccome i soldati Gotici erano aderenti alla loro Regina, la città di Ravenna fu agitata da sanguinosi e pericolosi tumulti, che non poterono acquietarsi, che mediante il volontario o forzato ritiro di Placidia e de' suoi figli. I reali esuli sbarcarono a Costantinopoli, poco dopo il matrimonio di Teodosio, e nel tempo delle feste per le vittorie Persiane. Furono essi trattati con affetto e magnificenza; ma siccome si erano rigettate dalla Corte Orientale le statue dell'Imperator Costanzo, non poteva decentemente accordarsi alla vedova di esso il titolo d'Augusta. Pochi mesi dopo l'arrivo di Placidia, un celere messaggio annunziò la morte d'Onorio, in conseguenza d'un'idropisia; ma non ne fu divulgato l'importante segreto, finattantochè non furono dati gli ordini necessari per la marcia d'un grosso corpo di truppe verso le coste marittime della Dalmazia. Le botteghe e le porte di Costantinopoli restarono chiuse per sette giorni: e la morte d'un Principe straniero, che non poteva essere nè stimato nè desiderato, si celebrò con alte ed affettate dimostrazioni di pubblico lutto.
A. 423-425
Mentre i Ministri di Costantinopoli deliberavano, il trono vacante d'Onorio fu usurpato dall'ambizione di uno straniero. Giovanni era il nome del ribelle; occupava esso il confidenziale ufizio di Primicerio, o sia di principal Segretario; e l'Istoria ha attribuito al suo carattere più virtù di quelle, che si possano facilmente conciliare con la violazione del dovere più sacro. Incoraggiato Giovanni dalla sommission dell'Italia, e dalla speranza d'una confederazione con gli Unni, osò d'insultare con un'ambasceria la maestà dell'Imperatore Orientale; ma quando seppe, che i suoi agenti erano stati banditi, carcerati, e finalmente cacciati via con la dovuta ignominia, si preparò a sostenere con le armi l'ingiustizia delle sue pretensioni. In tale occasione il nipote del Gran Teodosio avrebbe dovuto marciare in persona; ma i medici facilmente dissuasero il giovane Imperatore da un sì temerario e pericoloso disegno; e la condotta della spedizione d'Italia fu prudentemente affidata ad Ardaburio ed al suo figlio Aspar, che avevano già segnalato il loro valore contro i Persiani. Fu risoluto, che Ardaburio s'imbarcasse coll'infanteria, mentre Aspar, alla testa della cavalleria, conduceva Placidia e Valentiniano suo figlio, lungo le coste dell'Adriatico. La marcia della cavalleria fu eseguita con tale attiva diligenza, che sorprese, senza resistenza, l'importante città d'Aquileia, quando le speranze d'Aspar rimasero inaspettatamente confuse dalla notizia, che una tempesta avea disperso la flotta Imperiale, e che suo padre con due sole galere, era stato preso e condotto schiavo nel porto di Ravenna. Questo accidente, d'altronde, per quanto potesse parer disgraziato, facilitò la conquista dell'Italia. Ardaburio si servì, o piuttosto abusò della cortese libertà, che gli era permesso di godere, per ravvivare fra le truppe un sentimento di fedeltà e di gratitudine; ed appena la cospirazione fu giunta alla sua maturità, invitò, per mezzo di segreti avvisi, e sollecitò l'avvicinamento d'Aspar. Un pastore, che la popolare credulità trasformò in un angelo, guidò la cavalleria orientale per mezzo d'un segreto, e per quanto si credeva, impraticabil sentiero attraverso i pantani del Po: le porte di Ravenna, dopo una breve resistenza, s'aprirono; ed il tiranno senza difesa fu abbandonato alla mercè, o piuttosto alla crudeltà dei conquistatori. Gli fu prima tagliata la mano destra; e dopo essere stato esposto sopra un asino alla pubblica derisione, Giovanni fu decapitato nel Circo d'Aquileia. L'Imperatore Teodosio, quando ricevè le nuove della vittoria, interruppe le corse de' cavalli; e cantando, nel tempo che camminava per le strade, un opportuno salmo, condusse il suo Popolo dall'Ippodromo alla Chiesa, dove consumò il resto del giorno in grata devozione[599].