A. 439

Dalle sue rovine s'era innalzata una nuova città col titolo di colonia; e quantunque Cartagine cedesse alle reali prerogative di Costantinopoli, e forse al commercio d'Alessandria, o allo splendor d'Antiochia, essa teneva sempre il secondo posto nell'Occidente, come la Roma (se ci è permesso d'usar la frase dei contemporanei) nel Mondo Affricano. Quella ricca ed opulenta Metropoli[634] spiegava, in uno stato di dipendenza, l'immagine d'una florida Repubblica. Cartagine conteneva le manifatture, le armi, e le ricchezze di sei Province. Una regolare gradazione di onori civili ascendeva dai Procuratori delle strade e de' quartieri della città fino al tribunale del sommo Magistrato, che rappresentava, col titolo di Proconsole, lo stato e la dignità d'un Console dell'antica Roma. V'erano instituite scuole e Ginnasi per educazione della gioventù Affricana; e pubblicamente s'insegnavano le arti liberali, i costumi, la grammatica, la rettorica, e la filosofia nelle lingue Greca e Latina. Le fabbriche di Cartagine erano uniformi e magnifiche; nel mezzo della Capitale sorgeva un ombroso bosco; il nuovo porto serviva di sicuro e capace ricetto per la commerciante industria de' cittadini e degli stranieri; e si rappresentavano gli splendidi giuochi del Circo e del Teatro quasi in presenza de' Barbari. La riputazione de' Cartaginesi non corrispondeva a quella del loro paese; e tuttavia si attribuiva al loro sottile ed infedele carattere[635] la taccia della fede Punica. L'abitudine del commercio, e l'abuso del lusso avevan corrotto i loro costumi; ma l'empio loro disprezzo de' Monaci e l'uso sfacciato di non naturali piaceri sono le due abbominazioni, ch'eccitano la pia veemenza di Salviano predicatore di quel tempo[636]. Il Re de' Vandali riformò severamente i vizi d'un Popolo voluttuoso, e l'antica, nobile, ingenua libertà di Cartagine (tali espressioni di Vittore non mancano d'energia) fu ridotta da Genserico ad uno stato d'ignominiosa servitù. Dopo d'aver permesso alle licenziose sue truppe di saziare il furore e l'avarizia loro, introdusse un più regolar sistema di rapina e d'oppressione. Fu promulgato un editto, che ordinava a tutti di consegnare senza frode o dilazione l'oro, l'argento, le gioie, ed ogni arnese o adornamento di valore, che avevano, a' Ministri Regi, ed il tentativo di nascondere qualche parte del lor patrimonio era inesorabilmente punito con la morte e co' tormenti, come un atto di perfidia contro lo Stato. Furono esattamente misurate e divise fra' Barbari le addiacenti parti della Numidia e della Getulia[637].

Egli era ben naturale, che Genserico odiasse quelli che aveva ingiuriato: la nobiltà ed i Senatori di Cartagine furon esposti alla gelosia e allo sdegno di esse; e tutti quelli, che ricusavano le vergognose proposizioni, che l'onore e la religione impediva loro d'accettare, venivan costretti dall'Arriano Tiranno a prendere il partito d'un perpetuo esilio. Roma, l'Italia e le Province dell'Oriente si empirono d'una folla di esuli, di fuggitivi, e d'illustri schiavi, ch'esigevano la pubblica compassione: e le umane lettere di Teodoreto ci hanno conservato i nomi e le sventure di Celestiano, e di Maria[638]. Il Vescovo Siro deplora le disgrazie di Celestiano, che dallo stato di nobile ed opulento Senator di Cartagine s'era ridotto con la propria moglie, la famiglia ed i servi a mendicare il pane in un paese straniero: ma egli fa plauso alla rassegnazione dell'esule cristiano, ed alla sua filosofica indole, che nelle angustie di tali calamità potea godere una felicità reale, maggiore di quella, che ordinariamente producano la prosperità e la ricchezza. La storia di Maria, figlia del magnifico Eudemone, è singolare ed interessante. Nel sacco di Cartagine i Vandali la venderono a certi mercanti di Siria, i quali di poi la rivenderono, come una schiava, tornati al loro paese. Una sua domestica trasportata nella medesima nave, e venduta nell'istessa famiglia, continuò sempre a rispettare una padrona, che la fortuna aveva ridotto al medesimo livello di schiavitù; e la figlia d'Eudemone dal grato suo affetto riceveva i medesimi servigi, che soleva già esigere dalla sua ubbidienza. Questo notabil contegno divulgò la real condizione di Maria; che nell'assenza del Vescovo di Cirro fu redenta dalla generosità di alcuni soldati della guarnigione. La liberalità di Teodoreto provvide al suo decente mantenimento; ed essa passò dieci mesi fra le Diaconesse della Chiesa, finattantochè fu inaspettatamente informata, che suo padre, il quale era scampato dalla rovina di Cartagine, si trovava in un onorevol ufizio in una delle Province Occidentali. La sua filiale impazienza fu secondata dal pietoso Vescovo; Teodoreto in una lettera, che tuttavia sussiste, raccomanda Maria al Vescovo d'Ege, città marittima della Cilicia, in cui nell'annua fiera capitavano molti vascelli dell'Occidente, pregando con la maggior caldezza il suo collega a trattar la fanciulla con quell'accoglienza, che conveniva alla sua nascita, e ad affidarla alla custodia di tali fedeli mercanti, che avessero stimato sufficiente guadagno, se avessero riportato nelle braccia dell'afflitto padre una figlia fuor d'ogni umana speranza già perduta.

Fra le insipide leggende dell'Istoria Ecclesiastica io son tentato a distinguere la memorabil novella dei sette Dormienti[639]; l'immaginaria data de' quali corrisponde al regno di Teodosio il Giovane, e all'epoca della conquista dell'Affrica fatta da' Vandali[640]. Quando l'Imperator Decio perseguitava i Cristiani, sette nobili giovani d'Efeso si nascosero in una spaziosa caverna nel declive d'una vicina montagna, dove furono condannati a perire dal Tiranno, che diede ordine, che ne fosse fortemente chiuso l'ingresso con un cumulo di grosse pietre. Caddero essi immediatamente in un profondo sonno, che fu miracolosamente prolungato, senza offendere le facoltà della vita, pel corso di cento ottantasette anni. Al termine del qual tempo gli schiavi d'Adolfo, il quale aveva ereditato la montagna, tolsero quelle pietre onde servirsene di materiali per una fabbrica di campagna: penetrò la luce del Sole nella caverna; ed i sette Dormienti si risvegliarono. Dopo un sonno, com'essi credevano, di poche ore, si sentirono stimolati dalla fame; e risolvettero, che Jamblico, uno di loro, tornasse segretamente alla città a comprare del pane per uso de' suoi compagni. Il giovane (se ci è permesso di continuare a chiamarlo così) non sapeva più riconoscere l'aspetto una volta a lui famigliare del suo nativo paese; e se ne accrebbe la sorpresa nel vedere una gran croce trionfalmente innalzata sopra la porta principale di Efeso. Il singolare suo abito e l'antiquato linguaggio confusero il fornaio, al quale presentò un'antica medaglia di Decio, come una moneta corrente dell'Impero; e Jamblico, sul dubbio che avesse trovato un tesoro nascosto, fu condotto avanti al Giudice. Le vicendevoli loro interrogazioni produssero la maravigliosa scoperta, che erano quasi passati due secoli, da che Jamblico ed i suoi compagni si erano sottratti al furore d'un Tiranno pagano. Il Vescovo d'Efeso, il Clero, i Magistrati, il Popolo, e, per quanto si dice, l'istesso Imperator Teodosio corsero a veder la caverna de' sette Dormienti, i quali riferirono la loro Istoria, diedero ad essi la loro benedizione, e nel medesimo istante tranquillamente spirarono. Non si può attribuir l'origine di questa maravigliosa favola alla pia frode e credulità de' Greci moderni, poichè se ne può rintracciare l'autentica tradizione circa mezzo secolo in vicinanza del supposto miracolo. Jacopo di Sarug, Vescovo Siriaco, il quale era nato solo due anni dopo la morte di Teodosio il Giovane, ha consacrato una delle sue dugento trenta omilie alle lodi de' Giovani d'Efeso[641]. Avanti la fine del sesto secolo la loro leggenda fu dalla lingua Siriaca tradotta nella Latina per opera di Gregorio di Tours. Le Congregazioni Orientali, fra loro nemiche, venerano con ugual riverenza la lor memoria; e sono inseriti onorevolmente i lor nomi ne' Calendari Romano, Abissinio, e Russo[642]. Nè la lor fama si è limitata al Mondo cristiano. È stata introdotta nel Koran[643] come una rivelazione divina questa popolar novella, che Maometto probabilmente apprese, quando guidava i suoi cammelli alle fiere della Siria. È stata ammessa e adornata la storia dei sette Dormienti dalle nazioni, che professano la religion Maomettana[644] da Bengala fino all'Affrica; e si son trovati alcuni vestigi d'una simile tradizione fino nelle remote estremità della Scandinavia[645]. Questa facile ed universal credenza, che tanto esprime i sentimenti del genere umano, si può attribuire al genuino merito della favola stessa. Noi ci avanziamo senz'accorgercene dalla gioventù alla vecchiaia, senz'osservare l'insensibile ma continuo cangiamento delle cose umane; ed anche nella nostra più estesa esperienza dell'Istoria, l'immaginazione, mediante una perpetua serie di cause e di effetti, è solita d'unire insieme le più distanti rivoluzioni. Ma se ad un tratto si potesse toglier di mezzo l'intervallo fra due memorabili epoche, se fosse possibile, dopo un momentaneo sonno di dugent'anni, presentare il nuovo Mondo agli occhi d'uno spettatore, che tuttavia ritenesse una viva e fresca impressione del vecchio, la sua sorpresa, e le riflessioni somministrerebbero un piacevol soggetto ad un romanzo filosofico. Non poteva porsi la scena più vantaggiosamente, che ne' due secoli, che passarono fra' regni di Decio e di Teodosio il Giovane. In questo spazio di tempo erasi trasferita la sede del Governo da Roma in una nuova città sulle rive del Bosforo Tracio; e si era soppresso l'abuso dello spirito militare mediante un artificial sistema d'umile e cerimoniosa servitù. Il trono del persecutor Decio era occupato da una serie di Principi cristiani ed ortodossi, che avevan distrutti i favolosi Dei dell'antichità; e la pubblica devozione di quel tempo era impaziente di esaltare i Santi ed i Martiri della Chiesa Cattolica sopra gli altari di Diana e d'Ercole. S'era sciolta l'unione dell'Impero Romano; era caduto a terra il suo genio; ed eserciti d'incogniti Barbari, venendo fuori dalle gelate regioni del Norte, avevano stabilito il vittorioso lor regno sulle più belle Province dell'Europa e dell'Affrica.

CAPITOLO XXXIV.

Carattere, conquiste e Corte d'Attila Re degli Unni. Morte di Teodosio il Giovane. Innalzamento di Marciano all'Impero dell'Oriente.

A. 376-433

Il Mondo occidentale fu oppresso da' Goti e dai Vandali, che fuggivano gli Unni; ma le imprese degli Unni medesimi non corrisposero alla loro potenza e prosperità. Lo vittoriose lor Orde si erano sparse dal Volga al Danubio; ma la pubblica forza fu esausta dalla discordia degl'indipendenti lor capitani; il lor valore si consuma oziosamente in oscure e predatorie scorrerie; e spesso avvilirono la nazionale lor dignità, contentandosi per la speranza della preda d'arrolarsi sotto le bandiere de' lor fuggitivi nemici. Nel regno d'Attila[646] gli Unni divennero di nuovo il terrore del Mondo; ed io descriverò adesso il carattere e le azioni di quel formidabil Barbaro, che insultò ed invase a vicenda l'Oriente e l'Occidente, e sollecitò la rapida caduta del Romano Impero.

Nel corso dell'emigrazione, che impetuosamente si fece da' confini della China a quelli della Germania, le più potenti e popolate Tribù ordinariamente si trovarono sulle frontiere delle Province Romane. Fu per qualche tempo da ripari artificiali sostenuto il peso, che andava sempre crescendo; e la facile condiscendenza degl'Imperatori invitava, senza soddisfare, le insolenti domande de' Barbari, che avevano acquistato un ardente appetito pei comodi della vita civile. Gli Ungheri, che sono ambiziosi d'inserire il nome d'Attila fra' nativi loro Sovrani, possono asserire con verità, che le Orde sottoposte a Roas o Rugilas suo zio, avevan formato i loro accampamenti dentro i limiti della moderna Ungheria[647], in una fertil campagna, che abbondantemente suppliva a' bisogni d'una nazione di cacciatori e di pastori. In tal vantaggioso posto Rugilas, ed i suoi valorosi fratelli, de' quali continuamente cresceva il potere e la riputazione, disponevano alternativamente della guerra e della pace co' due Imperi. La sua alleanza co' Romani dell'Occidente veniva secondata dalla personale amicizia, che aveva pel Grande Ezio, ch'era sempre sicuro di trovare nel campo Barbaro un ospitale ricevimento ed un potente sostegno. Ad istanza di esso, ed in nome dell'usurpatore Giovanni, sessantamila Unni avanzaronsi verso i confini dell'Italia; la marcia e la ritirata loro fu ugualmente dispendiosa per lo Stato, e la riconoscente politica d'Ezio abbandonò il possesso della Pannonia a' suoi fedeli confederati. I Romani Orientali non erano meno timorosi delle armi di Rugilas, che ne minacciava le Province od anche la Capitale. Alcuni Storici Ecclesiastici hanno distrutto i Barbari co' fulmini e con la peste[648]; ma Teodosio fu ridotto al più umile espediente di stipulare un annuo pagamento di trecento cinquanta libbre d'oro, e di mascherare questo vergognoso tributo col titolo di Generale, che il Re degli Unni condiscese a ricevere. Era spesso interrotta la pubblica tranquillità dalla feroce impazienza de' Barbari, e da' perfidi intrighi della Corte di Bisanzio. Quattro dipendenti nazioni, fra le quali possiamo distinguere i Bavari, si sottrassero alla sovranità degli Unni; e la loro rivolta fu incoraggita e protetta da un'alleanza co' Romani; finattantochè le giuste pretensioni e la formidabil potenza di Rugilas furono con effetto esposte dalla voce di Eslao suo ambasciatore. La pace fu l'unanime desiderio del Senato: ne venne ratificato il decreto dall'Imperatore; e furono eletti due ambasciatori, cioè Plinta Generale d'origine Scita, ma di grado Consolare, ed il Questore Epigene, savio e sperimentato politico, a cui fu procurato tal ufizio dal suo ambizioso collega.