A. 443-453

La morte di Rugilas sospese il proseguimento del trattato. I due suoi nipoti, Attila e Bleda, che successero al trono dello zio, acconsentirono ad un personale abboccamento con gli ambasciatori di Costantinopoli; ma siccome orgogliosamente ricusarono essi di smontar da cavallo, il negozio fu trattato a cavallo, in una spaziosa pianura vicino alla città di Margus nella Mesia superiore. I Re degli Unni si presero i reali vantaggi non meno che i vani onori della negoziazione. Essi dettaron le condizioni della pace, ed ogni condizione fu un insulto alla Maestà dell'Impero. Oltre la libertà d'un sicuro ed abbondante mercato sulle rive del Danubio, richiesero che fosse aumentata l'annua contribuzione da trecento cinquanta fino a sette cento libbre d'oro; che si pagasse una multa o riscatto d'otto monete d'oro per ogni schiavo Romano che fosse fuggito dal Barbaro suo Signore; che l'Imperatore dovesse rinunziare a tutti i trattati ed impegni co' nemici degli Unni; e che tutti i fuggitivi, che si erano rifuggiti alla Corte o nelle Province di Teodosio, fossero consegnati alla giustizia del loro offeso Sovrano. Questa giustizia fu rigorosamente esercitata contro alcuni sfortunati giovani di stirpe reale. Furono essi per comando d'Attila crocifissi dentro il territorio dell'Impero: e tosto che il Re degli Unni ebbe impresso ne' Romani il terror del suo nome, concesse loro un breve ed arbitrario respiro, mentre soggiogava le ribelli o indipendenti nazioni della Scizia o della Germania[649].

Attila, figlio di Mundzuk, traeva la sua nobile e forse regia origine[650] dagli antichi Unni, che avevano una volta conteso co' Monarchi della China. La sua figura, secondo l'osservazione d'un Istorico Goto, portava l'impronta della nazionale sua stirpe; ed il ritratto d'Attila presenta la vera deformità d'un moderno Calmucco[651]; cioè un grosso capo, una carnagione ulivastra, piccoli occhi molto incavati, un naso schiacciato, pochi peli in luogo di barba, larghe spalle, ed un breve corpo quadrato, di nerboruta forza, quantunque di forma sproporzionata. L'altiero passo e portamento del Re degli Unni esprimeva la coscienza della sua superiorità sopra il resto dell'uman genere; ed era solito di girar fieramente gli occhi, come se avesse desiderato di godere del terrore che inspirava. Pure questo selvaggio Eroe non era inaccessibile alla pietà: i supplichevoli suoi nemici potevano confidare nella sicurezza della pace o del perdono; ed Attila fu risguardato da' suoi sudditi come un giusto ed indulgente Signore. Si dilettava della guerra; ma dopo che fu salito sul trono in un'età matura, terminò col senno più che con la mano la conquista del Settentrione; e la fama di avventuroso soldato fu vantaggiosamente cambiata in quella di prudente e felice Generale. Gli effetti del valor personale sono di così poco momento, fuorchè nella poesia o ne' romanzi, che anche fra' Barbari la vittoria dee dipendere dal grado d'abilità, con cui si combinano e si guidano le passioni della moltitudine pel servizio d'un sol uomo. I conquistatori Sciti, Attila e Gengis, superavano i rozzi lor nazionali nell'arte piuttosto che nel coraggio, e si può notare che le monarchie tanto degli Unni che de' Mogolli furono inalzate da' lor fondatori sulla base della popolare superstizione. Il miracoloso concepimento, che la credulità e la frode attribuirono alla vergine madre di Gengis, l'elevò sopra il livello della natura umana; e il nudo profeta, che in nome della Divinità l'investì dell'Impero della terra, infiammò il valore de' Mogolli con un irresistibil entusiasmo[652]. Gli artifizi religiosi d'Attila non furono meno abilmente adattati al carattere del suo secolo e del suo paese. Era ben naturale, che gli Sciti adorassero con particolar devozione il Dio della guerra; ma siccome essi erano incapaci di formare o un'idea astratta, o un'immagine corporea, veneravano la lor tutelare Divinità sotto il simbolo d'una scimitarra di ferro[653]. Uno de' pastori degli Unni vide che una vitella, che pascolava, si era ferita in un piede, e per curiosità seguitò la traccia del sangue, finattantochè fra l'erba trovò la punta d'un'antica spada, ch'ei trasse dalla terra, e la presentò ad Attila. Quel magnanimo, o piuttosto artificioso Principe accettò con pia gratitudine questo celeste favore; e come il legittimo possedere della spada di Marte sostenne il suo divino ed invincibil diritto al dominio della terra[654]. Se in questa solenne occasione si praticarono i riti della Scizia, s'alzò in una spaziosa pianura un grand'altare, o piuttosto una catasta di legna, trecento braccia lunga ed altrettanto larga; e fu collocata la spada di Marte sulla cima di questo rustico altare, ch'era ogni anno consacrato dal sangue di pecore, di cavalli e della centesima parte degli schiavi[655]. O sia che i sacrifizi umani facessero una parte del culto d'Attila, o ch'ei si rendesse propizio il Dio della guerra con le vittime, che continuamente offeriva nel campo di battaglia, il favorito di Marte acquistò ben tosto un carattere sacro, che rendè le sue conquiste più facili e più durevoli; ed i Principi Barbari confessavano, nel linguaggio della devozione o dell'adulazione, che non potevano ardire di mirare con occhio fisso la divina maestà del Re degli Unni[656]. Bleda suo fratello, che regnava sopra una parte considerabile della nazione, fu costretto a cedergli lo scettro e la vita. Pure anche quest'atto crudele fu attribuito ad un soprannaturale impulso; ed il vigore, con cui Attila maneggiava la spada di Marte, convinse il Mondo, ch'essa era stata riservata solo per l'invincibil suo braccio[657]. Ma l'estensione del suo Impero somministra l'unica prova, che ci resti, del numero e dell'importanza delle sue vittorie; ed il Monarca Scita, per quanto ignorante si fosse del valor della scienza e della filosofia, potrebbe forse dolersi che gl'imperiti suoi sudditi fossero privi dell'arte, che avrebbe potuto perpetuar la memoria delle sue imprese.

Se si fosse tirata una linea di separazione fra gli inciviliti e selvaggi climi del globo, fra gli abitanti della città, che coltivavan la terra, ed i cacciatori e pastori, che abitavano nelle tende, Attila avrebbe potuto aspirare al titolo di supremo ed unico Monarca de' Barbari[658]. Egli solo, fra' conquistatori de' tempi antichi e moderni, riunì i due vasti regni della Germania e della Scizia; e queste incerte denominazioni, applicate al suo regno, possono intendersi in un ampio senso. La Turingia, che s'estendeva oltre i presenti suoi limiti fino al Danubio, era nel numero delle sue Province; ei s'interpose, coll'autorità di potente vicino, ne' domestici affari de' Franchi; ed uno de' suoi luogotenenti gastigò, e quasi esterminò i Borgognoni del Reno. Soggiogò le isole dell'Oceano, i regni della Scandinavia, circondati e divisi dalle acque del Baltico; e gli Unni poterono trarre un tributo di pelli da quella settentrionale ragione, che il rigore del clima, ed il coraggio degli abitanti ha difeso da tutti gli altri conquistatori. Verso l'Oriente è difficile di circoscrivere il dominio d'Attila sopra i deserti Scitici; pure possiamo assicurarci, che regnò sulle rive del Volga; che il Re degli Unni era temuto non solo come un guerriero, ma come un mago[659]; che insultò e vinse il Kan dei formidabili Geugensi; e che mandò Ambasciatori per trattare un'uguale alleanza coll'Impero della China. Nella superba rivista delle nazioni, che riconobbero la sovranità d'Attila, e che nel tempo della sua vita non ebbero neppure il pensiero di ribellarsi, i Gepidi e gli Ostrogoti si distinsero pel numero, per la bravura e pel merito personale de' loro Capi. Il celebre Ardarico, Re de' Gepidi, era il fedele e sagace consigliere del Monarca, che stimava l'intrepido suo genio, mentre amava le dolci e discrete virtù del nobile Valamiro, Re degli Ostrogoti. Una folla di Re volgari, condottieri di altrettante guerriere tribù, che militavano sotto lo stendardo d'Attila, era disposta ne' gradi inferiori di guardie e domestici intorno alla persona del loro Signore. Essi attendevano i suoi cenni; tremavano al suo sguardo; ed al primo segno della sua volontà eseguivano, senza parlare o esitare, i suoi vigorosi ed assoluti comandi. In tempo di pace, i Principi dipendenti, con le nazionali lor truppe, seguivano il campo Reale in regolare ordinanza; ma quando Attila univa le militari sue forze, poteva mettere in campo un'armata di cinquecento, o secondo un altro computo, di settecentomila Barbari[660].

A. 430-440

Gli Ambasciatori degli Unni potevano risvegliar l'attenzione di Teodosio, rammentandogli, ch'essi erano suoi vicini tanto in Europa, che in Asia; poichè toccavano il Danubio da una parte, e giungevan dall'altra fino al Tanai. Al tempo d'Arcadio suo padre, una truppa di venturieri Unni avea devastato le Province dell'Oriente, dalle quali essi avevan portato via ricche spoglie ed innumerabili schiavi[661]. S'avanzarono, per un segreto sentiero, lungo i lidi del mar Caspio; traversarono le nevose montagne dell'Armenia; passarono il Tigri, l'Eufrate e l'Alis; reclutarono la stanca loro cavalleria con le generose razze de' cavalli della Cappadocia; occuparono il montuoso paese della Cilicia; e disturbarono i festosi canti e balli dei cittadini di Antiochia. L'Egitto tremò all'avvicinarsi di essi, e i monaci ed i pellegrini della Terra Santa si preparavano ad evitare il loro furore con prontamente imbarcarsi. La memoria di tale invasione era tuttavia fresca negli animi degli Orientali. I sudditi d'Attila potevano seguire con superiori forze il disegno, che questi venturieri avevano sì arditamente tentato; e presto divenne un soggetto di dubbiosa congettura, se la tempesta fosse per cadere sugli Stati Romani o della Persia. Si erano mandati alcuni grandi vassalli del Re degli Unni, ch'erano essi medesimi nel numero dei potenti Principi, a ratificare un'alleanza o società di armi coll'Imperatore, o piuttosto col Generale dell'Occidente. Nel tempo della loro residenza a Roma, essi riferirono le circostanze d'una spedizione, che avevano ultimamente fatta nell'Oriente. Dopo aver passato un deserto ed una palude, supposta dai Romani la Palude Meotide, penetrarono nelle montagne, ed arrivarono nel termine di quindici giorni di cammino a' confini della Media, dove s'avanzarono fino alle ignote città di Basic e di Cursic. Nelle pianure della Media incontrarono un'armata Persiana; e l'aria, secondo le loro espressioni, fu oscurata da un nuvolo di frecce. Ma gli Unni furon costretti a ritirarsi pel numero dei nemici. Eseguirono l'incomoda lor ritirata per una strada diversa; perdettero la maggior parte del loro bottino; e finalmente tornarono al campo Reale con qualche cognizione del paese e con una impaziente brama di vendetta. Nella libera conversazione degli Ambasciatori Imperiali, che esaminarono alla Corte d'Attila il carattere e i disegni del loro formidabil nemico, i Ministri di Costantinopoli espressero la speranza, in cui erano, che la sua forza si sarebbe impiegata e divisa in una lunga e dubbiosa contesa coi Principi della casa di Sassan. Ma gl'Italiani, più accorti, avvertirono gli Orientali loro fratelli della follia e del pericolo di tale speranza, e li convinsero, che i Medi ed i Persiani erano incapaci di resistere alle armi degli Unni, e che una facile ed importante conquista avrebbe accresciuto l'orgoglio non meno che il potere del vincitore. Attila invece di contentarsi di una moderata contribuzione e di un titolo militare, che l'uguagliava solo ai Generali di Teodosio, si sarebbe avanzato ad imporre un vergognoso ed intollerabile giogo sul collo degli abbattuti e schiavi Romani, che allora sarebbero stati circondati da ogni parte dall'Impero degli Unni[662].

A. 441

Mentre le potenze dell'Europa e dell'Asia procuravano d'allontanare l'imminente pericolo, l'alleanza d'Attila mantenne i Vandali nel possesso dell'Affrica. Erasi concertata fra le Corti di Ravenna e di Costantinopoli un'impresa per la ricuperazione di quella valutabil Provincia; ed i porti della Sicilia erano già pieni delle forze militari e navali di Teodosio. Ma il sottil Genserico, ch'estendeva le sue negoziazioni a tutto il Mondo, prevenne i loro disegni, eccitando il Re degli Unni ad invader l'Impero Orientale; ed un accidente di poco momento divenne tosto il motivo o il pretesto d'una guerra distruttiva[663]. Sotto la fede del trattato di Margo si teneva un mercato libero dalla parte settentrionale del Danubio, ch'era difeso da una fortezza Romana chiamata Costanza. Una truppa di Barbari violò la sicurezza del commercio; uccise o disperse i mercanti, che niente sospettavano di questo; e gettò a terra la fortezza. Gli Unni giustificarono quest'oltraggio come un atto di rappresaglia; dissero, che il Vescovo di Margo era entrato nel loro territorio per iscoprire e rubare un tesoro nascosto de' loro Re; e vigorosamente richiedevano il colpevol Prelato, la sacrilega preda ed i sudditi fuggitivi, che s'eran sottratti alla giustizia d'Attila. Il rifiuto della Corte di Bizanzio fu il segnal della guerra; ed i Mesj a principio applaudirono la generosa fermezza del loro Sovrano. Ma furono tosto spaventati dalla distruzione di Viminiaco e delle vicine città; ed il Popolo fu persuaso ad abbracciare l'utile massima, che può giustamente sacrificarsi un cittadino privato, per quanto sia rispettabile ed innocente, alla salvezza della patria. Il Vescovo di Margo, che non aveva lo spirito d'un martire, risolvè di prevenire i disegni, che sospettava. Egli trattò arditamente co' Principi degli Unni, si assicurò per mezzo di solenni giuramenti del perdono e del premio; pose un numeroso distaccamento di Barbari in una segreta imboscata sulle rive del Danubio; ed all'ora stabilita aprì con le proprie mani le porte della sua città Episcopale. Questo vantaggio, che s'era ottenuto per tradimento, servì come di preludio a più onorevoli e decisive vittorie. La frontiera Illirica era coperta da una catena di castelli e di fortezze; e quantunque la maggior parte di esse non fossero che semplici torri con una piccola guarnigione, ordinariamente servivano a rispingere o impedire le scorrerie d'un nemico, che non sapeva l'arte d'un assedio regolare, e non ne tollerava la lunghezza. Ma questi piccoli ostacoli furono tolti ad un tratto di mezzo dall'inondazione degli Unni[664]. Essi distrussero col ferro e col fuoco le popolate città di Sirmio e di Singiduno, di Raziaria e di Marcianopoli, di Naisso e di Sardica, dove ogni circostanza, nella disciplina del Popolo e nella costruzion delle fabbriche, era stata appoco appoco adattata al solo oggetto della difesa. Tutta la larghezza dell'Europa, che s'estende più di cinquecento miglia dall'Eussino all'Adriatico, fu nell'istesso tempo invasa, occupata e desolata da migliaia di Barbari, che Attila condusse in campo. Il pericolo però e l'angustia pubblica non poterono muover Teodosio ad interrompere i suoi divertimenti e la sua devozione, o a comparire in persona alla testa delle legioni Romane. Ma furono in fretta richiamate dalla Sicilia le truppe, ch'erano state mandate contro Genserico; furono sprovviste le guarnigioni dalla parte della Persia; e fu raccolto in Europa un esercito, formidabile per le armi ed il numero, se i Generali avessero avuto la scienza del comando, ed i soldati osservato il dovere dell'ubbidienza. Furono vinte le armate dell'Impero Orientale in tre successive battaglie; e si può descrivere il progresso di Attila osservando i campi, ne' quali fu combattuto. I due primi conflitti, sulle rive dell'Uto e sotto le mura di Marcianopoli, si fecero nell'estese pianure fra il Danubio ed il monte Emo. Essendo incalzati i Romani da un vittorioso nemico, appoco appoco ed ignorantemente si ritirarono verso il Chersoneso della Tracia; e quell'angusta penisola, ultima estremità della terra, fu segnata dalla terza loro irreparabil disfatta. Mediante la distruzione di quest'esercito, Attila acquistò l'incontrastabil possesso del campo. Dall'Ellesponto fino alle Termopile ed ai sobborghi di Costantinopoli, saccheggiò senza resistenza e senza pietà le Province della Tracia e della Macedonia. Eraclea ed Adrianopoli poterono forse evitare questa terribile invasione degli Unni; ma si usano le parole più espressive di total estirpazione e rovina per indicar le calamità, ch'essi apportarono a settanta città dell'Impero Orientale[665]. Teodosio, la sua Corte e l'imbelle Popolo, furono difesi dalle mura di Costantinopoli; ma queste mura erano state scosse di fresco da un terremoto, e la caduta di cinquant'otto torri vi aveva aperto una grande e terribile breccia. Il danno in vero fu prontamente riparato; ma l'accidente aggravavasi da un superstizioso timore, che il Cielo stesso aveva abbandonato la città Imperiale ai pastori della Scizia, che non conoscevano le leggi, il linguaggio e la religion dei Romani[666].

In tutte le invasioni, che i pastori Sciti hanno fatto ne' civili Imperi del mezzogiorno, si mostrano essi uniformemente dominati da uno spirito selvaggio e distruttivo. Le leggi di guerra, che frenano l'esercizio della rapina e della strage delle nazioni, son fondate su due principj di sostanziale interesse; cioè sulla cognizione dei vantaggi durevoli, che si possono ottenere per mezzo d'un uso moderato della conquista, e sopra un giusto timore, che la desolazione, che si cagiona al paese nemico, possa esercitarsi a vicenda sul proprio. Ma tali considerazioni di speranza e di timore sono quasi ignote nello stato delle nazioni pastorali. Gli Unni d'Attila possono senza ingiustizia paragonarsi a' Mogolli ed ai Tartari, avanti che i primitivi loro costumi fosser cangiati dalla religione e dal lusso; e la prova dell'Istoria Orientale può spargere qualche lume su' brevi ed imperfetti annali di Roma. Dopo che i Mogolli ebbero soggiogate le Province settentrionali della China, fu seriamente proposto, non già nel tempo della vittoria e della passione, ma in un tranquillo Consiglio adunato per deliberare, d'esterminar tutti gli abitanti di quella popolata regione per potere convenire il terreno vacante in pascolo pei bestiami. La fermezza d'un Mandarino Chinese[667], che insinuò alcuni principj di ragionevol politica nella mente di Gengis, lo distolse dall'esecuzione di tale orribil disegno. Ma nelle città dell'Asia, che si presero da' Mogolli, fu esercitato l'inumano abuso de' diritti della guerra con una forma regolare di disciplina, che con ugual ragione, quantunque senza uguale autorità, può attribuirsi ai vittoriosi Unni. Agli abitanti, sottoposti alla lor discrezione, ordinavano di abbandonare le loro case, e d'adunarsi in qualche pianura vicina alla città, dove facevasi una divisione dei vinti in tre parti. La prima era formata da' soldati della guarnigione e da' giovani capaci di portar le armi; e subito se ne decideva il destino: o venivano essi arrolati fra' Mogolli, o erano messi a morte sul luogo medesimo dalle truppe, che con le lancie in resta e con gli archi tesi formavano un cerchio attorno la moltitudine degli schiavi. La seconda parte, composta di giovani e belle donne, di artefici d'ogni grado e professione, e dei più ricchi ed onorevoli cittadini, dai quali poteva sperarsi un privato riscatto, era distribuita in uguali o proporzionati lotti. Ai rimanenti, la vita o la morte de' quali era ugualmente inutile pei conquistatori, si permetteva di tornare alla città, che in quel tempo era stata spogliata d'ogni cosa che avesse valore; ed imponevasi a que' miserabili abitatori una tassa per la permissione di respirare la nativa loro aria. Tal era il contegno de' Mogolli, quando non volevan usare alcun rigore straordinario[668]. Ma il più casuale eccitamento, il più tenue motivo di capriccio o di convenienza, spesso li provocava ad involgere un intero Popolo in un promiscuo macello; e fu eseguita la rovina di più floride città con tale instancabil perseveranza, che, secondo la propria loro espressioni, i cavalli potevan correre senz'arrestarsi sul suolo dove esse una volta erano state. Le tre grandi Capitali del Khorasan, Maru, Neisabur ed Herat, furon distrutte dalle armi di Gengis; e l'esatto calcolo, che fu fatto degli uccisi montò a quattro milioni trecento quarantasettemila persone[669]. Timur, o Tamerlano fu educato in un secolo meno barbaro, e nella professione della religione Maomettana: pure se Attila uguagliò le ostili devastazioni di Tamerlano[670], tanto il Tartaro, quanto l'Unno potrebbero meritare ugualmente l'epiteto di flagello di Dio[671].

Si può asserire, con maggior sicurezza, che gli Unni spopolassero le Province dell'Impero pel numero de' sudditi Romani, che condussero in ischiavitù. Nelle mani d'un savio Legislatore tale industriosa colonia avrebbe potuto contribuire a spargere pei deserti della Scizia i semi delle arti utili e di lusso; ma questi schiavi, ch'erano stati presi in guerra, furono a caso dispersi fra le orde, che dipendevano dall'Impero d'Attila. La stima del respettivo loro valore formavasi dal semplice giudizio degl'incolti e spregiudicati Barbari. Non potevano forse conoscere il merito d'un Teologo, profondamente perito nelle controversie della Trinità e dell'Incarnazione; rispettavano però i Ministri d'ogni religione, e l'attivo zelo de' Missionari Cristiani, senz'accostarsi alla persona o al palazzo del Monarca, promuoveva con buon successo la propagazione dell'Evangelio[672]. Le tribù pastorali, che non sapevano la distinzione della proprietà delle terre, dovevano trascurar l'uso ugualmente che l'abuso della civile giurisprudenza; e l'abilità d'un eloquente Giuresconsulto non poteva che eccitarne il disprezzo o l'abborrimento[673]. Il perpetuo commercio degli Unni e de' Goti aveva sparso la famigliar cognizione de' due nazionali dialetti; ed i Barbari erano ambiziosi di conversare in Latino, ch'era il militar idioma anche dell'Impero Orientale[674]. Ma sdegnavano il linguaggio e le scienze de' Greci; ed il vano sofista o il grave filosofo, che aveva goduto il lusinghiero applauso delle scuole, trovavasi mortificato in vedere, che il robusto suo servo era uno schiavo di maggior valore ed importanza di lui medesimo. Le arti meccaniche venivano incoraggite e stimate, poichè tendevano a soddisfare i bisogni degli Unni. Fu impiegato un architetto, ch'era al servizio d'Onegesio, uno dei favoriti d'Attila, a costrurre un bagno; ma tal opera fu un raro esempio di lusso privato; e le professioni di fabbro, di legnaiuolo, d'artefice d'armi erano molto più adattate a fornire ad un Popolo vagabondo gl'istrumenti utili di pace e di guerra. Ma il merito del medico si ammetteva con universal favore e rispetto; i Barbari, che disprezzavano la morte, potevan temere la malattia; ed il superbo conquistatore tremava alla presenza d'uno schiavo, al quale attribuiva forse un immaginario potere di prolungare o di mantenere la sua vita[675]. Potevano gli Unni esser provocati ad insultar la miseria de' loro schiavi, su' quali esercitavano un dispotico dominio[676]; ma i loro costumi non erano suscettibili d'un raffinato sistema d'oppressione; e gli sforzi del coraggio e della diligenza venivano spesso ricompensati col dono della libertà. All'istorico Prisco, l'ambasceria del quale è una sorgente di curiosa istruzione, avvicinossi nel campo d'Attila uno straniero, che lo salutò in lingua Greca, ma all'abito e alla figura sembrava un ricco Scita. Nell'assedio di Viminiaco esso aveva perduto, secondo il racconto fattone da lui medesimo, i suoi beni e la libertà: era divenuto schiavo d'Onegesio; ma i suoi fedeli servigi contro i Romani e gli Acatziri l'avevano a grado a grado inalzato alla condizione de' nazionali Unni, ai quali era attaccato per mezzo de' vincoli domestici di una seconda moglie e di varj figli. Le spoglie della guerra avevan restaurato ed accresciuto il privato suo patrimonio; egli era ammesso alla tavola dell'antico suo padrone: e l'apostata Greco benediceva l'ora della sua schiavitù, mentre gli aveva procurato un indipendente e felice stato, ch'ei godeva mediante l'onorevole titolo del servizio militare. Questa riflessione fece naturalmente nascere una disputa sopra i vantaggi e i difetti del governo Romano, che fu severamente attaccato dall'Apostata, e difeso da Prisco in una lunga e debole declamazione. Il liberto d'Onegesio espose con veri e vivaci colori i vizi del decadente Impero, de' quali esso era stato sì lungamente la vittima, cioè la crudele assurdità de' Principi Romani, ch'erano incapaci di difendere i loro sudditi da' pubblici nemici, e che non volevano affidar loro le armi per la propria difesa; l'intollerabile peso delle imposizioni rendute viepiù oppressive dalle intrigate o arbitrarie maniere d'esigerle; l'oscurità delle numerose leggi fra loro contraddittorie; le lunghe e dispendiose formalità dei processi giudiziali; la parziale amministrazione della giustizia; e l'universal corruzione, che accresceva la potenza del ricco, ed aggravava le disgrazie del povero. Si risvegliò finalmente nel cuore del fortunato esule un sentimento di patriotica simpatia; e compiangeva con gran copia di lagrime la colpa o la debolezza di que' Magistrati, che avevano pervertite le leggi più salutevoli e savie[677].