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L'Imperator Teodosio non sopravvisse lungamente alla più umiliante circostanza d'una vita priva di gloria. Andando a cavallo a caccia nelle vicinanze di Costantinopoli, fu tratto dal suo cavallo nel fiume Lico; nella caduta restò offesa la spina del dorso; e pochi giorni dopo spirò nel cinquantesimo anno della sua età, e quarantesimo terzo del regno[695]. Pulcheria, di lui sorella, all'autorità della quale si era opposta sì negli affari civili che negli Ecclesiastici la perniciosa influenza degli Eunuchi, fu di comun consenso proclamata Imperatrice dell'Oriente, ed i Romani si sottoposero per la prima volta all'Impero d'una donna. Appena fu Pulcheria salita sul trono, che soddisfece il pubblico risentimento con un atto di popolar giustizia. L'Eunuco Crisafio, senz'alcuna legal forma di giudizio, fu decapitato avanti le porte della città: e le immense ricchezze, che dal rapace favorito s'erano accumulate, non servirono che ad affrettare e giustificare la sua punizione[696]. In mezzo alle generali acclamazioni del clero e del popolo, l'Imperatrice non dimenticò il pregiudizio ed il danno, a cui era esposto il suo sesso, e saviamente risolvè d'impedire ogni susurro con la scelta d'un collega, che sempre rispettasse il superior grado e la verginal castità della sua moglie. Essa sposò Marciano, Senatore di circa sessant'anni, ed il marito, solo di nome, di Pulcheria, fu solennemente investito della porpora Imperiale. Il solo zelo, da lui dimostrato per la fede Ortodossa, che fu stabilita nel Concilio di Calcedonia, avrebbe potuto inspirare la grata eloquenza dei Cattolici. Ma la condotta di Marciano nella vita privata, e di poi sul trono, può sostenere una più ragionevol credenza, che egli era atto a restaurare ed invigorire un Impero, che s'era quasi disciolto per la successiva debolezza di due Monarchi ereditari. Esso era nato nella Tracia, ed educato nella professione delle armi; ma la gioventù di Marciano era stata duramente esercitata dalla povertà e dalla disgrazia, mentre l'unica sua ricchezza, quando arrivò a Costantinopoli la prima volta, consisteva in dugento monete d'oro, che aveva prese in prestito da un amico. Passò diciannove anni al domestico e militar servizio d'Aspar e d'Ardaburio, suo figlio; seguitò quei potenti Generali nella guerra Persiana ed Affricana; ed ottenne per loro mezzo l'onorevole posto di Tribuno e di Senatore. La sua dolce disposizione e gli utili suoi talenti, senza eccitare la gelosia dei suoi Signori, procurarono a Marciano la stima ed il favore di essi; egli aveva veduto e forse provato gli abusi d'una oppressiva e venale amministrazione; ed il proprio suo esempio diede peso ed energia alle leggi, che ei promulgò per la riforma dei costumi[697].

CAPITOLO XXXV.

Attila invade la Gallia. È rispinto da Ezio, e da' Visigoti. Invade, ed abbandona l'Italia. Morte d'Attila, di Ezio, e di Valentiniano III.

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Marciano era di opinione, che fosse da evitarsi la guerra, finattantochè si poteva mantenere una sicura, ed onorevole pace; ma credeva altresì, che la pace non avrebbe mai potuto essere onorevole o sicura, se il Principe avesse dimostrato una pusillanime avversione alla guerra. Questo suo moderato coraggio gli dettò la risposta alle domande d'Attila, che insolentemente chiedeva il pagamento dell'annuo tributo. L'Imperatore fece sapere a' Barbari, ch'essi non dovevano più insultare la Maestà di Roma col far menzione di tributi; ch'egli era disposto a premiare, con decente generosità, la fedele amicizia de' suoi alleati; ma che se ardivano di violar la pubblica tranquillità, avrebbe loro fatto sentire, ch'esso aveva truppe, armi, e fermezza capace di rispingere i loro assalti. Usò l'istesso linguaggio nel campo stesso degli Unni Apollonio, suo ambasciatore, che arditamente ricusando di consegnare i presenti, finattantochè non fu ammesso alla personale udienza del Re, dimostrò un sentimento di dignità, ed un disprezzo del pericolo, che Attila non avrebbe mai aspettato da' degenerati Romani[698]. Ei minacciò di gastigare l'ardito successor di Teodosio; ma stava dubbioso, se doveva prima rivolgere le invitte sue armi contro l'Impero d'Oriente, o d'Occidente. Mentre il Mondo sospeso aspettava con timore la sua decisione, egli mandò una ugual disfida sì alla Corte di Ravenna, che a quella di Costantinopoli; ed i suoi Ministri salutarono i due Imperatori con la stessa superba dichiarazione di questo tenore: «Attila, mio e tuo Signore, ti comanda di preparargli un palazzo per immediatamente riceverlo»[699]. Ma siccome il Barbaro disprezzava, o affettava di disprezzare i Romani Orientali, che tante volte avea superato, ben tosto dichiarò la sua risoluzione di sospendere quella facil conquista, finattantochè non avesse condotto a fine una più importante e gloriosa impresa. Nelle memorabili invasioni della Gallia e dell'Italia, gli Unni erano naturalmente attratti dalla ricchezza e dalla fertilità di quelle Province; ma non si possono rilevare i particolari motivi ed incitamenti d'Attila, che dallo stato dell'Impero occidentale sotto il regno di Valentiniano, o per parlare più esattamente, sotto l'amministrazione d'Ezio[700].

Dopo la morte di Bonifazio suo rivale, si era Ezio prudentemente ritirato alle tende degli Unni; ed alla loro alleanza doveva la sua salvezza, ed il suo ristabilimento. Invece di prendere il supplichevole tuono d'un esule delinquente, domandava il perdono alla testa di sessantamila Barbari; e l'Imperatrice Placidia con una debole resistenza fece conoscere, che la sua condiscendenza, la quale avrebbe potuto attribuirsi a clemenza, fu l'effetto della debolezza o del timore. Abbandonò se stessa, il proprio figlio Valentiniano, e l'Impero dell'Occidente nelle mani d'un insolente suddito, nè Placidia potè difendere il virtuoso e fedel Sebastiano, genero di Bonifazio[701], dall'implacabile persecuzione, che lo cacciò da un regno in un altro, finattantochè non perì miserabilmente al servizio dei Vandali. Il fortunato Ezio, che fu immediatamente promosso al grado di Patrizio, ed investito per tre volte degli onori del Consolato, assunse col titolo di Generale della cavalleria e dell'infanteria, tutto il potere militare dello Stato; e dagli scrittori contemporanei tal volta si nomina il Duce, o il Generale dei Romani d'Occidente. La sua politica, piuttosto che la virtù, l'impegnò a lasciare il nipote di Teodosio in possesso della porpora; e fu permesso a Valentiniano di godere la pace ed il lusso d'Italia, mentre il Patrizio faceva la luminosa comparsa d'un eroe e d'un difensor della patria, che sostenne quasi venti anni le rovine dell'Impero Occidentale. L'istorico Goto confessa ingenuamente ch'Ezio era nato per la salvezza della Repubblica Romana[702]; ed il seguente ritratto, ch'ei ne fa, quantunque ornato de' più be' colori, bisogna confessare, che contiene una porzione maggiore di verità che di adulazione: «sua madre era una ricca e nobile Italiana, e Gaudenzio suo padre, che aveva un posto distinto nella Provincia della Scizia, s'inalzò a grado a grado dallo stato di domestico militare alla dignità di Generale di cavalleria. Il loro figlio, che fu arrolato quasi nella sua infanzia fra le guardie, fu dato come ostaggio prima ad Alarico, e di poi agli Unni; e successivamente ottenne gli onori civili e militari del Palazzo, a sostenere i quali era ugualmente atto pel superiore suo merito. La graziosa figura d'Ezio non eccedeva la statura mezzana; ma le virili sue membra eran meravigliosamente formate per la forza, per la bellezza, e per l'agilità; ed egli era eccellente ne' marziali esercizi di maneggiare i cavalli, di tender l'arco, e di scagliare i dardi. Esso era capace di soffrir pazientemente la mancanza del cibo o del sonno, ed aveva lo spirito ugualmente che il corpo suscettibile degli sforzi più laboriosi. Era dotato di quel verace coraggio, che sa disprezzare non solamente i pericoli, ma anche le ingiurie; ed era impossibile il corrompere, l'ingannare, o l'intimorire la costante integrità dell'animo suo[703]». I Barbari, che si erano stabiliti nelle Province Orientali, appoco appoco impararono a rispettare la fede, ed il valore del Patrizio Ezio. Egli addolcì le loro passioni, studiò i lor pregiudizi, ne bilanciò gl'interessi, e ne frenò l'ambizione. Un opportuno trattato, ch'ei fece con Genserico, difese l'Italia dalle depredazioni de' Vandali; gl'indipendenti Brettoni implorarono e provarono il salutare suo aiuto; fu ristabilita e mantenuta l'autorità Imperiale nella Gallia e nella Spagna; ed esso costrinse i Franchi e gli Svevi, che aveva superati in battaglia, a divenire utili confederati della Repubblica.

Per un principio d'interesse non meno che di gratitudine, Ezio coltivò assiduamente l'amicizia degli Unni. Allorchè dimorava nelle loro tende, in ostaggio o com'esule, aveva famigliarmente conversato con Attila stesso, nipote del suo benefattore; e sembra che questi due famosi antagonisti fossero uniti con una personale e militare amicizia, che di poi confermarono per mezzo di reciproci doni, di frequenti ambascerie, e dell'educazione di Carpilione, figlio d'Ezio, nel Campo d'Attila. Con le sue speciose proteste di gratitudine, e di volontario attaccamento, poteva il Patrizio mascherare i suoi timori del conquistatore Scita, che stringeva con le innumerabili sue truppe i due Imperi. Si eseguivano però le sue domande, o si eludevano. Quando ei richiese le spoglie d'una città soggiogata, cioè alcuni vasi d'oro, ch'erano stati fraudolentemente trafugati, furono immediatamente spediti a soddisfare le sue querele[704] i Governatori civili e militari del Norico; ed è patente dal congresso, ch'ebbero nel villaggio reale con Massimino e Prisco, che il valore e la prudenza d'Ezio non aveva potuto salvare i Romani Occidentali dalla comune ignominia del tributo. Pure la sua destra politica prolungò i vantaggi d'una salutevole pace; e fu impiegato in difesa della Gallia un numeroso esercito di Unni e di Alani, ch'esso aveva impegnato a suo favore. Furono giudiziosamente poste due colonie di questi Barbari ne' territori di Valenza, e d'Orleans[705]; e l'attiva loro cavalleria assicurò gli importanti passaggi del Rodano, e della Loira. Questi selvaggi alleati non erano in vero meno formidabili pei sudditi, che pei nemici di Roma. Il loro stabilimento a principio fu sostenuto dalla licenziosa violenza della conquista; e la Provincia, che occupavano, fu esposta a tutte la calamità d'un'ostile invasione[706]. Gli Alani della Gallia, estranei rispetto all'Imperatore o alla Repubblica, erano addetti all'ambizione d'Ezio; e sebbene questi potesse sospettare, che in una guerra con Attila stesso si sarebbero rivoltati alle bandiere del nazionale loro Sovrano, contuttociò il Patrizio si affaticava a frenarne, piuttosto che ad eccitarne, lo zelo e lo sdegno contro i Goti, i Borgognoni, ed i Franchi.

A. 451

Il regno, stabilito da' Visigoti nelle Province meridionali della Gallia, aveva appoco appoco acquistato forza e maturità; e la condotta di quegli ambiziosi Barbari, tanto in pace che in guerra, impegnava Ezio ad una perpetua vigilanza. Dopo la morte di Vallia, lo scettro Gotico passò a Teodorico, figlio del Grande Alarico[707]; ed il suo prospero regno di più di trent'anni sopra un Popolo turbolento può risguardarsi come una prova, che la sua prudenza era sostenuta da un vigore non comune sì di mente, che di corpo. Mal soffrendo i suoi stretti confini, Teodorico aspirava al possesso di Arles, ricca sede di governo e di commercio; ma la città fu salvata mediante l'opportuno arrivo d'Ezio; ed il Re Goto, che ne aveva intrapreso l'assedio con qualche perdita e disgrazia, si lasciò persuadere per mezzo d'un adeguato sussidio a rivolgere il marzial valore de' suoi contro la Spagna. Non ostante però Teodorico sempre studiò, ed arditamente prese il favorevol momento di rinnovare gli ostili suoi tentativi. I Goti assediarono Narbona, mentre le Province Belgiche erano invase da' Borgognoni; e da ogni parte veniva minacciata la salvezza pubblica dall'apparente unione de' nemici di Roma. Ma l'attività d'Ezio, e la sua cavalleria Scita da ogni parte oppose una costante ed efficace resistenza. Restaron morti sul campo ventimila Borgognoni; ed il restante della nazione accettò umilmente un'abitazione soggetta all'Impero nelle montagne della Savoia[708]. Le mura di Narbona erano già state scosse dalle batterie militari; e gli abitanti avevan sofferto le ultime estremità della fame, quando il Conte Litorio tacitamente avvicinatosi, ed avendo ordinato a ciaschedun uomo a cavallo di portarsi dietro due sacca di farina, si fece strada fra le trincere degli assedianti. Fu immediatamente levato l'assedio e la più decisiva vittoria, che si attribuisce alla condotta personale d'Ezio medesimo, fu notata col sangue di ottomila Goti. Ma nell'assenza del Patrizio, che fu richiamato in fretta in Italia da qualche pubblico o privato affare, il Conte Litorio successe al comando; e la sua presunzione tosto fece conoscere, quanto sia diversa l'abilità, che si richiede per condurre un'ala di cavalleria, da quella necessaria per dirigere le operazioni d'una importante guerra. Alla testa d'un esercito di Unni temerariamente avanzossi fino alle porte di Tolosa, pieno di non curante disprezzo per un nemico, che le sue disgrazie avevan renduto prudente, e la sua situazione disperato. Le predizioni degli Auguri avevano inspirato a Litorio la profana fiducia di entrare in trionfo nella capitale de' Goti; e la fede, ch'egli prestava a' suoi Pagani alleati, l'incoraggì a rigettare le belle condizioni di pace, che furono più volte proposte da' Vescovi a nome di Teodorico. Il Re de' Goti mostrò nelle sue angustie l'edificante contrapposto d'una cristiana pietà e moderazione; nè lasciò il sacco e le ceneri, finattantochè non fu preparato ad armarsi per combattere. I suoi soldati, animati da un marziale o religioso entusiasmo, assaltarono il campo di Litorio; la battaglia fu ostinata, la strage reciproca. Il Generale Romano, dopo una total disfatta, che poteva unicamente imputarsi alla sua temeraria ignoranza, fu realmente condotto per le strade di Tolosa non già nel proprio, ma in un ostile trionfo; e la miseria, ch'egli provò in una ignominiosa e lunga schiavitù, eccitò la compassione degli stessi Barbari[709]. Una tal perdita in un paese, in cui la bravura e le finanze da lungo tempo erano esauste, non poteva facilmente ripararsi; ed i Goti, a vicenda mossi da sentimenti d'ambizione e di vendetta, avrebber piantato le vittoriose loro bandiere sulle rive del Rodano, se la presenza d'Ezio non avesse rinvigorito la disciplina e la forza de' Romani[710]. I due eserciti aspettavano il segno d'un'azion decisiva; ma i Generali, che conoscevan la forza l'uno dell'altro, e dubitavano ciascheduno della propria superiorità, prudentemente riposero le loro spade nel fodero; e la riconciliazione loro fu permanente e sincera. Sembra, che Teodorico Re de' Visigoti, meritasse l'amor de' suoi sudditi, la fiducia de' suoi alleati, e la stima dell'uman genere. Il suo trono era circondato da sei valorosi figli, che erano educati con ugual diligenza tanto negli esercizi del campo Barbaro, quanto in quelli delle scuole Galliche: dallo studio dalla Giurisprudenza Romana essi appresero almeno la teoria della legge e della giustizia; e gli armoniosi sentimenti di Virgilio contribuirono ad addolcire l'asprezza de' nativi loro costumi[711]. Le due figlie del Re Goto furono maritate a' primogeniti de' Re degli Svevi e de' Vandali, che regnavano nella Spagna, e nell'Affrica; ma queste illustri affinità partorirono delitti e discordie. La Regina degli Svevi pianse la morte d'un marito crudelmente ucciso dal fratello di essa. La Principessa de' Vandali cadde vittima d'un geloso tiranno, ch'essa chiamava suo padre. Il crudel Genserico sospettò, che la moglie del proprio figlio avesse tentato d'avvelenarlo; il supposto delitto fu punito coll'amputazione del naso e degli orecchi; e l'infelice figlia di Teodorico fu ignominiosamente rimandata alla Corte di Tolosa in quello stato di deforme mutilazione. Tal orrido fatto, che dee parere incredibile in un secolo incivilito, trasse ad ogni spettatore le lacrime: ma Teodorico fu mosso da' sentimenti di padre e di Re a vendicare queste irreparabili ingiurie. I ministri Imperiali, che sempre favorivano la discordia de' Barbari, avrebbero somministrato a' Goti armi, navi, e danaro per la guerra Affricana; e la crudeltà di Genserico avrebbe potuto riuscirgli fatale, se l'artificioso Vandalo non avesse tratto in suo favore la formidabil potenza degli Unni. I ricchi doni e le vive sollecitazioni di esso accesero l'ambizione d'Attila; ed i disegni d'Ezio e di Teodorico furono impediti dall'invasione della Gallia[712].