A. 422-451
I Franchi, la Monarchia de' quali era sempre ristretta alle vicinanze del basso Reno, avevano saviamente stabilito il diritto della successione ereditaria nella nobile famiglia de' Merovingi[713]. Questi Principi venivano alzati sopra uno scudo, simbolo del comando militare[714]; l'uso reale de' lunghi capelli era l'insegna della lor nascita e dignità. La bionda lor chioma, ch'essi annodavano e pettinavano con singolar diligenza, cadeva loro disposta in ondeggianti ricci giù per le spalle; mentre il restante della nazione doveva per legge, e per consuetudine radersi la parte di dietro del capo, annodarsi i capelli sulla fronte, e contentarsi dell'ornamento di due piccoli baffi[715]. L'alta statura de' Franchi, ed i loro occhi azzurri indicavano l'origine loro Germanica; la maniera di vestire strettamente mostrava l'esatta figura delle loro membra: pendeva una pesante spada da una larga cintura: un vasto scudo proteggeva i lor corpi; e questi bellicosi Barbari erano esercitati dalla più fresca lor gioventù a correre, a saltare, a nuotare, a scagliare i dardi o le accette senza sbagliare mai il colpo, ed avanzarsi senza esitare contro un superiore nemico, ed a mantenere tanto in vita che in morte l'invincibile riputazione de' loro antichi[716]. Clodione, che fu il primo de' chiomati lor Re, di cui le azioni ed il nome si trovino in autentiche storie, aveva la sua residenza in Dispargo[717], villaggio o fortezza, la cui situazione può collocarsi fra Lovanio e Brusselles. Dalla relazione delle sue spie fu informato il Re de' Franchi, che lo Stato indifeso della seconda Belgica, al più tenue attacco, avrebbe ceduto al valore de' suoi sudditi. Arditamente inoltrossi fra gli alberi ed i pantani della foresta Carbonaria[718]; occupò Tournay e Cambray, ch'erano le sole città, ch'esistessero ivi nel quinto secolo, ed estese le sue conquiste fino al fiume Somma sopra un paese desolato, la cultura e popolazione del quale sono gli effetti d'un'industria più recente[719]. Mentre Clodione stava accampato nelle pianure dell'Artesia[720], e celebrava con vana e pomposa sicurezza il matrimonio, forse del suo figlio, venne interrotta la festa nuziale dall'inaspettata, e non gradita presenza d'Ezio, che aveva passato la Somma alla testa della sua cavalleria leggiera. Si rovesciarono ad un tratto le mense, che si erano alzate al coperto d'un colle lungo le rive d'un piacevol torrente; i Franchi furon oppressi prima di poter prender le loro armi, o mettersi in ordine di battaglia; e l'inutile loro valore fu solamente fatale a loro medesimi. I carri, che avevan seguitato ben carichi la loro marcia, somministrarono una ricca preda; e la vergine sposa, e le sue ancelle si sommisero a' nuovi amanti, che l'accidente della guerra aveva ad esse imposto. Questo vantaggio, ottenuto dall'abilità e dall'attività d'Ezio, potè far qualche torto alla militar prudenza di Clodione; ma tosto il Re de' Franchi riprese la sua forza e riputazione, e si mantenne sempre in possesso del regno Gallico dal Reno fino alla Somma[721]. Sotto il suo regno, e probabilissimamente per l'intraprendente coraggio de' suoi sudditi, le tre capitali Magonza, Treveri, e Colonia provaron gli effetti dell'ostile crudeltà ed avarizia. La disgrazia di Colonia si prolungò per la perpetua dominazione degli stessi Barbari, che abbandonarono le rovine di Treveri; e Treveri, che nelle spazio di quarant'anni era stata assediata e saccheggiata quattro volte, si dispose a perdere la memoria delle sue afflizioni ne' vani divertimenti del Circo[722]. La morte di Clodione, dopo un regno di venti anni, espose il suo reame alle discordia ed all'ambizione de' due suoi figli. Meroveo, ch'era il più giovane[723], fu indotto ad implorare la protezione di Roma; ei fu ricevuto alla Corte Imperiale come alleato di Valentiniano, e figlio adottivo del Patrizio Ezio; e rimandato alla patria con splendidi doni, e con le più generose promesse di amicizia e d'aiuto. Nel tempo della sua assenza il fratel maggiore aveva implorato, con uguale ardore, il formidabile soccorso d'Attila; ed il Re degli Unni abbracciò un'alleanza, che gli facilitava il passaggio del Reno, e giustificava con uno specioso ed onorevol pretesto l'invasion della Gallia[724].
Allorchè Attila dichiarò la sua risoluzione di sostenere la causa de' Vandali e de' Franchi di lui alleati, nel tempo stesso, e quasi con uno spirito di romanzesca cavalleria, il selvaggio Monarca si professò amante e campione della Principessa Onoria. La sorella di Valentiniano era stata educata nel palazzo di Ravenna; e siccome il matrimonio di essa avrebbe potuto cagionar qualche rischio allo stato, fu innalzata, mediante il titolo d'Augusta[725], sopra le speranze del suddito più presuntuoso. Ma appena la bella Onoria fu giunta all'età di sedici anni, detestò quella inopportuna grandezza, che doveva per sempre toglierle i diletti d'un onesto amore: Onoria gemeva in mezzo alla varia e non gradita pompa; ella cedè finalmente all'impulso della natura; e si gettò nelle braccia d'Eugenio suo Ciamberlano. La colpa e la vergogna di essa (tal è l'assurdo linguaggio d'un uomo imperioso) vennero tosto scoperte da' segni della sua gravidanza, ma il disonore della famiglia reale si pubblicò al Mondo per l'imprudenza dell'Imperatrice Placidia, che mandò la sua figlia, dopo un rigoroso e vergognoso confino, in un lontano esilio a Costantinopoli. L'infelice Principessa passò dodici o quattordici anni nella noiosa compagnia delle sorelle di Teodosio, e di quelle vergini elette, alla corona delle quali Onoria non poteva più aspirare, e delle quali essa con ripugnanza imitava la monastica assiduità nelle preghiere, nel digiuno e nelle vigilie. Stanca d'un celibato sì lungo, e senza speranza di libertà, s'indusse a prendere una strana e disperata risoluzione. Il nome d'Attila era in Costantinopoli famigliare e formidabile; e le sue frequenti ambascerie tenevano aperto un continuo commercio fra il campo di esso ed il Palazzo Imperiale. La figlia dunque di Placidia, tratta dall'amore, o piuttosto dalla vendetta, sacrificò qualunque dovere e ogni pregiudizio; ed offrì d'abbandonare la una persona nelle braccia d'un Barbaro, di cui non sapeva il linguaggio, che appena aveva la figura umana, e del quale aborriva la religione e i costumi. Per mezzo d'un fedele Eunuco essa mandò ad Attila un anello in segno della sua affezione; ed istantemente lo scongiurò a domandarla come sua legittima sposa, a cui segretamente avesse promesso le nozze. Tale indecente proposizione però fu ricevuta con freddezza e disprezzo; ed il Re degli Unni continuò ad accrescere il numero delle sue mogli, finattantochè non fu risvegliato il suo amore dalle più forti passioni dell'ambizione e dell'avarizia. L'invasion della Gallia fu preceduta e giustificata da una formal domanda della Principessa Onoria, con una giusta ed ugual porzione del patrimonio Imperiale. Gli antichi Tangiù, suoi Maggiori, aveano spesso richiesto per ispose nel medesimo perentorio ed ostil modo le figlie della China: e le pretensioni d'Attila non erano men offensive alla maestà di Roma. Fu dato a' suoi Ambasciatori un fermo, ma moderato rifiuto. Si negò fortemente il diritto della successione delle donne, quantunque potesse in favore di quello trarsi uno specioso argomento da' recenti esempi di Placidia e di Pulcheria; e si opposero gl'indissolubili vincoli d'Onoria alla richiesta del suo Scitico amante[726]. Come si seppe la sua relazione col Re degli Unni, la rea Principessa venne rimandata, come un oggetto d'orrore, da Costantinopoli in Italia; le fu risparmiata la vita: ma si fece la ceremonia del suo matrimonio con un marito oscuro e solo di nome, prima che fosse rinchiusa in una perpetua carcere a piangere que' delitti e quelle sventure, che Onoria avrebbe potuto evitare, se non fosse nata figlia d'un Imperatore[727].
L'erudito ed eloquente Sidonio, nativo della Gallia, e contemporaneo, che dopo fu Vescovo di Clermont, aveva promesso ad uno de' suoi amici di comporre un'istoria regolare della guerra d'Attila. Se la sua modestia non l'avesse distolto dall'esecuzione di tale interessante opera[728], avrebbe l'Istorico riferito, con la semplicità propria del vero, que' memorabili avvenimenti, a' quali con incerte e dubbiose metafore il Poeta concisamente ha fatto allusione[729]. Obbedirono alle belliche intimazioni di Attila i Re, e le nazioni della Germania e della Scizia, dal Volga forse fino al Danubio. Dal villaggio reale, posto nelle pianure dell'Ungheria, si mosse il suo stendardo verso l'Occidente, e dopo una marcia di sette o ottocento miglia, giunse dove si uniscono il Reno ed il Necker; ed ivi incontrossi co' Franchi, aderenti al figlio maggiore di Clodione suo alleato. Una truppa di Barbari sciolti, che fosse andata in cerca di preda, avrebbe potuto sceglier l'inverno per la comodità di passare il fiume sul ghiaccio, ma l'innumerabile cavalleria degli Unni esigeva tale abbondanza di foraggio o di provvisioni, che non poteva ottenersi che in una stagione più mite; la foresta Ercinia somministrò i materiali per un ponte di barche, e le migliaia de' nemici si sparsero con irresistibil violenza nelle Province Belgiche[730]. La costernazione della Gallia fu universale, e le varie avventure delle sue città si sono adornate dalla tradizione con martirj e miracoli[731]. Troia fu salvata pe' meriti di S. Lupo; S. Servazio fu tolto dal Mondo, affinchè non vedesse le rovine di Tongres; e le preghiere di S. Genovieffa fecer deviare la marcia d'Attila dalle vicinanze di Parigi. Ma siccome la maggior parte delle città Gallicane eran prive sì di Santi, che di soldati, esse furono assediate, e prese dagli Unni, che praticarono le solite loro massime di guerra, avendone Metz dato l'esempio[732]. Essi compresero in una promiscua strage i sacerdoti, che servivano all'altare, e gl'infanti, che nel tempo del pericolo erano stati providamente dal Vescovo battezzati; quella florida città fu abbandonata alle fiamme, ed una solitaria cappella di S. Stefano indicava il luogo, dove Metz precedentemente era stata. Dal Reno e dalla Mosella avanzossi Attila nel cuor della Gallia; attraversò la Senna ad Auxerre; e dopo una lunga e laboriosa marcia pose il suo campo sotto le mura d'Orleans. Egli desiderava di assicurare la sue conquiste con impossessarsi d'un vantaggioso posto, che dominava il passo della Loira; e contava sul segreto invito di Sangiban Re degli Alani, che aveva promesso di dargli in mano la città, e di ribellarsi dall'Imperatore. Ma fu scoperto quel tradimento, e renduto inefficace: Orleans era stata fortificata con recenti ripari; e furono vigorosamente rispinti gli assalti degli Unni dal fedele valor de' soldati, o de' cittadini che difeser la piazza. La pastoral diligenza d'Aniano, Vescovo di antica santità e di consumata prudenza, esaurì ogni arte di religiosa politica per sostenere il loro coraggio fino all'arrivo dell'aspettato soccorso. Dopo un ostinato assedio, le mura erano scosse dalle macchine militari che le battevano; gli Unni avevano già occupato i sobborghi; ed il Popolo, ch'era inabile alle armi, stava prostrato a pregare. Aniano, che ansiosamente contava i giorni e le ore, mandò un fedel messaggiero ad osservar dalle mura l'aspetto della distante campagna. Tornò questi per due volte senz'alcuna notizia, che inspirar potesse conforto o speranza; ma la terza volta portò la nuova d'una piccola nube, che appena esso aveva potuto discernere all'estremità dell'orizzonte: «È l'aiuto di Dio» esclamò il Vescovo in un tuono di pia fiducia; e tutta la moltitudine ripetè con esso, «È l'aiuto di Dio». Quell'oggetto lontano, sul quale stavano fissi gli occhi di tutti, diveniva ogni momento più grande, e più distinto; appoco appoco si ravvisarono le bandiere Romane e Gotiche; ed un vento favorevole, dissipando la polvere, fece scuoprire in buona ordinanza gl'impazienti squadroni di Ezio e di Teodorico, che si avanzavano velocemente al soccorso d'Orleans.
La facilità, con cui Attila era penetrato nel cuor della Gallia, può attribuirsi alla sua insidiosa politica ugualmente che al terrore delle sue armi. Le sue pubbliche dichiarazioni venivano abilmente mitigate dalle sue private proteste; egli alternativamente lusingava e minacciava i Romani ed i Goti; e le Corti di Ravenna e di Tolosa, vicendevolmente sospettose l'una dell'altra, miravano con supina indifferenza l'avvicinamento del comune loro nemico. Ezio era il solo custode della pubblica sicurezza; ma le più savie di lui misure venivano sconcertate da una fazione, che dopo la morte di Placidia infestava il palazzo Imperiale; la gioventù Italiana tremava al suono della tromba; ed i Barbari, che per timore o per affetto erano inclinati a favorire la causa d'Attila, aspettavano con dubbiosa e venal fede l'evento della guerra. Il Patrizio passò le alpi alla testa di alcune truppe, la forza ed il numero delle quali appena meritava il nome d'esercito[733]. Ma giunto che fu ad Arles o a Lione, restò confuso alla nuova, che i Visigoti ricusando d'intraprender la difesa della Gallia, avevan determinato d'aspettare ne' propri lor territori il formidabile invasore, ch'essi protestavano di disprezzare. Il Senatore Avito, che dopo avere onorevolmente esercitata la Prefettura Pretoriana, erasi ritirato alle sue terre nell'Alvernia, fu indotto ad accettare un'importante ambasciata al Re de' Visigoti, ch'egli eseguì con abilità e buon successo. Rappresentò a Teodorico, che ad un ambizioso conquistatore, il quale aspirava al dominio della Terra, non poteva resistersi che mediante la stabile ed unanime alleanza delle potenze, ch'ei cercava d'opprimere. La vivace eloquenza d'Avito infiammò i guerrieri Goti con la descrizione delle ingiurie, che a' loro maggiori avean fatte gli Unni, l'implacabil furore de' quali sempre li perseguitava dal Danubio fino al piè de' Pirenei. Insistè fortemente, ch'era dovere d'ogni Cristiano il salvare dalla sacrilega violazione le chiese di Dio e le reliquie de' Santi, e ch'era interesse d'ogni Barbaro, che avesse acquistato uno stabilimento nella Gallia, il difendere i campi e le vigne, che, si coltivavano per proprio uso, dalla desolazione de' pastori Sciti. Teodorico cedè all'evidenza della verità; prese partito più prudente nel tempo stesso e più onorevole; e dichiarò, che come fedele alleato d'Ezio e de' Romani, era pronto ad esporre la vita ed il regno per la comun salvezza della Gallia[734]. I Visigoti, ch'erano in quel tempo nel maturo vigore della lor fama e potenza, obbedirono volentieri al segnal della guerra; prepararono le loro armi e cavalli, e si unirono sotto le bandiere del lor vecchio Re, che volle insieme co' suoi due figli maggiori Torrismondo e Teodorico comandare in persona il numeroso e prode suo Popolo. L'esempio de' Goti determinò varie tribù o nazioni, che sembravano fluttuanti fra gli Unni e i Romani. L'instancabile diligenza del Patrizio appoco appoco raccolse le truppe della Gallia e della Germania, che anticamente si erano riconosciute sudditi o soldati della Repubblica, ma che allora pretendevano i premj di milizia volontaria, ed il posto d'indipendenti alleati, vale a dire i Leti, gli Armorici, i Breoni, i Sassoni, i Borgognoni, i Sarmati o Alani, i Ripuari ed i Franchi, che seguitavano Meroveo come loro legittimo Principe. Tal era la moltiplice armata, che sotto la condotta d'Ezio e di Teodorico avanzavasi con rapide marce a soccorrere Orleans, e ad attaccare l'innumerabil esercito d'Attila[735].
All'approssimarsi che fecero, il Re degli Unni levò immediatamente l'assedio, e sonò la ritirata per richiamare le più avanzate delle sue truppe dal saccheggio d'una città, nella quale eran già entrate[736]. Il valore d'Attila era sempre guidato dalla prudenza; e siccome previde le fatali conseguenze d'una disfatta nel cuor della Gallia, ripassò la Senna, ed aspettò il nemico nelle pianure di Scialons, dove il terreno piano ed uguale era adattato alle operazioni della sua cavalleria Scita. Ma in quesa tumultuaria ritirata la vanguardia de' Romani e de' loro alleati continuamente incalzava, ed alle volte attaccava le truppe, che Attila avea poste nella sua retroguardia; le colonne ostili nell'oscurità della notte, e nell'incertezza delle strade s'incontraron per avventura l'una coll'altra senza volerlo; e la sanguinosa battaglia de' Franchi e de' Gepidi, nella quale restaron uccisi quindicimila Barbari[737], fu un preludio d'un azione più generale e decisiva. I campi Catalauni[738] circondavano Scialons, e s'estendevano, secondo l'incerta misura di Giornandes, alla lunghezza di cento cinquanta miglia, ed alla larghezza di cento su tutta quella Provincia, a cui si dà meritamente il nome di Campagna[739]. Questa spaziosa pianura però conteneva alcune ineguaglianze di terreno; e l'importanza d'un'altura, che dominava il campo d'Attila, si conobbe, e si disputò da' due Generali. Il giovane e valoroso Torrismondo fu il primo ad occuparne la cima; i Goti si gettarono con irresistibile urto su gli Unni, che cercavano di salire dalla parte opposta; ed il possesso di quel vantaggioso luogo inspirò tanto alle truppe, quanto ai lor condottieri una gran sicurezza della vittoria. L'ansietà d'Attila l'indusse a consultare i suoi sacerdoti ed aruspici. Si raccontava, che dopo aver osservavo le viscere delle vittime, e scopertene le ossa, predissero in misterioso linguaggio, la propria di lui disfatta, con la morte del suo principal nemico; e che il Barbaro, accettando un tal partito, venne ad esprimere l'involontaria sua stima pel superior merito d'Ezio. Ma l'insolito abbattimento, che sembrava invadere gli Unni, impegnò Attila ad usar l'espediente sì famigliare a' Generali antichi, d'animar le sue truppe con una militare aringa; ed il suo linguaggio fu quello d'un Re che spesso avea combattuto e vinto alla testa di essi[740]. Gli esortò vivamente a considerare la passata lor gloria, il presente pericolo, e le future loro speranze. Disse, che la stessa fortuna, che aprì i deserti e le paludi della Scizia al disarmato loro valore, che aveva fatto prostrare a' lor piedi tante guerriere nazioni, avea riservato il gaudio di quella memorabil campagna pel compimento delle loro vittorie. Artificiosamente rappresentò loro le cautele de' nemici, la stretta loro confederazione, ed i vantaggiosi posti, che si erano procurati, come gli effetti non della prudenza ma del timore. I soli Visigoti formavano la forza ed il nervo dell'armata nemica; e gli Unni potevano sicuramente sprezzare i degenerati Romani, l'ordine chiuso e ristretto de' quali dimostrava il loro sgomento, essendo essi incapaci di sostenere sì i pericoli, che le fatiche d'una giornata di battaglia. La dottrina della predestinazione, sì favorevole al marzial valore, venne premurosamente inculcata dal Re degli Unni, che assicurò i suoi soldati, che i guerrieri protetti dal cielo, erano salvi ed invulnerabili fra' dardi del nemico; ma che gl'infallibili Fati avrebbero colpito le loro vittime anche nel seno d'una ignobile pace. «Io stesso, continuò Attila, scaglierò il primo dardo, e quello sciagurato che ricusa d'imitar l'esempio del suo Sovrano, è condannato ad una inevitabile morte». Fu rinvigorito lo spirito dei Barbari dalla presenza, dalla voce e dall'esempio dell'intrepido lor capitano; ed Attila, cedendo alla loro impazienza, li dispose in ordine di battaglia. Alla testa de' suoi valorosi e fedeli Unni, egli occupava in persona il centro dell'esercito. Le nazioni sottoposte al suo Impero, vale a dire i Rugi, gli Eruli, i Turingi, i Franchi, i Borgognoni si estendevano, da ambe le parti, negli ampi spazi de' campi Catalauni; l'ala destra era comandata da Ardarico, Re de' Gepidi; ed i tre bravi fratelli, che regnavano sopra gli Ostrogoti, erano nella sinistra per opporsi alle infiammate tribù de' Visigoti. La disposizione degli Alleati si regolò con un diverso principio: Sangibano, infedele Re degli Alani, fu posto nel centro, dove potevano bene osservarsi i suoi movimenti, e poteva subito punirsi la sua perfidia. Ezio prese il comando dell'ala sinistra, e Teodorico della destra; mentre Torrismondo continuò ad occupare le alture, che sembra si estendessero sul fianco, e forse anche sulla retroguardia dell'armata Scita. Si erano adunate nella pianura di Scialons le nazioni che abitavano dal Volga all'Atlantico; ma molte di queste si eran divise per le fazioni, l'emigrazioni, o le conquiste; e l'apparenza delle conformi armi ed insegne, che si minacciavano l'una coll'altra, presentava l'immagine d'una guerra civile.
La disciplina e la tattica de' Greci e de' Romani forma una parte interessante de' loro costumi nazionali. L'attento studio delle operazioni militari di Senofonte, di Cesare, o di Federigo, allorchè son descritte da quel medesimo genio che le immaginò e l'eseguì, possono servire a migliorare (se pur tal miglioramento è desiderabile) l'arte di distrugger la specie umana. Ma la battaglia di Scialons può solo eccitar la nostra curiosità per la grandezza dell'oggetto; poichè non operò in essa che il cieco impeto de' Barbari, ed è stata riferita da scrittori parziali, che la civile o ecclesiastica lor professione allontanava dalla cognizione degli affari militari. Cassiodoro però aveva famigliarmente conversato con molti guerrieri Gotici, che militarono in quella memorabil giornata «orrida, com'essi dicevano, varia, ostinata, e sanguinosa in modo, che non le se ne poteva paragonare un'altra o ne' presenti tempi, o ne' passati». Il numero degli uccisi montò a centosessantaduemila, o secondo un'altra relazione a trecentomila persone[741]; e queste incredibili esagerazioni suppongono un'effettiva perdita sufficiente a giustificare l'osservazione dell'Istorico, che la pazzia de' Re può distruggere delle intiere generazioni nello spazio d'un'ora. Dopo una reciproca e reiterata scarica di armi da avventare, nelle quali poterono gli arcieri di Scizia segnalare la superiore loro destrezza, la cavalleria e l'infanteria delle due armate furiosamente s'attaccarono in una più stretta pugna. Gli Unni che combattevano sotto gli occhi del lor Re, penetrarono nel debole e dubbioso centro degli alleati, separarono le loro ali una dall'altra, e girando con rapido sforzo a sinistra, diressero tutta la forza loro contro i Visigoti. Mentre Teodorico scorreva lungo le linee, per animar le sue truppe, ricevè un colpo mortale dal dardo d'Andage nobile Ostrogoto, e cadde subito da cavallo. Il Re ferito restò, nel general disordine, oppresso e calpestato dalla sua propria cavalleria; e questa importante morte servì a spiegare l'ambigua profezia degli aruspici. Attila già esultava nella fidanza della vittoria, quando il valoroso Torrismondo discese da' colli, e verificò il rimanente della predizione. I Visigoti che si eran posti in confusione per la fuga o tradimento degli Alani, appoco appoco si rimisero in ordine di battaglia; e gli Unni furono indubitatamente vinti, poichè Attila fu costretto a ritirarsi. Egli aveva esposto la sua persona con la temerità d'un soldato privato; ma le intrepide truppe del centro si erano avanzate oltre il resto della linea: il loro attacco fu sostenuto debolmente, i loro fianchi restaron senza difesa, ed i conquistatori della Scizia e della Germania scamparono da una total disfatta per l'approssimarsi della notte. Si ritirarono dentro il cerchio de' carri, che fortificavano il loro campo; o gli squadroni, smontati da cavallo, si preparavano ad una difesa, a cui nè le armi nè l'indole loro punto erano adatte. L'evento fu dubbioso, ma Attila s'era riservato un ultimo ed onorevol ripiego. Furono di suo ordine raccolte le selle ed i ricchi fornimenti della cavalleria in un rogo funereo; ed il magnanimo Barbaro avea risoluto, qualora fosse stato forzato il suo trinceramento, di gettarsi nelle fiamme, e privare i suoi nemici della gloria, che per la morte o schiavitù d'Attila[742] avrebbero potuto acquistare.
Ma i suoi nemici avevan passato la notte in ugual disordine ed ansietà. L'imprudente coraggio di Torrismondo l'indusse ad inseguire il nemico, finattantochè inaspettatamente si trovò con pochi seguaci nel mezzo de' carriaggi Sciti. Nella confusione d'un combattimento notturno fu gettato a terra da cavallo, ed il Principe Goto sarebbe perito, come suo padre, se la giovanile sua forza, e l'intrepido zelo de' suoi compagni non l'avesse liberato da tale pericolosa situazione. In simil guisa, ma dalla parte sinistra della linea, Ezio medesimo, separato da' suoi alleati, non sapendo la loro vittoria, e dubbioso del loro destino, incontrò ed evitò le truppe ostili ch'erano sparse per le pianure di Scialons, e finalmente giunse al campo de' Goti, cui non potè fortificare, che con un tenue trinceramento di scudi fino alla punta del giorno. Il Generale Imperiale ebbe tosto la soddisfazione di veder la disfatta d'Attila, che rimase inattivo dentro le sue trincere; e quando rimirò la sanguinosa scena, osservò con segreta compiacenza, che la perdita era principalmente caduta su' Barbari. Il corpo di Teodorico, trafitto da onorate ferite, fu trovato sotto un mucchio di cadaveri; i suoi sudditi piansero la morte del Re e del Padre loro; ma le loro lagrime furon mescolate con canti ed acclamazioni, e ne furon fatte le cerimonie funebri in faccia ad uno sconfitto nemico. I Goti, battendo le loro armi, elevarono sopra uno scudo Torrismondo suo figlio maggiore, a cui giustamente attribuivan la gloria del loro felice successo; ed il nuovo Re accettò l'obbligo della vendetta, come una sacra porzione della paterna sua eredità. Pure i Goti medesimi eran sorpresi dal fiero ed indomito aspetto del loro formidabil nemico; ed i loro Istorici hanno paragonato Attila ad un leone, circondato nella sua tana, e che minaccia i cacciatori con sempre maggior furore. Ai Re ed alle nazioni, che avessero abbandonato le sue bandiere nel tempo delle avversità fu fatto intendere, che il cadere in disgrazia del loro Monarca sarebbe stato per esse il più imminente ed inevitabil pericolo. Tutti i suoi strumenti di musica militare suonavano in alto ed animoso tuono di disfida; e le prime truppe, che s'avanzavano all'assalto, erano rispinte o abbattute da nuvoli di dardi, che piovevano da ogni parte delle trincere. In un generale consiglio di guerra fu determinato d'assediare il Re degli Unni nel suo campo, d'intercettarne le provvisioni, e di ridurlo all'alternativa d'un vergognoso trattato, o d'una disuguale battaglia. Ma l'impazienza de' Barbari sdegnò ben presto queste caute e dilatorie misure; e la matura politica d'Ezio temeva, che dopo l'estirpazione degli Unni la Repubblica fosse oppressa dall'orgoglio e dal potere della nazione Gotica. Il Patrizio esercitò il superiore ascendente dell'autorità e della ragione, per calmar le passioni, che il figlio di Teodorico risguardava come doveri; gli rappresentò con apparente affetto e real verità i pericoli dell'assenza e della dilazione; e persuase Torrismondo ad impedire, col suo pronto ritorno, gli ambiziosi disegni de' suoi fratelli, che potevan occupare il trono, ed il tesoro di Tolosa[743]. Dopo la partenza de' Goti, e la separazione dell'armata confederata, Attila restò sorpreso all'alto silenzio, che regnava nella pianura di Scialons: il sospetto di qualche stratagemma ostile lo ritenne più giorni dentro il cerchio de' suoi carriaggi; e la sua ritirata di là dal Reno dichiarò l'ultima vittoria che si ottenne a nome dell'Impero Occidentale. Meroveo coi suoi Franchi, tenendosi ad una prudente distanza, e magnificando l'opinione della propria forza per mezzo de' copiosi fuochi che ogni notte accendeva, continuò a seguitare la retroguardia degli Unni, finattantochè giunsero a' confini delle Turingia. I Turingi militavano nell'esercito d'Attila; essi attraversarono sì nella loro marcia, che nel ritorno i territori de' Franchi; e fu probabilmente in questa guerra, che esercitarono le crudeltà, che circa ottant'anni dopo furono vendicate dal figlio di Clodoveo. Uccisero essi gli ostaggi ugualmente che i prigionieri loro: dugento giovani fanciulle furono tormentate con atroce ed instancabile rabbia; i lor corpi furono messi in pezzi da cavalli selvatici, o le ossa loro stritolate sotto il peso de' carri, che vi giravano sopra: e le lor membra insepolte furono abbandonate sulle pubbliche strade in preda a' cani, ed agli avoltoi. Tali erano quegli antichi selvaggi, le immaginarie virtù de' quali hanno talvolta eccitato la lode, e l'invidia de' secoli inciviliti[744].
Nè lo spirito, nè le forze, nè la riputazione d'Attila soffrirono diminuzione alcuna pel cattivo successo della spedizione Gallica. Nella seguente primavera rinnuovò la sua domanda della Principessa Onoria, e dei suoi beni patrimoniali. La domanda fu di nuovo rigettata o delusa; e lo sdegnato amante subito si mise in campagna, passò le alpi, invase l'Italia, ed assediò Aquileia con un'innumerabile armata di Barbari. Non sapevano questi le maniere di fare un assedio regolato, che anche fra gli antichi esigeva qualche cognizione, o almeno qualche pratica delle arti meccaniche. Ma il lavoro di molte migliaia di Provinciali e di schiavi, le vite de' quali venivan sacrificate senza pietà, eseguiva le più penose e pericolose operazioni. Potè corrompersi l'abilità degli artefici Romani per la distruzione della lor patria. Le mura d'Aquileia furono assalite da una formidabile quantità di arieti, che le battevano: di torri mobili, e di macchine, che scagliavano pietre, dardi, e fuoco[745]; ed il Monarca degli Unni si servì del forte impulso della speranza, del timore, dell'emulazione, e dell'interesse per rovesciare l'unico baluardo, che impediva la conquista dell'Italia. Aquileia era in quel tempo una delle più ricche, delle più popolate e forti città marittime della costa Adriatica. Gli alleati Gotici, che sembra, militassero sotto i nativi lor Principi Alarico ed Antala, comunicarono a' cittadini l'intrepido loro coraggio; e questi si rammentavano tuttavia la gloriosa ad efficace resistenza, che i loro antenati avean fatto ad un feroce inesorabile Barbaro, che disonorò la maestà della porpora Romana. Si consumaron tre mesi senza effetto nell'assedio d'Aquileia, finattantochè la mancanza delle provvisioni, ed i clamori dell'esercito costrinsero Attila ad abbandonar quell'impresa, ed a comandare con ripugnanza, che le truppe, nella seguente mattina, levasser le tende, ed incominciassero a ritirarsi. Ma mentre cavalcava intorno alle mura pensoso, tristo e sconcertato, osservò una cicogna, che preparavasi a lasciare il suo nido, ch'era in una delle torri della città, ed a fuggire con la piccola sua famiglia verso la campagna. Ei profittò, con la pronta penetrazione d'un Politico, di questo insignificante avvenimento che il caso aveva offerto alla superstizione; ed esclamò in alto ed allegro tuono, che un uccello così domestico, e sì costantemente attaccato alla società umana non avrebbe mai abbandonato le sue antiche sedi, qualora quelle torri non fossero state condannate ad un'imminente ruina e solitudine[746]. Il favorevole augurio inspirò negli Unni la sicurezza della vittoria; fu rinnovato e proseguito l'assedio con nuovo vigore; si fece una larga breccia in quella parte delle mura, da cui la cicogna aveva preso la fuga; gli Unni salirono all'assalto con irresistibil furore; e la seguente generazione potè appena scoprir le rovine d'Aquileia[747]. Dopo questa terribile distruzione, Attila seguitò la sua marcia; e cammin facendo ridusse in mucchi di sassi e di ceneri le città d'Altino, di Concordia e di Padova. Furono esposte alla rapace crudeltà degli Unni le città mediterranee di Vicenza, di Verona e di Bergamo. Milano e Pavia si sottoposero senza resistenza a perder le loro ricchezze; ed applaudirono alla straordinaria clemenza, che salvò dalle fiamme le loro fabbriche sì pubbliche che private, e risparmiò le vite d'una moltitudine di prigionieri. Con ragione si possono aver per sospette le tradizioni popolari di Como, di Turino e di Modena; pure concorrono esse con le più autentiche prove a convincerci, che Attila estese le sue devastazioni sulle ricche pianure della moderna Lombardia, che son divise dal Pò, e circondate dalle Alpi, e dell'Appennino[748]. Quando egli prese possesso del palazzo reale di Milano, restò sorpreso e irritato alla vista d'una pittura, che rappresentava i Cesari assisi sul trono, ed i Principi Sciti prostrati a' lor piedi. La vendetta, che Attila prese contro questo monumento di vanità Romana, fu innocente ed ingegnosa. Ei comandò ad un pittore, che rovesciasse le figure e le attitudini; e sulla medesima tela furon dipinti gl'Imperatori che si accostavano, in atto supplichevole, a votare i lor sacchi d'oro tributario avanti al trono del Monarca Scita[749]. Gli spettatori dovettero confessare la verità e la ragionevolezza di tal variazione; e furono forse tentati d'applicare in questa singolare occasione la ben nota favola della disputa fra il leone e l'uomo[750].
È un detto degno del feroce orgoglio di Attila, che non nacque mai più erba in quel luogo, per cui era passato il suo cavallo. Pure quel selvaggio distruttore, senza volerlo, gettò i fondamenti d'una Repubblica, che fece risorgere nello stato feudale d'Europa l'arte e lo spirito dell'industria commerciante. Il celebre nome di Venezia[751] estendevasi anticamente ad una vasta e fertil Provincia d'Italia, da' Confini della Pannonia fino al fiume Adda, e dal Po alle Alpi Rezie e Giulie, Avanti l'invasione de' Barbari, cinquanta città Venete fiorivano in pace e in prosperità: Aquileia era nel posto più cospicuo; ma l'antica dignità di Padova era sostenuta dall'agricoltura e dalle arti; ed il patrimonio di cinquecento cittadini, arruolati all'ordine equestre, doveva secondo il computo più tenue ascendere ad un milione settecentomila lire sterline. Molte famiglie d'Aquileia, di Padova e delle addiacenti città, che fuggivano dalla spada degli Unni, trovarono un salvo, quantunque oscuro, rifugio nelle vicine isole[752]. All'estremità del golfo, dove l'Adriatico debolmente imita le maree dell'Oceano, quasi cento piccole isole son separate con poco fondo d'acqua dal Continente, e difese da' flutti mediante varie lingue di terra, che ammettono l'ingresso de' Vascelli per mezzo di alcuni segreti e stretti canali[753]. Fino alla metà del quinto secolo, questi luoghi remoti e separati restaron senza coltivazione, con pochi abitanti e quasi senza nome veruno. Ma si formarono appoco appoco i costumi dei Veneti fuggitivi, le loro arti ed il loro governo dalla nuova situazione, in cui si trovarono, ed una dell'epistole di Cassiodoro[754], che descrive la lor condizione, circa settant'anni dopo, può risguardarsi come il primo documento della Repubblica. Il Ministro di Teodorico li paragona, col suo studiato declamatorio stile, ad uccelli acquatici, che avevan posti i lor nidi in seno alle acque; e quantunque convenga, che le Province Venete avevano anticamente contenuto molte nobili famiglie, fa conoscere però, ch'essi erano allora dalla disgrazia tutti ridotti all'istesso livello d'un umile povertà. Il comune e quasi universal cibo d'ogni ceto di persone era pesce; le uniche ricchezze loro consistevano in abbondanza di sale, ch'estraevan dal mare: ed il cambio di quella merce, sì necessaria per la vita umana, sostituivasi ne' vicini mercati al corso della moneta d'oro e d'argento. Un Popolo, di cui poteva dubbiosamente assegnarsi l'abitazione alla terra od all'acqua, divenne ben presto ugualmente famigliare con ambidue gli elementi; e le domande dell'avarizia successero a quelle della necessità. Gl'Isolani, che da Grado a Chiozza erano intimamente connessi l'uno coll'altro, penetrarono nel cuor dell'Italia per la sicura, quantunque laboriosa, navigazione de' fiumi e de' canali Mediterranei. I loro vascelli, che continuamente crescevano in grandezza ed in numero, frequentavano tutti i porti del Golfo, e lo sposalizio, che Venezia celebra ogni anno coll'Adriatico, fu contratto nella sua prima infanzia. La lettera di Cassiodoro, Prefetto del Pretorio, è diretta a' Tribuni marittimi; e gli esorta, con dolce tuono d'autorità, ad animare lo zelo de' loro compatriotti pel pubblico servizio, che esigeva la loro assistenza per trasportare le provvisioni del vino e dell'olio, dalla provincia dell'Istria alla real città di Ravenna. Si spiega il dubbioso ufizio di questi Magistrati mediante la tradizione, che nelle dodici isole principali si creavano dodici Tribuni o Giudici con un'annua e popolar elezione. L'esistenza della Repubblica Veneta sotto il regno Gotico d'Italia, viene attestata dal medesimo autentico documento, che distrugge l'alta lor pretensione d'una perpetua ed originale indipendenza[755].