Gl'Italiani, che da gran tempo aveano rinunziato all'esercizio delle armi, restaron sorpresi, dopo quarant'anni di pace, all'avvicinarsi d'un formidabile Barbaro, ch'essi abborrivano come il nemico della religione, ugualmente che della Repubblica loro. In mezzo alla generale costernazione, il solo Ezio era incapace di timore; ma era impossibile, ch'egli conducesse a termine, solo e senz'aiuto, veruna militare impresa, degna dell'antica sua fama. I Barbari, che avevan difeso la Gallia, ricusarono di marciare in soccorso dell'Italia; e gli aiuti, promessi dall'Imperatore orientale, erano distanti e dubbiosi. Ezio, alla testa delle sue truppe domestiche, si manteneva sempre in campagna, ed inquietava o ritardava la marcia d'Attila; nè mai con maggior verità si dimostrò grande, quanto nel tempo, in cui la sua condotta veniva biasimata da un ignorante ed ingrato Popolo[756]. Se lo spirito di Valentiniano fosse stato suscettivo di alcun sentimento generoso, avrebbe preso tal Generale per sua guida ed esempio. Ma il timido nipote di Teodosio invece di pigliar parte a pericoli, fuggì il suono della guerra; e la precipitosa sua ritirata da Ravenna a Roma, da una inespugnabil fortezza ad un'aperta capitale, dimostrò la sua segreta intenzione d'abbandonar l'Italia, tosto che si avvicinasse il pericolo, all'Imperial sua persona. Tal vergognosa abdicazione, però, fu sospesa da quello spirito di dubbio e di dilazione, che ordinariamente accompagna i pusillanimi consigli, e talvolta corregge le perniciose loro disposizioni. L'Imperatore occidentale, col Senato e Popolo di Roma, prese la risoluzione più salutare di calmare, mediante una solenne e supplichevole ambasceria, lo sdegno d'Attila. Fu accettata quest'importante commissione da Avieno, che per la sua nascita e ricchezza, per la sua consolar dignità, per la numerosa copia dei suoi aderenti, e per le personali sue qualità, teneva il primo posto nel Senato Romano. Lo specioso ed artificial carattere d'Avieno[757] era mirabilmente accomodato a trattare una negoziazione sì di pubblico che di privato interesse; il suo collega Trigezio aveva esercitato la prefettura Pretoriana d'Italia; e Leone, Vescovo di Roma, acconsentì ad esporre la propria vita per la Salute del suo gregge. Si era esercitato, e dimostrato il genio di Leone[758] nelle pubbliche disgrazie; ed egli ha meritato il nome di grande per l'efficace zelo, con cui si studiò di stabilire le sue opinioni e la sua autorità, sotto i venerabili nomi di Fede ortodossa, e d'Ecclesiastica disciplina. Furono introdotti nella tenda d'Attila i Romani ambasciatori, allorchè si trovava accampato in quel luogo, dove il Mincio con lenti giri si perde negli schiumosi flutti del lago Benaco[759], e con la sua cavalleria Scitica calpestava le possessioni di Catullo e di Virgilio[760]. Il Barbaro Monarca gli ascoltò con favorevole ed anche rispettosa attenzione, e si comprò la liberazione dell'Italia con un'immensa somma o dote accordata per la Principessa Onoria. Lo stato, in cui si trovava il suo esercito, ne facilitò forse il trattato, ed affrettonne la ritirata. Lo spirito marziale de' soldati erasi rilassato per l'abbondanza, e per l'indolenza che produce un clima caldo. I pastori del Norte, l'ordinario cibo de' quali consisteva in latte ed in carne cruda, troppo liberamente si abbandonarono all'uso del pane, del vino, e de' cibi preparati e conditi dall'arte di cucinare; ed il progresso delle malattie vendicò in qualche modo le ingiurie degl'Italiani[761]. Quando Attila dichiarò la sua risoluzione di portare le vittoriose sue armi alle porte di Roma, fu ammonito dagli amici, non meno che da' nemici, che Alarico non aveva lungamente sopravvissuto alla presa di quella eterna città. Il suo spirito, superiore al pericolo reale, fu assalito da immaginari terrori; nè potè fuggir l'influenza della superstizione, che sì spesso avea secondato i suoi disegni[762]. La forte eloquenza, il maestoso aspetto, e le vesti sacerdotali di Leone eccitarono la venerazione d'Attila verso il Padre spirituale de' Cristiani. L'apparizione de' due Apostoli S. Pietro e S. Paolo, che minacciarono il Barbaro d'un'immediata morte, se non ascoltava le preghiere del loro Successore, è una delle più nobili leggende dell'Ecclesiastica tradizione. La salute di Roma potè meritare l'interposizione degli enti celesti; e si deve qualche indulgenza ad una favola, che si è rappresentata dal pennello di Raffaello, e dallo scalpello dell'Algardi[763].

A. 453

Il Re degli Unni, prima d'abbandonar l'Italia, minacciò di tornare in aria più terribile ed implacabile, se la Principessa Onoria, sua sposa, non fosse stata consegnata a' suoi ambasciatori dentro il termine convenuto nel trattato. Frattanto però Attila sollevò la sua tenera ansietà coll'aggiungere una bella ragazza, chiamata Ildico, al catalogo innumerabile delle sue mogli[764]. Fu celebrato il lor matrimonio con barbarica pompa e solennità nel suo palazzo di legno di là dal Danubio; ed il Monarca, oppresso dal vino e dal sonno, si ritirò, ad un'ora tarda, dal banchetto al letto nuziale. I suoi Ministri continuarono a rispettare i piaceri o il riposo di lui, la maggior parte del giorno seguente, finattantochè l'insolito silenzio eccitò i loro timori e sospetti; e dopo d'aver tentato di svegliare Attila con alte e ripetute grida, entrarono finalmente nell'appartamento reale. Essi trovarono la sposa che sedeva tremante accanto al letto, tenendosi il volto coperto col proprio velo, e dolendosi del proprio pericolo, ugualmente che della morte del Re, ch'era spirato in quella notte[765]. Ad un tratto gli si era rotta un'arteria, e stando esso in positura supina, fu soffogato da un torrente di sangue, che invece di trovare un passaggio pel naso, regurgitò nei polmoni e nello stomaco. Fu solennemente esposto il suo corpo, in mezzo della campagna, sotto un padiglione di seta; e gli scelti squadroni degli Unni, girandovi intorno con misurate evoluzioni, cantavano un inno funereo alla memoria d'un Eroe, glorioso nella vita, invincibile nella morte, padre del suo Popolo, flagello de' nemici, o terrore del Mondo. I Barbari, secondo il nativo loro costume, si tagliarono una parte di capelli, deturparono i loro volti con deformi ferite, e piansero il bravo lor Capitano come meritava, non con lagrime femminili, ma col sangue di guerrieri. Il cadavere d'Attila fu rinchiuso in tre casse, una d'oro, una d'argento, e l'altra di ferro, e segretamente sepolto in tempo di notte; furon gettate nel suo sepolcro le spoglie delle nazioni; gli schiavi che avevano scavato la terra, furono crudelmente uccisi; e gli stessi Unni, che si erano abbandonati a sì eccessivo dolore, stavano a mensa con dissoluta ed intemperante allegrezza intorno al recente sepolcro del Re. Si raccontava in Costantinopoli, che in quella fortunata notte, nella quale esso morì, Marciano vide in sogno l'arco d'Attila rotto in due parti; e convien confessare, che ciò prova quanto raramente l'immagine di quel formidabile Barbaro fosse lontana dalla mente d'un Imperator Romano[766].

La rivoluzione, che rovesciò l'impero degli Unni, stabilì la fama d'Attila, il solo genio del quale avea sostenuto quella vasta e sconnessa fabbrica. Dopo la sua morte i capitani più arditi aspirarono al grado di Re: i Re più potenti ricusarono di riconoscere un superiore; ed i numerosi figli, che tante diverse madri avean partorito al defonto Monarca, divisero e disputaron fra loro, come un patrimonio privato, il sovrano Impero della Germania e della Scizia. L'audace Ardarico sentì, e rappresentò agli altri la vergogna di questa servil divisione; ed i valorosi Gepidi, suoi sudditi, con gli Ostrogoti, sotto la condotta di tre valorosi fratelli, incoraggirono i loro alleati a rivendicare i diritti della libertà e della dignità reale. In una sanguinosa e decisiva battaglia sulle rive del fiume Netad, nella Pannonia, la lancia de' Gepidi, la spada de' Goti, i dardi degli Unni, l'infanteria di Svevia, la leggiera armatura degli Eruli, e la grave degli Alani si affrontarono, o si sostennero fra di loro; e la vittoria d'Ardarico fu accompagnata dalla strage di trentamila de' suoi nemici. Ellae, primogenito d'Attila, perdè la vita e la corona nella memorabil battaglia di Netad: il suo giovanil valore l'aveva innalzato al trono degli Acatziri, popolo Scita, ch'esso avea soggiogato; e suo padre, che amava l'eccellenza del merito, avrebbe invidiato la morte d'Ellac[767]. Dengisico suo fratello, con un'armata di Unni tuttavia formidabili nella fuga e rovina loro, si mantenne in campagna più di quindici anni sulle rive del Danubio. Il palazzo d'Attila, coll'antica regione della Dacia da' colli Carpazi fino all'Eussino, divenne la sede di una nuova potenza, che fu istituita da Ardarico Re de' Gepidi. Le conquiste Pannoniche, da Vienna fino a Sirmio, furon occupate dagli Ostrogoti; e le tribù, che avevano sì valorosamente sostenuto la nativa lor libertà, si stabilirono irregolarmente, occupando varj luoghi, secondo il grado delle respettive lor forze. Il regno di Dengisico, circondato ed oppresso dalla moltitudine degli schiavi di suo padre, fu ristretto al cerchio de' suoi carriaggi; il disperato di lui coraggio lo spinse ad invader l'Impero d'Oriente; ma restò ucciso in battaglia; e la sua testa, ignominiosamente esposta nell'Ippodromo, somministrò un grato spettacolo al Popolo di Costantinopoli. Attila, o per tenerezza o per superstizione, s'era dato a credere che Irnae, il minor de' suoi figli, fosse destinato a perpetuar la gloria della sua stirpe. Il carattere di questo Principe, che cercò di moderare la temerità del fratello Dengisico, era più conveniente allo stato di decadenza degli Unni; ed Irnae, con le orde a lui sottoposte, si ritirò nel cuore della bassa Scizia. Essi tosto furon sopraffatti da un torrente di nuovi Barbari, i quali seguitarono la medesima strada, che i propri loro maggiori avevano precedentemente scoperta. I Geugensi o Avari, de' quali i Greci Scrittori fissano la sede su' lidi dell'Oceano, urtarono le vicine tribù, finattantochè gli Iguri del Norte, uscendo da' freddi paesi della Siberia, che producono le più preziose pelli, si sparsero nel deserto fino al Boristene, ed alle porte Caspie, e finalmente estinsero l'impero degli Unni[768].

A. 454

Tal evento avrebbe potuto contribuire alla salvezza dell'Impero Occidentale, sotto il regno d'un Principe che si fosse conciliata l'amicizia, senza perder la stima, de' Barbari. Ma l'Imperatore dell'Occidente, il debole e dissoluto Valentiniano, ch'era giunto al suo trentesimo quinto anno senza giungere all'età della ragione o del coraggio, abusò di quest'apparente sicurezza, per far crollare i fondamenti del proprio trono, mediante l'uccisione di Ezio. Per un istinto di animo basso e geloso, egli odiava quell'uomo, che universalmente si celebrava come il terrore de' Barbari, ed il sostegno della Repubblica; e l'eunuco Eraclio, suo nuovo favorito risvegliò l'Imperatore da quel supino letargo, che avrebbe potuto coprirsi, durante la vita di Placidia[769], con la scusa di figliale pietà. La fama d'Ezio, la sua ricchezza e dignità, la numerosa e marzial copia di Barbari suoi seguaci, i suoi potenti aderenti, che occupavano gl'impieghi civili dello Stato, e le speranze di Gaudenzio suo figlio, che aveva già contratto la promessa di matrimonio con Eudossia figlia dell'Imperatore, l'avevano inalzato sopra il grado di suddito. Gli ambiziosi disegni, de' quali esso fu segretamente accusato, eccitarono i timori, ugualmente che lo sdegno di Valentiniano. Ezio medesimo, sostenuto dalla coscienza del proprio merito, de' suoi servigi, e forse della sua innocenza, pare che tenesse un altiero ed indiscreto contegno. Il Patrizio offese il suo Sovrano con una ostile dichiarazione; aggravò l'offesa, costringendolo a ratificare, con solenne giuramento, un trattato di riconciliazione e d'alleanza; pubblicò i suoi sospetti; trascurò la propria sicurezza; e per una vana opinione, che il nemico da lui disprezzato fosse incapace fino d'un delitto virile, espose la sua persona, entrando nel palazzo di Roma. Mentre egli insisteva, forse con ardore smoderato, sulle nozze del suo figlio, Valentiniano, sfoderata la spada, la prima spada che avesse giammai sguainato, l'immerse nel petto d'un Generale, che aveva salvato il suo impero: i suoi cortigiani ed eunuchi ambiziosamente si studiarono d'imitare il loro Signore; ed Ezio, trafitto da cento ferite, cadde morto alla presenza reale. Nel momento stesso fu ucciso Boezio, Prefetto del Pretorio; e prima che fosse divulgato il fatto, furon chiamati al Palazzo i principali amici del Patrizio, e separatamente ammazzati. L'orrido avvenimento, palliato sotto gli speciosi nomi di giustizia e di necessità, fu subito comunicato dall'Imperatore a' propri soldati, sudditi, ed alleati. Le nazioni, ch'erano indifferenti o nemiche d'Ezio, generosamente deplorarono l'indegno destino d'un Eroe: i Barbari, suoi aderenti, dissimularono il loro sdegno e dispiacere; ed il pubblico disprezzo, che da tanto tempo si aveva per Valentiniano, si convertì ad un tratto in un alto ed universale abborrimento. Tali sentimenti rade volte penetrano le mura d'un palazzo; pure l'Imperatore fu confuso dall'onesta risposta d'un Romano, di cui non aveva sdegnato di cercare l'approvazione: «Io non so, disse, o Signore, quali sono i motivi e le occasioni, che avete avuto; quel che so, è che voi avete operato come un uomo che taglia la sua destra con la sinistra»[770].

Sembra, che la lussuria di Roma attirasse le lunghe e frequenti visite di Valentiniano, il quale per conseguenza era più disprezzato a Roma, che in qualunque altra parie de' suoi Stati. Era insensibilmente risorto nel Senato uno spirito repubblicano, a misura che l'autorità ed anche gli aiuti di esso divennero necessari a sostenere il suo debol governo. Il superbo contegno d'un Monarca ereditario offendeva l'orgoglio di quello; ed i piaceri di Valentiniano erano ingiuriosi alla pace ed all'onore delle famiglie nobili. La nascita dell'Imperatrice Eudossia era uguale alla sua, e le grazie, non meno che il tenero affetto di essa, meritavano quelle testimonianze d'amore, che l'incostante di lei marito dissipava in vaghi ed illegittimi oggetti. Petronio Massimo, ricco Senatore della famiglia Anicia, ch'era stato due volte Console, aveva una casta e bella moglie; l'ostinata di lei resistenza non servì che ad irritare i desideri di Valentiniano; ed esso risolvè di soddisfarli o per inganno, o per forza. Uno de' vizi della Corte era il giuoco precipitoso: l'Imperatore, che a caso o per astuzia aveva vinto a Massimo una somma considerabile, scortesemente volle il suo anello in pegno del debito; e lo mandò per un fedel messaggiero alla moglie di esso con un ordine, in nome del marito, ch'ella immediatamente si portasse presso l'Imperatrice Eudossia. La moglie di Massimo, senza sospetto alcuno, si fece nella propria lettiga trasportare al Palazzo Imperiale; gli emissari dell'impaziente amante di lei la condussero ad una remota, e tacita camera; e Valentiniano violò, senza rimorso, le leggi dell'ospitalità. Le lacrime di lei, quando tornò a casa; la sua profonda afflizione e gli amari suoi rimproveri contro il marito, ch'essa risguardava come complice della sua vergogna, eccitarono Massimo ad una giusta vendetta; il desiderio della vendetta era stimolato dall'ambizione, ed egli poteva con fondamento aspirare, mediante i liberi voti del Senato Romano, al trono d'un odiato e disprezzabil rivale. Valentiniano, il quale supponeva che ogni petto umano fosse, come il suo, privo d'amicizia e di gratitudine, aveva imprudentemente ammesso fra la sue guardie vari domestici seguaci di Ezio. Due fra questi, di stirpe barbara, furono indotti ad eseguire un sacro ed onorevol dovere con punir di morte l'assassino del loro Signore; e l'intrepido loro coraggio non aspettò lungamente il favorevol momento di farlo. Mentre Valentiniano si divertiva nel campo di Marte ad osservare alcuni esercizi militari, essi ad un tratto l'assalirono con le armi sguainate, uccisero il colpevole Eraclio, e passarono il cuore all'imperatore, senza che il numeroso suo seguito facesse la minima opposizione, sembrando che tutti si rallegrassero della morte del Tiranno. Tale fu il fine di Valentiniano III[771], ultimo Imperator Romano della famiglia di Teodosio. Imitò esso fedelmente l'ereditaria debolezza del suo cugino, e de' suoi due zii, senza ereditare le gentili maniere, la purità e l'innocenza, che ne' loro caratteri alleggeriscono il difetto di mancanza di spirito e d'abilità. Valentiniano era meno scusabile, poichè aveva le passioni senza le virtù, si potea dubitare fino della sua religione; e quantunque non deviasse mai ne' sentieri dell'eresia, scandalizzò i devoti Cristiani col suo attaccamento alle profane arti della magia e della divinazione.

A. 455

Fino da' tempi di Cicerone, e di Varrone, era opinione degli Auguri Romani, che i dodici avoltoi, veduti da Romolo, rappresentassero i dodici secoli assegnati alla fatal durata della sua città[772]. Questa profezia, disprezzata forse nel tempo della prosperità e del vigore, inspirò al Popolo molte triste apprensioni, quando fu prossimo al suo termine il duodecimo secolo, oscurato dalla vergogna e dalla disgrazia[773]; ed anche la posterità dee confessare con qualche sorpresa, che l'arbitraria interpretazione d'un'accidentale o favolosa circostanza si è realmente verificata nella caduta dell'occidentale Impero. Ma la sua rovina fu annunziata da un augurio più chiaro del volo degli avoltoi: il Governo Romano sembrava ogni giorno meno formidabile a' suoi nemici, e più odioso ed oppressivo a' suoi sottoposti[774]. S'erano moltiplicate le tasse con la pubblica calamità; si trascurava l'economia, a misura ch'era divenuta più necessaria; e l'ingiustizia dei ricchi scaricava i disuguali pesi sulla plebe, ch'essi defraudavano de' doni, che talvolta ne avrebbero potuto sollevar la miseria. La severa inquisizione, che confiscava i loro beni, e tormentava le persone, costringeva i sudditi di Valentiniano a preferire la più semplice tirannia de' Barbari, a fuggire a' boschi, ed alle montagne, o ad abbracciare l'abbietta e vil condizione di servi mercenari. Essi deponevano ed abborrivano il nome di Cittadini Romani, che in altri tempi aveva eccitato l'ambizion dell'uman genere. Le Province Armoriche della Gallia, e la maggior parte della Spagna, si erano ridotte ad uno stato d'irregolare indipendenza, per mezzo delle confederazioni de' Bagaudi; ed i Ministri Imperiali perseguitavano con leggi di proscrizioni, e con armi inefficaci i ribelli, che da loro medesimi, si erano creati[775]. Se tutti i conquistatori Barbari fossero stati annichilati ad un tratto, l'intera lor distruzione non avrebbe fatto risorgere l'Impero dell'Occidente: e se Roma tuttavia sopravvisse, sopravvisse priva di libertà, di virtù, e d'onore.