A. 462

Tali delitti non potevano scusarsi per mezzo d'alcuna provocazione; ma la guerra, che il Re de' Vandali prosegui contro il Romano Impero, si giustificava con uno specioso e ragionevol motivo. Eudossia, vedova di Valentiniano, ch'egli aveva condotto schiavo da Roma a Cartagine, era l'unica erede della casa di Teodosio; la sua figlia maggiore Eudossia divenne, contro sua voglia, moglie d'Unnerico di lui primogenito; ed il severo padre sostenendo un diritto legale, che non era facile nè a rimuoversi, nè ad eseguirsi, dimandava una giusta porzione dell'Imperiai patrimonio. L'Imperatore Orientale offerì un'adeguata, o almeno valutabile compensazione per procurarsi una pace necessaria. Furon restituite onorevolmente Eudossia e Placidia sua figlia minore, ed il furore de' Vandali si ristrinse dentro i confini dell'Impero Occidentale. Gl'Italiani privi di forze marittime, che sole potevan difendere le loro coste, imploraron l'aiuto delle più fortunate nazioni dell'Oriente, che anticamente avevan riconosciuto in pace ed in guerra la superiorità di Roma. Ma la perpetua divisione de' due Imperi ne avea alienato le inclinazioni e gl'interessi; fu addotta la fede d'un recente trattato: ed i Romani d'Occidente invece di armi e di navi, non poteron ottenere, che l'assistenza d'una fredda ed inefficace mediazione. Il superbo Ricimero, che aveva lungamente combattuto con le difficoltà della sua situazione fu ridotto finalmente ad indirizzarsi al trono di Costantinopoli nell'umile linguaggio di suddito; e l'Italia si sottopose ad accettare un Signore dalle mani dell'Imperatore dell'Oriente, come per prezzo e sicurezza della confederazione[838]. Non è coerente allo scopo del Capitolo, e neppure del volume presente il continuare la serie distinta dell'istoria Bizantina; ma una breve occhiata intorno al regno ed al carattere dell'Imperator Leone può spiegare gli ultimi sforzi che si tentarono per salvare il cadente Impero dell'Occidente[839].

A. 457-474

Dopo la morte di Teodosio il Giovane, la pace domestica di Costantinopoli non era mai stata interrotta nè da guerra, nè da fazione veruna. Pulcheria aveva dato la sua mano e lo scettro dell'Oriente alla modesta virtù di Marciano; ei ne rispettava con gratitudine l'augusto grado, e la virginal castità; e dopo la morte di lei diede a' suoi Popoli l'esempio del Culto religioso, dovuto alla memoria della Santa Imperatrice[840]. Sembrava, che Marciano applicato alla prosperità de' suoi Stati, mirasse con indifferenza le disgrazie di Roma; e l'ostinazione d'un valoroso ed attivo Principe a ricusare di trarre la spada contro i Vandali fu attribuita ad una segreta promessa, ch'egli aveva fatta, quando si trovava schiavo in mano di Genserico[841]. La morte di Marciano, dopo un regno di sette anni, avrebb'esposto l'Oriente al pericolo di una popolar elezione, se la superior forza d'una sola famiglia non fosse stata capace di far pendere la bilancia in favore del Candidato, di cui sostenea gl'interessi. Il Patrizio Aspar si sarebbe potuto porre il diadema sul capo, se avesse voluto professare il simbolo Niceno[842]. Per tre generazioni continue furono le armate Orientali comandate da suo padre, da esso e da Ardaburio suo figlio: le sue guardie barbare formavano una forza militare, che ingombrava il palazzo e la capitale; e la liberal distribuzione delle sue immense ricchezze rendeva Aspar non meno popolare, che potente. Egli raccomandò l'oscuro nome di Leone di Tracia, Tribuno militare, e suo principal Maggiordomo. La sua nomina fu concordemente ratificata dal Senato; ed il servo d'Aspar ottenne la corona Imperiale dalle mani del Patriarca o del Vescovo, a cui fu permesso d'esprimere mediante questa insolita cerimonia, il volere della Divinità[843]. Quest'Imperatore il primo, che avesse il nome di Leone, è distinto col titolo di Grande, in grazia di una successiva serie di Principi, che appoco appoco fissarono nell'opinione de' Greci una misura molto bassa dell'eroica, o almeno della real perfezione. Pure la moderata fermezza, con cui Leone resistè all'oppressione del suo benefattore, dimostrò, ch'ei conosceva il suo dovere e la sua dignità. Aspar restò sorpreso in vedere, che la sua autorità non poteva più creare un Prefetto di Costantinopoli: osò di rimproverare al suo Sovrano un mancamento di fede, ed insolentemente prendendone la porpora: «Non conviene (disse) che quello, che è adornato di questa veste sia colpevole di menzogna.» «Neppure conviene (replicò Leone), che un Principe sia costretto a sottomettere il suo giudizio, ed il pubblico bene al volere di un suddito[844] ». Dopo una scena sì straordinaria era impossibile, che la riconciliazione fra l'Imperatore ed il Patrizio fosse sincera, o almeno stabile e permanente. Si levò segretamente, e s'introdusse in Costantinopoli un'armata d'Isauri[845]: e mentre Leone sottominava l'autorità, e preparava la rovina della famiglia d'Aspar, il dolce e cauto loro contegno li ritenne dal fare alcun temerario e disperato tentativo, che avrebbe potuto esser fatale a loro stessi, ovvero a' loro nemici. Le misure di pace e di guerra furono alterate da questa interna rivoluzione. Fintantochè Aspar degradava la maestà del Trono, la segreta corrispondenza di religione e d'interesse l'impegnò a favorir la causa di Genserico. Ma quando Leone si fu liberato da quella servitù ignominiosa, diede orecchio alle querele degl'Italiani; risolvè d'estirpare la tirannia dei Vandali; e si dichiarò alleato del suo collega Antemio, ch'egli solennemente investì del diadema e della porpora dell'Occidente.

A. 467-472

Si sono forse amplificate le virtù d'Antemio, mentre l'Imperial discendenza, che ei non poteva trarre che dall'usurpatore Procopio, fu estesa ad una successione d'Imperatori[846]. Ma il merito degl'immediati suoi genitori, gli onori e le ricchezze loro rendevano Antemio uno de' più illustri privati dell'Oriente. Procopio suo padre ottenne, dopo essere stato ambasciatore in Persia, il grado di Generale e di Patrizio, ed il nome d'Antemio gli veniva dall'avo materno, celebre Prefetto, che difese con tant'abilità e successo i principi del regno di Teodosio. Il nipote del Prefetto fu innalzato sopra la condizione di suddito privato mercè del suo matrimonio con Eufemia figlia dell'Imperator Marciano. Questa splendida parentela, che avrebbe potuto dispensare dalla necessità del merito, affrettò la promozione d'Antemio alle successive dignità di Conte, di Generale, di Console e di Patrizio; ed il merito o la fortuna di esso gli procurarono gli onori di una vittoria, che si ottenne sulle rive del Danubio contro degli Unni. Senz'abbandonarsi ad una stravagante ambizione, poteva il genero di Marciano sperare d'esser suo successore; ma Antemio soffrì con coraggio e pazienza che altri gli succedesse; ed il seguente suo innalzamento fu generalmente approvato dal pubblico, che lo stimò degno di regnare fino al momento, che salì sul trono[847]. L'Imperatore Occidentale partì da Costantinopoli accompagnato da più Conti di gran qualità e da un corpo di guardie quasi eguale nella forza e nel numero ad una regolare armata: esso entrò in Roma in trionfo, e la scelta di Leone fu confermata dal Senato, dal Popolo e da' Barbari confederati d'Italia[848]. La solenne inaugurazione d'Antemio fu seguita dalle nozze della sua figlia col Patrizio Ricimero; fortunato avvenimento, che si risguardò come la più stabile sicurezza dell'unione e della felicità dello Stato. Si ostentò magnificamente la ricchezza de' due Imperi; e molti Senatori si rovinarono affatto per mascherare con un dispendioso sforzo la lor povertà. Fu sospeso nel tempo di questa festa qualunque affare serio; si chiusero i Tribunali; le strade di Roma, i Teatri, e tutti i luoghi sì pubblici che privati risuonavano di canti nuziali, e di danze; e la Sposa Reale vestita di abiti di seta con una corona in capo fu condotta al palazzo di Ricimero, che aveva cangiato la sua veste militare con quella di Console, e di Senatore. In questa memorabile occasione, Sidonio, la cui vecchia ambizione era andata sì fatalmente a male, comparve in qualità d'Oratore dell'Alvergna fra' Deputati provinciali, che s'indirizzarono al trono con gratulazioni o querele[849]. Si approssimavano le calende di Gennaio, ed il venale Poeta, che aveva lodato Avito e stimato Maioriano, fu indotto da' suoi amici a celebrare in versi eroici la felicità, il merito, il secondo consolato, ed i futuri trionfi dell'Imperatore Antemio. Sidonio pronunziò con sicurezza e con plauso un panegirico, che tuttavia sussiste; e per quanto grande fosse l'imperfezione sì del soggetto, che dell'opera, il gradito adulatore fu immediatamente premiato con la Prefettura di Roma: dignità, che lo collocò fra' personaggi illustri dell'Impero, finattantochè saviamente non preferì ad essa il più rispettabil carattere di Vescovo e di Santo[850].

I Greci ambiziosamente commendano la pietà e la fede cattolica dell'Imperatore, ch'essi diedero all'Occidente; nè lasciano d'osservare, che quando partì da Costantinopoli, ridusse il suo palazzo agli usi pii di un pubblico bagno, d'una chiesa e d'un ospedale pei vecchi[851]. Pure alcune dubbiose apparenze hanno macchiato la fama teologica d'Antemio. Nella conversazione di Filoteo, settario Macedone, si era imbevuto dello spirito di tolleranza religiosa; e si sarebbero potuti adunare impunemente gli eretici di Roma, se l'ardita e veemente censura, che il Pontefice Ilario pronunziò nella Chiesa di S. Pietro, non l'avesse obbligato a recedere da quella inusitata indulgenza[852]. Anche gli oscuri e deboli residui del Paganesimo concepirono vane speranze per l'indifferenza o parzialità d'Antemio; e la singolare di lui amicizia pel Filosofo Severo, ch'ei promosse al Consolato, fu attribuita ad un segreto disegno di far risorgere l'antico culto degli Dei[853]. Gl'Idoli eran ridotti in polvere: e la mitologia, che una volta era stata il simbolo delle nazioni, era sì generalmente sprezzata, che si poteva impiegare senza scandalo, o almeno senza sospetto dai poeti Cristiani[854]. Pure non erano assolutamente cancellati i vestigi della superstizione, e la festa de' Lupercali, di cui l'origine aveva preceduta la fondazione di Roma, era tuttavia celebrata sotto il Regno d'Antemio. I rozzi e semplici riti di essa esprimevano uno stato di società primitivo, anteriore all'invenzione dell'agricoltura e delle arti. Le rustiche Divinità, che presedevano a' travagli ed a' piaceri della vita pastorale, cioè Pane, Fauno, ed il loro seguito di Satiri, erano quali poteva creare la fantasia de' pastori, scherzose, petulanti, e lascive; la lor potenza era limitata, e la loro malizia non dannosa. Una capra era la vittima più adattata al carattere ed agli attributi loro; si arrostiva la carne di essa con ispiedi di salcio; ed i licenziosi giovani, che andavano in folla alla festa, correvano nudi pei campi, e con istrisce di cuoio in mano comunicavano, come si supponeva, la fecondità alle donne, ch'essi toccavano[855]. Fu eretto l'altare di Pane, forse da Evandro l'Arcade, in un oscuro nascondiglio da un lato del colle Palatino, bagnato da una perpetua fontana e adombrato da un bosco che lo dominava. Una tradizione, che Romolo e Remo in quel luogo fossero stati allattati dalla lupa, lo rendeva sempre più sacro e venerabile agli occhi de' Romani, e quel pezzo di selva fa appoco appoco circondato da' magnifici edifizi del Foro[856]. Dopo la conversione della Città Imperiale, i Cristiani continuarono, nel mese di Febbraio, l'annua celebrazione de' Lupercali, a cui essi attribuivano una segreta e misteriosa influenza sulle naturali forze del Mondo animale e vegetabile. I Vescovi di Roma cercavano d'abolire un uso profano, sì contrario allo spirito del Cristianesimo; ma il loro zelo non era sostenuto dall'autorità de' Magistrati civili; sussistè quell'inveterato abuso fino al termine del quinto secolo, ed il Pontefice Gelasio, che purificò la capitale dall'ultimo vestigio d'Idolatria, quietò con una formale apologia il mormorare del Senato e del Popolo[857].

A. 468

L'Imperator Leone, in tutte le sue dichiarazioni pubbliche, assume l'autorità, e professa l'affezione d'un padre verso il suo figlio Antemio, con cui aveva diviso l'amministrazione dell'Universo[858]. La situazione e forse il carattere di Leone lo dissuasero dall'esporre la sua persona a travagli e pericoli della guerra Affricana. Ma si spiegarono con vigore le forze dell'Impero Orientale per liberare l'Italia ed il Mediterraneo da' Vandali; e Genserico, il quale aveva sì lungamente oppresso la terra ed il mare, si vide minacciato da ogni parte da una formidabile invasione. Si aprì la campagna con un'ardita e fortunata impresa dal Prefetto Eraclio[859]. Furono imbarcate sotto il suo comando le truppe dell'Egitto, della Tebaide, e della Libia; e gli Arabi, con una quantità di cavalli e di cammelli aprirono le vie del deserto. Eraclio sbarcò sulla costa di Tripoli, sorprese e soggiogò le città di quella Provincia, e si preparò mediante una laboriosa marcia, che Catone aveva eseguita anticamente[860], ad unirsi coll'armata Imperiale sotto le mura di Cartagine. La notizia di questa perdita estorse da Genserico qualche insidiosa ed inefficace proposizione di pace; ma quel che vie più gli dava da pensar seriamente, era la riconciliazione di Marcellino co' due Imperi. Quell'indipendente Patrizio era stato indotto a riconoscere il legittimo titolo d'Antemio, ch'esso accompagnò nel suo viaggio a Roma; la flotta Dalmata fu ricevuta ne' porti dell'Italia; l'attivo valore di Marcellino scacciò i Vandali dall'Isola di Sardegna; ed i languidi sforzi dell'Occidente aggiunsero qualche peso agl'immensi preparativi de' Romani Orientali. Si è distintamente calcolata la spesa dell'armamento navale, che Leone mandò contro i Vandali; e quel curioso ed istruttivo ragguaglio dimostra la ricchezza del decadente Impero. La cassa regia, o il privato patrimonio del Principe somministrò diciassettemila libbre d'oro; altre quarantasettemila n'esigerono e posero nell'Erario con settecentomila d'argento i Prefetti del Pretorio. Ma le Città si ridussero ad un'estrema miseria, e l'esatto calcolo delle pene pecuniarie, e delle confiscazioni riguardate come un prezioso oggetto d'entrata, non suggerisce l'idea d'una giusta o umana amministrazione. Tutta la spesa della guerra Affricana, in qualunque maniera fosse somministrata, montò alla somma di cento trentamila libbre d'oro, intorno a cinque milioni e dugentomila lire sterline, in un tempo, in cui sembra, secondo il paragone del prezzo del grano, che il valore della moneta fosse alquanto più alto di quel che sia presentemente[861]. La flotta, che partì da Costantinopoli per Cartagine conteneva mille e cento tredici navi, ed il numero de' soldati e de' marinari passava i centomil'uomini. Fu affidato a Basilisco, fratello dell'Imperatrice Vorina, l'importante comando di essa. La moglie di Leone di lui sorella, aveva esagerato il merito delle anteriori sue spedizioni contro gli Sciti. Ma riservavasi alla guerra Affricana la scoperta della sua colpa, o incapacità; nè i suoi amici poterono salvare altrimenti la militare sua riputazione, che coll'asserire, ch'egli aveva cospirato con Aspar di risparmiar Genserico, e di tradire l'ultima speranza dell'Impero Occidentale.