Ha dimostrato l'esperienza, che il buon successo di un invasore dipende per lo più dal vigore, e dalla celerità delle sue operazioni. La forza e l'attività della prima impressione si perdono coll'indugio; insensibilmente languisce in un lontano clima la salute ed il coraggio delle truppe; quel grande sforzo militare e navale, che forse non potrà più replicarsi, va consumandosi quietamente; ed ogni ora, che s'impiega nella negoziazione, avvezza il nemico a rimirare ed esaminare quei terrori ostili, che a prima vista giudicò irresistibili. Ebbe la formidabile flotta di Basilisco una prospera navigazione dal Bosforo Tracio fino alla costa d'Affrica. Ei sbarcò le sue truppe al Capo di Bona, o al promontorio di Mercurio, in distanza di circa quaranta miglia da Cartagine[862]. L'esercito d'Eraclio e la flotta di Marcellino raggiunsero o secondarono il Luogotenente Imperiale; ed i Vandali, che si opponevano a' suoi progressi per mare o per terra, gli uni dopo gli altri furono vinti[863]. Se Basilisco avesse profittato del momento della costernazione e si fosse arditamente avanzato verso la capitale, Cartagine avrebbe dovuto arrendersi, e sarebbesi estinto il regno de' Vandali. Genserico vide con fermezza il pericolo, e l'evitò con la sua antica destrezza. Ei si protestò con espressioni le più rispettose, ch'era pronto a sottometter la propria persona ed i suoi Stati alla volontà dell'Imperatore ma richiedeva una tregua di cinque giorni per regolare i termini di tal sommissione; e fu generalmente creduto, che la sua segreta liberalità contribuisse al buon successo di questa pubblica negoziazione. In vece di ricusare ostinatamente qualunque indulgenza che il nemico sì ardentemente chiedeva, il colpevole o credulo Basilisco acconsentì alla fatal tregua; e parve che l'imprudente sua sicurezza indicasse ch'egli già si considerava come il conquistatore dell'Affrica. In questo breve intervallo, il vento divenne favorevole a' disegni di Genserico. Egli equipaggiò le sue più grosse navi da guerra co' più valorosi fra' Mori ed i Vandali; e queste si traevan dietro molte grosse barche ripiene di materie combustibili. Nell'oscurità della notte furono spinte quelle distruttive barche contro la flotta de' Romani, che non avendo alcun sospetto non si guardavano, ma furono svegliati dal sentimento del presente loro pericolo. L'ordine stretto, e la folla, in cui si trovavano, secondò il progresso del fuoco, che si comunicava con rapida irresistibil violenza; ed il romore del vento, lo strepito delle fiamme, le dissonanti grida de' soldati e de' marinari, che non potevano nè comandare nè ubbidire, accrebber l'orrore del notturno tumulto. Mentre cercavano di liberarsi delle navi incendiarie, e di salvare almeno una parte della flotta, gli assaltarono le Galere di Genserico con regolare e disciplinato valore, e molti Romani, che fuggivano il furor delle fiamme, furono presi o distrutti da' Vandali vittoriosi. Fra gli avvenimenti di quella disastrosa notte, l'eroico, o piuttosto disperato coraggio di Giovanni, uno de' principali ufiziali di Basilisco, ha tolto il suo nome dall'obblivione. Quando fu quasi consumata la sua nave, che egli aveva bravamente difesa, si gettò armato nel mare, sdegnosamente ricusò la stima e la pietà di Genso, figlio di Genserico, che lo stimolava ad accettare un onorevol soccorso, e si sommerse nelle onde, gridando coll'ultimo suo respiro, ch'egli non sarebbe mai caduto vivo nelle mani di quegli empj cani. Basilisco, ch'era in un posto molto lontano dal pericolo, mosso da uno spirito ben differente, vergognosamente fuggì al principio della mischia, tornò a Costantinopoli con la perdita di più della metà delle navi e dell'esercito, e si riparò nel santuario di S. Sofia, finattantochè la Sorella non gli ebbe ottenuto dallo sdegnato Imperatore, con le lacrime e con le preghiere, il perdono. Eraclio si ritirò nel deserto; Marcellino andò in Sicilia, dove fu assassinato, forse ad istigazione di Ricimero, da uno de' propri suoi capitani; ed il Re de' Vandali dichiarò la sua maraviglia e compiacenza, che i Romani medesimi avessero tolto dal Mondo i suoi più formidabili avversari[864]. L'esito infelice di questa grande spedizione fece sì che Genserico diventò di nuovo il tiranno del mare: le coste dell'Italia, della Grecia e dell'Asia si trovarono di nuovo esposte alla sua vendetta ed avarizia; tornarono alla sua ubbidienza Tripoli e la Sardegna; aggiunse la Sicilia al numero delle sue Province; e prima di morire, giunto al colmo degli anni e della gloria, vide l'ultima estinzione dell'Impero dell'Occidente[865].

A. 462-472

Nel lungo ed attivo suo regno, il Monarca Affricano aveva diligentemente coltivato l'amicizia de' Barbari dell'Europa, per poterne impiegare le armi in opportune ed efficaci diversioni contro i due Imperi. Dopo la morte d'Attila, rinnovò la sua alleanza co' Visigoti della Gallia; ed i figli di Teodorico il Vecchio, che regnarono l'un dopo l'altro su quella guerriera nazione restarono facilmente persuasi dal sentimento d'interesse a dimenticare il crudele affronto, che Genserico aveva fatto alla loro sorella[866]. La morte dell'Imperator Majoriano liberò Teodorico II dal freno del timore, e forse dell'onoratezza; egli violò il trattato fatto recentemente co' Romani; e l'ampio territorio di Narbona, che stabilmente unì a' suoi Stati, divenne il premio immediato della sua perfidia. La privata politica di Ricimero l'incoraggì ad invadere le Province possedute da Egidio, suo rivale; ma l'attivo Conte mediante la difesa d'Arles e la vittoria d'Orleans salvò la Gallia, e contenne durante la sua vita il progresso de' Visigoti. Si riaccese tosto la loro ambizione, e fu concepito e quasi condotto a termine, il disegno d'estinguere il Romano Impero nella Spagna e nella Gallia, sotto il regno d'Enrico, il quale assassinò Teodorico suo fratello; e dimostrò, unitamente ad un'indole più selvaggia, maggiore abilità sì in pace che in guerra. Passò i Pirenei alla testa d'un numeroso esercito, soggiogò le città di Saragozza e di Pamplona, vinse in battaglia i nobili guerrieri della Provincia Tarragonese, portò le vittoriose sue armi nel cuore della Lusitania e permise agli Svevi di ritenere il regno della Gallicia, sottoposto alla Gotica Monarchia di Spagna[867]. Gli sforzi d'Enrico non furono meno vigorosi, o di minor successo nella Gallia; ed in tutto quel tratto di paese, che, s'estende da' Pirenei al Rodano ed alla Loira le sole città o Diocesi del Berry e dell'Alvergna ricusarono di conoscerlo per loro Signore[868]. Gli abitanti dell'Alvergna sostennero nella difesa di Clermont, loro principal città, con inflessibile fermezza la guerra, la peste, e la fame, ed i Visigoti abbandonandone l'inutile assedio, sospesero le speranze di quell'importante conquista. La gioventù della Provincia era animata dall'eroico e quasi incredibil valore d'Ecdicio, figlio dell'Imperatore Avito[869], che fece una disperata sortita con soli diciotto cavalli, attaccò arditamente l'armata Gotica, e dopo aver fatto una volante scaramuccia, si ritirò salvo e vittorioso dentro le mura di Clermont. La carità uguagliava il coraggio di esso: in tempo di un'estrema carestia si nutrivano a sue spese quattromila poveri; e di privata sua autorità levò un esercito di Borgognoni per liberare l'Alvergna. Solo dalle sue virtù i fedeli cittadini della Gallia traevano qualche speranza di salute o di libertà; ed eziandio tali virtù non furono sufficienti ad impedire l'imminente rovina della lor patria, poichè essi erano ansiosi d'apprendere dall'autorità ed esempio di lui, se dovevan preferire l'esilio o la servitù[870]. Si era perduta la fiducia nella pubblica forza; erano esausti i mezzi dello Stato; ed i Galli avevan pur troppo ragione di credere, che Antemio, che regnava in Italia, fosse incapace di difendere gli angustiati suoi sudditi di là dalle alpi. Non potè il debole Imperatore procurare per difesa loro, che l'opera di dodicimila ausiliari Britanni. Riotamo, uno degl'indipendenti Re, o Capitani dell'Isola, fu indotto a trasferir le sue truppe nel continente della Gallia; ei rimontò la Loira, e piantò il suo quartiere nel Berry, dove il Popolo si dolse di questi gravosi alleati; finattantochè non furono distrutti o dispersi dalle armi de' Visigoti[871].

A. 468

Uno degli ultimi atti di giurisdizione, ch'esercitasse il Senato Romano sopra i suoi sudditi della Gallia, fu il processo, e la condanna d'Arvando, Prefetto del Pretorio. Sidonio, che si rallegra di vivere sotto un regno, in cui era permesso di compassionare e d'assistere un reo di Stato, ha esposto con libertà e pateticamente le colpe dell'indiscreto ed infelice suo amico[872]. I pericoli, che Arvando aveva evitati, gli ispirarono ardire, piuttosto che senno; ed era di tal sorta la varia, quantunque uniforme, imprudenza del suo contegno, che dee comparir molto più sorprendente la prosperità, che la caduta di esso. La seconda Prefettura, che ottenne dentro il termine di cinque anni, distrusse il merito e la popolarità della sua precedente amministrazione. La facile sua natura fu corrotta dall'adulazione, ed esacerbata dall'opposizione; e fu costretto a soddisfare gl'importuni suoi creditori con le spoglie della Provincia; la sua capricciosa insolenza offese i nobili della Gallia, e cadde sotto il peso dell'odio pubblico, per un ordine, che indicava la sua disgrazia; fu citato a giustificare la sua condotta avanti al Senato; ed egli passò il mar di Toscana con un vento favorevole; presagio, com'egli vanamente s'immaginava, delle sue future fortune. Si osservò sempre un decente rispetto pel grado prefettoriale; ed al suo arrivo in Roma Arvando fu commesso all'ospitalità, piuttosto che alla custodia, di Flavio Ascelo, Conte delle sacre largizioni, che abitava nel Campidoglio[873]. Agirono ardentemente contro di esso i suoi accusatori, vale a dire i quattro Deputati della Gallia, ch'eran tutti distinti per la nascita, per le dignità, o per l'eloquenza loro. In nome d'una gran Provincia, e secondo la formalità della Giurisprudenza Romana, intentarono un'azione civile e criminale, richiedendo una restituzione tale, che potesse compensare le perdite degl'individui, ed un tal gastigo, che soddisfar potesse la giustizia dello Stato. Le accuse, che gli davano la corrotta oppressione, erano numerose e di peso, ma ponevano la segreta loro fiducia in una lettera, ch'essi avevano intercettato, e che potevan provare, mediante la testimonianza del suo segretario, esser stata dettata da Arvando medesimo. Sembrava, che l'autore di questa lettera dissuadesse il Re de' Goti dalla pace coll'Imperator Greco: ei suggeriva d'attaccare i Brettoni sulla Loira; e commendava una divisione della Gallia, secondo il Gius delle Genti, fra i Visigoti ed i Borgognoni[874]. Questi perniciosi disegni che solo un amico poteva palliare co' nomi di vanità e d'indiscrezione, potevano interpretarsi come tradimenti, ed i Deputati avevano artificiosamente risoluto di non produrre le loro più formidabili armi fino al momento della decisione della causa. Ma lo zelo di Sidonio scoprì le loro intenzioni. Esso immediatamente avvisò del pericolo il reo, che nulla di ciò sospettava; e sinceramente compianse, senza irritamento veruno, la superba presunzione d'Arvando, che rigettava, ed anche si stimava offeso de' salutari avvisi de' suoi amici. Non conoscendo Arvando la sua real situazione, compariva nel Campidoglio con le vesti bianche di un candidato, accettava indistintamente i saluti e l'esibizioni, osservava le botteghe de' mercanti, i drappi e le gemme, ora coll'indifferenza d'un semplice spettatore, ed ora coll'attenzione d'uno che vuol comprare; e si doleva de' tempi, del Senato, del Principe e delle dilazioni de' Tribunali. Ma presto si tolsero di mezzo le sue querele. Fu fissata in una mattina di buon'ora la decisione della sua causa; ed Arvando comparve co' suoi accusatori avanti ad una numerosa adunanza del Senato Romano. Il tristo abito, ch'essi affettarono eccitò la compassione de' Giudici, che furono scandalizzati dalla gaia e splendida veste del loro avversario; e quando il Prefetto Arvando, insieme col primo fra' Deputati Gallici, andarono a prendere i loro posti sopra le sedie Senatorie, fu osservato nel loro contegno l'istesso contrasto d'orgoglio e di modestia. In questo memorabil giudizio, che rappresentava una viva immagine dell'antica Repubblica, i Galli esposero con forza e libertà gli aggravi della Provincia; e tosto che gli animi dell'udienza furono sufficientemente infiammati, recitarono la fatal lettera. L'ostinazione d'Arvando si fondava sulla strana supposizione, che un suddito non si potesse convincere di tradimento, a meno che non avesse veramente tentato di prender la porpora. Alla lettura di quel foglio esso più volte ad alta voce confessò esser quello veramente stato composto da lui; e la sua sorpresa fu uguale al suo spavento, quando per unanime opinione del Senato fu dichiarato reo di delitto capitale. Fu per ordine di esso degradato dal posto di Prefetto all'oscura condizion di plebeio, ed ignominiosamente tratto da' servi alla pubblica prigione. Dopo il termine di quindici giorni fu convocato di nuovo il Senato per pronunziar la sentenza di morte contro di lui, ma mentre aspettava esso nell'Isola d'Esculapio, che spirassero i trenta giorni, accordati da un'antica legge a' malfattori più vili[875], i suoi amici s'interposero in suo favore; l'Imperatore Antemio cedè, ed il Prefetto della Gallia ottenne la pena più mite della confiscazione e dell'esilio. Le colpe d'Arvando poteron meritare la compassione; ma l'impunità di Seronato accusava la giustizia della Repubblica, finattantochè non fu condannato sulle querele del Popolo dell'Alvergna ed eseguitane la sentenza. Questo scellerato Ministro, il Catilina del suo secolo e della sua Patria, teneva una segreta corrispondenza co' Visigoti, per tradir la Provincia, che opprimeva: si esercitava continuamente la sua industria nell'investigare nuove tasse, e falli già dimenticati; e gli stravaganti suoi vizi avrebbero inspirato del disprezzo se non avessero eccitato il timore e l'abborrimento[876].

A. 471

Tali rei non erano al di sopra delle forze della giustizia; ma per quanto Ricimero fosse colpevole, questo potente Barbaro era capace di combattere o di entrare in trattato col Principe, di cui aveva condisceso ad accettare la parentela. Il regno pacifico e prospero, che Antemio aveva promesso all'Occidente, s'oscurò ben tosto per la disgrazia e per la discordia. Ricimero, temendo o non potendo soffrire un superiore, si ritirò da Roma, e pose la sua residenza in Milano; situazione vantaggiosa per invitare o per richiamare le guerriere tribù, che abitavano fra le alpi e il Danubio[877]. L'Italia fu appoco appoco divisa in due regni indipendenti e nemici; ed i nobili della Liguria, che tremavano all'approssimarsi d'una guerra civile, si prostrarono a' piedi del Patrizio, e lo scongiurarono a risparmiare l'infelice loro paese. «Quanto a me (rispose Ricimero in tuono d'insolente moderazione) io son sempre disposto ad abbracciar l'amicizia del Galata[878]; ma chi vorrà intraprendere d'acquietarne lo sdegno, o di mitigarne l'orgoglio, che sempre cresce a misura della nostra sommissione?» Essi l'informarono, che Epifanio, Vescovo di Pavia[879], univa la saviezza del serpente coll'innocenza della colomba, e sembrava che confidassero che l'eloquenza di tale ambasciatore sarebbe prevalsa all'opposizione più forte dell'interesse, o della passione. Fu approvata la raccomandazione loro, ed Epifanio, prendendo l'umano uffizio di mediatore, si portò senza indugio a Roma, dove fu ricevuto con gli onori dovuti al suo merito ed alla sua riputazione. Può facilmente supporsi l'orazione d'un Vescovo in favor della pace: dimostrò egli, che in qualunque possibile circostanza il perdono delle ingiurie è sempre un atto di misericordia, o di magnanimità o di prudenza, ed ammonì seriamente l'Imperatore ad evitare una contesa con un fiero Barbaro, che avrebbe potuto esser fatale a se stesso, e che doveva esser rovinosa pei suoi Stati. Antemio riconobbe la verità delle sue massime, ma sentiva con alto dispiacere e sdegno la condotta di Ricimero; e la passione diede eloquenza ed energia al suo discorso. «Quali favori (esclamò egli ardentemente) abbiamo noi ricusato a quest'ingrato? Quali torti non abbiamo sofferti? Senza riguardo alla maestà della porpora, diedi la mia figlia ad un Goto, sacrificai il mio proprio sangue alla salvezza della Repubblica. La liberalità, che avrebbe dovuto assicurarmi l'attaccamento eterno di Ricimero, l'ha inasprito contro il suo benefattore. Quali guerre non ha egli eccitato contro l'Impero? Quante volte ha instigato ed assistito il furore delle nemiche nazioni? E dovrò adesso accettare la perfida sua amicizia? Posso io sperare, che rispetterà i vincoli di un trattato quegli, che ha già violato i doveri di figlio?» Ma l'ira d'Antemio si svaporò in queste patetiche esclamazioni; esso cedè appoco appoco alle proposizioni d'Epifanio; ed il Vescovo tornò alla sua Diocesi con la soddisfazione d'aver restituito la pace all'Italia, mediante una riconciliazione[880], della sincerità e continuazion della quale si aveva ragione di sospettare. La clemenza dell'Imperatore fu estorta per la sua debolezza; e Ricimero sospese i suoi ambiziosi disegni, finattantochè non avesse preparato segretamente le macchine, con le quali risolvè di rovesciare il trono d'Antemio. Allora mise da parte la maschera della pace e della moderazione. L'esercito di Ricimero ebbe un numeroso rinforzo di Borgognoni e di Svevi Orientali: egli negò qualunque obbedienza all'Imperator Greco, marciò da Milano alle porte di Roma, e posto il campo sulle rive dell'Anio, impazientemente aspettava l'arrivo d'Olibrio, suo imperial candidato.