A. 472

Il Senatore Olibrio, della famiglia Anicia, poteva stimar se stesso il legittimo erede dell'Impero Occidentale. Aveva egli sposato Placidia figlia minore di Valentiniano, dopo che fu restituita da Genserico, il quale riteneva sempre Eudossia di lei sorella, come moglie, o piuttosto come schiava del suo figlio. Il Re de' Vandali sosteneva, con le minacce e con le sollecitazioni, le speciose pretensioni del suo Romano alleato; ed assegnava come uno de' motivi della guerra il rifiuto, che faceva il Senato ed il Popolo di riconoscere il legittimo loro Principe, e l'indegna preferenza che avevan dato ad uno straniero[881]. L'amicizia del nemico pubblico avrebbe potuto rendere Olibrio sempre più odioso agl'Italiani; ma quando Ricimero meditò la rovina dell'Imperatore Antemio, tentò, coll'offerta d'un diadema, il candidato, che poteva giustificar la sua ribellione con un nome illustre, e con una regale alleanza. Il marito di Placidia, il quale aveva avuto, come la maggior parte de' suoi antenati, la dignità consolare, avrebbe potuto continuare a godere una sicura e splendida fortuna, pacificamente restando in Costantinopoli; nè sembra, che fosse tormentato da tal genio, che non può in altro divertirsi o occuparsi, che nell'amministrazion d'un Impero. Ciò non ostante Olibrio cedè alle importunità de' suoi amici e forse della sua moglie; gettossi temerariamente nei pericoli e nelle calamità d'una guerra civile; e con la segreta approvazione dell'Imperator Leone, accettò la porpora Italiana, che si dava, e si toglieva secondo il capriccioso volere d'un Barbaro. Egli sbarcò senza ostacolo (poichè Genserico era padrone del mare) o a Ravenna, o al porto d'Ostia, ed immediatamente portossi al campo di Ricimero, dove fu ricevuto come il Sovrano del Mondo Occidentale[882].

A. 472

Il Patrizio, che aveva occupato i ponti dall'Anio fino al ponte Milvio, già possedeva due quartieri di Roma, il Vaticano ed il Gianicolo, che il Tevere separa dal resto della città[883]; e si può congetturare, che un'assemblea di patteggianti Senatori, imitasse nella scelta d'Olibrio le formalità d'una legittima elezione. Ma il corpo del Senato e del Popolo era fermo in favore d'Antemio; ed il più efficace sostegno d'un'armata Gotica lo pose in grado di prolungare il suo regno, e la calamità pubblica mediante la resistenza di tre mesi, che produsse i mali, che sogliono accompagnarla, della carestia e della peste. Finalmente Ricimero diede un furioso assalto al ponte d'Adriano, o di S. Angelo: e quello stretto passo fu difeso con ugual valore da' Goti, fino alla morte di Gilimero lor capitano. Allora le truppe vittoriose, atterrando qualunque riparo, corsero con irresistibil violenza nel cuore della città, e Roma (se possiamo far uso delle parole d'un Papa contemporaneo) fu rovinata dal furore civile d'Antemio, e di Ricimero[884]. Lo sfortunato Antemio fu tratto dal suo nascondiglio e crudelmente ucciso per ordine del suo genero; il quale aggiunse così un terzo, e forse un quarto Imperatore al numero delle sue vittime. I soldati, che univano la rabbia di faziosi cittadini co' selvaggi costumi di Barbari, si lasciarono senza ritegno usar la licenza della rapina, e della strage; la folla degli schiavi e de' plebei, che non erano interessati nel fatto, potè sol guadagnare nell'indistinto saccheggio, e l'aspetto della città dimostrava uno strano contrasto di una somma crudeltà, e d'una assoluta intemperanza[885]. Quaranta giorni dopo questo calamitoso fatto, soggetto non di gloria, ma di colpa, l'Italia fu liberata, mediante una penosa malattia del tiranno Ricimero, che lasciò il comando della sua armata a Gundobaldo suo nipote, uno de' Principi dei Borgognoni. Nel medesimo anno uscirono dal teatro tutti i principali attori di questa grande rivoluzione; e tutto il regno d'Olibrio, di cui la morte non dimostra verun sintomo di violenza, riducesi allo spazio di sette mesi. Lasciò egli una figlia nata dal suo matrimonio con Placidia, e la famiglia del Gran Teodosio trapiantata dalla Spagna in Costantinopoli si propagò nella linea femminina fino all'ottava generazione[886].

A. 472-475

Mentre il trono vacante d'Italia era in arbitrio dei Barbari, che non conoscevano alcuna legge[887], nel Consiglio di Leone seriamente si trattava dell'elezione d'un nuovo Collega. L'Imperatrice Verina, cercando di promuovere la grandezza della propria famiglia, aveva dato per moglie una delle sue nipoti a Giulio Nipote che successe a Marcellino, suo zio, nella sovranità della Dalmazia, patrimonio più solido che il titolo, ch'esso fu indotto ad accettare, d'Imperatore dell'Occidente. Ma i passi della Corte Bizantina furono sì languidi ed irresoluti, che passaron più mesi dopo la morte d'Antemio, ed anche dopo quella d'Olibrio, prima che il successore, ad essi destinato, potesse mostrarsi con una rispettabile forza agl'Italiani suoi sudditi. In questo frattempo, fu investito della porpora Glicerio, oscuro soldato, da Gundobaldo suo protettore; ma il Principe di Borgogna non ebbe forza o volontà di sostener la sua nomina con una guerra civile; la domestica sua ambizione lo richiamò di là dalle alpi[888], e fu permesso al suo cliente di cambiare lo scettro Romano col Vescovato di Salona. Tolto di mezzo questo competitore, l'Imperator Nipote fu riconosciuto dal Senato, dagl'Italiani, e da' Provinciali della Gallia; altamente si celebrarono le morali virtù, ed i talenti militari di esso, e quelli, che trassero qualche privato vantaggio dal suo governo, annunziarono in profetico stile la restaurazione della pubblica felicità[889]. Le loro speranze (se pur tali speranze vi furono) restaron confuse nel termine d'un solo anno; ed il trattato di pace, con cui fu ceduta l'Alvergna a' Visigoti è l'unico avvenimento di questo breve ed ignobile regno. Furon sagrificati dall'Imperatore Italiano i più fedeli sudditi della Gallia alla speranza d'una sicurezza domestica[890]; ma fu turbato ben tosto il suo riposo da una furiosa sedizione de' Barbari confederati che, sotto il comando d'Oreste lor Generale, si posero in piena marcia da Roma a Ravenna. Nipote tremò all'avvicinarsi di essi; ed, in vece d'affidarsi giustamente alla fortezza di Ravenna, precipitosamente fuggì alle sue navi, e si ritirò al suo Principato della Dalmazia sull'opposto lido dell'Adriatico. Mediante questa vergognosa abdicazione, egli prolungò la sua vita circa cinque anni in una situazione molto ambigua fra quella d'Imperatore e d'esule, finattantochè fu assassinato a Salona dall'ingrato Glicerio, che fu trasferito forse in premio del suo delitto all'Arcivescovato di Milano[891].

A. 475

Le nazioni, che si eran dichiarate indipendenti dopo la morte d'Attila, si stabilirono, per diritto di possesso o di conquista, nelle illimitate regioni poste a settentrione del Danubio, o nelle Province Romane fra quel fiume e le alpi. Ma la più valorosa lor gioventù si arrolava nell'armata de' confederati, che faceva la difesa ed il terror dell'Italia[892]; ed in questa promiscua moltitudine sembra, che predominassero i nomi degli Eruli, degli Scirri, degli Alani, de' Turcilingi, e de' Rugi. Oreste,[893] figlio di Tatullo, e padre dell'ultimo Imperatore dell'Occidente, imitò l'esempio di questi guerrieri. Oreste di cui già si è fatta menzione in questa Storia, non aveva mai abbandonato il proprio paese. La nascita, e le ricchezze di esso lo renderono uno de' più illustri soggetti della Pannonia. Quando fu ceduta agli Unni quella Provincia, egli entrò al servizio d'Attila, suo legittimo Sovrano, ottenne l'ufizio di suo Segretario, e fu mandato più volte ambasciatore a Costantinopoli per rappresentar la persona e significare i comandi dell'imperioso Monarca. La morte di quel conquistatore lo rimise in libertà; ed Oreste potè onorevolmente ricusare tanto di seguire i figli d'Attila ne' deserti della Scizia, quanto d'obbedire agli Ostrogoti, che avevan usurpato il dominio della Pannonia. Ei preferì di servire i Principi Italiani che succederono a Valentiniano; e siccome era dotato di coraggio, d'industria e d'esperienza, s'avanzò con rapidi passi nella profession militare al segno, che mediante il favore di Nipote medesimo fu inalzato alle dignità di Patrizio e di Generale delle truppe. Queste si erano da gran tempo assuefatte a rispettare il carattere e l'autorità d'Oreste, che affettava d'usare le loro maniere, trattava con loro nella lor propria lingua, ed aveva un'intima connessione co' nativi loro Capi, mediante una lunga abitudine di famigliarità e d'amicizia. Ad instigazione dunque di esso presero le armi contro quell'oscuro Greco, che presumeva d'aver diritto alla loro ubbidienza; e giacchè Oreste per qualche segreto motivo, evitava la porpora, con la stessa facilità consentirono a riconoscere Augustolo suo figlio per Imperatore dell'Occidente. Attesa l'abdicazione di Nipote, Oreste giunse al colmo delle sue ambiziose speranze; ma tosto conobbe, prima che spirasse il primo anno, che le lezioni di spergiuro e d'ingratitudine, che può inculcare un ribelle, si ritorcono contro di lui; e che al precario Sovrano d'Italia non era permesso che di scegliere, se voleva esser lo schiavo, o la vittima de' Barbari suoi mercenari. La pericolosa alleanza di tali stranieri aveva oppresso ed insultato gli ultimi residui della libertà e dignità Romana. In ogni rivoluzione si aumentavan la paga ed i privilegi loro; ma la loro insolenza cresceva ad un segno sempre più stravagante; invidiavano essi la sorte de' loro confratelli nella Gallia, nella Spagna e nell'Affrica, le vittoriose armi de' quali avevano acquistato un indipendente e perpetuo patrimonio; ed insistevano sulla perentoria loro domanda, che fosse immediatamente divisa fra loro una terza parte de' terreni d'Italia. Oreste, con un coraggio, che in un'altra situazione potrebbe aver diritto alla nostra stima, volle piuttosto andare incontro al furore d'una moltitudine armata, che sottoscrivere la rovina d'un innocente Popolo. Ei rigettò l'audace domanda; ed il suo rifiuto fu favorevole all'ambizione d'Odoacre, ardito Barbaro, che assicurò i soldati suoi compagni, che se osavano d'unirsi sotto il suo comando, avrebber potuto esigere la giustizia, ch'era stata negata alle rispettose loro domande. Da tutti i campi e guarnigioni d'Italia i confederati, mossi dal medesimo sdegno e dalle medesime speranze, impazientemente correvano alle bandiere del popolare lor capitano; e l'infelice Patrizio, oppresso dal torrente, si ritirò in fretta alla forte città di Pavia, sede Episcopale del santo Epifanite. Pavia fu immediatamente assediata, prese d'assalto le fortificazioni, saccheggiata la città, e quantunque il Vescovo s'affaticasse con grande zelo, e con qualche buon esito di salvare i beni della Chiesa, e la castità delle donne schiave, non potè quietarsi il tumulto, che coll'esecuzione d'Oreste[894]. Paolo, suo fratello, rimase ucciso in una battaglia vicino a Ravenna; ed il misero Augustolo, che non poteva più esigere il rispetto, fu ridotto ad implorar la clemenza d'Odoacre.

A. 476-490

Questo fortunato Barbaro era figlio d'Edecone, che in alcuni notabili fatti, particolarmente descritti in uno de' capitoli precedenti, era stato collega d'Oreste medesimo. L'onore d'un ambasciatore dovrebb'essere esente da ogni sospetto; pure Edecone aveva dat'orecchio ad una cospirazione contro la vita del suo Sovrano. Ma quest'apparente delitto fu purgato dal merito o dal pentimento di esso; il suo grado era eminente e cospicuo; godeva il favore d'Attila; e le truppe sotto il suo comando, che guardavano a vicenda il villaggio reale, consistevano in una tribù di Scirri, immediati ed ereditari suoi sudditi. Nella ribellione de' Popoli, che seguì dopo la morte d'Attila, essi restarono attaccati agli Unni; e più di dodici anni dopo si fa onorevol menzione del nome d'Edecone nella disugual contesa, ch'ebbero con gli Ostrogoti, la quale finì, dopo due sanguinose battaglie, con la disfatta e dispersione degli Scirri[895]. Il bravo lor Capitano, che non soppravvisse a questa nazionale calamità, lasciò due figli, Onulfo ed Odoacre, a combattere coll'avversità, ed a sostenere come potevano, per mezzo della rapina o della milizia, i fedeli compagni del loro esilio. Onulfo indirizzò i suoi passi verso Costantinopoli, dove macchiò coll'assassinio di un generoso benefattore la fama, che si era acquistata nelle armi. Odoacre suo fratello menò una vita errante fra' Barbari del Nerico con un animo ed una fortuna conveniente a' più disperati avventurieri; e quando ebbe fissata la sua scelta, piamente visitò la cella di Severino, Santo popolare del paese, per chiedere la sua approvazione e benedizione. La piccolezza della porta non serviva ad ammettere l'alta statura d'Odoacre: esso fu costretto a piegarsi, ma in quell'umile attitudine il Santo potè discernere i sintomi della futura sua grandezza; e voltatosi a lui con un tuono Profetico: «Prosegui (gli disse) il tuo disegno, va in Italia; tosto getterai via cotesto vil vestimento di pelli; e la tua ricchezza sarà proporzionata alla liberalità del tuo animo»[896]. Il Barbaro, l'animo ardito del quale accettò e verificò la predizione, fu ammesso alla milizia dell'Impero occidentale, ed ottenne tosto un onorevol grado fra le guardie. S'incivilirono appoco appoco i suoi costumi, crebbe la sua scienza militare, ed i confederati d'Italia non l'avrebbero scelto per loro Generale, se le azioni d'Odoacre non avessero stabilito un'alta opinione de' suoi talenti e del suo coraggio[897]. Le militari loro acclamazioni lo salutaron col titolo di Re: ma egli s'astenne in tutto il suo regno dall'uso della porpora e del diadema[898] per timore di non offender que' Principi, i sudditi de' quali colla loro accidentale unione avevano formato un vittorioso esercito, che il tempo ed il governo andava insensibilmente a riunire in una gran nazione.