Era in quel tempo tanto precaria ed imperfetta la corrispondenza delle nazioni fra loro, che potevano ignorarsi nella Corte di Ravenna le rivoluzioni del Norte, finattantochè l'oscura nube, che si era ammassata lungo la costa del Baltico, scoppiò in fulmine sulle rive dell'alto Danubio. L'Imperator dell'Occidente si contentava d'essere occasione e spettator della guerra[132], se pure i suoi ministri arrischiavansi di disturbarne i piaceri con le nuove dell'imminente pericolo. Affidavasi la salute di Roma a' consigli ed alla spada di Stilicone; ma tanto era debole ed esausto lo staio dell'Impero, che era impossibile di risarcire le fortificazioni del Danubio, o d'impedire con un vigoroso sforzo l'invasione de' Germani[133]. Le speranze del vigilante Ministro d'Onorio si limitavano alla difesa dell'Italia. Egli abbandonò un'altra volta le Province; richiamò le truppe; fece nuove leve, che furono rigorosamente cercate, e con pusillanimità deluse; impiegò i più efficaci mezzi per ritenere o allettare i disertori; ed offerì la libertà ed il donativo di due monete d'oro a tutti gli schiavi, che si fossero arrolati alla milizia[134]. Con questi sforzi a gran fatica raccolse dai sudditi d'un grand'Impero un esercito di trenta o quarantamila uomini, che al tempo di Scipione o di Camillo si sarebbe ad un tratto formata dai cittadini liberi del territorio di Roma[135]. Le trenta legioni di Stilicone furono rinforzate da un grosso corpo di Barbari ausiliari; i fedeli Alani erano personalmente attaccati al suo servigio; e le truppe degli Unni e de' Goti, che marciavano sotto le bandiere dei nativi lor principi Uldino e Saro, venivano animate dall'interesse e dall'ira ad opporsi all'ambizione di Radagaiso. Il Re dei confederati Germani senza resistenza passò le Alpi, il Po e l'Apennino, lasciando da una parte l'inaccessibil palazzo d'Onorio, sepolto con sicurezza fra' pantani di Ravenna, e dall'altra il campo di Stilicone, che avea stabilito il suo principal quartiere a Ticino o a Pavia; ma che sembra scansasse una decisiva battaglia, finattantochè non avesse adunato le distanti sue forze. Molte città dell'Italia furon saccheggiate o distrutte, e l'assedio di Firenze fatto da Radagaiso[136] è uno dei più antichi avvenimenti nell'istoria di quella celebre Repubblica, la fermezza della quale frenò e sospese l'imperito furore de' Barbari. Tremò il Senato ed il Popolo all'avvicinarsi che fecero alla distanza di cento cinquanta miglia da Roma; ed ansiosamente paragonarono essi il pericolo che avevan passato, co' nuovi rischi a' quali trovavansi esposti. Alarico era Cristiano e soldato; condottiere d'un esercito disciplinato; esso intendeva le leggi della guerra, rispettava la santità dei trattati, ed avea conversato famigliarmente coi sudditi dell'Impero nei medesimi campi e nelle Chiese medesime. Il selvaggio Radagaiso non conosceva i costumi, la religione, e neppure il linguaggio delle nazioni civilizzate del Mezzodì. Accrescevasi la fierezza della sua natura da una crudele superstizione, e generalmente credevasi, che si fosse obbligato con un solenne voto a ridur la città in un mucchio di sassi e di cenere, ed a sacrificare i Romani Senatori più illustri sugli altari di quegli Dei, che si placavano per mezzo del sangue umano. Il pubblico pericolo, che avrebbe dovuto riconciliare tutte le domestiche animosità, scuoprì l'incurabil pazzia d'una religiosa fazione. Gli oppressi adoratori di Mercurio e di Giove nell'implacabil nemico di Roma rispettavano il carattere di devoto Pagano: altamente dichiaravano, che più temevano i sacrifizi che le armi di Radagaiso: e segretamente godevano della calamità della patria, le quali condannavano la fede de' Cristiani loro avversari[137].
A. 406
Firenze fu ridotta all'ultima estremità, ed il coraggio dei cittadini, che già mancava, non fu sostenuto che dall'autorità di S. Ambrogio, che in sogno aveva avuto la promessa della pronta liberazion loro[138]. Ad un tratto essi videro dalle mura le bandiere di Stilicone, che s'avanzava con le unite sue forze in sollievo della fedele città, e che tosto destinò quel fatal luogo per sepoltura del Barbaro esercito. Possono conciliarsi le apparenti contraddizioni di quegli scrittori, che riferiscono in diverse maniere la disfatta di Radagaiso, senza far molta violenza alle rispettive loro testimonianze. Orosio ed Agostino, ch'erano intimamente connessi per amicizia e per religione, attribuiscono questa miracolosa vittoria piuttosto alla Providenza divina, che al valor umano[139]. Essi rigorosamente escludono qualunque idea di eventualità, o anche di spargimento di sangue, e positivamente affermano, che i Romani, il campo de' quali era un teatro d'abbondanza e d'oziosità, godevano delle angustie de' Barbari, che lentamente spiravano sulla scoscesa e nuda cima de' colli di Fiesole, che s'innalzano sopra la città di Firenze. Si può con tacito disprezzo riguardare la stravagante loro asserzione, che neppure un soldato dell'esercito Cristiano restasse ucciso o ferito; ma il resto della narrazione d'Agostino e d'Orosio è coerente allo stato della guerra ed al carattere di Stilicone. Sapendo, ch'ei comandava l'ultimo esercito della Repubblica, la sua prudenza non gli permetteva d'esporlo in campo aperto all'ostinata furia dei Germani. Il metodo di circondare il nemico con forti linee di circonvallazione, che per due volte aveva impiegato contro il Re Goto, fu replicato più estesamente in quest'occasione, e con più notabile effetto. Gli esempi di Cesare dovevano esser famigliari anche a' più ignoranti guerrieri di Roma; e le fortificazioni di Dirrachio, che riunivano insieme ventiquattro castelli per mezzo d'un perpetuo fosso e riparo di quindici miglia, davano il modello d'un trinceramento, che potea circondare ed affamar l'esercito più numeroso di Barbari[140]. Le truppe Romane avevano degenerato meno dall'industria che dal valore dei loro antichi; e se l'opera servile e laboriosa offendeva l'orgoglio de' soldati, la Toscana potea supplir più migliaia di contadini, che avranno lavorato, quantunque non avrebbero forse combattuto per la salute della patria. La moltitudine dei cavalli e degli uomini[141], chiusi prigionieri, fu appoco appoco distrutta più dalla fame che dalla spada; ma nel progresso d'un'operazione così estesa i Romani furono esposti ai frequenti attacchi d'un impaziente nemico. La disperazione degli affamati Barbari gli faceva precipitare contro le fortificazioni di Stilicone; il Generale potè qualche volta condiscendere all'ardore dei suoi bravi ausiliari, che ardentemente lo stimolavano ad assaltare il campo de' Germani; e questi varj accidenti probabilmente produssero gli aspri e sanguinosi conflitti, che adornano la narrazione di Zosimo, e le croniche di Prospero e di Marcellino[142]. Era stato introdotto nelle mura di Firenze un opportuno soccorso di uomini e di provvisioni; e l'affamato esercito di Radagaiso a vicenda restò assediato. L'orgoglioso Monarca di tante guerriere nazioni, dopo la perdita dei suoi più bravi soldati, fu ridotto a confidare o nell'osservanza d'una capitolazione o nella clemenza di Stilicone[143]. Ma la morte del prigioniero reale, che fu ignominiosamente decapitato, disonorò il trionfo di Roma e del Cristianesimo; ed il breve indugio della sua esecuzione fu sufficiente a macchiare il vincitore della colpa d'una fredda e deliberata crudeltà[144]. Gli affamati Germani, che scamparono dal furore degli ausiliari, si venderono come schiavi al vil prezzo d'una moneta d'oro per ciascheduno: ma la differenza del cibo e del clima tolse di mezzo una gran parte di quegli infelici stranieri: e fu osservato, che gl'inumani compratori, invece di cogliere il frutto della loro fatica, furono in breve obbligati a provvedere alla spesa della lor sepoltura. Stilicone informò l'Imperatore ed il Senato del suo buon successo, e meritò per la seconda volta il glorioso titolo di liberator dell'Italia[145].
A. 406
La fama della vittoria, e specialmente del miracolo ha favorito una vana persuasione, che tutta l'armata, o piuttosto la nazione dei Germani, che emigrò dai lidi del Baltico, fosse miserabilmente perita sotto le mura di Firenze. Tale in vero fu il destino di Radagaiso medesimo, dei suoi bravi e fedeli compagni, e di più d'un terzo della varia moltitudine di Svevi e di Vandali, di Alani e di Borgognoni, che rimasero attaccati allo stendardo del lor Generale[146]. Può eccitare la nostra sorpresa l'unione di tale armata; ma ovvie sono e ben forti le cause di separazione, come l'orgoglio della nascita, l'insolenza del valore, la gelosia del comando, l'intolleranza della subordinazione, e l'ostinato contrasto di opinioni, d'interessi, e di passioni fra tanti Re e guerrieri, che non sapevan cedere, nè obbedire. Dopo la disfatta di Radagaiso, due parti dell'esercito Germano, che doveva eccedere il numero di centomila uomini, restarono sempre in armi fra l'Apennino e le Alpi, o fra le Alpi e il Danubio. È incerto, se tentassero di vendicar la morte del lor Capitano; ma l'irregolare lor furia fu presto divertita dalla prudenza e fermezza di Stilicone, che s'oppose alla loro marcia, e facilitonne la ritirata; egli risguardò la salvezza di Roma e dell'Italia, come il grand'oggetto della sua cura; e sacrificò con troppa indifferenza la ricchezza e la tranquillità delle distanti Province[147]. I Barbari ebbero cognizione, da alcuni disertori della Pannonia, del paese e delle strade, e l'invasione della Gallia, che Alarico avea disegnata, fu eseguita dagli avanzi del grand'esercito di Radagaiso[148].
Se però si erano aspettati di trarre qualche soccorso dallo tribù della Germania, che abitavano le rive del Reno, le loro speranze rimasero deluse. Gli Alemanni mantennero uno stato d'inattiva neutralità; ed i Franchi distinsero lo zelo ed il coraggio loro in difesa dell'Imperio. Nel rapido progresso fatto da Stilicone lungo il Reno, che fu il primo atto dell'amministrazione di lui, s'era particolarmente applicato ad assicurarsi l'alleanza dei bellicosi Franchi, e ad allontanare i nemici implacabili della pace e della Repubblica. Marcomiro, uno dei loro Re, fu pubblicamente convinto avanti al Tribunale del Magistrato Romano d'aver violato la fede de' trattati. Ei fu condannato ad un mite, ma lontano esilio nella Provincia di Toscana; e tal degradazione della dignità reale fu sì lungi dall'eccitare lo sdegno dei suoi sudditi, che punirono con la morte il turbolento Sunno, il quale tentò di vendicare il proprio fratello; e conservarono una rispettosa fedeltà verso quei Principi, che stabiliti furono sul trono per la scelta di Stilicone[149]. Quando l'emigrazione Settentrionale ebbe rotto i confini della Gallia e della Germania, i Franchi valorosamente si opposero alla sola forza dei Vandali, che non curando le lezioni dell'avversità, avevano di nuovo separato le loro truppe dallo stendardo de' Barbari loro alleati. Pagarono questi la pena della loro temerità, e restaron morti sul campo di battaglia ventimila Vandali, col loro Re Godigisclo. Sarebbesi esterminato tutto quel popolo, se avanzandosi in loro aiuto gli squadroni degli Alani, non avessero calpestato l'infanteria de' Franchi, che dopo un'onorevole resistenza furon costretti ad abbandonare quel disuguale combattimento. I vittoriosi confederati proseguirono la lor marcia, e l'ultimo giorno dell'anno, in una stagione in cui le acque del Reno erano probabilmente agghiacciate, entrarono senza contrasto nelle non difese Province della Gallia. Questo memorabil passaggio degli Svevi, dei Vandali, degli Alani e dei Borgognoni, che poi non si ritirarono mai più, si può risguardare come la causa della caduta del Romano Impero ne' paesi di là dalle Alpi, e da quel momento fatale si gettarono a terra i ripari, che avevano sì lungamente separato fra loro le selvagge e le civili nazioni della terra[150].
A. 407
Mentre assicurata era la pace della Germania dall'attaccamento dei Franchi e dalla neutralità degli Alemanni, i sudditi di Roma, ignorando le imminenti loro calamità, godevan lo stato di prosperità e di quiete, che rare volte felicitato aveva le frontiere della Gallia. Ai loro greggi ed armenti era permesso di pascere nelle pasture dei Barbari; i loro cacciatori penetravan senza timore o pericolo nei più cupi nascondigli della selva Ercinia[151]; le rive del Reno eran coronate, come quelle del Tevere, di eleganti case e di possessioni ben coltivate; e se un poeta navigava pel fiume, potea dubitare da qual parte fosse il territorio Romano[152]. Fu ad un tratto cangiata questa scena di pace e d'abbondanza in un deserto; ed il solo aspetto delle fumanti rovine potea distinguere la solitudine della natura dalla desolazione dell'uomo. La florida città di Magonza fu sorpresa e distrutta; e molte migliaia di Cristiani crudelmente furono trucidati nella sessa Chiesa. Worms perì dopo un lungo ed ostinato assedio; Strasburgo, Spira, Reims, Tournay, Arras, ed Amiens provarono la crudele oppressione del giogo Germanico; e le fiamme consumatrici della guerra si sparsero dalle rive del Reno sulla maggior parte delle diciassette Province della Gallia. Restò quell'esteso e ricco paese fino all'Oceano, alle Alpi, ed ai Pirenei abbandonato ai Barbari, che in una promiscua folla cacciavano avanti di loro il Vescovo, il Senatore e la Vergine, carichi delle spoglie delle proprie case ed altari[153]. Gli Ecclesiastici, ai quali noi siam debitori di questa sconnessa descrizione delle pubbliche calamità, presero quindi occasione d'esortare i Cristiani a pentirsi delle colpe, che avevano irritata la divina giustizia; ed a rinunziare ai beni transitorj del misero ed ingannevole Mondo. Ma siccome la controversia Pelagiana[154], che tenta di scandagliare l'abisso della Grazia e della Predestinazione, divenne tosto la seria occupazione del clero Latino, la Providenza, che aveva stabilito, o preveduto, o permesso tal serie di mali naturali e morali, fu temerariamente pesata nell'imperfetta e fallace bilancia della ragione. Arrogantemente si confrontarono i delitti e le disgrazie dell'angustiato popolo con quelle dei loro maggiori; e fu attaccata la divina giustizia, che non esimeva dalla comun distruzione la parte debole, innocente e puerile della specie umana. Questi oziosi disputanti non riflettevano alle invariabili leggi della natura, che hanno congiunto la pace coll'innocenza, l'abbondanza coll'industria, e la salvezza col valore. La timida ed interessata politica della Corte di Ravenna potè richiamar le legioni Palestine per la difesa dell'Italia; gli avanzi delle truppe di guarnigione restatevi potevano essere insufficienti all'ardua impresa; ed i Barbari ausiliari poteron preferire la sfrenata licenza della preda al vantaggio di un moderato e regolare stipendio. Ma le Province della Gallia eran piene di una copiosa stirpe di forti e robusti giovani, che in difesa delle case, delle famiglie e degli altari loro, se avessero avuto coraggio di morire, avrebbero meritato di vincere. La cognizione del nativo loro paese gli avrebbe resi capaci di opporre continui ed insuperabili ostacoli al progresso d'un invasore; e l'insufficienza dei Barbari nelle armi, ugualmente che nella disciplina, toglieva l'unico pretesto, che scusa la sommissione d'un popolato paese all'inferior numero d'un esercito veterano. Allorchè la Francia fu invasa da Carlo V, ei dimandò ad un prigioniero quante giornate poteva esser distante Parigi dalla frontiera; forse dodici, ma saranno giornate di battaglia[155]: tale fu la vigorosa risposta, che colpì l'arroganza di quell'ambizioso Principe. I sudditi di Onorio e di Francesco I, erano animati da uno spirito assai differente; ed in meno di due anni le sparse truppe dei selvaggi del Baltico, il numero de' quali (se fossero stati ben numerati) sarebbe parso dispregevole; s'avanzarono senza neppure un combattimento fino a piè dei monti Pirenei.
A. 407
Nella prima parte del regno d'Onorio, la vigilanza di Stilicone aveva con buon successo difesa la remota Isola della Britannia da' suoi continui nemici dell'Oceano, delle montagne, e della costa d'Irlanda[156]. Ma quegl'inquieti Barbari non poteron trascurare la bella opportunità della guerra Gotica, in cui le mura ed i quartieri della Provincia restaron privi di truppe Romane. Se permettevasi ad alcuno de' Legionari di tornare dalla spedizion d'Italia, il fedele ragguaglio, che davano della Corte e del carattere d'Onorio, doveva tendere a sciogliere i vincoli d'alleanza, e ad esacerbare l'indole sediziosa dell'armata Britannica. Fu ravvivato lo spirito di ribellione, che aveva una volta turbato il secolo di Gallieno, dalla capricciosa violenza de' soldati; e gl'infelici, e forse ambiziosi candidati, che erano gli oggetti della loro scelta, furono gl'istrumenti, ed alla fine le vittime della loro passione[157]. Marco fu il primo, che essi collocarono sul trono come legittimo Imperatore della Britannia e dell'Occidente. Violarono con la precipitosa uccisione di Marco il giuramento di fedeltà, a cui s'erano da loro stessi obbligati; e col disapprovare i costumi di lui, può sembrare che ponessero un onorevol epitaffio sulla sua tomba. Graziano fu il secondo, ch'essi adornarono del diadema e della porpora; ed al termine di quattro mesi Graziano ebbe il medesimo fato, che il suo predecessore. La memoria del gran Costantino, che le legioni Britanniche avevan dato alla Chiesa ed all'Impero, somministrò un singolar motivo alla terza loro elezione. Fra le file dei soldati ne scuoprirono uno, che aveva il nome di Costantino; e l'impetuosa lor leggierezza l'aveva già collocato sul trono, prima d'accorgersi dell'incapacità di esso a sostenere il peso di nome così glorioso[158]. Pure la autorità di Costantino fu meno precaria, ed il suo governo più fortunato, che i regni transitorj di Marco e di Graziano. Il pericolo di lasciare inattive le sue truppe in quei campi, che per due volte erano stati contaminati dalla sedizione e dal sangue, lo indusse a tentare la conquista delle Province occidentali. Ei prese terra a Bologna con una piccola armata; e dopo d'essersi riposato alcuni giorni, intimò alle città della Gallia, che avevano evitato il giogo de' Barbari, di riconoscere il legittimo loro Sovrano. Ubbidirono esse alle intimazioni senza ripugnanza. La trascuraggine della Corte di Ravenna assoluto aveva un popolo abbandonato dal dovere di fedeltà; le attuali angustie lo mossero ad accettare qualunque circostanza di cangiamento senza timore, e forse con qualche speranza; e potea lusingarsi, che le truppe, l'autorità ed anche il nome d'un Imperatore Romano, che piantasse la sua residenza nella Gallia, avrebbe difeso quell'infelice regione dal furore dei Barbari. I primi successi di Costantino contro i corpi divisi dei Germani furono amplificati dalla voce dell'adulazione, quasi splendide e decisive vittorie, che la riunione ed insolenza del nemico ben presto ridusse al giusto loro valore. Le negoziazioni, che ei fece, ottennero una breve e precaria tregua; e se alcune tribù de' Barbari furono impegnate dalla liberalità dei suoi doni e delle promesse ad intraprender la difesa del Reno, tali dispendiosi ed incerti trattati, invece di ristabilire il primiero vigore della frontiera Gallica, non servirono che a svergognare la maestà del Principe, ed a esaurire quel che era avanzato dei tesori della Repubblica. Insuperbito ciò nonostante di quest'immaginario trionfo, il vano liberatore della Gallia s'avanzò nelle Province del Mezzodì ad incontrare un più pressante e personale pericolo. Fu dato ordine a Saro il Goto di portare la testa del ribelle a' piedi dell'Imperatore Onorio, ed indegnamente si consumaron le forze della Britannia e dell'Italia in questa contesa domestica. Dopo d'aver perduto i due più bravi suoi Generali, Giustiniano e Navigaste, il primo dei quali fu ucciso in battaglia, e l'altro in un pacifico congresso a tradimento, Costantino si fortificò dentro le mura di Vienna. La piazza fu attaccata senza effetto per sette giorni; e l'esercito Imperiale, in una precipitosa ritirata, soffrì l'ignominia di comprarsi un passaggio sicuro dagli stranieri e banditi delle alpi[159]. Quelle montagne allora separavan gli Stati dei due rivali Monarchi; e le fortificazioni della doppia frontiera erano guardate dalle truppe dell'Impero, le armi delle quali si sarebbero più vantaggiosamente impiegate in difendere i confini Romani contro i Barbari della Germania e della Scizia.