A. 408

Dal lato de' Pirenei poteva giustificarsi l'ambizione di Costantino dalla prossimità del pericolo; ma si stabilì tosto il suo trono mediante la conquista, o piuttosto la sommissione della Spagna, che cedè all'influenza d'una regolare ed abitual subordinazione, e ricevè le leggi ed i Magistrati della Prefettura Gallica. L'unica opposizione, che si fece all'autorità di Costantino, provenne non tanto dalle forze del governo o dallo spirito del popolo, quanto dallo zelo ed interesse privato della famiglia di Teodosio. Quattro fratelli[160] avevano ottenuto dal favore del defunto Imperatore, loro parente, un onorevole grado e vaste possessioni nella lor patria; ed i grati giovani risolverono di rischiare tali vantaggi in servizio del figlio di esso. Dopo un infelice sforzo per difendere il terreno alla testa delle truppe che erano di guarnigione nella Lusitania, si riunirono nello lor terre, dove levarono ed armarono a proprie spese un corpo considerabile di schiavi e di dipendenti, ed arditamente marciarono ad occupare i luoghi forti de' monti Pirenei. Questa domestica sollevazione agitò, e rendè perplesso il Sovrano della Gallia e della Britannia, e fu costretto a negoziare con alcune truppe di Barbari ausiliari pel servizio della guerra Ispanica. Essi eran distinti col titolo di Onoriani[161]: nome, che avrebbe dovuto rammentar loro la fedeltà al legittimo Principe; e se voglia candidamente accordarsi, che sopra gli Scoti influisse qualche parziale affezione per un Sovrano Britannico, i Mori ed i Marcomanni furono solo tentati dalla prodiga profusione dell'usurpatore, che distribuiva fra' Barbari i militari ed anche i civili onori della Spagna. Le nove bande degli Onoriani, che facilmente si possono ravvisare nello stabilimento dell'Impero Occidentale, non potevano eccedere il numero di cinquemila uomini: pure questa piccola forza fu sufficiente a terminare una guerra, che avea minacciato il potere e la salvezza di Costantino. La rustica armata della famiglia di Teodosio fu circondata e distrutta ne' Pirenei; due dei fratelli ebbero la buona fortuna di fuggire per mare in Italia o in Oriente; gli altri due, dopo qualche intervallo di sospensione, furono decapitati in Arles; e se Onorio potè rimanersi insensibile alla calamità pubblica, egli dovè forse commuoversi alle personali disgrazie de' suoi generosi congiunti. Tali erano le deboli armi, che decidevano del possesso delle Province Occidentali d'Europa, dalla muraglia d'Antonino fino alle colonne d'Ercole. Si sono certamente diminuiti gli avvenimenti di pace e di guerra dall'angusta ed imperfetta vista degl'Istorici di quei tempi, ch'erano ugualmente ignoranti delle cause e degli effetti delle più importanti rivoluzioni. Ma la total decadenza della forza nazionale aveva annientato anche l'ultima ragione d'un Governo dispotico; ed il prodotto dell'esauste Province non potea più servire a comprare il militar servizio d'un popolo malcontento e pusillanime.

A. 404-408

Il poeta, l'adulazione del quale attribuì all'Aquila Romana le vittorie di Pollenzia e di Verona, incalza la precipitosa ritirata d'Alarico, dai confini dell'Italia, con un'orrida serie d'immaginari spettri, quali potevano volare intorno ad un'armata di Barbari, quasi esterminata dalla guerra, dalla carestie dal disagio[162]. Nel corso di questa infelice spedizione dovè invero il Re dei Goti soffrire una perdita considerabile; e le indebolite sue forze richiedevano un intervallo di riposo per reclutare i soldati, e per ravviarne il coraggio. L'avversità esercitato aveva ed esteso il genio d'Alarico; e la fama del suo valore invitava allo stendardo Gotico i più valorosi guerrieri Barbari, che dal Ponto Eussino fino al Reno eran mossi dal desiderio della rapina e della conquista. Egli avea meritato la stima, e tosto accettò l'amicizia di Stilicone medesimo. Rinunziando al servizio dell'Imperatore Orientale, Alarico conchiuse con la Corte di Ravenna un trattato di pace e d'alleanza, in forza del quale fu dichiarato Generale degli eserciti Romani per la Prefettura dell'Illirico, come si pretendeva, secondo i veri ed antichi limiti, dal Ministro d'Onorio[163]. L'esecuzione dell'ambizioso disegno, che era stato stipulato o compreso negli articoli del trattato, par che restasse sospesa dalla formidabile irruzione di Radagaiso; e la neutralità del Re Goto può forse paragonarsi all'indifferenza di Cesare, che nella cospirazione di Catilina ricusò d'assistere, o di opporsi al nemico della Repubblica. Dopo la disfatta dei Vandali, Stilicone riassunse le sue pretensioni sulle province Orientali; creò de' Magistrati civili per l'amministrazione della giustizia e delle finanze; e dichiarò l'impazienza che avea di condurre alle porte di Costantinopoli gli uniti eserciti de' Romani e de' Goti. La prudenza però di Stilicone, l'avversione d'esso alla guerra civile, e la perfetta cognizione, che aveva della debolezza dello Stato, possono confermare il sospetto, che lo scopo della sua politica fosse più la pace interna, che la conquista di fuori, e che la principale sua cura fosse quella d'impiegar le forze d'Alarico in distanza dall'Italia. Questo disegnò non potè lungamente sfuggire la penetrazione del Gotico Re, il quale continuò a tenere una dubbiosa e forse perfida corrispondenza con le Corti rivali fra loro, prolungò, a guisa di mal pagato mercenario, le sue languide operazioni nella Tessaglia e nell'Epiro, e ben presto tornò a domandare lo stravagante premio de suoi inefficaci servigj. Dal suo campo vicino ad Emona[164], su' confini dell'Italia, trasmise all'Imperatore dell'Occidente una lunga serie di promesse, di spese, e di domande; richiese l'immediata soddisfazione di esse, e chiaramente intimò le conseguenze d'un rifiuto. Se nondimeno la sua condotta era ostile, decente e rispettoso n'era il linguaggio. Si professava umilmente amico di Stilicone, e soldato d'Onorio; offeriva la sua persona e le sue truppe per marciar senza indugio contro l'usurpator della Gallia; e chiedeva, come una permanente dimora per la nazione Gotica, il possesso di qualche vacante Provincia dell'Impero occidentale.

A. 408

I politici e segreti trattati di due Ministri, che procuravano d'ingannarsi l'un l'altro, e d'imporre al Mondo, avrebbero per sempre dovuto restar nascosti nell'impenetrabile oscurità del gabinetto, se i dibattimenti d'una popolare assemblea non avesser gettato qualche raggio di luce sulla corrispondenza d'Alarico e di Stilicone. La necessità di trovar qualche artificial sostegno ad un governo, che per un principio non già di moderazione ma di debolezza erasi ridotto a trattare coi propri sudditi, aveva insensibilmente fatto risorgere l'autorità del Senato Romano; ed il Ministro d'Onorio consultava rispettosamente il consiglio legislativo della Repubblica. Stilicone adunò il Senato nel palazzo dei Cesari; rappresentò in una studiata orazione lo stato attuale degli affari; propose le domande del Re Goto, e sottopose alla loro considerazione la scelta della pace o della guerra. I Senatori, come se ad un tratto si fossero svegliati da un sonno di quattrocent'anni, parvero in quest'importante occasione inspirati più dal coraggio, che dalla saviezza dei loro predecessori. Altamente dichiararono in regolari discorsi, o in tumultuarie acclamazioni, ch'era indegno della Maestà di Roma il comprare una precaria e disonorevole tregua da un Re Barbaro, e che, a giudizio d'un magnanimo popolo, sempre il rischio della rovina era preferibile alla certezza del disonore. Il Ministro, le pacifiche intenzioni del quale non erano secondate che dalle voci di pochi servili e venali seguaci, tentò di mitigare il general fermento per mezzo d'un'apologia della sua condotta, ed anche delle richieste del Principe Gotico. «Il pagamento d'un sussidio (tale fu il linguaggio di Stilicone) che aveva eccitato lo sdegno dei Romani, non doversi risguardare nell'odioso aspetto o d'un tributo, o d'una taglia, che venga estorta dalle minacce d'un Barbaro nemico. Avere Alarico fedelmente sostenuto le giuste pretensioni della Repubblica sopra le Province, che s'erano usurpate dai Greci di Costantinopoli; egli modestamente chiedere la bella convenuta ricompensa de' suoi servigj; e se avea desistito dal proseguire l'impresa, ritirandosi, aveva obbedito alle perentorie, quantunque private, lettere dell'Imperatore medesimo. Questi ordini contraddittorj (non voleva egli dissimulare gli errori della sua propria famiglia) s'erano procurati dall'intercession di Serena. La tenera pietà di sua moglie troppo era stata profondamente commossa dalla discordia dei fratelli reali, figli dell'adottivo padre di lei; ed i sentimenti della natura troppo facilmente avevan prevalso ai forti dettami del pubblico bene». Queste speciose ragioni, che debolmente mascheravano gli oscuri intrighi del palazzo di Ravenna, furono sostenute dall'autorità di Stilicone, ed ottennero, dopo un forte contrasto, la ripugnante approvazione del Senato. Si acchetò il tumulto della libertà e del valore, e fu accordata, sotto nome di sussidio, la somma di quattrocento libbre d'oro per assicurar la pace dell'Italia, e conciliar l'amicizia del Re dei Goti. Lampadio solo, uno dei più illustri membri di quell'assemblea, continuò a persistere nel suo sentimento; esclamò ad alta voce: «questo non è un trattato di pace, ma di servitù[165]» ed evitò il pericolo d'un'opposizione sì audace con ritirarsi immediatamente nell'asilo d'una Chiesa Cristiana.

A. 408

Ma il regno di Stilicone andava a finire, ed il superbo Ministro potè ravvisare i segni della sua imminente disgrazia. S'era fatto applauso al generoso ardir di Lampadio; ed il Senato, che aveva con tanta pazienza tollerato una lunga servitù, rigettò sdegnosamente l'offerta d'un'odiosa ed immaginaria libertà. Le truppe, che sempre assumevano il nome e le prerogative di legioni Romane, erano inasprite dal parziale affetto di Stilicone pei Barbari; ed il popolo imputava alla cattiva politica del Ministro le pubbliche disgrazie, che erano la natural conseguenza della propria degenerazione. Pure Stilicone avrebbe potuto continuare a sprezzare i clamori del popolo, ed ancor dei soldati, se avesse potuto mantenere il proprio dominio sulla debole mente del suo pupillo. Ma il rispettoso attaccamento d'Onorio si convertì in timore, in sospetto ed in odio. L'artificioso Olimpio[166], che nascondeva i suoi vizi sotto la maschera di Cristiana pietà, segretamente avea rovesciato il benefattori, pel favore del quale era stato promosso agli onorevoli ufizi del Palazzo Imperiale. Olimpio manifestò al credulo Imperatore, il quale era giunto al ventesimo quinto anno della sua età, che egli non aveva peso o autorità veruna nel proprio governo; ed artificiosamente commosse il timido ed indolente suo naturale mediante una viva pittura dei disegni di Stilicone, che già meditava la morte del proprio Sovrano, coll'ambiziosa speranza di porre il diadema sul capo d'Eucherio suo figlio. L'Imperatore fu instigato dal nuovo favorito ad assumere il tuono d'un'indipendente dignità, ed il ministro restò sorpreso in vedere, che nella Corte e nel Consiglio si formavano segrete risoluzioni, contrarie al suo interesse od alle sue mire. Invece di risedere nel palazzo di Roma, Onorio dichiarò che era sua volontà di tornare alla sicura fortezza di Ravenna. Alla prima notizia, che ebbe della morte d'Arcadio suo fratello, si preparò a visitare Costantinopoli, ed a regolare, coll'autorità di tutore, le Province del fanciullo Teodosio[167]. La rappresentanza della difficoltà e della spesa d'una spedizione sì distante, frenò quello strano e subito impeto di attiva diligenza; ma il pericoloso progetto di far vedere l'Imperatore al campo di Pavia, ch'era composto di truppe Romane, nemiche di Stilicone, e de' suoi Barbari ausiliari, rimase fisso ed inalterabile. Il Ministro fu stimolato dal consiglio del suo confidente Giustiniano, Avvocato Romano di vivo e penetrante ingegno, ad opporsi ad un viaggio così dannoso alla sua riputazione e salvezza. I vigorosi, ma inefficaci, suoi sforzi confermarono il trionfo di Olimpio; ed il prudente Legale si sottrasse all'imminente rovina del suo Signore.

A. 408

Nel passare che fece l'Imperator da Bologna, fu suscitato e quietato un ammutinamento delle guardie per la segreta politica di Stilicone, il quale dichiarò le istruzioni che aveva, di decimare i colpevoli, ed attribuì alla propria intercessione il merito del perdono. Dopo questo tumulto, Onorio abbracciò per l'ultima volta il Ministro, ch'ei risguardava allora come un tiranno, e proseguì il suo viaggio verso il campo di Pavia, dove fu ricevuto con le fedeli acclamazioni delle truppe, che v'erano adunate pel servizio della guerra Gallica. La mattina del quarto giorno ei recitò, come era istruito, un'orazion militare alla presenza dei soldati, i quali dalle caritatevoli visite e dagli artificiosi discorsi d'Olimpio erano stati disposti ad eseguire una sanguinosa e nera cospirazione. Al primo segnale, che fu dato, trucidarono gli amici di Stilicone, che erano gli Ufficiali più illustri dell'Impero, vale a dire i due Prefetti Pretoriani della Gallia e dell'Italia, i due Generali della Cavalleria e dell'Infanteria, il Maestro degli Uffizi, il Questore, il Tesoriere, ed il Conte dei domestici. Molti altri furono uccisi; si saccheggiaron più case; la furiosa sedizione continuò fino alla sera, ed il tremante Imperatore, che fu veduto per le strade di Pavia senza le sue vesti e senza il diadema, cedè alle persuasioni del favorito, condannò la memoria degli uccisi, e solennemente approvò l'innocenza e la fedeltà dei loro assassini. La notizia del macello di Pavia empì l'animo di Stilicone di giusti e tetri timori; ed immediatamente convocò nel campo di Bologna un'assemblea dei confederati condottieri, ch'erano attaccati al suo servizio, e che si sarebber trovati involti nella rovina di lui. L'impetuosa voce dell'adunanza richiese altamente le armi e la vendetta; domandò di marciare senza differire un momento sotto le bandiere d'un Eroe, che tante volte gli aveva condotti alla vittoria; di sorprendere, opprimere, ed estirpare il perfido Olimpio, ed i suoi degenerati Romani; e forse di porre il diadema sul capo dell'ingiuriato lor Generale. Invece di eseguire una risoluzione, che avrebbe potuto giustificarsi dal buon successo, Stilicone restò dubbioso, finattantochè fu irreparabilmente perduto. Tuttavia ignorava il destino dell'Imperatore; diffidava della lealtà del proprio partito; e vedeva con orrore le fatali conseguenze, che provenivano dall'armare una folla di licenziosi Barbari contro i soldati ed il popolo dell'Italia. I confederati, impazienti del suo timido e dubbioso indugio, precipitosamente si ritiraron con timore e con isdegno. Sull'ora di mezza notte, Saro, guerriero Gotico, rinomato fra i Barbari stessi per la sua forza e valore, ad un tratto invase il campo del suo Benefattore, saccheggiò il bagaglio, tagliò a pezzi i fedeli Unni, che guardavan la sua persona, e penetrò fino alla tenda, in cui il Ministro pensoso e senza dormire meditava sul pericolo della sua situazione. Stilicone con difficoltà si sottrasse alla spada dei Goti; o dopo aver dato un ultimo e generoso avviso alle città d'Italia di chiudere ai Barbari le loro porte, la sua fiducia o disperazione l'indusse a gettarsi dentro a Ravenna, ch'era già pienamente in potere de' suoi nemici. Olimpio, che aveva assunto il dominio d'Onorio, fu prontamente informato, che il suo rivale erasi rifuggito come supplichevole all'altare della Chiesa Cristiana. La bassa e crudele indole dell'ipocrita era incapace di pietà o di rimorso; ma piamente affettò d'eludere, piuttosto che di violare il privilegio del Santuario. Allo spuntar del giorno comparve il Conte Eracliano con una truppa di soldati alle porte della Chiesa di Ravenna. Il Vescovo si contentò d'un solenne giuramento, che l'Imperial messo tendeva solo ad assicurarsi dalla persona di Stilicone: ma appena lo sfortunato Ministro fu indotto ad uscire dal sacro limitare, ch'ei produsse l'ordine dell'immediata esecuzione di lui. Stilicone soffrì con tranquilla rassegnazione gli ingiuriosi nomi di traditore e di parricida; represse l'inopportuno zelo dei suoi seguaci, ch'eran pronti a tentarne un'inutile liberazione, e con una fermezza, non indegna dell'ultimo Generale Romano, piegò il collo alla spada d'Eracliano[168].