III. Il freddo, la povertà ed una vita piena di pericoli e di fatiche invigorisce la forza ed il coraggio de' Barbari. In ogni tempo essi hanno oppresse le culte e pacifiche nazioni della China, dell'India, e della Persia, che hanno trascurato, e tuttavia trascurano di contrabbilanciare queste loro naturali forze mediante l'arte militare. Gli Stati bellicosi dell'antichità come della Grecia, di Macedonia e di Roma, educavano una progenie di soldati: n'esercitavano i corpi, ne disciplinavano il coraggio, ne moltiplicavan le forze per mezzo di regolari evoluzioni, e convenivano il ferro, che possedevano, in forti ed utili armi. Ma questa superiorità insensibilmente decadde insieme con le leggi ed i costumi loro; e la debole politica di Costantino, e de' suoi successori, armò ed istruì, per la rovina dell'Impero, il rozzo valore de' Barbari mercenari. L'arte militare si è cangiata per l'invenzion della polvere che abilita l'uomo a dominare i due più forti agenti della natura, l'aria ed il fuoco. Si sono applicate all'uso della guerra le Matematiche, la Chimica, le Meccaniche, e l'Architettura; e le parti contrarie si oppongono vicendevolmente le più elaborate maniere d'attacco e di difesa. Possono gl'istorici osservare con sdegno, che i preparativi d'un assedio servirebbero a fondare, ed a mantenere una florida colonia[314]; pure non ci dee dispiacere, che la distruzione di una città sia un'opera dispendiosa e difficile; o che un industrioso Popolo sia difeso da quelle arti, che sopravvivono, e suppliscono alla decadenza del valor militare. Presentemente, il cannone e le fortificazioni formano un inespugnabil riparo contro la cavalleria Tartara; e l'Europa è sicura da ogni futura invasione di Barbari; giacchè prima di poter conquistare, bisogna che cessino d'esser Barbari. Il graduale loro avanzamento nella scienza della guerra dev'esser sempre accompagnato, come possiam vedere dall'esempio della Russia, con una proporzionata cultura nelle arti della pace, e del Governo civile; ed essi medesimi debbono meritare un posto fra le nazioni incivilite, che vogliono soggiogare.
Se queste speculazioni si trovassero dubbiose o fallaci, vi resta sempre una sorgente più umile di conforto e di speranza. Le scoperte de' Navigatori antichi e moderni, la domestica istoria, o la tradizione delle più illuminate nazioni, rappresentano l'uomo selvaggio, nudo sì nella mente, che nel corpo, e privo di leggi, di arti, d'idee, o quasi di linguaggio[315]. Da questa abbietta situazione, ch'è forse lo stato primitivo ed universale dell'uomo, egli si è appoco appoco innalzato a comandare agli animali, a fertilizzar la terra, a traversar l'Oceano, ed a misurare il cielo. Il suo progresso nella cultura, e nell'esercizio delle sue facoltà mentali e corporee[316] è stato irregolare e vario, infinitamente lento in principio, poi crescente a grado a grado con raddoppiata velocità: a' secoli d'una laboriosa salita è succeduto un momento di rapida caduta; ed i varj climi del globo hanno sentito le vicende della luce e delle tenebre. Pure l'esperienza di quattromill'anni dovrebbe estendere le nostre speranze, e diminuire i nostri timori: noi non possiamo determinare a qual grado d'altezza la specie umana possa aspirare nel suo avanzamento verso la perfezione; ma può sicuramente presumersi, che nessun Popolo, a meno che non cangi la faccia della natura, ricaderà nella sua originaria barbarie. I progressi della società si possono risguardare sotto un triplice aspetto: 1. Il Poeta, o il Filosofo illustra il suo secolo, e la sua patria con gli sforzi d'una mente singolare; ma queste superiori forze di ragione, o di fantasia sono rare e spontanee produzioni; ed il genio d'Omero, di Cicerone, o di Newton ecciterebbe minore ammirazione, se potesse crearsi dalla volontà di un Principe, o dalle lezioni d'un precettore: 2. I vantaggi della legge e della politica, del commercio e delle manifatture, delle arti e delle scienze sono più sodi e durevoli: e molti individui possono esser resi capaci, dall'educazione e dalla disciplina, a promuovere, nelle respettive lor condizioni, l'interesse della società. Ma quest'ordine generale è l'effetto della saviezza e della fatica; e tal composta macchina può logorarsi dal tempo, o esser offesa dalla violenza; 3. Fortunatamente per l'uman Genere le arti più utili, o almeno più necessarie, si posson esercitare senza talenti superiori, o nazionale subordinazione; senza le forze d'uno, o l'unione di molti. Ogni villaggio, ogni famiglia, ogni individuo dee sempre avere abilità ed inclinazione a perpetuare l'uso del fuoco[317], e de' metalli, la propagazione ed il servizio degli animali domestici, le maniere di cacciare e di pescare, i principj della navigazione, l'imperfetta coltivazione del grano, o d'altra materia nutritiva, e la semplice pratica del commercio meccanico. Possono estirparsi il genio privato e la pubblica industria; ma queste tenaci piante sopravvivono alla tempesta, e gettano una eterna radice nel più ingrato suolo. Gli splendidi giorni d'Augusto, e di Traiano furono ecclissati da un nuvolo d'ignoranza; ed i Barbari sovvertirono le leggi ed i palazzi di Roma. La falce però, invenzione o emblema di Saturno[318] continuò a mietere annualmente le raccolte d'Italia; ed i banchetti de' Lestrigoni che si cibavano di carne umana,[319] non si son mai rinnuovati sulle coste della Campania.
Dopo la prima scoperta delle arti, la guerra, il commercio e lo zelo religioso hanno sparso fra' selvaggi del vecchio, e del nuovo Mondo questi preziosissimi doni; successivamente essi si son propagati; e non si posson più perdere. Noi dunque possiamo acquietarci in questa soddisfacente conclusione, che ogni età del Mondo ha accresciuto, e sempre accresce la reale ricchezza, la felicità, la cognizione, e forse la virtù della specie umana[320].
AVVERTIMENTO
apposto dal Traduttore Pisano al Capitolo XXXIII del Gibbon.
Eccoci al termine della promessa traduzione di ciò, che è stato pubblicato finora dal Sig. Eduardo Gibbon intorno alla Storia della decadenza dell'Impero Romano. Il Lettore avrà certamente ammirato in quest'opera una erudizione estesa e profonda, uno stile nervoso e vivace, e nell'Autore di essa una mente capace di cose grandi. Auguriamo pertanto al medesimo vita ed ozio per ultimarla; ma lo esortiamo ad essere nel tempo stesso più rispettoso per la Religione divina di Gesù Cristo, e per gl'illustri Campioni che la sostennero coi loro scritti immortali, colla Santità della vita, e bene spesso col proprio sangue. Nuocerà sempre alla fama di uno Scrittore, che parla sovente di una Religione, la quale teme soltanto di non essere ben conosciuta, il mostrare appunto di non conoscerla, e molto più il ravvisarla. Se ciò debba dirsi del Sig. Gibbon si può rilevare da molte annotazioni o staccate od in forma di lettera, che abbiamo fatte negli otto precedenti volumi, e singolarmente dalla solida Confutazione in 2 Tomi in 4.º del Sig. Ab. Niccola Spedalieri, a cui parimenti appartiene il Saggio, da noi inserito nel Tomo terzo. In quest'ultimo Tomo l'A. Inglese sfoga l'antico livore nazionale non tanto contro dei Monaci, quanto contro la stessa primitiva istituzione del Monachismo: e con intollerabile ardire ispira dei dubbi intorno al domma della Trinità Sacrosanta; quasi che mancandoci il memorabile Testo di S. Giovanni[321] = Tres sunt qui testimonium dant in coelo Pater, Verbum, et Spiritus S., et hi tres unum sunt = non se ne avesse altra prova. Coloro che son versati nelle scienze sacre, ed ai quali non sono ignote le opere dei Bull, dei Bianchini, de' Maffei, Calmet ec. non hanno bisogno dei nostri lumi per condannare una critica sì sfrenata. Per gli altri che amano la brevità in cotal genere di discussioni, più delle nostre, abbiamo creduto opportune le riflessioni fatte sopra i due articoli sopraccennati da Monsignor Claudio Fleury[322], Autore citato più volto dal Sig. Gibbon, ed a cui non può darsi la taccia di superstizioso o di credulo senza ingiustizia. Ecco pertanto ciò che egli dice dei Monaci primitivi[323].
Dopo i Martiri viene uno spettacolo egualmente maraviglioso, e sono i Solitari. Comprendo sotto questo nome i Monaci, gli Anacoreti, e quelli, che nei primi tempi si chiamavano Asceti. Questi si ponno dir Martiri della penitenza, e le lor sofferenze son tanto più maravigliose, quanto più volontarie e più lunghe; poichè in luogo di un supplizio di poche ore, essi hanno portata fedelmente la loro Croce per lo spazio di cinquanta, o sessant'anni. Trattando di essi, mi sono esteso forse troppo, se considero il gusto degli Eruditi, o de' curiosi, che poco valutano l'orazione, e le pratiche di pietà. Credo per altro, che la vita dei Santi formi una gran parte della Storia Ecclesiastica, e risguardo questi Santi Solitari come il modello della perfezione Cristiana. Essi erano veri Filosofi, come sovente gli chiama l'antichità. Si separavano dal Mondo per meditare le cose celesti; non come quegli Egiziani descritti da Porfirio[324], che sotto un sì gran nome non intendevano altro, che la Geometria[325], o l'Astronomia: nè come i Filosofi Greci, che si ritiravano per ricercare i segreti della natura, per ragionare sulla morale, o per disputare del Sommo Bene, e della distinzione delle virtù.
I Monaci (ricordevoli dei detti della incarnata Sapienza eterna, incontro a cui altro non sono che importuni gracidatori i Filosofanti del secolo) rinunziavano al Matrimonio, e alla Società degli uomini, per liberarsi dall'imbarazzo degli affari, e dalle tentazioni che sono inevitabili nel commercio del Mondo; per pregare, cioè contemplare la grandezza di Dio, meditare i suoi benefizi e i precetti della santa sua Legge e purificare il lor cuore. Tutto il loro studio era la Morale, cioè a dire la pratica delle virtù: non si disputava, non si disprezzava alcuno, e appena si parlava. Ascoltavano con docilità le istruzioni de' loro Anziani; parecchi non sapevano neppur leggere, e meditavano la Scrittura sulle lezioni che avevano sentite. Si nascondevano dagli uomini, per quanto potevano, non cercando che di piacere a Dio. La sola fama delle loro virtù e spesso de' lor miracoli gli faceva conoscere: e noi non sapremmo neppure per la maggior parte, che essi fossero stati al Mondo, se Dio non avesse suscitati dei curiosi[326], come Rufino e Cassiano, che sono andati a cercarli nel fondo delle loro solitudini, e gli han sforzati a parlare.
Del restante non possono esser sospetti di alcuna specie d'interesse. Si riducevano a una estrema povertà; guadagnavano col lavoro il poco, che lor bisognava per vivere; e degli avanzi facevan limosina. Taluni avevano delle eredità, che coltivavano colle proprie mani: ma i più perfetti temevano, che l'amministrazione delle masserie e delle rendite non gli facesse ricadere nell'imbarazzo degli affari che avevano abbandonato; e preferivano i lavori semplici e sedentari per vivere alla giornata. Talvolta ricevevano delle limosine per supplire alla tenuità de' loro guadagni: non vedo per altro che ne dimandassero. Erano fedeli alle osservanze e consideravano come essenziali la stabilità ed il lavoro delle mani. Ciascun Monaco stava attaccato alla sua Comunità e ciascun Anacoreta alla sua Cella, sempre che ragioni ben forti non gli costringessero a uscirne: perchè nulla è tanto contrario alla orazione perfetta ed alla purità del cuore, che si eran proposta, quanto la leggierezza e la curiosità[327]. Nel tener lontana la moltitudine de' pensieri, ed in rendere la loro anima stabile e tranquilla si prendevano una tal cura, che schivavano fino i luoghi di bella vista, e le piacevoli abitazioni; e se la passavano la maggior parte del tempo rinserrati nelle loro cellette. Stimavano necessario il lavoro non solo per non essere di aggravio ad alcuno, ma anco per conservare l'umiltà e per fuggire la noia.
Le comunità erano numerose[328], e si aveva per massima di non moltiplicarle in un medesimo luogo; sì per la difficoltà di trovar Superiori, come anco per ischivare la gelosia e le divisioni. Ogni Comunità era governata dal suo Abate; e talvolta vi era un Superior Generale che aveva la soprintendenza a molti Monasteri, sotto il nome di Esarco, di Archimandrita, o altro simile: erano però tutti sotto la giurisdizione de' Vescovi, e in allora non si parlava di esenzione. I Monaci non facevano un Corpo a parte distinto da quello de' Secolari e del Clero, senza passare dall'uno all'altro. Era cosa ordinaria il prendere i più santi tra' Monaci, per farli Sacerdoti e Chierici. I Monasteri erano un fondo, in cui i Vescovi erano sicuri di trovar soggetti eccellenti; e gli Abati preferivano di buon grado il vantaggio generale della Chiesa al particolare della loro Comunità[329]. Tali erano i Monaci tanto celebrati da S. Gio. Grisostomo, da S. Agostino e da tutti i Padri; ed il loro istituto ha continuato, come si vedrà in seguito, per molti secoli a cagione della sua purità. Tra essi principalmente si conservò la pratica della pietà più sublime, e descritta negli Autori i più antichi dopo gli Apostoli[330], come nel libro del Pastore, e in Clemente Alessandrino, specialmente nella descrizione, che questi fa del vero contemplativo, da esso chiamato Gnostico. Questa pietà interiore, che sul principio era più comune tra' Cristiani, coll'andar del tempo si rinserrò quasi tutta ne' Monasteri. Un giusto numero di tali Monaci, da prescriversi da coloro, che Dio destina al governo dei Popoli, ed alla protezione e difesa di S. Chiesa sarà sempre uno degli ornamenti della medesima non meno, che di uno Stato cristiano.