Dopo la disciplina (prosiegue l'illustre Scrittore)[331] consideriamo anche la dottrina degli Antichi, sì riguardo alla sua sostanza, come alla maniera, con cui s'insegnava. La dottrina in sostanza è quella stessa, che noi crediamo ed insegniamo al presente: avete potuto vederla dagli estratti de' Padri, che ho riferiti, e la vedrete ancor meglio, consultando in fonte le loro opere. Essi hanno primieramente stabilita la Monarchia, cioè l'Unità di Principio sì contro i Pagani, avvezzi ad immaginarsi più Deità, come ancora contro certi Eretici quali erano i Marcioniti e i Manichei, che imbarazzati in trovar la cagione del male, mettevano due principj indipendenti l'uno dall'altro, l'uno buono e l'altro cattivo.

La Trinità è provata contro i Sabelliani, gli Arriani e i Macedoniani. Non già che si sia spiegato questo Mistero, che è incomprensibile alla nostra fiacca ragione; ma si è solo mostrata la necessità di crederlo. È certo che Gesù Cristo è stato sempre adorato dai Cristiani come loro Dio. Ciò si vede dalle Apologie[332], dagli Atti de' Martiri, e dalle testimonianze de' Pagani medesimi; come dalla lettera di Plinio a Traiano, e dalle obbiezioni di Celso e di Giuliano l'Apostata. È certo altresì, che i Cristiani hanno sempre adorato un solo Dio: dunque Gesù Cristo è un Dio stesso col Padre Creatore dell'Universo. È certo pure, che Gesù Cristo è il Figlio di Dio, e che uno non può essere insieme Padre e Figlio, riguardo a se stesso; il che viene con gran forza dimostrato da Tertulliano contro Prassea. Se così fosse, il discorso di Gesù Cristo sarebbe assurdo e insensato, allorchè dice, che egli procede dal Padre; che il Padre l'ha mandato; che il Padre e lui non sono che una sostanza. Sarebbe lo stesso che dire: Io procedo da me; io ho mandato me stesso; io ed io siamo una sola sostanza. Non può dunque darsi a queste parole altro senso, se non dicendo, che Gesù Cristo è una Persona distinta dal Padre, benchè sia il medesimo Dio. La sua autorità basta per farci credere, ch'ella è così, quantunque non possiamo comprenderne il come.

Il Figlio, essendo Dio, deve esser perfettamente eguale, e perfettamente simile al Padre, e ciò è stato provato contro gli Arriani: altrimenti sarebbero due Dei: un grande e un piccolo: e questo non sarebbe in effetto se non se una creatura, quantunque, perfetta voglia supporsi, e sempre inferiore a quella, che ci dà la Scrittura del figlio di Dio. Contro i Macedoniani,[333] che ammettevano la Divinità del Figlio, e negavano quella dello Spirito Santo, è stato mostrato, che lo Spirito Santo procede dal Padre, ed è mandato dal Padre egualmente che il Figlio; ma che egli è persona distinta dal Figlio, poichè in nessun luogo si dice, ch'Egli sia Figlio, o che sia generato. Egli è pur nominato nella forma del battesimo: andate, battezzate in nome del Padre, e del Figlio, e dello Spirito Santo. Dunque questo è una terza Persona, ma il medesimo Dio.

In tal guisa i Padri hanno provato il Mistero della Trinità. Non con ragioni filosofiche, ma coll'autorità della Scrittura, e della Tradizione. Non con principii metafisici, da' quali si suol conchiudere, che la cosa debba esser così; ma colle parole espresse di Gesù Cristo, e colla pratica costante di adorar il Figlio assieme col Padre, e di glorificare lo Spirito Santo assieme col Padre e col Figlio. È vero tuttavolta che hanno ragionato molto sopra tal mistero; perchè a questo venivano sforzati dagli Eretici, che impiegavano tutta la sottigliezza dell'umano discorso per rovesciarlo. Quindi nasce, che i Padri si sono spiegati in varie guise, giusta la diversità delle obbiezioni che volevano sciogliere. Bisognava parlare in una maniera co' Pagani, nell'altra cogli Eretici, ed in maniere diverse con ciascun Eretico in particolare: e questa diversità di espressioni, di cui i Padri hanno dovuto servirsi secondo i tempi e le congiunture, ha incitato qualche moderno ad abbandonare con troppa leggierezza i Padri Anteniceni per ciò che riguarda la presente materia della Trinità. Credo per altro di aver date ne' miei dieci primi libri quelle notizie, che bastano per giustificare a sufficienza questi Padri.

PREFAZIONE DELL'AUTORE[334].

Adempisco presentemente la mia promessa, e conduco a termine il disegno che mi son proposto di scriver l'Istoria della Decadenza e Rovina del Romano Impero, tanto in Occidente quanto in Oriente. S'estende tutto il periodo di essa dal tempo di Traiano e degli Antonini, fino alla presa di Costantinopoli fatta da Maometto secondo; e include un ragguaglio delle Crociate, e dello Stato di Roma ne' secoli di mezzo. Son passati dodici anni, da che fu pubblicato il primo Volume di quest'Opera: dodici anni, secondo il mio desiderio, = di salute, di ozio, e di costante applicazione[335] =. Ora posso meco stesso congratularmi d'essermi liberato da un lungo e laborioso dovere, e sarà pura e perfetta la mia soddisfazione, se fino al termine dell'Opera mi continuerà il favore del Pubblico.

La mia prima intenzione fu di riunire sotto un sol punto di vista i molti Autori d'ogni secolo e linguaggio, da' quali ho tratto i materiali di questa Storia; e sono tuttavia persuaso, che quest'apparente ostentazione si sarebbe più che compensata dall'utilità reale di essa. Che se ho rinunziato a tale idea, se ho evitato un'impresa, che ha incontrato l'approvazione di un Maestro dell'arte[336], io posso trovar la mia scusa nell'estrema difficoltà di assegnare una giusta misura ad un catalogo di questa sorta. Una semplice lista de' nomi e dell'edizione non avrebbe soddisfatto nè me stesso, nè i miei Lettori; i caratteri de' principali scrittori dell'Istoria Romana e Bizantina si sono annessi opportunamente ai fatti, ch'essi descrivono; ed una ricerca più copiosa e più critica, quale in vero meriterebbero, avrebbe richiesto un elaborato volume, che appoco appoco sarebbe divenuto una general biblioteca d'Istorici. Per ora dunque mi contenterò di rinnovar le mie serie proteste, che ho procurato sempre di attignere dalle prime sorgenti; che la mia curiosità, non meno che un sentimento di dovere, mi ha sempre stimolato a studiare gli originali; e che se qualche volta ciò non mi è riuscito, ho esattamente notato quella secondaria testimonianza, dall'autorità di cui dipendeva il passo o l'avvenimento, di che si trattava.

Io presto rivedrò le rive del lago di Losanna, paese a me noto e caro fin dalla mia prima gioventù. Sotto un Governo dolce, in un'amena regione, in una vita d'ozio e d'indipendenza, ed in mezzo a un Popolo di costumi facili ed eleganti, ho goduto, e posso tuttavia sperar di godere, i variati piaceri del ritiro e della società. Ma io mi glorierò sempre del nome e del carattere d'Inglese: sono altero della mia nascita in un paese libero ed illuminato, e l'approvazione di esso è il migliore e più onorevole premio delle mie fatiche. Se ambissi altro patrocinio, che quello del Pubblico, dedicherei quest'Opera ad un Ministro di Stato, che in una lunga, procellosa, ed alla fine infelice amministrazione ebbe molti politici contraddittori, senza quasi un nemico personale; che nel cadere dalla potenza ha conservato molti amici fedeli e disinteressati; e che oppresso da una dura infermità gode il pieno vigore della sua mente, e la felicità dell'incomparabile suo naturale. Lord North mi permetterà d'esprimere nel linguaggio della verità i sentimenti dell'amicizia: ma sì la verità, che l'amicizia tacerebbero, s'ei dispensasse ancora i favori della Corona.

In una remota solitudine può la vanità pur sussurrarmi all'orecchio, che i miei Lettori forse dimanderanno, se giunto al fine di quest'Opera, io do loro un perpetuo addio. Dirò tutto quello, che so io medesimo, e che potrei confidare al più intimo de' miei amici: presentemente hanno ugual peso i motivi tanto d'agire, quanto di restare in quiete, nè consultando i miei più segreti pensieri, posso decidere da qual parte sia per preponderar la bilancia. Io non posso dissimulare, che sei gran tomi in quarto debbono aver esercitato, e possono aver esaurito l'indulgenza del Pubblico; che nel reiterare simili prove un Autore, che ha avuto un successo felice, corre molto più il rischio di perdere, di quel che possa sperare di guadagnare; che io vado presentemente a declinare negli anni; e che i più rispettabili fra' miei Nazionali, quegli che io desidero d'imitare, giunti presso a poco al medesimo periodo della lor vita, han tralasciato di scriver l'Istoria. Ciò non ostante io rifletto, che gli Annali de' tempi antichi e moderni possono somministrar molti ricchi ed interessanti soggetti; che io tuttavia ho della salute e del comodo; che mediante l'uso di scrivere deesi acquistare qualche facilità e perizia, e che nell'ardente investigazione della verità e delle cognizioni, non mi sono accorto d'alcuna decadenza. Per uno spirito attivo è più penosa l'indolenza che la fatica; le ricerche però di gusto e di curiosità occuperanno e divertiranno i primi mesi della mia libertà. Queste tentazioni mi hanno qualche volta deviato dal rigoroso dovere anche d'una piacevole e volontaria impresa: ma ora il mio tempo sarà tutto a mia disposizione, e nell'uso o abuso, che farò dell'indipendenza, io non temerò più i rimproveri nè di me stesso, nè de' miei amici. Io giustamente pretendo un anno di Giubbileo: presto passeranno la prossima state, e l'inverno seguente; e la sola esperienza potrà decidere, se io preferirò la libertà e variabilità di studiare, al disegno ed alla composizione d'un'opera regolare, che anima la quotidiana applicazione dell'Autore nel tempo che la ristringe a certi confini. Possono influire sulla mia scelta il capriccio ed il caso; ma tale è la destrezza dell'amor proprio che sempre saprà applaudire all'attiva mia industria, od al filosofico mio riposo.