A. 474-518

Un Eroe, proveniente da una stirpe di Regi, dovea disprezzare quel basso Isauro, che fu investito della porpora Romana senz'alcuna dote di spirito o di corpo, e senz'alcuna prerogativa di nascita Reale, o di sublimi qualità. Mancata la linea di Teodosio, potè in qualche modo giustificarsi la scelta di Pulcheria e del Senato da' caratteri di Marciano e di Leone; ma quest'ultimo stabilì e disonorò il suo Regno mediante la perfida uccisione d'Aspar e de' suoi figli, che troppo a rigore esigevano il debito della gratitudine e dell'ubbidienza. L'eredità di Leone e dell'Oriente passò pacificamente nel piccolo di lui nipote, figlio d'Ariadne sua figlia; ed il fortunato Isauro Trascalisseo di lei marito, mutò quel barbaro suono nel Greco nome di Zenone. Dopo la morte del vecchio Leone, s'accostò egli con rispetto non naturale al trono del proprio figlio, umilmente ricevè, come un dono il secondo posto nell'Impero, e tosto eccitò il pubblico sospetto sopra una subitanea ed immatura morte del giovine suo Collega, la vita del quale non poteva più oltre portare in alto la sua ambizione. Ma l'autorità donnesca regolava il suo Palazzo di Costantinopoli, e lo agitavano le femminili passioni: Verina, vedova di Leone, risguardando come suo proprio l'Impero, pronunziò una sentenza di deposizione contro l'indegno ed ingrato servo, al quale aveva ella sola dato lo scettro d'Oriente[343]. Appena risuonò alle orecchie di Zenone il nome di ribellione, ei fuggì precipitosamente nelle montagne d'Isauria, ed il servile Senato concordemente proclamò Basilisco, di lei fratello, già infamato dalla sua spedizione affricana[344]. Il Regno però dell'usurpatore fu breve e turbolento. Basilisco pretese d'assassinare l'amante della sua sorella, ed ardì d'offendere l'amante della sua moglie, il vano ed insolente Armazio, che in mezzo al lusso asiatico affettava l'abito, il portamento, ed il soprannome d'Achille[345]. Cospirando fra loro i malcontenti, richiamarono Zenone dall'esilio; furon tradite le armate, la Capitale, e la persona di Basilisco; e tutta la sua famiglia fu condannata alla lunga agonia del freddo e della fame dall'inumano conquistatore, che non aveva coraggio nè di far fronte, nè di perdonare a' propri nemici. Il superbo spirito di Verina era tuttavia incapace di sommissione, o di riposo. Essa provocò l'inimicizia d'un General favorito, ne abbracciò la causa tosto ch'egli cadde in disgrazia, creò un nuovo Imperatore in Siria ed in Egitto, levò un esercito di settantamila uomini, e continuò sino all'ultimo istante della sua vita in una inutile ribellione, che secondo l'uso di quel tempo, era stata predetta dagli Eremiti Cristiani, e dai Magi del Paganesimo. Nel tempo che le passioni di Verina affliggevan l'Oriente, Ariadne sua figlia distinguevasi con le femminili virtù della dolcezza e della fedeltà; seguitò questa nell'esilio il proprio marito, e dopo il suo ritorno al trono implorò la clemenza di lui in favor della madre. Morto Zenone, Ariadne, figlia, madre e vedova d'Imperatori, diede la mano, ed il titolo Imperiale ad Anastasio, vecchio domestico del Palazzo, che sopravvisse più di ventisette anni al suo innalzamento, e di cui si dimostra il carattere da quest'acclamazione del Popolo: «Regna come hai vissuto[346]».

A. 475-488

Tuttociò, che potea suggerir l'affezione o il timore, fu a larga mano da Zenone profuso al Re degli Ostrogoti, come il posto di Patrizio e di Console, il comando delle truppe Palatine, una statua equestre, un tesoro di più migliaia di libbre d'oro e d'argento, il nome di figlio, e la promessa di una ricca ed onorevole moglie. Finattantochè Teodorico si contentò di servire, sostenne con fedeltà e coraggio la causa del suo benefattore: la rapida marcia di esso contribuì al restauramento di Zenone: e nella seconda ribellione i Walamiri, come solevan chiamarsi, inseguirono e strinsero i ribelli Asiatici in modo, che procurarono alle truppe Imperiali un'agevol vittoria[347]. Ma questo fedel servo ad un tratto si mutò in un formidabil nemico, ch'estese le fiamme della guerra da Costantinopoli fino all'Adriatico: furono ridotte in cenere molte floride Città e fu quasi distrutta l'agricoltura della Tracia dalla barbara crudeltà de' Goti, che tagliavano a' contadini lor prigionieri la mano destra, con cui guidavan l'aratro[348]. In tali occasioni toccò a Teodorico l'alto e patente rimprovero d'infedeltà, d'ingratitudine e d'insaziabile avarizia, che non si potrebbe scusare, se non dalla dura necessità della sua situazione. Regnava egli non come Monarca, ma come Ministro di un feroce Popolo, di cui lo spirito non era domato dalla schiavitù, e che non soffriva insulti nè reali, nè immaginari. N'era incurabile povertà, la mentre venivano tosto dissipati i donativi più generosi in un eccessivo lusso, e divenivano sterili i più fertili Stati nelle lor mani; gli Ostrogoti disprezzavano, sebbene invidiassero, i laboriosi Provinciali; e quando mancava loro la sussistenza, ricorrevano ai soliti espedienti della guerra, e della rapina. Il desiderio di Teodorico (secondo almeno la sua protesta) sarebbe stato quello di menare una vita pacifica, oscura, e sommessa ne' confini della Scizia; ma la Corte di Bizanzio l'indusse con splendide e fallaci promesse ad attaccare una tribù confederata di Goti, che s'erano impegnati nel partito di Basilisco. Marciò dunque dai suoi quartieri nella Mesia, essendo stato solennemente assicurato, che prima di giungere ad Adrianopoli avrebbe incontrato un abbondante convoio di provvisioni, ed un rinforzo di ottomila cavalli, e di trentamila fanti, mentre le Legioni dell'Asia erano accampate ad Eraclea per secondare le sue operazioni. Furono però sconcertate queste misure dalla reciproca gelosia. All'avanzarsi che fece il figlio di Teodemiro nella Tracia, trovò un'inospita solitudine, ed i Goti, suoi seguaci, con un grave bagaglio di cavalli, di muli, e di carri vennero, per inganno delle loro guide, condotti fra le rupi ed i precipizi del Monte Sondis, dove fu egli assalito dalle armi e dalle invettive di Teodorico, figlio di Triario. Da una vicina eminenza il suo artificioso rivale arringava il campo de' Walamiri, ed infamava il lor Capitano con gli obbrobriosi nomi di fanciullo, di pazzo, di traditore spergiuro, e di nemico del proprio sangue, e della sua nazione. «Non sapete voi (gridava il figlio di Triario) che la costante politica de' Romani è quella di distruggere i Goti con le lor proprie spade? Non vedete, che quegli di noi, che in questo non natural combattimento resterà vincitore, sarà esposto, e giustamente invero, all'implacabile loro vendetta? Dove son que' guerrieri, miei e tuoi propri congiunti, le vedove de' quali ora si lagnano, che sacrificarono le loro vite alla tua temeraria ambizione? Dov'è la ricchezza, che avevano i tuoi soldati, quando, partendo dalle native lor case, principiarono ad arruolarsi sotto le tue bandiere? Ciascheduno di essi aveva in quel tempo tre o quattro cavalli; ora ti seguitano a piedi come schiavi pei deserti della Tracia quegli, che tentati furono dalla speranza di misurar l'oro a staio, quei bravi uomini, che son liberi e nobili come tu stesso». Un linguaggio così adattato all'indole de Goti, eccitò il clamore ed il malcontento; ed il figlio di Teodemiro, temendo di restar solo, fu costretto ad abbracciare i suoi fratelli, e ad imitare l'esempio della perfidia romana[349].

A. 489

La prudenza e fermezza di Teodorico si fece ugualmente conoscere in qualunque stato di fortuna ei si trovasse: o minacciasse Costantinopoli alla testa de' Goti fra loro confederati, o con un fedel drappello si ritirasse alle montagne e coste marittime dell'Epiro. Finalmente l'accidental morte del figlio di Triario[350] tolse la bilancia, che i Romani erano tanto solleciti di mantenere fra' Goti: tutta la Nazione riconobbe la suprema potestà degli Amali, e la Corte Bizantina sottoscrisse un ignominioso ed oppressivo trattato[351]. Il Senato avea già dichiarato, che era necessario scegliere un partito fra i Goti, giacchè lo Stato non era capace di sostenere le forze riunite; per il minimo de' loro eserciti si richiedeva un sussidio di duemila libbre d'oro, con l'ampia paga di tredicimila uomini[352]; gl'Isauri, che guardavano non già l'Impero, ma l'Imperatore, oltre il privilegio della rapina, godevano un'annua pensione di cinquemila libbre. La sagacità di Teodorico ben presto conobbe, ch'ei si rendeva odioso ai Romani, e sospetto a' Barbari; gli venne all'orecchio il popolar mormorìo, che i suoi sudditi erano esposti nelle agghiacciate loro capanne ad intollerabili travagli, mentre il loro Re s'abbandonava al lusso della Grecia; e prevenne la disgustosa alternativa, o di resistere ai Goti come il campion di Zenone, o di condurli alla battaglia come nemico di esso. Teodorico, abbracciando un'impresa degna del suo coraggio e della sua ambizione, parlò all'Imperatore in questi termini. «Quantunque il vostro servo sia mantenuto nell'abbondanza dalla vostra liberalità, porgete graziosamente orecchio a' desiderj del mio cuore! L'Italia, che avete ereditato da' vostri Predecessori, e Roma stessa, la capitale e signora del Mondo, presentemente gemono sotto la violenza e l'oppressione del mercenario Odoacre. Lasciatemi andare con le nazionali mie truppe contro il Tiranno. Se io perirò, voi resterete libero da un dispendioso e molesto amico. Se poi col divino aiuto riescirò nell'impresa, governerò in vostro nome, ed a gloria vostra il Senato Romano, e quella parte di Repubblica, che mediante le vittoriose mie armi sarà liberata dalla schiavitù». Fu accettata la proposizione di Teodorico, ed era forse stata suggerita dalla Corte di Bizanzio. Ma sembra, che la forma della commissione, o dell'accordo s'esprimesse con una prudente ambiguità, che potesse poi spiegarsi secondo l'evento; e restò in dubbio, se il Conquistator dell'Italia dovesse regnare come Luogotenente, come Vassallo o come Alleato dell'Imperatore d'Oriente[353].

La fama tanto del condottiero, quanto della guerra eccitò un ardore universale; s'accrebbero i Walamiri da sciami di Goti, ch'erano già impegnati al servizio dell'Impero, o stabiliti nelle Province di esso; ed ogni audace Barbaro, che aveva sentito parlare della ricchezza e beltà d'Italia, era impaziente di arrivare a possedere, per mezzo delle più pericolose avventure, oggetti così lusinghieri. Si dee risguardar la marcia di Teodorico come l'emigrazione d'un intiero Popolo; si trasportarono tutte le mogli ed i figli de' Goti, i vecchi lor genitori e gli effetti più preziosi che avessero; e possiam formarci qualche idea del grave bagaglio, che allora seguitò il campo, dalla perdita di duemila carri, che nella guerra dell'Epiro soffrirono in una sola azione. Traevano i Goti la lor sussistenza dai magazzini di grano, che si macinava dalle loro donne in certi mulini portatili; dal latte e dalla carne de' loro greggi ed armenti; dal casual prodotto della caccia; e dalle contribuzioni, che imponevano a tutti quelli che ardivano di contendere il passo, o di negar loro un amichevole aiuto. Nonostante queste precauzioni però si trovarono esposti al pericolo, e quasi alle angustie della fame, in una marcia di settecento miglia, intrapresa noi cuore d'un rigido inverno. Dopo la caduta della potenza Romana, la Dacia e la Pannonia non presentavano più il ricco prospetto di popolate Città, di campagne ben coltivate e di comode strade: si rinnovò il regno della barbarie e della desolazione, e le tribù de' Bulgari, de' Gepidi e de' Sarmati, che avevan occupato quella vacante Provincia, furon mosse dalla nativa loro fierezza o dalle sollecitudini d'Odoacre a resistere a' progressi del suo nemico. In molte oscure, sebben sanguinose battaglie, Teodorico pugnò e vinse, sintantochè superando alla fino coll'abile sua condotta e coraggiosa perseveranza ogni ostacolo, scese dalle alpi Giulie e spiegò le invincibili suo bandiere ne' confini d'Italia[354].

A. 489-490

Odoacre, non indegno rivale delle sue armi, aveva già occupato il vantaggioso e celebre posto del fiume Sonzio presso le rovine d'Aquileia, essendo alla testa d'un poderoso esercito, i Re[355], o Capi del quale fra loro indipendenti sdegnavano i doveri della subordinazione e gl'indugi della prudenza. Appena Teodorico ebbe concesso un breve riposo e rinfresco alla stanca sua cavalleria, arditamente attaccò le fortificazioni del nemico; e gli Ostrogoti mostrarono maggiore ardore per acquistare le terre d'Italia, che i Mercenari per difenderle; ed il premio della prima vittoria fu il possesso della Provincia Veneta fino alle mura di Verona. Nelle vicinanze di quella città, sulle scoscese rive dell'Adige, gli si oppose un'altra armata di maggior numero, ed in coraggio non inferiore della prima; la battaglia fu più ostinata, ma l'evento ne fu sempre più decisivo; Odoacre fuggì a Ravenna, Teodorico avanzossi verso Milano, e le soggiogate truppe salutarono il loro conquistatore con alte acclamazioni di rispetto e di fedeltà. Ma la lor mancanza o di costanza o di fede tosto l'espose al più imminente pericolo; vari Conti Goti, che con la sua vanguardia s'erano temerariamente affidati ad un disertore furon traditi e distrutti vicino a Faenza mediante un doppio di lui tradimento; Odoacre di nuovo comparve come padrone della Campagna; e l'invasore, fortemente trincerato nel suo campo di Pavia, fu ridotto a sollecitare il soccorso d'una congiunta Nazione cioè de' Visigoti della Gallia. Nel corso di quest'Istoria potrà saziarsi abbondantemente il più vorace appetito di guerra, nè posso io molto dolermi, che gli oscuri ed imperfetti nostri materiali non mi somministrino una più estesa narrazione delle angustie d'Italia, e del fiero combattimento, che restò finalmente deciso dall'abilità, dall'esperienza e dal valore del Re de' Goti. Quando fu per principiar la battaglia di Verona, pertossi alla tenda di sua Madre[356] e di sua sorella, e volle che in quel giorno, il più solenne della sua vita, l'adornassero con le ricche vesti ch'esse avevano lavorato con le proprie lor mani. «La nostra gloria, disse egli, è reciproca ed inseparabile. Il Mondo sa, che voi siete la madre di Teodorico, ed a me tocca a provare, che io sono il vero discendente di quegli Eroi dei quali vanto l'origine». La moglie o concubina di Teodemiro veniva inspirata da quello spirito delle matrone Germane, che stimavano l'onore de' loro figli molto più della lor sicurezza; e si racconta che in una disperata battaglia, mentre Teodorico medesimo era tratto via dal torrente d'una folla di fuggitivi, andò arditamente loro incontro all'ingresso del campo, e co' suoi generosi rimproveri gli spinse indietro contro le spade nemiche[357].

A. 493-526