I più assoluti comandamenti non potevano esigere che i Giudici andassero d'accordo coi legisti, se i legisti non andavano d'accordo fra loro. Ma le istituzioni positive sono spesse volte il risultato delle costumanze e del pregiudizio; le leggi e la favella sono ambigue ed arbitrarie; dove la ragione è incapace di pronunziar sentenza, l'amore dell'argomentare viene acceso dall'invidia dei rivali, dalla vanità dei maestri, dal cieco attaccamento dei loro discepoli; e le due Sette una volte famose, dei Proculiani e dei Sabiniani, si divisero la giurisprudenza Romana[257]. Due sapienti in legge, Atejo Capitone, ed Antistio Labeone[258], adornarono la pace del secolo di Augusto: cospicuo il primo pel favore del Principe, più illustre il secondo per lo spregio in che avea questo favore, e per la vigorosa benchè innocua sua opposizione al Tiranno di Roma. La diversa tempra dell'indole e dei principj loro diede un diverso corso ai loro studj legali. Labeone era affezionato alla forma dell'antica Repubblica; il suo rivale appigliossi alla sostanza più profittevole della sorgente Monarchia. Ma bassa ed inclinata alla dipendenza è la natura di un cortigiano; e Capitone di rado ardisce dipartirsi dai sentimenti od almeno dalle parole de' suoi predecessori: nel tempo che l'animoso Repubblicano lascia libera la strada alle indipendenti sue idee senza timore di paradosso o di novità. Non pertanto, la libertà di Labeone era inceppata dal rigore delle sue proprie conclusioni, ed egli decideva secondo la lettera della legge le stesse questioni che l'indulgente suo competitore scioglieva con una latitudine di equità più conforme al senso comune ed agli ordinarj sentimenti degli uomini. Se al pagamento di una somma di denaro si era sostituito un cambio ragionevole, Capitone considerava tuttavia la transazione come una vendita legale[259], ed egli consultava la natura per l'epoca della pubertà, senza ristringere la sua definizione al periodo preciso di dodici o di quattordici anni[260]. Questa opposizione di sentimenti si propagò negli scritti e nelle lezioni dei due fondatori; le scuole di Capitone e di Labeone durarono nell'inveterato conflitto dai tempi di Augusto sino a quelli di Adriano[261]; e le due Sette trassero il loro soprannome da Sabino o da Proculeio, i più celebri loro maestri. Si applicò parimente la denominazione di Cassiani e di Pegasiani ai membri delle stesse fazioni; ma per uno strano rovescio, la causa popolare cadde fra le mani di Pegaso[262], timido schiavo di Domiziano; mentre il favorito dei Cesari era rappresentato da Cassio[263], il quale si gloriava di aver per antenato quel Cassio che spense il Tiranno della sua patria. L'Editto Perpetuo terminò in gran parte le controversie delle due Sette. L'Imperatore Adriano antepose, per questa importante opera, il Capo dei Sabiniani: prevalsero gli amici della Monarchia, ma la moderazione di Salvio Giuliano insensibilmente rappattumò i vincitori ed i vinti. A guisa dei filosofi contemporanei, i giurisperiti del secolo degli Antonini rigettarono l'autorità di un maestro, e da ogni sistema ritrassero le più probabili dottrine[264]. Ma voluminosi meno divenuti sarebbero i loro scritti, se la scelta loro fosse stata più unanime. La coscienza del Giudice ondeggiava fra il numero ed il peso delle testimonianze discordi, ed ogni sentenza che dalla passione o dall'interesse gli fosse dettata, avea per giustificarsi l'autorità di qualche venerabil nome. Un indulgente editto di Teodosio il Giovane dispensò il giudice dalla fatica di paragonare e ponderare i loro argomenti. Cinque Giureconsulti, Cajo, Papiniano, Paolo, Ulpiano e Modestino furono guardati come gli oracoli della giurisprudenza: decisiva era l'opinione di tre di essi; ma quando erano divisi egualmente di parere, si accordava una voce preponderante all'eminente sapienza di Papiniano[265].
A. D. 527-546
Al tempo che Giustiniano salì sul Trono, la riforma della giurisprudenza di Roma era un'ardua ma indispensabile impresa. Nello spazio di dieci secoli, l'infinita varietà di leggi e di opinioni legali aveva ingombrato molte migliaia di volumi, che il più ricco non potea procacciarsi, nè il più intelligente tutti esaminare. Non agevolmente si trovavano i libri; ed i Giudici, poveri in mezzo a tanta dovizia, erano ridotti all'esercizio della illetterata loro prudenza. I sudditi delle province greche ignoravano la lingua che disponeva delle vite e delle sostanze loro; ed il barbaro dialetto dei Latini imperfettamente veniva studiato nelle accademie di Berito e di Costantinopoli. Giustiniano, nato nei Campi dell'Illirico, tenea dimestichezza con quest'idioma fin dall'infanzia: studiato egli aveva la giurisprudenza negli anni della gioventù, e l'Imperiale sua scelta elesse i più dotti giuristi dell'Oriente per lavorare insieme col loro Sovrano all'opera della Riforma[266]. La teorica dei professori trasse assistenza dalla pratica degli avvocati e dall'esperienza dei Magistrati, ed il complesso dell'impresa fu animato dallo spirito di Triboniano[267]. Quest'uomo straordinario, argomento di tante lodi o di tante censure, era nativo di Side nella Panfilia; ed il suo genio, come quello di Bacone, abbracciava, qual proprio dominio, tutti gli affari e tutta la dottrina del suo secolo. Triboniano scrisse in prosa ed in versi sopra una strana diversità di soggetti curiosi ed astrusi[268], come sono, due panegirici di Giustiniano, e la vita del filosofo Teodoto; la natura della felicità ed i doveri del Governo; il catalogo di Omero e le ventiquattro sorta di metri; il Canone astronomico di Tolomeo, le fasi della Luna, le case dei Pianeti ed il sistema armonico del Mondo. Alla letteratura della Grecia egli univa l'uso della lingua latina; i Giureconsulti romani si ricettavano nella biblioteca e nella sua mente; ed egli assiduamente coltivava quelle arti che dischiudevano la strada delle ricchezze e delle cariche. Dalla sbarra dei prefetti del Pretorio egli sollevossi agli onori di Questore, di Console e di Maestro degli uffizj: il consiglio di Giustiniano porgeva attento ascolto alla sua eloquenza e sapienza, mentre dalla gentilezza ed affabilità de' suoi modi scorgevasi addolcita l'invidia. Le virtù o la riputazione di Triboniano furono macchiate dai rimproveri di empietà e di avarizia. In una Corte pinzocchera e persecutrice, il principal ministro venne accusato di essere segretamente avverso alla fede Cristiana, e si suppose ch'ei nutrisse i sensi di un Ateo e di un Pagano, imputati, senza molta consistenza, agli ultimi filosofi della Grecia. La sua avarizia fu provata più chiaramente, e più vivamente sentita. Se egli si lasciò smuovere dai regali nell'amministrazione della giustizia, l'esempio di Bacone si farà di nuovo presente al pensiero; nè il merito di Triboniano espiarne può la bassezza, se veramente egli ha degradato la santità della sua professione, e se ogni giorno si stabilivano, modificavano e rivocavano leggi per l'abbietta considerazione del suo privato profitto. Quando avvenne la sedizione di Costantinopoli, i clamori e forse la giusta indegnazione del Popolo ottennero l'allontanamento di Triboniano: ma il Questore fu richiamato bentosto e sino al punto della sua morte, ei gioì per più di vent'anni il favore e la confidenza dell'Imperatore. La passiva ed ossequiosa sommissione di lui fu onorata dall'elogio di Giustiniano stesso, la vanità del quale era incapace di discernere quanto quella sommissione spesso degenerasse nell'adulazione più grossolana. Triboniano adorava le virtù del suo grazioso Signore: la terra era meritevole di un simil Principe, ed egli affettava un pio timore di veder Giustiniano, come Elia o Romolo, rapito in aria e trasportato nelle dimore della gloria celeste[269].
A. D. 528-529
Se Giulio Cesare avesse eseguito la riforma della legge Romana, il creativo suo ingegno, illuminato dalla riflessione e dallo studio, avrebbe dato al mondo un puro ed originale sistema di Giurisprudenza. Ma che che l'adulazione abbia detto, l'Imperatore dell'Oriente temeva di stabilire qual misura dell'equità il suo giudizio privato: col potere legislativo in sua mano egli tolse a presto i soccorsi del tempo e dell'opinione; e le sue compilazioni laboriose hanno per sostegno i savj ed i Legislatori de' tempi anteriori. In luogo di una statua gettata in una semplice forma dalla mano di un artefice valente, le opere di Giustiniano presentano un pavimento a mosaico, composto di frammenti antichi e costosi, ma troppo spesso senza coerenza tra loro. Nel primo anno del suo Regno, egli commise al fedel Triboniano, ed a nove altri dotti giuristi la cura di rivedere le ordinanze de' suoi predecessori, come erano contenute, dal tempo di Adriano in poi, nei codici Gregoriano, Ermogeniano e Teodosiano; di purgarle dagli errori e dalle contraddizioni, di reciderne quanto ora andato in disuso o superfluo, e di scegliere le leggi savie e salutari più confacenti alla pratica de' Tribunali ed all'uso de' suoi sudditi. In quattordici mesi l'opera fu mandata ad effetto; ed è probabile che col comporre dodici libri o tavole di questa raccolta, i nuovi Decemviri intendessero d'imitare le fatiche dei Romani loro predecessori. Il nuovo codice fu onorato col nome di Giustiniano, e contrassegnato dalla Reale sua firma: se ne moltiplicarono autentiche copie dalla penna dei Notari e degli Scribi; queste furono trasmesse ai Magistrati delle Province d'Europa, d'Asia e poscia d'Affrica; e la legge dell'Impero fu proclamata alle porte delle Chiese nei giorni solenni di festa. Restava un'operazione più malagevole a farsi; ed era di estrarre lo spirito della giurisprudenza dalle decisioni, dalle congetture, dalle questioni e dalle dispute dei Legisti romani. Diciassette giureconsulti, aventi Triboniano per Capo, si posero, per comando dell'Imperatore ad esercitare una assoluta giurisdizione sopra le opere dei loro predecessori. Se in dieci anni avessero adempito i suoi comandi, Giustiniano potea rimaner soddisfatto della diligenza loro, e la rapida composizione del Digesto o delle Pandette,[270] in tre anni, può meritar lode o biasimo, secondo il merito dell'esecuzione. Essi scelsero nella libreria di Triboniano, i quaranta più eminenti Giuristi dei tempi anteriori[271]; ristrinsero duemila trattati in un compendio di cinquanta libri, e diligentemente si ricorda che tre milioni di linee o sentenze[272] si trovano, in questo estratto, ridotto al modesto numero di cento e cinquantamila. La pubblicazione di questa grand'opera fu differita un mese dopo la pubblicazione della Instituta, e ragionevol parve che gli elementi precedessero il Digesto della legge Romana. Tosto che l'Imperatore ebbe approvato il lavoro di questi Cittadini privati, egli ratificò colla sua legislativa potestà le speculative loro opinioni. I comenti ch'essi fecero alle Dodici Tavole, all'Editto Perpetuo, alle leggi del Popolo e ai decreti del Senato, succederono all'autorità del testo; il quale fu abbandonato come una venerabile, ma inutile reliquia dei tempi antichi. Si dichiarò che il Codice, le Pandette e l'Instituta erano il sistema legittimo della giurisprudenza civile; soli essi furono ammessi nei Tribunali, soli furono insegnati nelle accademie di Roma, di Costantinopoli e di Berito. Giustiniano indirisse al Senato ed alle Province i suoi oracoli eterni, ed il suo orgoglio, sotto la maschera della pietà, attribuì l'eseguimento, di questo eccelso disegno all'aiuto ed all'inspirazione della Divinità.
Poichè l'Imperatore scansò la fama e l'invidia di una composizione originale, noi non cercheremo da esso che metodo, scelta o fedeltà, umili ma indispensabili virtù di un compilatore. In mezzo alle varie combinazioni d'idee è difficile assegnare una preferenza ragionevole; ma siccome l'ordine di Giustiniano è differente nelle sue tre opere, così può farsi che tutte tre siano cattive, ed è certo che due non possono essere buone. Nello sceglimento delle leggi antiche, pare che egli mirasse i suoi predecessori senza gelosia e con eguale riguardo: la serie non poteva salire oltre il regno di Adriano, e la bassa distinzione tra il Paganesimo e la Cristianità, introdotta dalla superstizione di Teodosio, era stata abolita dal consenso del genere umano. Ma la giurisprudenza delle Pandette è circoscritta in un periodo di cento anni, dall'Editto Perpetuo sino alla morte di Alessandro Severo. Ai giureconsulti che vissero sotto i primi Cesari di rado si concedè di parlare, nè si rinvengono più di tre nomi, appartenenti ai tempi della Repubblica. Il favorito di Giustiniano (ed aspramente ne fu biasimato) aveva timore d'incontrare la luce della libertà e la gravità de' savj di Roma. Triboniano condannò all'obblio la schietta e natural sapienza di Catone, dei Scevola e di Sulpizio; mentre invocava altri spiriti di tempra conforme alla sua, i Siri, i Greci e gli Affricani che in folla accorrevano alla Corte imperiale, per istudiare il latino come una lingua straniera, e la giurisprudenza come una professione lucrativa. Ma Giustiniano aveva imposto ai suoi ministri di lavorare[273], non per la curiosità degli antiquarj, ma per l'immediato benefizio de' suoi sudditi. Spettava ad essi il dovere di scegliere le parti utili e pratiche della legge Romana; e gli scritti degli antichi Repubblicani, curiosi ed eccellenti, più non si accordavano col nuovo sistema di costumi, di religione e di guerra. Se i precettori e gli amici di Cicerone vivessero ancora, il nostro candore ci trarrebbe forse a confessare che, tranne la purità della lingua[274], l'intrinseco loro merito fu superato dalla scuola di Papiniano e di Ulpiano. La scienza delle leggi e il tardo frutto del tempo e della esperienza, ed il vantaggio sì del metodo che de' materiali, tocca naturalmente agli autori più recenti. I giureconsulti del regno degli Antonini avevano studiato le opere de' loro predecessori: il filosofico loro ingegno avea mitigato il rigore dell'antichità, e fatte più semplici le forme del procedere, sollevandosi sopra la gelosia ed il pregiudizio delle Sette rivali. La scelta delle autorità che compongono le Pandette, venne commessa al giudizio di Triboniano: ma tutto il potere del suo principe non poteva assolverlo dalle sacre obbligazioni della verità e della fedeltà. Come legislator dell'Impero, Giustiniano potea rifiutare le leggi degli Antonini, o condannare, come sediziose, le libere massime che difese venivano da' primi giureconsulti Romani[275]; ma l'esistenza dei fatti passati è posta fuor della giurisdizione del dispotismo, e l'Imperatore si macchiò di frode e di falsità quando corruppe l'integrità del lor testo, scrisse, coi venerabili lor nomi in fronte, le parole e le idee del servile suo regno,[276] e soppresse, colla mano della potenza, le pure ed autentiche copie de' lor sentimenti. Le mutazioni ed interpolazioni di Triboniano e de' suoi colleghi hanno per iscusa il pretesto dell'uniformità ma insufficienti riuscirono le cure loro; e le antinomie o contraddizioni del Codice e delle Pandette esercitano anche al presente la pazienza e la sottigliezza de' giureconsulti moderni[277].
Una voce, priva di evidenza, si propagò da' nemici di Giustiniano; ed è che la giurisprudenza di Roma antica venisse ridotta in ceneri dall'autore delle Pandette, nella vanitosa idea ch'essa fosse ormai fallace o superflua. Senza usurpare così odiose funzioni, l'Imperatore potè con sicurezza affidare all'ignoranza ed al tempo l'adempimento di questo desiderio distruggitivo. Avanti l'invenzion della stampa e della carta, il lavoro ed i materiali dello scrivere non si poteano procacciare che dai ricchi; e ragionevole è il computo che il prezzo de' libri superava cento volte il loro valore presente[278]. Con lentezza si moltiplicavano le opere, nè si rinnovavano che con precauzione: l'attrattiva del guadagno traeva sacrileghi copisti a radere i caratteri dell'antichità, e Sofocle o Tacito erano obbligati a cedere la pergamena ai messali, alle omelie, ed all'aurea leggenda[279]. Se tale fu il destino de' più bei parti dell'ingegno, quale stabilità potea aspettarsi per le voluminose e sterili opere di una scienza andata in disuso? I libri di giurisprudenza importavano a pochi, e noti allettavan alcuno: il loro valore era collegato coll'uso presente, ed essi per sempre perirono, tosto che l'uso fu vinto dalle innovazioni della moda, da un merito maggiore o dalla pubblica autorità. Nel secolo della pace e del sapere, tra Cicerone e l'ultimo degli Antonini, si avea già sofferto di molte perdite: ed alcuni luminari della scuola o del Foro non erano più noti che ai curiosi per tradizione o per riferta. Trecento e cinquant'anni di disordine e di decadenza accelerarono il progresso della obblivione: e può giustamente presumersi che fra gli scritti che si accusa Giustiniano di aver negletti, molti più non si rinvenivano nelle biblioteche dell'Oriente[280]. Le copie di Papiniano o di Ulpiano, che il Riformatore aveva proscritte, più non furono giudicate degne di attenzione: le Dodici Tavole e l'Editto Pretoriano insensibilmente si smarrirono; ed i monumenti dell'antica Roma furono trascurati e distrutti dall'invidia e dall'ignoranza de' Greci. Persino le Pandette medesime con difficoltà e pericolo scamparono dal naufragio comune, e la critica ha pronunziato che tutte le edizioni e tutti i codici dell'Occidente derivano da un solo originale[281]. Esso fu trascritto in Costantinopoli sul principio del settimo secolo[282]; poi trasportato dagli accidenti della guerra e del commercio in Amalfi[283], in Pisa[284], in Firenze[285], dove come sacra reliquia[286] depositato or giace nell'antico palazzo della Repubblica[287].
Primo pensiero di un riformatore è quello di antivenire ogni riforma futura. Affinchè inviolato si mantenesse il testo della Pandette, dell'Instituta e del Codice, rigorosamente si proscrisse l'uso delle cifre e delle abbreviature; e Giustiniano rammentandosi che l'Editto Perpetuo era stato sepolto sotto il peso dei comenti, dichiarò che si punirebbe qual falsatore il temerario legista che ardisse d'interpretare o di pervertire il volere del suo Sovrano. I discepoli di Accursio, di Bartolo e di Cuiacio, dovrebbero arrossire dell'accumulato lor fallo, a meno che non si sentissero l'animo di contendere al Principe il diritto di vincolare l'autorità de' suoi successori e la natia libertà dell'intelletto. Ma l'Imperatore non era da tanto di fissare la sua propria incostanza; e mentre vantavasi di rinnovare l'esempio di Diomede, col trasmutare il rame in oro[288], scoprì la necessità di purificare il suo oro dalla mistura di una lega più bassa. Non erano corsi per anco sei anni dopo la pubblicazione del primo Codice, ch'egli condannò il tentativo imperfetto col mezzo di una nuova e più accurata edizione dell'opera istessa, ch'egli arricchì di dugento leggi sue proprie, e di cinquanta decisioni de' più oscuri ed intricati punti della giurisprudenza. Ogni anno, o, secondo Procopio, ogni giorno del lungo suo regno, fu contrassegnato da qualche innovazione legale. Molti suoi atti furono cassati da esso; i suoi successori ne rigettaron molti altri; il tempo ne cancellò un buon numero; ma sedici Editti, e cento sessanta Novelle[289] vennero ammesse nel corpo autentico della giurisprudenza civile. Giusta l'opinione di un filosofo, superiore ai pregiudizj della sua professione, queste continue e per la maggior parte futili alterazioni non si possono spiegare, se non riguardando allo spirito venale di un principe, il quale vendeva senza vergogna i suoi giudizj e le sue leggi[290]. L'accusa dello storico secreto è, per vero dire, aperta e veemente; ma l'unico esempio ch'egli adduce, si può ascrivere tanto alla divozione, quanto all'avarizia di Giustiniano. Un uomo facoltoso e devoto avea lasciato la chiesa di Emesa erede de' suoi beni; ed il valore della successione era cresciuto per la destrezza di un artista, il quale sottoscrisse molte polizze di debiti e di promesse di pagamento co' nomi dei più ricchi abitatori della Siria. Essi allegarono in lor favore la prescrizione stabilita di trenta o di quarant'anni; ma la difesa loro fu vinta da un editto retroattivo, che estendeva i diritti della Chiesa al termine di un secolo; editto così pregno di ingiustizia e di disordine che, dopo di aver servito a quel solo effetto, fu prudentemente abolito nel regno medesimo[291]. Ancorchè, per discolparne l'Imperatore, si rigettasse la corruzione sopra la sua moglie od i suoi favoriti, tuttavia il sospetto di un vizio sì turpe è tale da macchiar la maestà delle sue leggi; e gli avvocati di Giustiniano sono astretti a confessare che una tal leggerezza, qualunque ne sia il motivo, è indegna d'un legislatore e di un uomo.
A. D. 533