Questo fatto, e simiglianti eventi[456] dimostrano che i Lombardi possedevano la libertà di eleggere il loro Sovrano, ed avevano il buon senso di non usare ad ogni volta di questo pericoloso privilegio. Le pubbliche loro entrate derivavano dai prodotti della terra e dagli emolumenti della giustizia. Allorquando gl'indipendenti Duchi consentirono che Autari salisse sul trono del suo genitore, essi dotarono l'uffizio regale colla metà netta de' rispettivi loro dominj. I più orgogliosi nobili aspiravano all'onore di servire presso la persona del loro Principe. Egli rimunerava la fedeltà de' suoi vassalli col precario donativo di pensioni e di benefizj, ed espiava i mali della guerra, con ricche fondazioni di monasterj e di chiese. Giudice in tempo di pace, Generale in tempo di guerra, egli mai non usurpava i poteri di legislatore solo ed assoluto. Il re d'Italia convocava le assemblee nazionali nel palazzo, o più probabilmente ne' campi di Pavia: il suo gran Consiglio era composto degl'individui più eminenti pei natali e per le dignità loro; ma la validità, non meno che l'esecuzione de' suoi decreti, dipendeva dall'approvazione del popolo fedele, del fortunato esercito de' Lombardi. Circa ottant'anni dopo la conquista dell'Italia, le costumanze loro, conservate dalla tradizione, furono trascritte in Latino Teutonico[457], e ratificate dal consentimento del Principe e del popolo, s'introdussero alcuni nuovi regolamenti, più conformi alla attuale lor condizione; l'esempio di Autari fu imitato da' più saggi suoi successori, e le leggi de' Lombardi si son riputate le meno imperfette de' codici Barbari[458]. Fatti dal loro coraggio sicuri di possedere la lor libertà, que' rozzi ed impazienti legislatori erano incapaci di contrappesare i poteri della costituzione, o di discutere le delicate teorie del governo politico. Degni di morte venivano giudicati i delitti che minacciavano la vita del Sovrano o la salvezza dello Stato, ma l'attenzione delle leggi era specialmente volta a difendere le persone e le proprietà de' sudditi. Secondo la strana giurisprudenza di que' tempi, il delitto di sangue poteva redimersi con una multa; non pertanto l'alto prezzo di novecento monete d'oro dimostra il giusto sentimento che avevano del valore della vita di un semplice cittadino. Le ingiurie meno atroci, come una ferita, una rottura, un colpo, una parola di vilipendio, venivano misurate con diligenza scrupolosa e quasi ridicola; e la prudenza del legislatore incoraggiava l'ignobil pratica di barattare l'onore e la vendetta con una compensazione in denaro. L'ignoranza de' Lombardi, sia nello stato di Pagani che di Cristiani, porse un implicito credito alla perversità e ai danni della stregoneria; ma i giudici del secolo decimosettimo avrebbero potuto esser ammaestrati e confusi dalla sapienza di Rotari; il quale decide l'assurda superstizione, e protegge le sfortunate vittime della popolare e giudiziale crudeltà[459]. Lo stesso spirito di un legislatore, superiore al suo secolo ed al suo paese, può rinvenirsi in Luitprando, il quale condanna, nell'atto che lo tollera, l'empio ed inveterato abuso dei duelli[460], osservando per la sua propria esperienza, che la causa più giusta viene sovente oppressa da una fortunata violenza. Qualunque merito scoprir si possa nelle leggi de' Lombardi, sono esse il genuino frutto della ragione de' Barbari, che mai non ammisero i Vescovi d'Italia a sedere ne' loro Consigli legislativi. La successione de' lor Re si contraddistinse per abilità e valore; la turbata serie dei loro annali è adorna di grati intervalli di pace, di ordine, di domestica felicità, e gl'Italiani godettero un più mite e più equo governo, che non verun altro de' regni fondati sulle rovine dell'Impero Occidentale[461],

In mezzo alle armi de' Lombardi, e sotto il dispotismo de' Greci, noi investigheremo di nuovo il destino di Roma[462], che avea aggiunto, verso il fine del sesto secolo, il più tristo periodo della sua abbiezione. La traslazione della sede dell'Impero a Costantinopoli, e la perdita successiva delle province, aveano disseccato le sorgenti della pubblica e della privata opulenza. Il grand'albero, sotto la cui ombra le nazioni, della terra s'erano riposate, nudo ormai trovavasi di fronde e di rami, e l'arido suo tronco era lasciato marcir sul terreno. I ministri del comando, ed i messaggeri delle vittorie, più non s'incontravano sulla via Appia o sulla Flaminia: e l'ostile avvicinarsi de' Lombardi era frequentemente sentito, e continuamente temuto. Gli abitanti di una potente e pacifica capitale, che visitano senza inquieti pensieri i giardini dell'addiacente contrada, difficilmente si faranno un'immaginazione della infelicità dei Romani. Con mano tremante essi aprivano e chiudevan le porte; scorgevano dall'alto delle mura le fiamme delle campestri lor case, ed udivano i lamenti de' loro fratelli, che venivano appaiati come cani, e trascinati in distante schiavitù al di là del mare e de' monti. Tali perpetui terrori doveano annichilare i diletti, ed interrompere i lavori della vita rustica; e la campagna di Roma fu prestamente ridotta allo stato di uno spaventoso deserto, in cui sterile è la terra, impure son l'acque, e l'acre spira insalubre. La curiosità e l'ambizione più non traevano le nazioni alla Capitale del mondo: ma se il caso e la necessità volgeva ivi i passi di un errante straniero, con orrore egli contemplava il vuoto e la solitudine della città, e poteva indursi a chiedere. «Dov'è il Senato, e dov'è il Popolo?» In una stagione di eccessive pioggie, il Tebro straripò, e con irresistibil violenza si sparse per le valli de' Sette Colli. Nacque una malattia pestilenziale dall'allagamento stagnante dell'acque, e così rapido fu il contagio, che ottanta persone morirono in un'ora nel mezzo di una solenne processione, che si faceva per implorare la divina mercede[463]. Una società, nella quale il matrimonio viene incoraggiato e l'industria fiorisce, ben tosto ripara le accidentali perdite della peste e della guerra; ma siccome la massima parte de' Romani era condannata ad un'indigenza senza speranza ed al celibato, così la spopolazione era continua e visibile, ed i cupi entusiasti potevano aspettare la vicina fine del mondo. Nulladimeno il numero de' cittadini tuttora superava[464] la misura de' viveri: il precario lor nutrimento veniva somministrato dalle messi della Sicilia o dall'Egitto; ed il frequente ritorno della carestia mostra la poca sollecitudine dell'Imperatore per una distante provincia. All'istessa decadenza e rovina erano esposti gli edifizj di Roma: le cadenti fabbriche venivano facilmente rovesciate dalle inondazioni, dalle tempeste e da tremuoti, ed i monaci che avevano occupato i siti più vantaggiosi, esultavano con vile trionfo sopra le rovine dell'antichità[465]. Viene comunemente creduto, che papa Gregorio I attaccasse i templi, e mutilasse le statue della città; che per comando di questo Barbaro si riducesse in ceneri la libreria Palatina, e che l'istoria di Tito Livio fosse in particolare il bersaglio dell'assurdo e maligno suo fanatismo. Gli scritti di esso Gregorio attestano l'implacabile avversione ch'ei portava ai monumenti del genio classico, ed egli scaglia la più severa censura contro un Vescovo, il quale insegnava l'arte della grammatica, studiava i poeti Latini, e cantava con una stessa voce le lodi di Giove e quelle di Cristo. Ma le prove della distruttiva sua rabbia sono dubbiose e recenti, il Tempio della Pace, e il Teatro di Marcello furono demoliti dalla lenta opera de' secoli, ed una proscrizione formale avrebbe moltiplicato le copie di Virgilio e di Tito Livio ne' paesi che non erano soggetti a quell'ecclesiastico dittatore[466].

Al pari di Tebe, di Babilonia e di Cartagine, il nome di Roma si sarebbe cancellato di sopra la terra, se la città non fosse stata animata da un vitale principio, che di nuovo la restituì agli onori e al dominio. Una vaga tradizione era invalsa che due Apostoli ebrei, uno facitor di tende, l'altro pescatore, fossero stati anticamente posti a morte nel Circo di Nerone, ed in capo a cinquecent'anni le genuine o fittizie reliquie loro vennero adorate come il Palladio di Roma Cristiana. I pellegrini dell'Oriente e dell'Occidente accorsero a prostrarsi innanzi al limitar sacrosanto; ma da miracoli e da terrori invisibili erano custodite le urne degli Apostoli; nè senza sbigottimento il pio Cattolico si avvicinava all'oggetto del suo culto. Fatale era il toccare, pericoloso il riguardare i corpi dei santi; e coloro che, anche spinti da' più puri motivi, ardivano di turbare il riposo del santuario, venivano spaventati da visioni, o perivano di subitanea morte. L'irragionevole domanda di un'Imperatrice, la quale desiderò di privare i Romani del loro sacro tesoro, la testa di S. Paolo, fu col massimo orror rigettata, ed il Papa asserì, probabilissimamente senza mentire, che un pannolino santificato per la vicinanza del corpo del santo, o la limatura della sua catena, che alle volte era facile, alle volte impossibile di ottenere, possedevano un grado eguale di miracolosa virtù[467]. Ma il potere, egualmente che la virtù degli Apostoli risiedeva con vivente energia nel petto de' lor successori; e la cattedra di san Pietro[468] era occupata, nel regno di Maurizio, dal primo e più grande Pontefice del nome di Gregorio. Il suo avo Felice era stato Papa egli pure, e come i vescovi erano già vincolati dalla legge del celibato, conviene che la morte della sua moglie avesse preceduto la sua consacrazione. I genitori di Gregorio, Silvia e Gordiano erano de' più notabili tra le famiglie del Senato, ed i più devoti che vantasse la Chiesa di Roma. Tra le sue parenti, si annoveravano delle sante e delle vergini; e la sua effigie, unitamente a quella di suo padre e di sua madre si vedeva espressa, quasi trent'anni dopo, in un ritratto di famiglia, ch'egli donò al monastero di S. Andrea[469]. Il disegno e il colorito di questo dipinto porgono una testimonianza onorevole che l'arte del pingere era coltivata dagl'Italiani del sesto secolo; ma possiamo formarci il più meschino concetto del gusto e della dottrina loro, in veggendo che l'epistole di S. Gregorio, i suoi sermoni ed i suoi dialoghi sono l'opera di un uomo che in erudizione non era secondo ad alcuno de' suoi contemporanei[470]. La sua nascita e la sua abilità lo avevano innalzato al posto di prefetto della città, ed egli godè il merito di rinunziare alle pompe ed alle vanità del mondo. L'ampio suo patrimonio fu dedicato a fondare sette monasteri[471], uno in Roma[472], e sei in Sicilia; e l'unico desiderio di Gregorio era di vivere sconosciuto in quella vita e glorioso nell'altra. Non pertanto, la sua devozione, e forse era sincera, calcò il sentiero che si sarebbe scelto da un astuto ed ambizioso politico. I talenti di Gregorio, e lo splendore che accompagnò la sua ritirata, lo renderono caro ed utile alla Chiesa; e l'implicita obbedienza si è sempre inculcata come il primo dovere di un monaco. Tosto ch'ebbe ricevuto il carattere di Diacono, Gregorio fu mandato a risiedere alla corte di Bisanzio in qualità di nunzio o ministro della Sede apostolica; ed egli arditamente prese in nome di S. Pietro uno stile d'indipendente dignità, che il più illustre laico dell'Impero non avrebbe potuto usare senza delitto e pericolo. Egli tornossene a Roma con una riputazione giustamente accresciuta, e dopo un breve esercizio delle monastiche virtù, fu tratto dal chiostro ed innalzato alla Sedia pontificale per l'unanime suffragio del Clero, del Senato e del Popolo. Egli solo si oppose, o parve opporsi al suo esaltamento, e l'umile preghiera che fece a Maurizio onde si degnasse di non approvare la scelta dei Romani, non servì che a fare spiccar maggiormente il suo carattere agli occhi dell'Imperatore e del Popolo. Quando fu pubblicata la fatal conferma del Principe, Gregorio ricorse all'aiuto di alcuni mercatanti suoi amici, per farsi trasportare in un paniere fuor delle porte di Roma, e modestamente si nascose per alcuni giorni fra i boschi ed i monti, finchè discoperto, a quanto dicesi, fu da una celeste luce il suo ritiro.

A. D. 590-604

Il pontificato di Gregorio il Grande che durò tredici anni sei mesi e dieci giorni, è uno de' più edificanti periodi dell'istoria della Chiesa. Le sue virtù ed anche i suoi errori formano un singolar miscuglio di semplicità e di scaltrezza, di orgoglio e di umiltà, di buon senso e di superstizione, che molto bene si confà alla posizione di quel Pontefice ed all'indole de' suoi tempi. Nel suo rivale, il Patriarca di Costantinopoli, egli condannò il titolo anticristiano di Vescovo universale, titolo che il successore di San Pietro era troppo superbo per concedere, e troppo debole per assumere; e l'ecclesiastica giurisdizione di Gregorio era limitata al triplice carattere di Vescovo di Roma, Primate dell'Italia, ed Apostolo d'Occidente. Di frequente egli montava sul pulpito, ed accendeva colla sua rozza, ma patetica eloquenza le passioni, conformi alle sue, dei suoi ascoltatori. Egli interpretava ed applicava il linguaggio de' Profeti ebrei, ed il popolo, oppresso dalle presenti calamità, si volgeva alle speranze ed ai timori del mondo invisibile. I suoi precetti ed esempj determinarono il modello della liturgia Romana[473], la distribuzione delle parrocchie, il calendario delle feste, l'ordine delle processioni, il servizio dei Sacerdoti e dei Diaconi, la varietà ed il cangiamento delle vesti sacerdotali. Sino agli ultimi giorni del viver suo, egli uffiziò nel canone della messa, che durava più di tre ore; il canto Gregoriano[474] ci ha conservato la musica vocale ed istrumentale del teatro, e le rozze voci de' Barbari si sforzarono ad imitare la melodia della scuola Romana[475]. L'esperienza gli avea dimostrato l'efficacia di que' riti solenni e pomposi, per confortar la sventura, confermar la fede, temperar la fierezza e dissipare il cupo entusiasmo del volgo; ed agevolmente egli perdonò la tendenza ch'essi hanno a promovere il regno de' preti e la superstizione. I Vescovi dell'Italia e delle Isole addiacenti riconoscevano il Pontefice di Roma per loro metropolitano speciale. L'esistenza stessa, l'unione o la traslazione delle Sedi vescovili veniva decisa dalla sua discrezione assoluta; e le fortunate sue incursioni nelle province della Grecia, della Spagna e della Gallia, poterono dar peso alle più alte pretensioni de' Papi che gli succedettero. Egli interpose la sua autorità per impedire gli abusi delle elezioni popolari; la gelosa sua cura mantenne la purità della fede e della disciplina; ed il pastore apostolico assiduamente invigilava sopra la fede e la disciplina de' subordinati pastori. Sotto il suo regno, gli Arriani dell'Italia e della Spagna si raccostarono alla Chiesa cattolica, e la conquista della Britannia tramanda men lustro sul nome di Giulio Cesare che su quello di Gregorio I. Invece di sei legioni, s'imbarcarono quaranta monaci per quell'isola remota, ed il Pontefice si dolse degli austeri doveri che vietavano di partecipare a' pericoli della spirituale lor guerra. In meno di due anni egli fu in grado di significare all'Arcivescovo di Alessandria, ch'essi avevano battezzato il Re di Kent con diecimila de' suoi Anglosassoni, e che i missionarj Romani, come quelli della primitiva Chiesa, non d'altro erano armati se non se di poteri spirituali e soprannaturali. La credulità o la prudenza di Gregorio era sempre disposta a confermare la verità della relazione colle prove degli spettri, de' miracoli e delle risurrezioni[476]; e la posterità ha pagato alla sua memoria lo stesso tributo ch'egli liberamente concedeva alle virtù della sua o delle precedenti generazioni. Gli onori celesti furono liberalmente compartiti dall'autorità de' Pontefici; ma Gregorio è l'ultimo del loro ordine ch'essi abbian ardito d'inscrivere nel calendario de' Santi.

La potestà temporale dei Papi nacque appoco appoco dalle calamità dei tempi, ed i Vescovi Romani che dappoi hanno inondato l'Europa e l'Asia di sangue, erano allora costretti a regnare quai ministri di carità e di pace. I. La Chiesa di Roma, come s'è innanzi osservato, era dotata di ampie possessioni in Italia, in Sicilia e nelle più lontane province, ed i suoi agenti, che comunemente erano suddiaconi, avevano acquistato una giurisdizione civile ed anche criminale sopra i loro dipendenti e coloni. Il successore di San Pietro amministrava il suo patrimonio colle cure di un vigilante e moderato proprietario[477], e le Pistole di San Gregorio sono piene di salutari avvisi di astenersi da processi dubbiosi e molesti; di serbare l'integrità de' pesi e delle misure; di concedere ogni ragionevole dilazione, e di alleggerire la capitazione degli schiavi della gleba, i quali compravano il diritto di maritarsi col pagamento di un'arbitraria tassa[478].

La rendita e il prodotto di questi stabili era trasportata alla foce del Tevere, a rischio ed a spese del Papa; egli usava delle sue ricchezze come un fedele castaldo della Chiesa e del povero, e liberamente applicava a' loro bisogni gl'inesauribli compensi dell'astinenza e dell'ordine. Si tennero per più di trecento anni nel Laterano i voluminosi conti dell'entrate e delle spese, come il modello dell'economia Cristiana. Nelle quattro grandi festività, il Papa distribuiva il quartiere dell'assegnamento al clero, a' suoi domestici, ai monasteri, alle chiese, ai cimiteri, alle limosinerie ed agli spedali di Roma e del resto della Diocesi. Nel primo giorno di ciascun mese, egli dispensava ai poveri, secondo la stagione, la porzione lor fissa di grano, di vino, di caccio, di erbaggi, di olio, di pesce, di provigioni fresche, di vestimenta e di denaro; ed i suoi tesorieri continuamente ricevevan ordine di soddisfare, in suo nome, alle straordinarie richieste dell'indigenza e del merito. La carità di ogni giorno e di ogni ora sollevava le urgenti necessità degli infermi e de' disagiati, degli stranieri e de' pellegrini; nè si accostava il Pontefice stesso al frugale suo pasto se non dopo aver mandato alcuni piatti della sua tavola a qualche infelice meritevole della sua pietà. La miseria de' tempi avea ridotto i nobili e le matrone di Roma ad accettare, senza rossore, le beneficenze della Chiesa: tre mila vergini ricevevano il vitto e le vesti dalle mani del loro benefattore; e molti Vescovi dell'Italia, fuggendo dai Barbari si ripararono alle soglie ospitali del Vaticano. Gregorio perciò giustamente era chiamato il Padre della Patria; e tale era l'estrema sensività della sua coscienza, che in pena della morte di un accattone, ch'era perito sulla strada, egli s'interdisse per più giorni l'esercizio delle funzioni sacerdotali. II. Le sciagure di Roma involgevano il Pastore apostolico nelle pratiche della pace e della guerra; e forse Gregorio non sapeva egli stesso se la pietà e l'ambizione lo traesse a far le veci del suo assente Sovrano. Egli scosse l'Imperatore da un troppo lungo letargo; gli espose la reità e l'incapacità dell'Esarca e de' suoi ministri inferiori, si lagnò che i veterani fossero tratti da Roma per la difesa di Spoleto, confortò gl'Italiani a difendere le loro città e i loro altari; e condiscese, nella crisi del pericolo, a nominare i Tribuni, ed a reggere le operazioni delle truppe provinciali. Ma lo spirito marziale del Papa era frenato dagli scrupoli dell'umanità e della religione; liberamente egli condannò come odiosa ed oppressiva l'imposizione del tributo, quantunque venisse impiegato in servigio della guerra Italiana, e protesse contro gli editti Imperiali la devota codardia de' soldati che dalla vita militare disertavano alla vita monastica. Se vogliamo dar fede alle sue dichiarazioni, Gregorio avrebbe potuto agevolmente sterminare i Lombardi per mezzo delle domestiche lor fazioni, senza lasciar vivo un Re, un Duca od un Conte, e salvare quella sfortunata nazione dalla vendetta de' loro nemici. In qualità di Vescovo cristiano, egli preferì i salutevoli uffizi di pace; la sua mediazione sedò il tumulto delle armi; ma troppo conoscente egli era delle arti de' Greci e delle passioni de' Lombardi, per impegnare la sacra sua promessa che la tregua sarebbe osservata. Deluso nella speranza che avea nutrito di una generale e durevol concordia, gli bastò l'animo di salvar la sua patria senza il consentimento dell'Imperatore e dell'Esarca. Sospesa sopra di Roma era la spada dell'inimico; essa ne fu stornata dalla dolce eloquenza e dagli opportuni donativi del Pontefice, il quale si attraeva il rispetto de' Barbari e degli Eretici. I meriti di Gregorio furono contraccambiati dalla corte di Bisanzio con rampogne ed insulti: ma nell'amore di un Popolo riconoscente, egli trovò il più puro guiderdone di un cittadino, ed i migliori titoli dell'autorità di un sovrano[479].

CAPITOLO XLVI.

Rivoluzioni di Persia dopo la morte di Cosroe o Nushirvan. Il tiranno Ormuz, suo figlio, è deposto. Usurpazione di Bahram. Fuga e restaurazione di Cosroe II: sua gratitudine verso i Romani. Il Cacano degli Avari. Ribellione dell'esercito contro Maurizio: sua morte. Tirannia di Foca. Esaltamento di Eraclio. Guerra Persiana. Cosroe soggioga la Siria, l'Egitto e l'Asia Minore. Assedio di Costantinopoli fatto da' Persiani e dagli Avari. Spedizioni Persiane. Vittorie e trionfo di Eraclio.