Tiberio era tra' Romani del suo tempo uno de' più appariscenti per la sublime statura e l'avvenenza della persona. Fra le sue virtù[432], la sua bellezza potè introdurlo al favor di Sofia; e la vedova di Giustino era persuasa ch'ella conserverebbe il suo posto ed il suo ascendente sotto il regno di un secondo e più giovane marito. Ma se l'ambizioso candidato erasi indotto a piaggiare e dissimulare, non era ormai più in sua balìa il corrispondere alle aspettative di lei o l'adempire le proprie promesse. Le fazioni dell'Ippodromo domandavano, con qualche impazienza, il nome della nuova loro Imperatrice; ma il popolo e Sofia furono presi da stupore sentendo a bandire il nome di Anastasia, secreta ma legittima moglie dell'imperatore Tiberio. Quanto alleviar poteva il dolore della delusa Sofia, onori imperiali, palazzo magnifico, numeroso treno di servi, tutto liberalmente le fu conceduto dalla pietà dell'adottivo suo figlio. Egli nelle solenni occasioni visitava e consultava la vedova del suo benefattore: ma l'ambizione di lei ebbe a sdegno la vana sembianza della dignità reale: e la rispettosa appellazione di madre serviva ad inasprire, anzi che a placare lo sdegno di una donna oltraggiata. Mentre ella accettava da Tiberio e ricambiava col sorriso delle Corti le gentili espressioni di riguardo o di confidenza, si conchiudeva una secreta alleanza tra l'Imperatrice madre, e gli antichi nemici di lei; e Giustiniano, figlio di Germano, fu adoperato come stromento della sua vendetta. L'orgoglio della casa regnante sopportava con repugnanza il dominio di uno straniero: il giovine figlio di Germano meritamente godeva il favore del popolo. Il nome di lui, dopo la morte di Giustino, era stato posto in campo da una tumultuosa fazione; e l'ossequiosa offerta che del proprio capo egli fece, non che di un tesoro di sessantamila lire sterline, poteva interpretarsi come una prova di delitto, o almeno di timore. Giustiniano ricevè un generoso perdono ed il comando dell'esercito orientale. Il monarca Persiano fuggì dinanzi alle armi di esso; e le acclamazioni onde ne fu accompagnato il trionfo, lo dichiararono degno dell'ostro. L'artificiosa sua protettrice avea scelto il mese della vendemmia, tempo in cui l'Imperatore soleva tra gli ozj di una campestre solitudine godere i piaceri di un suddito. Appena ebbe contezza de' disegni di Sofia, Tiberio si ricondusse a Costantinopoli, ove la sua presenza e fermezza soffocò la cospirazione. Dalla pompa e dagli onori di cui aveva abusato, Sofia fu ridotta ad un assegnamento modesto; Tiberio licenziò il corteggio di lei, ne intercettò il carteggio, e commise ad una guardia fedele la cura di custodirla. Ma i servigi di Giustiniano non furono risguardati da quell'eccellente Principe come un aggravamento de' suoi torti; dopo avergli fatto alcuni blandi rimproveri, egli dimenticò il tradimento e l'ingratitudine; e fu comunemente creduto che l'Imperatore allettasse qualche pensiero di contrarre una duplice alleanza col rival del suo trono. La voce di un angelo (favola propagata a quel tempo) potè rivelare all'Imperatore che egli avrebbe sempre trionfato de' suoi nemici domestici; ma Tiberio ritraeva una sicurezza più ferma dall'innocenza e dalla generosità del suo animo.
All'odioso nome di Tiberio egli aggiunse il popolare soprannome di Costantino, ed imitò le più pure virtù degli Antonini. Dopo di aver riferito i vizj o le follie di tanti Principi romani, dolce riesce il fermarsi per un momento sopra un carattere ragguardevole pei pregi dell'umanità, della giustizia, della temperanza, e della fortezza, ed il contemplare un sovrano affabile nella sua reggia, devoto nella chiesa, imparziale sul seggio de' giudizj, e vittorioso, almeno per mezzo de' suoi generali, nella guerra Persiana. Il più glorioso trofeo della sua vittoria fu una moltitudine di prigionieri che Tiberio alimentò, redense, e rimandò alle natie lor case collo spirito caritatevole di un eroe cristiano. I meriti o le sventure de' suoi sudditi avevano il più caro diritto alla sua beneficenza, ed egli misurava le sue larghezze, non a norma della loro espettazione, ma a norma della propria sua dignità. Questa massima, comecchè pericolosa in un depositario della ricchezza pubblica, era contrappesata da un principio di umanità e di giustizia, che gl'insegnava ad abborrire, come di lega vilissima, l'oro spremuto dalle lagrime del Popolo. Per sollevare i suoi sudditi, ogni volta ch'erano stati afflitti da naturali o da ostili calamità, egli punto non indugiava a discioglierli dai tributi, di cui restavano in debito, o dalla dimanda di nuove imposizioni. Fieramente egli rigettò le servili proposte de' suoi ministri che gli offrivano ripieghi compensati da una oppressione dieci volte maggiore, e le savie ed eque leggi di Tiberio eccitarono la lode de' tempi susseguenti ed il rammarico della sua perdita. Costantinopoli tenne per fermo che l'Imperatore avesse scoperto un tesoro: ma il vero suo tesoro consisteva nella pratica di una liberale economia, e nel disprezzo di tutte le spese superflue. I Romani dell'Oriente avrebbero gioito la felicità, se il migliore fra i doni del cielo, un Principe che ama la patria, fosse rimasto perpetuamente fra loro. Ma in meno di quattro anni dopo la morte di Giustino, il degno suo successore cadde sotto il peso di una mortale infermità, che appena gli lasciò il tempo di restituire il diadema al più meritevole de' suoi cittadini, secondo l'investitura ond'egli il teneva. Tiberio tra la folla scelse Maurizio, giudizio più prezioso che la porpora stessa. Il Patriarca ed il Senato furono chiamati al letto del principe moribondo: egli diede a Maurizio la sua figlia e l'Impero; e l'ultimo suo volere fu solennemente bandito dalla voce del Questore. Tiberio manifestò la speranza in cui era che le virtù del suo figlio e successore avessero ad innalzare il più nobile monumento alla sua memoria. Essa fu onorata dalla pubblica afflizione; ma il più sincero cordoglio si dilegua nel tumulto di un nuovo regno, e gli occhi ed i plausi degli uomini sono ben presto rivolti al sole che nasce.
A. D. 582
L'Imperatore Maurizio traeva la sua origine da Roma antica[433], ma gl'immediati suoi genitori erano stanziati ad Arabisso, nella Cappadocia, e la singolare loro felicità li serbò in vita a vedere ed averla comune la fortuna dell'augusto lor figlio. La giovinezza di Maurizio era scorsa nella professione della milizia; Tiberio lo promosse al comando di una nuova e favorita legione di dodicimila confederati; si segnalarono il suo valore e la sua condotta nella guerra Persiana; ed egli tornò a Costantinopoli ad accettare come giusta ricompensa, l'eredità dell'Impero. Maurizio salì al trono nella matura età di quarantatre anni; ed egli regnò venti anni sopra l'Oriente e sopra se stesso[434]; cacciando fuor dal suo animo la selvaggia democrazia delle passioni, e fondando (secondo l'arguto parlare di Evagrio) una perfetta aristocrazia della ragione e della virtù. Può insorgere qualche sospetto contro la testimonianza di un suddito, benchè protesti che la secreta sua lode mai non giungerà all'orecchio del suo sovrano[435], ed alcuni mancamenti sembrano riporre il carattere di Maurizio al di sotto del più puro merito del suo predecessore. Il freddo e riserbato suo contegno può imputarsi ad arroganza; non sempre andò esente di crudeltà la sua giustizia nè scevra fu di debolezza la sua clemenza; e la rigida sua economia troppo spesso lo espose al rimprovero di avarizia. Ma i ragionevoli desiderj di un assoluto Monarca debbono tendere alla felicità del suo popolo. Maurizio era dotato del senno e del coraggio che si chieggono a promovere questa felicità, e la sua amministrazione reggevasi a tenore de' principj e dell'esempio di Tiberio. La pusillanimità de' Greci avea introdotto una separazione sì intera tra le funzioni di Re e quelle di Generale, che un semplice soldato il quale avea meritato ed ottenuto la porpora, di rado o non mai comparve alla testa de' suoi eserciti. Nondimeno l'Imperatore Maurizio ebbe la gloria di riporre in trono il monarca Persiano: i suoi luogotenenti condussero una dubbia guerra contro gli Avari del Danubio, ed egli volse un occhio d'inefficace pietà sopra l'abbietto e disastroso stato delle sue province Italiane.
Dall'Italia giungevano del continuo agli Imperatori moleste relazioni di miseria e dimande di soccorsi, che strappavan ad essi di bocca l'umiliante confessione dalla propria lor debolezza. La spirante dignità di Roma unicamente contraddistinguevasi per la libertà e l'energia delle sue querele. «Se tu sei impotente, inabile,» essa diceva, «a liberarci dalla spada de' Lombardi, salvaci almeno dalle calamità della fame.» Tiberio perdonò la rampogna, e sollevò la miseria; si trasportò una provvigione di grano dall'Egitto al Tevere, ed il Popolo Romano, invocando il nome, non di Camillo ma di S. Pietro, respinse i Barbari dalle sue mura. Ma accidentale fu il soccorso, perpetuo ed incalzante era il pericolo; ed il Clero ed il Senato raccogliendo gli avanzi dell'antica loro opulenza, unirono una somma di tremila libbre d'oro, e spedirono il patrizio Panfronio a porre i loro doni ed i loro lamenti a piè del trono di Costantinopoli. L'attenzione della Corte, e le forze dell'Oriente, erano volte verso la guerra Persiana: ma la giustizia di Tiberio applicò il sussidio alla difesa della città; ed egli accommiatò il Patrizio col migliore consiglio che potesse dargli, ch'era di corrompere i Capi Lombardi, ovvero di procacciarsi l'aiuto dei Re di Francia. Nonostante questa debole invenzione, l'Italia continuò a gemere afflitta, Roma fu di nuovo assediata, ed il sobborgo di Classe, non più di tre miglia distante da Ravenna, fu saccheggiato ed occupato dalle truppe di un semplice Duca di Spoleto. Maurizio diede udienza ad una seconda deputazione di Sacerdoti e di Senatori; le obbligazioni e le minacce della religione erano vivamente esposte nelle lettere del pontefice di Roma; ed il suo nunzio, il Diacono Gregorio, era egualmente idoneo ad invocare i poteri del cielo e quei della terra. L'Imperatore si apprese con più poderoso effetto al consiglio del suo predecessore: si persuase ad alcuni formidabili Capi Lombardi di abbracciare l'amicizia dei Romani, ed uno di essi, Barbaro mansueto e fedele, visse e morì al servizio dell'Esarca. I passi dell'Alpi furono lasciati liberi ai Franchi, ed il Papa li confortò a rompere senza scrupolo i giuramenti fatti e gl'impegni presi co' miscredenti. Childeberto, nipote di Clodoveo, s'indusse ad invader l'Italia, mediante il pagamento di cinquantamila monete; ma siccome egli avea veduto con amore alcune pezze coniate dalla zecca di Bisanzio del peso di una libbra d'oro, il Re di Austrasia stipulò che per rendere degno di lui il presente, vi si mescolerebbe un adeguato numero di quelle venerande medaglie. I Duchi de' Lombardi aveano provocato con frequenti scorrerie i loro potenti vicini della Gallia. Tosto che temerono una giusta rappresaglia, essi rinunziarono alla debole e disordinata indipendenza loro; si riconobbero con unanime accordo i vantaggi del governo reale, l'unione, la secretezza, il vigore; ed Autari, figlio di Clefone, era già cresciuto nella forza e nella riputazione di un guerriero. Sotto lo stendardo del nuovo Re, i conquistatori dell'Italia fecero fronte a tre successive invasioni, una delle quali era condotta da Childeberto stesso, l'ultimo della stirpe de' Merovingi che calasse le Alpi. La prima spedizione andò a male per la gelosa animosità de' Franchi e degli Alemanni. Nella seconda essi furono rotti in una sanguinosa battaglia con più perdita e più disonore che non avessero sofferto dalla fondazione della loro monarchia in poi. Impazienti di vendetta essi discesero per la terza volta con raddoppiate forze, ed Autari cedè al furor del torrente. Egli distribuì le truppe ed i tesori de' Lombardi nelle città murate tra le Alpi e gli Apennini. Una nazione, meno sensiva del pericolo, che della fatica e della dilazione, tosto mormorò contro la follia de' suoi venti comandanti; ed i caldi vapori del sole d'Italia infettarono di malattia quei corpi aquilonari, già spossati dalle vicende dell'intemperanza e della carestia. Lo forze che mal convenienti erano alla conquista, furono più che bastevoli alla desolazione del paese; nè i tremanti nativi sapean distinguere quali fossero i loro nemici e quali i liberatori. Se la congiunzione delle forze Merovinge ed Imperiali eseguita si fosse nelle vicinanze di Milano, rovesciato esse avrebber forse il trono de' Lombardi: ma i Franchi aspettarono per sei giorni il segnale di un villaggio in fiamme, e le forze de' Greci stettero oziosamente impiegate nel ridurre Modena e Parma, che ad essi ritolte furono dopo la ritirata de' Transalpini loro alleati. La vittoria di Autari rassodò il suo diritto al dominio dell'Italia. A' piedi delle Alpi Retiche, egli soggiogò la resistenza e predò i nascosti tesori di una segregata isoletta nel lago di Como. Sull'estrema punta della Calabria, egli percosse colla sua lancia una colonna, piantata a Reggio sul lido del mare,[436] dichiarando che quell'antico termine sarebbe l'immobile confine del suo Reame[437].
Per lo spazio di duecent'anni, l'Italia fu disugualmente divisa tra il regno de' Lombardi e l'Esarcato di Ravenna. Gli uffizj e le professioni che la gelosia di Costantino avea separati, furono riuniti dall'indulgenza di Giustiniano; e diciotto Esarchi vennero investiti, nella decadenza dell'Impero, di tutta l'autorità civile, militare ed anche ecclesiastica che rimaneva in Italia al Principe, il qual regnava in Bisanzio. L'immediata loro giurisdizione che poi fu consacrata come il patrimonio di S. Pietro, si stendeva sopra la moderna Romagna, le paludi o valli di Ferrara e Comacchio[438] le cinque città marittime da Rimini ad Ancona, ed una seconda Pentapoli mediterranea tra la costa dell'Adriatico ed i colli dell'Appennino. Tre subordinate province, di Roma, di Venezia e di Napoli, divise dal palazzo di Ravenna per mezzo di terre appartenenti al nemico, riconoscevano, in pace ed in guerra, la supremazia dell'Esarca. Pare che il Ducato di Roma racchiudesse i paesi che la città nei primi quattro secoli avea conquistati nell'Etruria, nel paese de' Sabini e nel Lazio, e chiaramente sen possono indicare i limiti lungo la costa, da Civitavecchia a Terracina, e seguendo il corso del Tevere, da Ameria e Narni sino al porto di Ostia. Le numerose isole da Grado a Chiozza, componevano la nascente dominazione di Venezia; ma le più accessibili città sul continente furono rovesciate da' Lombardi, i quali con impotente rabbia miravano una nuova capitale sorgere in mezzo dell'acque. Il potere dei Duchi di Napoli era circoscritto dal golfo e dalle isole addiacenti, dal territorio ostile di Capua, e dalla colonia Romana di Amalfi[439], i cui industri cittadini coll'invenzion della bussola hanno tolto il velo che copriva la faccia del Globo. Le tre isole di Sardegna, di Corsica, e di Sicilia, aderivano tuttora all'Impero; e l'acquisto della Calabria ulteriore respinse il limite degli Stati di Autari dalla spiaggia di Reggio fino all'istmo di Cosenza. In Sardegna i selvaggi montanari conservavano la libertà e la religione de' loro maggiori; ma i contadini della Sicilia erano incatenati all'ubertoso e coltivato lor suolo. Roma giaceva oppressa dal ferreo scettro degli Esarchi, ed un Greco, forse un Eunuco, impunemente insultava le rovine del Campidoglio. Ma Napoli prestamente acquistò il privilegio di eleggersi da se stessa i suoi Duchi[440]; l'independenza di Amalfi era il frutto del commercio; ed il volontario attaccamento di Venezia all'Impero Orientale, venne finalmente nobilitato mercè di un'eguale alleanza con esso. Sulla carta dell'Italia, la misura dell'Esarcato occupa uno spazio molto piccolo, ma essa inchiude un'ampia proporzione di ricchezze, d'industria e di popolazione. I più fedeli e valutabili sudditi scamparono dal giogo de' Barbari, e le bandiere di Pavia e Verona, di Milano e di Padova furono spiegate nei rispettivi loro quartieri dai nuovi abitatori di Ravenna. Il rimanente dell'Italia era posseduto dai Lombardi; e dalla regal sede di Pavia si stendeva il lor regno a Levante, a Settentrione ed a Ponente, sino ai confini degli Avari, de' Bavari, e de' Franchi, dell'Austrasia e della Borgogna. Nel linguaggio della geografia moderna, quel regno viene rappresentato dalla terra-ferma della Repubblica Veneta, dal Tirolo, dal Milanese, dal Piemonte, dalla riviera di Genova, da Mantova, Parma e Modena, dal gran Ducato di Toscana, e da una larga porzione dello Stato Ecclesiastico da Perugia sino all'Adriatico. I Duchi ed in ultimo i Principi di Benevento sopravvissero alla monarchia, e propagarono il nome de' Lombardi. Da Capua a Taranto, essi regnarono per quasi cinquecent'anni sopra la maggior parte del presente Regno di Napoli[441].
Volendo paragonare la proporzione tra il popolo vittorioso ed il vinto, dal cangiamento della lingua si possono trarre i più probabili indizi. Secondo questa norma apparisce che i Lombardi dell'Italia e i Visigoti della Spagna erano men numerosi che i Franchi od i Borgognoni; ed i conquistatori della Gallia a lor volta, debbono cedere alla moltitudine de' Sassoni ed Angli che quasi sradicarono l'idioma de' Britanni. La favella Italiana moderna si è formata appoco appoco, mediante il mescolamento delle nazioni; la goffaggine de' Barbari nel delicato maneggio delle declinazioni e delle coniugazioni, li ridusse ad usare gli articoli ed i verbi ausiliari; e molte nuove idee furono espresse con voci Teutoniche. Non pertanto il fondo principale de' termini tecnici e familiari si scorge derivato dal Latino[442]; e se avessimo sufficiente contezza degli obsoleti, rustici e municipali dialetti dell'antica Italia potremmo rintracciar l'origine di molti vocaboli che forse erano rigettati dalla classica purità di Roma. Un numeroso esercito non costituisce che una picciola nazione, e le forze de' Lombardi furon tosto diminuite dal ritirarsi che fecero i ventimila Sassoni, i quali, spregiando una dipendente condizione, se ne tornarono, dopo molte audaci e pericolose avventure, alla nativa lor terra[443]. Formidabile era l'estensione del campo di Alboino; ma l'ampiezza di un campo facilmente si conterrebbe nella circonferenza di una città, ed i marziali abitanti di esso si troverebbero radamente sparsi sopra la superficie di un vasto paese. Alboino nel calar giù dalle Alpi, conferì al suo nipote, primo Duca del Friuli, il comando di quella provincia e del Popolo, ma il prudente Gisulfo avrebbe scansato il pericoloso uffizio se non gli fosse stato concesso di scegliere, tra i nobili Lombardi, un numero di famiglie[444] sufficiente a formare una perpetua colonia di soldati e di sudditi. Nel progresso della conquista non fu possibile compartire la stessa facoltà ai Duchi di Brescia o di Bergamo, di Pavia o di Torino, di Spoleto o di Benevento; ma ciascuno di questi, e ciascuno de' loro colleghi, si stabilì nel distretto assegnatogli con una mano di seguaci che si raccoglievano sotto il suo stendardo in tempo di guerra, e comparivano dinanzi al suo tribunale in tempo di pace. Libera ed onorata era la dipendenza loro: restituendo i doni ed i beneficj che avevano accettato, essi potevano passare, insieme colle famiglie loro, nella giurisdizione di un altro Duca; ma l'assenza loro dal regno veniva punita di morte come delitto di diserzione militare[445]. La posterità de' primi conquistatori gettò profonde radici nel suolo, cui per ogni motivo d'interesse e d'onore erano vincolati a difendere. Un Lombardo nasceva soldato del suo Re e del suo Duca; e le assemblee civili della nazione spiegavano le bandiere, e prendevano il nome di un esercito regolare. Le paghe e le ricompense di quest'esercito si ritraevano dalle province conquistate, e le triste impronte dell'ingiustizia e della rapina ne disonorarono la distribuzione, la quale non venne effettuata sin dopo la morte di Alboino. Molti fra i più ricchi Italiani furono spenti o banditi: diviso andò il rimanente fra gli stranieri, e sotto il nome di ospitalità s'impose un tributo, che obbligava i nativi a pagare ai Lombardi una terza parte de' frutti della terra. In meno di settant'anni questo sistema artificiale fu abolito e si soggettarono i fondi stabili ad una dipendenza più semplice e solida[446]. O il proprietario Romano era cacciato via dal più forte ed insolente suo ospite; ovvero l'annuo pagamento del terzo del prodotto si permutava, con più equo accordo, in una proporzionata cessione di terreni. Sotto il dominio di questi stranieri padroni, le faccende dell'agricoltura nella coltivazione del grano, delle viti e degli ulivi erano esercitate con degenerata perizia ed industria dalla mano degli schiavi e dei natii. Ma le occupazioni di una vita pastorale erano più confacenti all'indolenza de' Barbari. Nelle ricche praterie della Venezia essi ristorarono ed immegliarono la razza de' cavalli, pe' quali quella provincia era stata illustre una volta[447], e gl'Italiani mirarono con istupore una razza di buoi o di bufali[448]. La spopolazione della Lombardia, e l'ampliazione delle foreste, somministrarono un vasto campo ai piaceri della caccia[449]. Quell'arte maravigliosa che ammaestra gli uccelli dell'aria a riconoscere la voce e ad eseguire i comandi del loro signore, era rimasta incognita al raffinato ingegno de' Greci e de' Romani[450]. La Scandinavia e la Scizia producono i più animosi e più trattabili falconi[451]; ammansati essi vennero ed educati da questi erranti abitatori, sempre usi a stare a cavallo e nel campo. Questo favorito passatempo dei nostri antenati, fu introdotto dai Barbari nelle province Romane: e le leggi d'Italia reputavano la spada, ed il falcone come d'egual dignità ed importanza nelle mani di un nobile Lombardo[452].
Così rapido fu l'influsso del clima e dell'esempio, che i Lombardi della quarta generazione rimiravano con curiosità e timore i ritratti de' selvaggi loro antenati[453]. Raso era di dietro il lor capo, ma le ispide ciocche ricadevano sugli occhi e sulla bocca, ed una lunga barba rappresentava il nome ed il carattere della nazione. Consisteva il loro vestire in larghi abiti di tela, giusta la foggia degli Anglo-Sassoni, ornati al loro modo di larghe striscie di svariati colori. Portavano le gambe ed i piedi avvolti, in lunghi calzari ed in sandali aperti, ed eziandio nella serenità della pace la fedele spada continuamente pendeva al lor fianco. Eppure questo strano apparato e l'orrido aspetto sovente ricoprivano una buona, gentile e generosa indole; e come cessata era la furia del terrore, i prigionieri ed i sudditi rimanevano alle volte sorpresi dell'umanità del vincitore. I vizi de' Lombardi erano l'effetto delle passioni, dell'ignoranza o dell'ebbrietà; più lodevoli erano le virtù loro, come quelle che non venivano infettate dall'ipocrisia de' sociali costumi, nè imposte dai rigorosi freni delle leggi e della educazione. Io non temerei di uscire del mio soggetto, se fosse in mio potere il delineare la vita privata dei conquistatori dell'Italia, e riferirò con piacere la galante avventura di Autari, la quale respira il vero genio della cavalleria e del romanzo[454]. Dopo la morte di una principessa Merovingia promessagli in isposa, egli chiese in matrimonio una figlia del Re di Baviera; e Garibaldo accettò l'alleanza del Monarca Italiano. Mal tollerando i tardi progressi della trattativa il fervido amatore si tolse al suo palazzo, e si trasferì alla corte di Baviera nella comitiva della sua propria ambasceria. In una pubblica udienza l'incognito straniero si avanzò verso il trono ed informò Garibaldo che l'ambasciatore era veramente il ministro di Stato, ma ch'egli era l'amico di Autari, il quale gli aveva affidata la dilicata commissione di dargli un fedele ragguaglio de' vezzi della sua sposa. Fu chiamata Teodolinda a sostenere quest'importante esame, e dopo un momento di silenziosa estasi, egli la salutò Regina d'Italia, ed umilmente richiese che, secondo il costume della nazione, essa presentasse una coppa di vino al primo de' nuovi suoi sudditi. Per comando del padre, ella obbedì. Autari ricevè la coppa, come venne il suo giro, e nell'atto di restituirla alla principessa, furtivamente lo toccò la mano, e si pose il dito sul labbro. Alla sera Teodolinda raccontò alla sua nudrice l'indiscreta famigliarità dello straniero, e l'antica donna la confortò colla sicurezza, che un tale ardire non potea provenire che dal Re suo consorte, il quale per la sua bellezza ed il suo coraggio, meritevole appariva dell'amore di lei. Gli Ambasciatori ebber comiato; ma appena giunti furono sul confina d'Italia, Autari, sollevandosi sul suo cavallo, scagliò la scure di guerra contro di un albero, con incomparabil forza e destrezza: «Tali, egli disse agli stupefatti Bavari, tali sono i colpi che vibra il Re dei Lombardi». All'avvicinarsi di un esercito francese, Garibaldo e la sua figlia cercarono un asilo ne' dominj del loro alleato: e nel palazzo di Verona si consumò il matrimonio. In capo ad un anno esso fu disciolto per la morte di Autari: ma le virtù di Teodolinda[455] l'avevano fatta amare dalla nazione in modo che le fu concesso di donare, insieme colla sua mano, lo scettro del Regno d'Italia.
A. D. 643