A. D. 562-570
Qualunque si fossero i motivi della sua sicurezza, Alboino non s'aspettò d'avvenirsi, nè si avvenne in alcun esercito Romano in campo. Egli salì le Alpi Giulie, e con disprezzo e desiderio giù volse gli occhi sulle fertili pianure, a cui la sua vittoria conferì il perpetuo nome di Lombardia. Un capitano fedele ed uno scelto drappello erano stanziati nel Foro di Giulio, il moderno Friuli, per guardare i passi de' monti. I Lombardi rispettarono la forza di Pavia, e porsero ascolto alle preghiere de' Trevigiani. La tarda e pesante lor moltitudine si avanzò ad occupare il palazzo e la città di Verona; e Milano che allora sorgea dalle sue ceneri, fu investita dalle forze di Alboino, cinque mesi dopo la sua partenza dalla Pannonia. Il terrore precedeva il suo campo; egli trovò o lasciò per ogni dove una solitudine spaventosa; ed i pusillanimi Italiani giudicarono, senza cimentarsi, che lo straniero era invincibile. Fuggendo pe' laghi, su i monti, in seno alle paludi, le turbe atterrite nascondevano alcuni brani della loro ricchezza e procrastinavano il momento del loro servaggio. Paolino, patriarca di Antiochia, trasportò i suoi tesori sacri e profani nell'isole di Grado[422] ed i suoi successori furono adottati dalla nascente Repubblica di Venezia, che del continuo arricchivasi per le pubbliche calamità dell'Italia. Onorato, che teneva la cattedra di S. Ambrogio, avea credulamente accettato le infide offerte di una capitolazione; l'Arcivescovo in una col clero e coi nobili di Milano, fu tratto dalla perfidia di Alboino a ricercare un asilo nei meno accessibili ripari di Genova. Lungo la costa marittima, sostenuto era il coraggio degli abitanti dalla facilità di procacciarsi vettovaglie, dalla speranza di ricevere soccorsi e dalla facoltà di scampare colla fuga. Ma dai colli di Trento sino alle porte di Ravenna e di Roma, le regioni mediterranee dell'Italia divennero, senza una battaglia od un assedio, il patrimonio dei Lombardi. La sommissione del popolo invitò i Barbari ad assumere il carattere di Sovrani legittimi, e lo sconcertato Esarca fu ridotto alle funzioni di significare all'Imperatore Giustino la rapida ed irreparabil perdita delle città e delle province[423]. Una città ch'era stata diligentemente fortificata dai Goti, tenne saldo contro le armi del nuovo invasore; e mentre soggiogata veniva l'Italia dai volanti drappelli dei Lombardi, il campo reale per tre anni non si mosse dinanzi la porta occidentale di Ticinum o Pavia. Quel coraggio istesso che ottiene la stima di un nemico incivilito, risvegliò il furore di un selvaggio, e l'impaziente assediatore si era vincolato con terribile giuramento a lasciare che l'età, il sesso ed il grado confusi andassero in un generale macello. L'aiuto della fame finalmente gli porse il destro di eseguire il suo sanguinoso disegno; ma nel punto in cui Alboino passava la porta, il suo cavallo inciampò, cadde, e non potè levarsi. La compassione o la devozione mosse uno de' suoi seguaci ad interpretare questo come un miracoloso segno dell'ira del cielo. Il conquistatore fermossi e s'impietosì, ripose la spada nella guaina, e placidamente riposando nel palazzo di Teodorico, significò alla moltitudine paventosa che dovesse vivere ed obbedire. Dilettato dal situamento della città, che più cara era fatta al suo orgoglio per la difficoltà dell'acquisto, il principe de' Lombardi disdegnò le antiche glorie di Milano; e Pavia per alcuni secoli fu rispettata come la capitale di tutto il reame d'Italia[424].
A. D. 573
Il regno del fondatore fu splendido ma di breve durata. Prima che potesse regolare le sue nuove conquiste, Alboino perì vittima del tradimento domestico e della femminile vendetta. In un palazzo presso Verona, che non era stato eretto pei Barbari, egli banchettava i suoi compagni d'armi: l'ubbriachezza era la ricompensa del valore, ed il Re stesso si lasciò trarre dall'appetito o dalla vanità ad eccedere l'ordinaria misura della sua intemperanza. Poscia ch'ebbe vuotate molte capaci tazze di vin Retico o di Falerno, egli comandò che gli si recasse il cranio di Cunimondo, ch'era il più nobile e più prezioso ornamento della sua credenza. La coppa della vittoria con orrido applauso passò in giro tra i capi Lombardi. «Colmatela nuovamente di vino, sclamò il conquistatore inumano, colmatela fino all'orlo; portate questo calice alla reina, e pregatela in mio nome di festeggiar con suo padre». Rosmunda, trambasciata dal dolore e dall'ira, appena ebbe forza di profferire. «Sia fatto il volere del Signor mio!» e toccando colle labbra la coppa, pronunziò nel fondo del suo cuore il giuramento che quell'insulto sarebbe lavato nel sangue di Alboino. Il risentimento di una figlia sarebbe di qualche indulgenza degno, se trasgredito ella già non avesse i doveri di una moglie. Implacabile nella inimicizia, od incostante nell'amore, la regina d'Italia era scesa dal trono nelle braccia di un suddito, ed Elmichi, port'arme del Re, fu il secreto ministro de' suoi piaceri e della sua vendetta. Egli non poteva più addurre scrupoli di fedeltà e di gratitudine onde ribattere la proposta dell'assassinio; ma Elmichi tremò nel volgere in mente il pericolo al par che il delitto, e nel rammentare l'incomparabil forza e bravura di un guerriero, a cui sì spesso era stato vicino nel campo della battaglia. A forza d'istanze egli ottenne che uno de' più intrepidi campioni de' Lombardi venisse collegato all'impresa. Ma dall'intrepido Peredeo altro non si potè conseguire fuor che una promessa di mantenere il secreto, e la forma di seduzione, usata da Rosmunda, mette in vergognosa mostra il nessun conto in che ella teneva l'onore e l'amore. Ella si fe' cedere il posto nel letto da una delle sue ancelle ch'era amata da Peredeo, e seppe con qualche pretesto spiegare l'oscurità ed il silenzio del loro congresso, finchè non fu in grado di palesare al suo compagno ch'egli era giaciuto colla reina de' Lombardi, e che la morte di lui o quella di Alboino, esser dovea la conseguenza di quel traditoresco adulterio. Posto nell'alternativa, Peredeo antepose di essere il complice anzi che la vittima di Rosmunda[425] il cui imperterrito animo era incapace di timore o di rimorso. Ella aspettò e trovò ben tosto un favorevol momento. Il Re, oppresso dal vino, era uscito di tavola, per prendere il pomeridiano suo sonno. L'infedele mogliera si mostrò sollecita della salute e del riposo di esso: si chiusero le porte del palazzo, si allontanarono le armi, si mandarono lungo i seguaci, e Rosmunda, poi che l'ebbe lusingato al sonno con tenere e dolci carezze, aprì l'uscio della stanza, e spinse i ripugnanti congiurati a dargli immediatamente la morte. Al primo strepito, il guerriero balzò giù dal letto; il suo brando, ch'egli tentò di snudare, era stato legato alla guaina per man di Rosmunda; ed un picciolo sgabello, unica arma che avesse, non potè per lungo tempo difenderlo dalle lancie degli assassini. La figlia di Cunimondo sorrise in vederlo a cadere; il corpo di Alboino fu seppellito sotto lo scalone del palazzo, e la riconoscente posterità dei Lombardi riverì per gran tempo la tomba e la memoria del vittorioso lor condottiero.
L'ambiziosa Rosmunda aspirava a regnare sotto il nome del suo amante; la città e la reggia di Verona paventavano il suo potere, ed una fedel banda de' nativi suoi Gepidi era presta ad applaudire la vendetta, ed a secondare i desiderj della loro sovrana. Ma i capi Lombardi, che fuggirono ne' primi momenti di costernazione e di scompiglio, avevano ripreso il coraggio e raccolto le forze loro; e la nazione, invece di sottoporsi al regno di lei, chiese con unanimi grida, che si facesse giustizia della moglie colpevole e degli assassini del Re. Ella cercò asilo tra i nemici della sua patria, ed una ribalda che meritava l'abborrimento degli uomini, fu protetta dall'interessata politica dell'Esarca. Rosmunda, insieme con la sua figlia, erede del trono Lombardo, i suoi due amanti, i fedeli suoi Gepidi, e le spoglie della reggia di Verona, discese l'Adige e il Po, e fu trasportata da un vascello Greco nel sicuro porto di Ravenna. Longino vagheggiò con diletto i vezzi ed i tesori della vedova di Alboino: la sorte presente, e la passata condotta di lei, potevano giustificare le più licenziose proposte; ed ella agevolmente diede ascolto alla passione di un ministro, il quale, eziandio nel declino dell'Impero, era rispettato come l'eguale dei Re. La morte di un drudo geloso era un sacrifizio facile e grato, ed Elmichi, uscendo dal bagno, ricevè la bevanda letale dalle mani della sua amante. Il gusto del liquore, i suoi rapidi effetti, e la sperienza ch'egli avea del carattere di Rosmunda, ben presto lo convinsero che avvelenato egli era. Elmichi mise la punta del pugnale sul petto di Rosmunda, la costrinse a vuotare il rimanente della tazza, e spirò in pochi minuti, colla consolazione ch'ella non sarebbe sopravvissuta a godere i frutti della sua perversità.
A. D. 573
La figlia di Alboino e di Rosmunda fu imbarcata per Costantinopoli, unitamente alle più ricche spoglie de' Lombardi. La mirabil gagliardia di Peredeo divertì ed atterrì la corte Imperiale: la sua cecità e la sua vendetta offrirono un'imperfetta copia delle avventure di Sansone. I liberi suffragi della nazione, nell'assemblea di Pavia, elessero Clefone, uno de' più nobili capi Lombardi, a successor di Alboino. Ma diciotto mesi non erano ancora trascorsi, che il trono venne contaminato da un secondo assassinio. Clefone fu trafitto dalla mano di un suo famigliare. L'ufficio regale rimase per dieci anni sospeso, durante l'età minore del suo figlio Autari, e l'Italia languì divisa ed oppressa sotto l'aristocrazia ducale di trenta tiranni[426].
Il nipote di Giustiniano, nell'ascendere al trono, avea proclamato una novella Era di felicità e di gloria. Ed in cambio, gli annali del secondo Giustino sono contrassegnati dalla vergogna di fuori[427], e dalla miseria di dentro. Nell'Occidente, l'Imperio romano venne afflitto dalla perdita dell'Italia, dalla desolazione dell'Affrica, e dalle conquiste dei Persiani. L'ingiustizia prevalse nella capitale e nelle province; i ricchi tremavano per le loro proprietà, i poveri per la loro salvezza: i magistrati ordinarj erano ignoranti o venali; i rimedi, apprestati all'occasione, pare che fossero arbitrari e violenti, e le querele del Popolo non potevano più ridursi al silenzio dagli splendidi nomi di un legislatore e di un conquistatore. L'opinione che imputa al Principe tutte le calamità de' suoi tempi, può venir sostenuta dallo storico come una seria verità o come un salutare pregiudizio. Non pertanto candidamente si può sospettare che i sentimenti di Giustino fossero puri e benevoli, e che irreprensibilmente egli avrebbe occupato il trono, se le facoltà della sua mente non si fossero affralite per l'effetto di una malattia che privò l'Imperatore dell'uso de' suoi piedi, e lo confinò dentro il palazzo, straniero ai lamenti del Popolo ed ai vizj del governo. Il tardo conoscimento della sua impotenza lo determinò a deporre il peso del diadema, e nella scelta di un degno sostituto egli mostrò qualche indizio di discernimento ed anche di magnanimità. L'unico figliuolo maschio di Giustino e di Sofia morì nella sua infanzia: la figlia loro Arabia avea sposato Baduario[428] soprantendente del palazzo e quindi comandante degli eserciti italiani, il quale vanamente aspirò a veder confermati i diritti del matrimonio con quelli dell'adozione. Finchè l'Impero appariva desiderevol cosa a Giustino, egli solea riguardar con gelosia ed odio i suoi fratelli e cugini, quasi rivali delle sue speranze; nè potea egli far conto sulla gratitudine di coloro che avrebbero accettato la porpora come una restituzione, anzichè come un dono. L'esilio, poi la morte avea tolto di mezzo uno di questi competitori, e l'Imperatore stesso avea fatto ad un altro cotali insulti crudeli, ch'egli dovea temerne lo sdegno, od averne la pazienza in dispregio. Questa domestica animosità lo condusse alla generosa risoluzione di cercarsi un successore, non nella famiglia, ma nella Repubblica, e l'artifiziosa Sofia gli raccomandò Tiberio[429], suo fedele capitano delle guardie, la virtù e la fortuna del quale si poteano amare dall'Imperatore, come il frutto della giudiziosa sua scelta. La cerimonia dell'esaltamento di Tiberio al grado di Cesare, o di Augusto, fu eseguita nel portico del palazzo, in presenza del Patriarca e del Senato. Giustino raccolse le residue forze del corpo ed intelletto; ma la popolare credenza che la sua concione fosse inspirata dalla Divinità, palesa qual opinione si avesse dell'Imperatore, e quale ne dobbiamo aver di que' tempi[430]. «Tu,» gli disse Giustiniano, «vedi le insegne della potestà suprema. Tu sei in procinto di riceverle non dalla mia mano, ma dalla mano di Dio. Onorale, e ne trarrai onore. Rispetta l'Imperatrice tua madre; tu sei ora il suo figlio; prima eri il suo servo. Non compiacerti nel sangue; ti astieni dalla vendetta; fuggi quelle azioni che mi tirarono addosso l'odio pubblico, e consulta l'esperienza anzi che l'esempio del tuo predecessore. Come uomo, io ho peccato; come peccatore, anche in questa vita ne fui severamente punito: ma questi servi (accennando i suoi Ministri) che hanno abusato della mia confidenza, ed infiammato le mie passioni, compariranno insieme con me dinanzi al tribunale di Cristo. Io fui abbagliato dallo splendor del diadema: tu sii saggio e modesto: rammenta ciò che fosti, rammenta ciò che sei. Tu scorgi a te intorno i tuoi schiavi e i tuoi figli; insieme con l'autorità, prendi l'affetto di un padre. Ama il tuo popolo come te stesso; coltiva la benevolenza, mantieni la disciplina dell'esercito: proteggi lo sostanze del ricco, sovvieni alle necessità del povero[431]». — L'assemblea, in silenzio ed in lagrime, applaudì i consiglj, e fu commossa dal pentimento del Principe. Il Patriarca intuonò le preghiere della Chiesa; Tiberio ricevè genuflesso il diadema, e Giustino, il quale nel punto della sua abdicazione apparve più meritevole di regnare, volse al nuovo Monarca le seguenti parole: «Se tu il consenti, io vivo; se tu l'imponi, io muoio. Possa il Dio del Cielo e della terra infondere nel tuo cuore tutto ciò che io ho dimenticato o negletto!» I quattro ultimi anni dell'Imperatore Giustino trapassarono in una tranquilla oscurità: la sua coscienza non era più tormentata dalla rimembranza di que' doveri ch'egli non era atto ad adempiere; e la sua scelta venne giustificata dalla filial riverenza del riconoscente Tiberio.
A. D. 578