Negli ultimi anni di Giustiniano, l'inferma sua mente era dedicata alle contemplazioni celesti, ed egli trascurava gli affari di questo mondo quaggiù. I suoi sudditi erano stanchi di comportare più a lungo la sua vita e il suo regno: non pertanto tutti gli uomini atti a riflettere, paventavano il momento della sua morte, come quello che dovea involgere la capitale nel tumulto, e l'Impero nella guerra civile. Questo monarca senza prole avea sette nipoti[405], figli o nipoti di suo fratello e di sua sorella, tutti educati nello splendore di una condizione reale. Il mondo gli avea veduti negli alti comandi delle province e degli eserciti; conosciuta era l'indole di ciascun di loro, zelanti n'erano gli aderenti, e siccome la gelosia del vecchio Sire sempre differiva a dichiarare il successore qual fosse, ognun d'essi con eguale speranza poteva ambire l'eredità dello zio. Egli spirò nel suo palazzo, dopo un regno di trent'anni; e la decisiva opportunità del momento venne colta dagli amici di Giustino, figlio di Vigilanzia[406]. All'ora di mezzanotte, i suoi domestici furono svegliati da una importuna folla che tuonava alla sua porta, e che ottenne di esser ammessa in casa col significare ch'erano i membri principali del Senato. Questi fausti deputati svelarono il recente ed importante secreto della morte dell'Imperatore: riferirono o forse inventarono la scelta che egli avea fatto morendo del più diletto e più meritevole fra i suoi nipoti, e scongiurarono Giustino ad antivenire i disordini a cui poteva darsi la moltitudine, se col ritorno della luce ella vedesse ch'era rimasta senza signore. Giustino poi ch'ebbe composto il suo aspetto alla sorpresa, al dolore, e ad una decente modestia, secondando l'avviso di sua moglie, Sofia, si sottopose alla autorità del Senato. Speditamente ed in silenzio egli fu condotto al palazzo; le guardie salutarono il nuovo loro Sovrano, e si compirono, senza frappor dimora i marziali e religiosi riti della sua coronazione. Dalle mani de' suoi propri ufficiali gli si vestirono gl'Imperiali arredi, i borzacchini rossi, la tunica bianca e la veste di porpora. Un soldato felice, ch'egli incontanente promosse al grado di Tribuno, gli cinse al collo la militare collana; quattro robusti giovani lo innalzarono sopra uno scudo; fermo e ritto ivi egli stette a ricevere l'adorazione de' suoi sudditi; e la benedizione del Patriarca che impose il diadema sul capo di un Principe ortodosso santificò la loro elezione. Già pieno era l'Ippodromo d'innumerevol gente, e non sì tosto l'Imperatore si mostrò sul suo trono, che le voci della fazione azzurra e della verde si confusero per applaudirlo egualmente. Ne' discorsi che Giustino fece al Senato ed al Popolo, egli promise di corregger gli abusi che avean disonorato la vecchiaia del suo predecessore, professò le massime di un governo giusto e benefico, e dichiarò che alle vicine calende di Gennaio[407], egli farebbe rivivere nella sua persona il nome e la liberalità di un Console romano. L'immediato soddisfacimento dei debiti del suo zio esibì un solido pegno della sua fede e del suo generoso procedere: una schiera di portatori, carichi di sacchetti d'oro, si avanzò nel mezzo dell'Ippodromo, ed i creditori di Giustiniano, caduti d'ogni speranza, accettarono come spontaneo dono, questo pagamento richiesto dall'equità. Prima che passassero tre anni, l'esempio di Giustino fu imitato e superato dall'imperatrice Sofia, che liberò molti indigenti dai debiti e dall'usura: atto di benevolenza che sopra ogni altro merita la gratitudine, come quello che solleva l'individuo dal più intollerabile de' mali, ma nell'esercizio del quale la bontà di un Principe va soggettissima ad esser tratta nell'inganno dai richiami della prodigalità e da' frodolenti artifizj[408].
A. D. 566
Giustino, nel settimo giorno del suo regno, diede udienza agli ambasciatori degli Avari, e decorata fu la scena in modo da imprimere ne' Barbari i sensi della maraviglia, della venerazione e del terrore. Principiando dalla porta del palazzo, gli spaziosi cortili ed i lunghi portici offrivano in doppio e continua fila, la vista de' superbi cimieri e degli aurei scudi delle guardie, che presentavano le lance e le azze loro con più securtà che non avrebbero fatto sul campo della battaglia. Gli ufficiali, che esercitavano il potere od accompagnavano la persona del Principe, erano coperti delle più ricche lor vesti, e disposti secondo l'ordine militare e civile della gerarchia. Come il velo del santuario fu tratto, gli ambasciatori mirarono l'Imperatore dell'Oriente assiso in trono, sotto un baldacchino sostenuto da quattro colonne, e coronato da una figura alata della Vittoria. Essi ne' primi moti della sorpresa, si sottomisero all'adorazione servile della corte Bizantina; ma appena alzati da terra, Targezio, Capo dell'ambasceria, spiegò la libertà e l'orgoglio di un Barbaro. Egli esaltò, mediante la lingua di un interprete, la grandezza del Cacano, la cui clemenza permetteva di sussistere ai regni del Mezzogiorno, ed i vittoriosi cui sudditi aveano valicato i fiumi agghiacciati della Scizia, ed allor coprivano le rive del Danubio d'innumerevoli tende. L'ultimo Imperatore avea coltivato, con annui e magnifici doni, l'amicizia di un riconoscente monarca, ed i nemici di Roma aveano rispettato gli alleati degli Avari. La stessa prudenza dovea consigliare i nipoti di Giustiniano ad imitare la liberalità del loro zio, ed a procacciarsi il benefizio della pace con un popolo invincibile, che si dilettava degli esercizj della guerra ne' quali era eccellente. La risposta dell'Imperatore fu conforme a siffatto stile di superba disfida, ed egli trasse la sua confidenza dal Dio de' Cristiani, dall'antica gloria di Roma, e da' recenti trionfi di Giustiniano. «L'Impero» ci soggiunse «abbonda d'uomini e di cavalli e di armi bastevoli a difendere le nostre frontiere, ed a punire li Barbari. Voi offerite aiuto, voi minacciate offese; noi abbiamo in non cale la vostra inimicizia ed il vostro soccorso. I conquistatori degli Avari richieggono la nostra alleanza; dovremo noi aver temenza de' fuggiaschi e degli esuli loro[409]? Mio zio si mostrò largo verso la vostra miseria, piegandosi alle vostre umili preci. Noi vi faremo più importante servigio, quello di farvi conoscere la vostra debiltà. Ritiratevi dal nostro cospetto; le vite degli ambasciatori sono sicure; e se ritornerete ad implorare il nostro perdono, forse assaggerete i frutti della nostra bontà[410]». Porgendo fede al racconto de' suoi ambasciatori, il Cacano fu sbigottito dall'apparente fermezza di un Imperatore romano, di cui ignorava l'indole e le facoltà. In cambio di mandare ad effetto le sue minacce contro l'Impero orientale, egli portò le armi nelle povere ed incolte contrade della Germania, ch'erano soggette al dominio de' Franchi. Dopo due dubbiose battaglie, egli consentì a ritirarsi, ed il Re di Austrasia sovvenne alla carestia del campo degli Avari mediante un'immediata provigione di grano e di bestiame[411]. Simiglianti ripetute traversie aveano come spento l'ardire degli Avari, e dileguata sarebbesi la potenza loro in mezzo a' deserti della Sarmazia, se l'alleanza di Alboino, re de' Lombardi, non avesse dato un nuovo scopo alle lor armi, ed un solido stabilimento alle disastrate loro fortune.
Alboino, nel tempo che militava sotto le bandiere del padre, incontrò in battaglia, e trapassò colla lancia da parte a parte il Principe de' Gepidi, suo competitore. I Lombardi, plaudendo a tale prodezza, chiesero con unanimi acclamazioni al genitore che l'eroico garzone, il quale avea avuto a comune i pericoli della battaglia, fosse ammesso alla festa della vittoria. «Vi sovvenga» replicò l'inflessibile Audoino, «delle sagge costumanze de' nostri maggiori. Qualunque sia il merito di un Principe, egli non può sedere a mensa col prode, sinchè non abbia ricevuto le sue armi da una mano straniera e regale». Alboino piegò la fronte con riverenza alle istituzioni della sua patria; scelse quaranta compagni, ed animosamente portossi alla Corte di Turisondo re dei Gepidi, il quale abbracciò ed accolse, secondo le leggi dell'ospitalità, l'uccisore del proprio suo figlio. Durante il banchetto, mentre Alboino occupava il seggio del giovane ch'egli avea spento, una tenera rimembranza sorse nell'animo di Turisondo. «Come caro è quel posto! — come odioso è chi il tiene! —» Tali furono le parole che sfuggirono, accompagnate d'un sospiro, dal labbro del padre addolorato. Il suo cordoglio inasprì il risentimento nazionale de' Gepidi; e Cunimondo, figlio che gli restava, fu provocato dal vino, o dal fraterno amore, al desiderio della vendetta. «I Lombardi,» disse il rozzo Barbaro, «rassomigliano, nell'aspetto e nell'odore, alle giumente delle nostre pianure sarmatiche». E quest'insulto era una grossolana allusione alle bianche bende di cui i Lombardi portavano avviluppate le gambe. «Aggiungi un'altra rassomiglianza,» replicò un baldanzoso Lombardo; «che tu sai come tirano calci. Visita la pianura di Asfeld, ed ivi cerca le ossa di tuo fratello; esse vi sono miste con quelle degli animali più vili». I Gepidi, nazione di guerrieri, balzarono da' loro scanni, e l'intrepido Alboino, co' suoi quaranta compagni, pose mano alla spada. Pacificata fu la rissa dalla venerabile interposizione di Turisondo. Egli salvò il proprio onore e la vita del suo ospite; e poscia ch'ebbe compito i solenni riti dell'investitura, licenziò lo straniero, cinto delle insanguinate armi del figlio, dono di un genitor lacrimoso. Tornossene Alboino in trionfo, ed i Lombardi nel celebrare l'incomparabile sua intrepidezza, furono costretti a lodare le virtù di un nemico[412]. È probabile che in quella straordinaria visita egli vedesse la figlia di Cunimondo, il quale ben tosto salì sul trono de' Gepidi. Rosamonda o Rosmunda ella chiamavasi, nome ben atto ad esprimere femminile bellezza, e consacrato dall'istoria e dal romanzo alle novelle di amore. Il re de' Lombardi, chè il padre di Alboino più non viveva, era promesso sposo alla figlia di Clodoveo; ma i legami della fede e della politica immantinente cederono alla speranza di possedere la bella Rosmunda, e d'insultare la famiglia e la nazione di lei. Si sperimentarono vanamente le arti della persuasione; e l'impaziente amatore, con la forza e lo stratagemma, conseguì l'intento de' suoi desiderj. La guerra era la conseguenza ch'ei prevedeva e cercava; ma i Lombardi non potevano per gran pezza reggere al furibondo assalto de' Gepidi, spalleggiati da un esercito Romano. E siccome l'offerta del matrimonio con disprezzo fu rigettata, Alboino si vide astretto ad abbandonar la sua preda, ed a partecipare del disonore che impresso egli avea sulla casa di Cunimondo[413].
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Ogni volta che da private ingiurie attossicata viene una contesa pubblica, un colpo che mortale o decisivo non sia, altro non produce che una breve tregua, la quale permette a' combattenti di affilare le armi per azzuffarsi di nuovo. La forza di Alboino non era sufficiente ad appagare la sua sete di amore, di ambizione e di vendetta; egli piegossi ad implorare il formidabile aiuto del Cacano; e gli argomenti, da lui usati, ci chiariscono la politica e l'arte de' Barbari. Nell'attaccare i Gepidi, egli era stato mosso, dicea, dal giusto desiderio di estirpare un popolo, la cui alleanza col Romano Impero lo avea fatto il comune inimico delle nazioni, ed il nemico personale del Cacano. Se le forze degli Avari e de' Lombardi si collegavano in questa gloriosa contesa, sicura diveniva la vittoria, ed inestimabile il premio: il Danubio, l'Ebro, l'Italia e Costantinopoli sarebbero senza ostacolo, esposte alle armi loro invincibili. Ma se esitavano od indugiavan essi a prevenire la tristizia de' Romani, lo stesso spirito che avea oltraggiato gli Avari, gli avrebbe perseguitati sino all'estremità della terra. Il Cacano ascoltò con freddezza e disdegno queste ragioni speciose: egli ritenne gli ambasciatori Lombardi nel suo campo, trasse in lungo le pratiche, ed alternamente venne allegando la sua mancanza di volontà, o la sua mancanza di attitudine ad assumere la rilevante impresa. In fine egli dichiarò che l'ultimo prezzo della sua alleanza era, che i Lombardi dovessero immantinente fargli dono della decima dei loro armenti; che le spoglie ed i prigionieri si avessero da dividere a parti eguali; ma che le terre dei Gepidi diverrebbero unicamente il patrimonio degli Avari. Le passioni di Alboino gli fecero premurosamente accettare tali ardui patti; e siccome i Romani erano malcontenti della ingratitudine e perfidia de' Gepidi, Giustino abbandonò quell'incorreggibile popolo al proprio destino, e rimase tranquillo spettatore del disuguale conflitto. Cunimondo, spinto a disperazione, divenne più infaticabile e più fiero. Egli sapea che gli Avari erano entrati sul suo territorio; ma tenendo per fermo che, rotti i Lombardi, que' stranieri invasori verrebbero facilmente respinti, mosse rapidamente ad affrontare l'implacabil nemico del suo nome e della sua stirpe. Ma il coraggio de' Gepidi non fruttò ad essi che una morte onorata. I più valorosi della nazione caddero sul campo di battaglia; il re de' Lombardi contemplò con diletto la testa di Cunimondo, ed il cranio di questo Re fu convertito in una coppa per saziare l'odio del conquistatore, o, forse, per conformarsi ai selvaggi usi della sua patria[414]. Dopo questa vittoria, nessuno ulteriore inciampo potè frenare i progressi de' collegati, e fedelmente essi tennero i patti del loro accordo[415]. Le belle contrade della Valachia, della Moldavia, della Transilvania e le parti dell'Ungheria di là dal Danubio, furono occupate senza resistenza da una nuova colonia di Sciti, e l'impero Dace del Cacano fiorì con lustro per più di dugento e trent'anni. Disciolta venne la nazione dei Gepidi; ma nella distribuzione de' prigionieri, gli schiavi degli Avari furono men fortunati che i compagni de' Lombardi, la cui generosità adottò un valoroso nemico, e la cui libertà non poteva accordarsi colla fredda e deliberata tirannide. Una metà delle spoglie introdusse nel campo di Alboino più dovizie di quanto un Barbaro potesse computare co' rozzi e lenti suoi calcoli. La bella Rosmunda fu persuasa e costretta a riconoscere i diritti del vittorioso suo amante, e la figlia di Cunimondo parve mettere in dimenticanza que' delitti che imputar si potevano alle irresistibili sue attrattive.
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La distruzione di un potente regno stabilì la fama di Alboino. Ne' giorni di Carlomagno, i Bavari, i Sassoni e le altre tribù di favella Teutonica ripetevano ancora i canti in cui si esaltavano le eroiche virtù, il valore, la liberalità e la fortuna del re de' Lombardi[416]. Ma la sua ambizione non era soddisfatta per anco: ed il conquistatore de' Gepidi dal Danubio rivolse gli occhi alle più ricche rive del Po e del Tevere. Quindici anni non erano corsi ancora, dacchè i suoi sudditi, confederati di Narsete, avevano visitato il dolce clima d'Italia; i monti, i fiumi, le strade maestre n'erano familiari alla memoria loro; la narrazione delle loro vittorie, e forse l'aspetto del loro bottino, avea acceso nella generazione sorgente la fiamma dell'emulazione e dell'intrapresa. Lo spirito e l'eloquenza di Alboino ne rinvigorì le speranze, e si racconta ch'egli ragionasse a' loro sensi, col far imbandire sulla mensa reale le più belle e più squisite frutta che spontaneamente vengono nel giardino del mondo. Non sì tosto ebbe egli spiegato all'aure i vessilli, che la natia forza dei Lombardi fu moltiplicata dalla gioventù, vaga di avventure, della Germania e della Scizia. I robusti contadini della Pannonia avevano ripigliato i costumi de' Barbari; ed i nomi dei Gepidi, dei Bulgari, dei Sarmati e dei Bavari distintamente si possono rintracciare ancora nelle province d'Italia[417]. Della nazione dei Sassoni, antichi alleati de' Lombardi, ventimila guerrieri, con le mogli ed i figli accettarono l'invito di Alboino. Il loro valore contribuì al buon successo delle sue armi; ma tale era il numero del suo esercito, che la presenza o l'assenza loro appena scorgevasi in esso. Ogni modo di religione liberamente veniva praticato dai suoi rispettivi seguaci. Il re de' Lombardi era stato educato nell'eresia Arriana, ma si concedeva a' Cattolici di pregare pubblicamente nelle chiese loro per la conversione di essi; mentre i più ostinati Barbari sagrificavano una capra, o forse un prigioniero, agli Dei de' loro antenati[418]. I Lombardi ed i loro confederati, erano uniti dal comune amore che portavano ad un Capo, il quale tutte in sè accoglieva le virtù ed i vizi di un eroe selvaggio. La vigilanza di lui provvide un ampio magazzino di armi offensive e difensive per l'uso della spedizione. La ricchezza portatile de' Lombardi seguiva le mosse del loro campo. Allegramente essi abbandonarono agli Avari i loro terreni mediante la solenne promessa fatta ed accettata senza sorriderne, che non riuscendo nella conquista dell'Italia, que' volontarj esuli sarebbero tornati al possesso degli antichi lor beni.
Ed a vuoto sarebbero andati i loro disegni se Narsete fosse stato l'antagonista de' Lombardi, ed i veterani guerrieri, i compagni della sua vittoria Gotica avrebbero, con ripugnanza, affrontato un nemico che stimavano e paventavano. Ma la debolezza della corte di Bisanzio giovò la causa dei Barbari; e fu appunto per la rovina dell'Italia che l'Imperatore diede una volta ascolto alle querele dei sudditi. Le virtù di Narsete erano macchiate dall'avarizia, e nel suo regno provinciale di quindici anni, egli accumulò un tesoro d'oro e d'argento eccedente la modestia di una sostanza privata. Il suo governo era oppressivo ed in odio al popolo, e i deputati di Roma con libertà esposero il generale disgusto. Innanzi al trono di Giustiniano essi arditamente dichiararono che il servaggio gotico era stato più comportabile ad essi che non il dispotismo di un eunuco Greco; e che se il loro tiranno immantinente non veniva rimosso, essi avrebbero consultato il loro bene nella scelta di un nuovo Signore. Il timore della ribellione era avvalorato dalla voce dell'invidia e della calunnia che sì di recente avea trionfato del merito di Belisario. Un nuovo Esarca, Longino, fu mandato a prendere il posto del conquistatore dell'Italia, e si espressero i bassi motivi del suo richiamo nell'insultante mandato della Imperatrice Sofia. «Ch'egli dovesse lasciare agli uomini l'esercizio delle armi, e tornasse al posto che gli conveniva tra le ancelle del palazzo, ove di nuovo si porrebbe una rocca nelle mani dell'Eunuco.» — «Io le tesserò un tal filo ch'ella non saprà facilmente disvolgerlo»! Cotesta dicono fu la risposta, che lo sdegno e la conoscenza del proprio valore trassero di bocca all'Eroe. In vece di presentarsi, quale schiavo e vittima allo soglie del palazzo di Bisanzio, egli ritirossi in Napoli, d'onde, (se può darsi fede a quanto si credette a que' tempi) Narsete invitò i Lombardi a punire l'ingratitudine del Principe e del Popolo[419]. Ma le passioni del Popolo sono furiose e volubili ed i Romani tosto si rammentarono i meriti o temettero il risentimento del virtuoso lor Generale. Per la mediazione del Papa il quale intraprese un pellegrinaggio a Napoli a quest'effetto, accettato fu il pentimento de' Romani; e Narsete, prendendo un sembiante più mite ed un più sommesso linguaggio, consentì a porre la sua dimora nel Campidoglio. Ma sebbene giunto egli fosse all'estremo periodo della vecchiaia[420], intempestiva pure e prematura ne riuscì la morte, perocchè il solo suo genio avrebbe potuto riparare l'ultimo e funesto errore della sua vita. La realtà o il sospetto di una cospirazione disarmò e disunì gl'italiani. I soldati sentirono i torti fatti al loro Generale, e ne lamentarono la perdita. Essi non conoscevano il nuovo Esarca, e Longino ignorava egli stesso lo stato dell'esercito e della provincia. Negli anni precedenti, l'Italia era stata desolata dalla pestilenza e dalla fame; ed un popolo disaffezionato attribuiva le calamità della natura alle colpe od alla stoltezza de' suoi reggitori[421].