A. D. 603
Anche dopo la morte di Foca, la Repubblica gemè travagliata pe' suoi delitti, i quali armarono del pretesto di una pia causa il più formidabile de' suoi nemici. Secondo le amichevoli ed eguali formalità, stabilite tra la corte Bizantina e la Persiana, egli annunziò a Cosroe il suo esaltamento al trono; e Lilio che presentato gli avea le teste di Maurizio e de' suoi figliuoli, gli parve idoneo a descrivere le circostanze di quella tragica scena[534]. Checchè si facesse dalla finzione e dal sofisma per colorare il racconto, Cosroe torse con orrore gli sguardi dall'assassino, fece porre in ceppi il preteso ambasciatore, non riconobbe l'usurpatore, e si dichiarò il vindice del suo padre e benefattore. I sensi di dolore e di sdegno che l'umanità dovea provare, e dettare l'onore, si univano in quell'occasione a promovere l'interesse del Re Persiano; e quest'interesse era altamente magnificato dai pregiudizj nazionali e religiosi dei Magi e dei Satrapi. In uno stile di adulazione artificiosa, che usurpava la favella della libertà, essi ardirono di biasimare l'eccesso della sua gratitudine ed amicizia verso i Greci, nazione con cui era pericoloso lo stringere pace o alleanza; la cui superstizione andava priva di verità e di giustizia, e che incapace esser dovea di ogni virtù, poichè potevano commettere il più atroce di tutti i delitti, l'empio assassinio del proprio sovrano[535]. Pel delitto di un Centurione ambizioso, la nazione, che egli oppresse, fu punita colla calamità della guerra; e le stesse calamità, in capo a vent'anni, si riversarono raddoppiate sopra le teste de' Persiani[536]. Il Generale che avea riposto Cosroe in trono, comandava tuttora in Oriente, ed il nome di Narsete era il formidabil suono, con cui le madri dell'Assiria solevano impaurire i loro fanciulli. Non è improbabile che Narsete, natìo della Persia, animasse il suo Signore ed amico a liberare e possedere le province dell'Asia. Più probabile è ancora che Cosroe confortasse le sue truppe colla sicurezza, che la spada cui più paventavano si rimarrebbe nel fodero, o verrebbe snudata in lor favore. L'eroe non potea por sicurtà nella fede di un tiranno; ed il tiranno conosceva quanto poco ei si meritasse l'obbedienza di un eroe. Narsete fu spogliato del comando militare; egli innalzò lo stendardo dell'indipendenza a Gerapoli in Siria; fu tradito da promesse fallaci, ed arso vivo sulla piazza del mercato in Costantinopoli. Prive del solo Capo che potessero temere o estimare le schiere che guidate egli avea alla vittoria, furono per ben due volte rotte dalla cavalleria, calpestate dagli elefanti, e trafitte dagli strali de' Barbari; ed un gran numero di prigionieri fu decapitato sul campo di battaglia per sentenza del vincitore, il quale potea giustamente condannare que' sediziosi mercenarj, come gli autori od i complici della morte di Maurizio. Durante il regno di Foca, le fortificazioni di Merdino, di Dara, di Amida e di Edessa, successivamente vennero assediate, espugnate e distrutte dal monarca Persiano, il quale passò l'Eufrate, occupò Gerapoli, Calcide e Berrea od Aleppo, città della Siria, poi cinse le mura di Antiochia delle sue irresistibili armi. Sì rapidi successi manifestarono la decadenza dell'Impero, l'incapacità di Foca, e il disamor de' suoi sudditi. Un impostore che si diceva il figlio di Maurizio[537], ed il legittimo erede dell'Impero seguiva il campo di Cosroe, il quale offeriva, di tal guisa, alle province un decente pretesto di sommissione o di rivolta.
A. D. 611
Il primiero messaggio che Eraclio ricevè dall'Oriente[538], gli annunziò che Antiochia era perduta, ma l'attempata metropoli, sì spesso rovesciata da tremuoti o saccheggiata da' nemici, offrì a' Persiani pochi tesori da predare, e poco sangue da spargere. Egualmente vittoriosi e più fortunati essi furono nel sacco di Cesarea, capitale della Cappadocia; e quanto più avanzavano oltre i baluardi della frontiera, limite dell'antica guerra, tanto meno di resistenza e tanto più copiosa messe incontravano. La dilettosa valle di Damasco è stata in ogni tempo adorna di una regale città; l'oscura felicità di essa ha sfuggito finora allo storico dell'Impero Romano. Ma Cosroe riposò le sue truppe nel paradiso di Damasco, prima di salire i balzi del Libano, o d'invadere le città della costa Fenicia.
A. D. 614
La conquista di Gerusalemme[539], meditata altra volta da Nushirwan, fu tratta a fine dallo zelo e dall'avarizia del suo nipote. Lo spirito intollerante dei Magi chiedeva a tutto potere la rovina del più augusto monumento della Cristianità; e Cosroe potè arruolare per quella santa guerra un esercito di ventiseimila Ebrei, che supplirono in qualche modo col furor dello zelo alla mancanza del valore e della disciplina. Soggiogata che fu la Galilea e la regione di là del Giordano, per la cui resistenza pare che si ritardasse il fato della capitale, Gerusalemme stessa fu presa di assalto. Il sepolcro di Cristo, e le magnifiche Chiese di Elena e di Costantino, vennero consumate od almeno guaste dalle fiamme; ed un solo giorno sacrilego vide poste a sacco le devote offerto di trecent'anni; il vincitore fece trasportare in Persia il Patriarca Zaccaria e la Vera Croce, e lo scempio di novantamila Cristiani viene imputato agli Ebrei ed agli Arabi che aumentavano il disordine della marcia Persiana. I fuggitivi della Palestina furono accolti in Alessandria dalla carità dell'Arcivescovo Giovanni, il quale fra la turba de' Santi vien distinto coll'epiteto di Elemosiniere[540], e le rendite della Chiesa, insieme con un tesoro di trecentomila lire sterline, furono restituite ai veri loro proprietarj, i poveri di ogni paese e d'ogni denominazione. Ma l'Egitto medesimo, la sola provincia, che, dal tempo di Diocleziano in poi, fosse andata esente dalla guerra straniera ed interna, fu di nuovo soggiogato dai successori di Ciro. Pelusio, la chiave di quell'impenetrabil paese si lasciò sorprendere dalla cavalleria de' Persiani; impunemente essi varcarono gl'innumerabili canali del Delta e scorsero la lunga valle del Nilo, dalle piramidi di Menfi sino ai confini dell'Etiopia. Alessandria avrebbe potuto venir soccorsa da una forza navale, ma l'Arcivescovo ed il Prefetto s'imbarcarono alla volta di Cipro, e Cosroe entrò nella seconda città dell'Impero, che ancor serbava un dovizioso avanzo d'industria e di commercio. L'occidentale trofeo del Gran Re fu innalzato, non sulle mura di Cartagine[541], ma nelle vicinanze di Tripoli le colonne greche di Cirene furono finalmente estirpate; ed il conquistatore, calcando le orme di Alessandro, ritornò in trionfo per le arene del deserto Libico.
A. D. 626
Nella prima campagna, un altro esercito si avanzò dall'Eufrate al Bosforo Tracio: Calcedonia si arrese dopo un lungo assedio, ed un campo Persiano si mantenne per più di dieci anni al cospetto di Costantinopoli. La spiaggia del Ponto, la città di Ancira, e l'isola di Rodi si annoverarono fra le ultime conquiste del Gran Re; e se Cosroe avesse posseduto qualche forza marittima, l'illimitata sua ambizione avrebbe sparso la schiavitù e la desolazione sopra le province dell'Europa.
Dalle rive lungamente contese del Tigri e dell'Eufrate, il regno del nipote di Nushirvan subitamente si estese all'Ellesponto ed al Nilo, antichi limiti della monarchia Persiana. Ma le province, foggiate da una consuetudine di sei secoli alle virtù ed ai vizi de' Romani, sopportavano di mal animo il giogo de' Barbari. L'idea di una Repubblica era tenuta ognor viva dalle instituzioni, od almeno dagli scritti de' Greci e de' Romani, ed i sudditi di Eraclio aveano sin dall'infanzia imparato a profferire i vocaboli di libertà e di legge. Ma i Principi dell'Oriente, per orgoglio o per politica, usarono in ogni tempo di spiegare i titoli e gli attributi dell'onnipotenza loro; di far sentire alle nazioni la schiavitù e l'abbiezione in cui giacciono, e di aggravare, con crudeli ed insolenti minacce, il rigore de' loro comandi assoluti. Scandalezzati erano i Cristiani dell'Oriente dall'adorazione del fuoco, e dall'empia dottrina dei due Principi: nè i Magi erano meno intolleranti de' Vescovi, ed il martirio di alcuni Persiani nativi, che abbandonata aveano la religione di Zoroastro[542], apparve come il preludio di una fiera e generale persecuzione. Le leggi oppressive di Giustiniano aveano cangiato in nemici dello Stato gli avversari della Chiesa; la lega degli Ebrei, de' Nestoriani e de' Giacobiti, avea contribuito alle vittorie di Cosroe, ed il favore ch'egli parzialmente compartiva ai settari, suscitò l'odio ed i timori del clero cattolico. Consapevole di quell'odio e di questi timori, il conquistatore Persiano governò con uno scettro di ferro i nuovi suoi sudditi; e come se poco fidasse nella stabilità del suo dominio, egli dispogliò l'opulenza loro con gli smoderati tributi e la licenziosa rapina; denudò o demolì i templi dell'Oriente, e trasportò negli ereditari suoi regni l'oro e l'argento, i marmi preziosi, le arti e gli artefici delle città asiatiche. Nell'oscuro dipinto delle calamità dell'Impero[543] non è agevole di scorgere la figura di Cosroe stesso, di sceverare le sue azioni da quelle de' suoi luogotenenti, o di determinare il personale suo merito in mezzo al general bagliore della gloria e della magnificenza. Con ostentazione egli godeva i frutti della vittoria, e frequentemente dai travagli della guerra si rifuggiva alla voluttà della Reggia. Ma per lo spazio di ventiquattro anni, qualche idea di superstizione o di dispetto lo rattenne dall'avvicinarsi alle mura di Ctesifonte; e la favorita sua residenza di Artemita o Dastagerda, giaceva di là dal Tigri[544], sessanta miglia circa a settentrione della capitale. Gli addiacenti pascoli erano coperti di greggi e di armenti: il paradiso ossia il parco fra pieno di fagiani, di pavoni, di struzzi, di caprioli e di cignali, ed alle volte si discioglievano delle tigri e de' leoni per somministrare il piacere di una caccia più ardimentosa: si mantenevano novecento e sessanta elefanti per l'uso e il fasto del Gran Re: i suoi padiglioni ed il suo bagaglio erano portati in campo da dodicimila cammelli di razza grande e da ottomila di razza più piccola[545]: e le stalle reali contenevano seimila muli e cavalli, tra' quali i nomi di Shebdiz e di Barid eran rinomati per l'agilità o la bellezza loro. Seimila guardie successivamente facevano la scolta innanzi il palazzo; al servizio degli appartamenti interni . vegliavano dodicimila schiavi, e nel novero di tremila vergini, le più bello dell'Asia, qualche fortunata concubina consolava talvolta il suo Signore della vecchiezza o dell'indifferenza di Sira. I vari tesori d'oro, d'argento, di gemme, di seta e di aromati, stavano rinchiusi in cento sotterraneo volte, e la camera Badaverde denotava l'accidentale dono dei venti che recato aveano le spoglie di Eraclio in uno de' porti della Siria occupati dal suo rivale. La voce dell'adulazione, e forse della finzione, non arrossisce di contare i trentamila ricchi tappeti onde le pareti erano adorne; le quarantamila colonne di argento, o più probabilmente di marmo e di legno coperte di lastre di argento, che sostenevano i tetti; ed i mille globi d'oro sospesi da una cupola, ad imitare i moti de' pianeti e le costellazioni del zodiaco[546]. Intanto che il monarca Persiano stava contemplando le meraviglie della sua arte e del suo potere, egli ricevè una lettera da un oscuro cittadino della Mecca, che lo invitava a riconoscere Maometto come l'apostolo di Dio. Il Re disdegnò l'invito, e fece a pezzi la lettera. «Ed in questa guisa,» sclamò il profeta Arabo, «Iddio farà a pezzi il regno, e disdegnerà le suppliche di Cosroe». Posto sui limiti dei due vasti Imperi dell'Oriente[547], Maometto osservava con secreta gioia il progresso della reciproca lor distruzione; e nel mezzo appunto dei trionfi della Persia, egli si avventurò a predire, come innanzi che passasser molt'anni, la vittoria avrebbe fatto ritorno ai vessilli Romani[548].
Il tempo in cui dicesi che seguisse questa profezia, era certamente quello in cui più lontano ne parea l'adempimento, poichè i primi dodici anni del regno di Eraclio annunziavano la prossima dissoluzione dell'Impero. Se puri ed onorevoli fossero stati i motivi di Cosroe, egli avrebbe dovuto por fine alla contesa quando Foca fu spento, ed abbracciare, come il miglior suo alleato, quel fortunato Affricano che sì generosamente avea vendicato gli oltraggi del suo benefattore Maurizio. La continuazione della guerra chiarì il vero carattere del Barbaro, e le supplichevoli ambasciate di Eraclio onde implorare dalla sua clemenza che risparmiasse gli innocenti, accettasse un tributo, e donasse al mondo la pace, rigettate furono con dispregevol silenzio o con insolenti minacce. La Siria, l'Egitto e le province dell'Asia, erano soggiogate dalle armi Persiane, mentre l'Europa da' confini dell'Istria sino alla lunga muraglia della Tracia, era oppressa dagli Avari non saziati dal sangue o dalla rapina della guerra Italiana. Con freddo animo essi avean trucidato i loro prigionieri maschi, nel campo sacro della Pannonia; ridotte a servitù furono le donne e i fanciulli, e le più nobili vergini si videro abbandonate alla indistinta lussuria de' Barbari. L'amorosa matrona che avea aperto le porte del Friuli, passò una breve notte nelle braccia del suo drudo reale: la sera appresso, Romilda fu condannata agli abbracciamenti di dodici Avari, ed il terzo giorno la principessa Lombarda fu impalata al cospetto del campo, mentre il Cacano con crudele sorriso avvertiva che un simigliante marito era la degna ricompensa della sua dissolutezza e perfidia[549]. Questi formidabili nemici insultavano ed assediavano Eraclio da tutte le bande, e ridotto era il Romano Impero alle mura di Costantinopoli, con qualche avanzo della Grecia, dell'Italia e dell'Affrica, e con qualche città marittima della costa Asiatica da Tiro a Trebisonda sulle coste dell'Asia. Dopo la perdita dell'Egitto, la capitale patì la carestia e la peste; e l'Imperatore, inabile a resistere e fuor di speranza di ricever soccorso, avea deliberato di trasferire se stesso ed il governo nella più sicura residenza di Cartagine. Già cariche erano le sue navi de' tesori della Reggia, ma rattenuta ne venne la fuga per opera del Patriarca il quale armò i poteri della Religione in difesa della patria; condusse Eraclio all'altare di S. Sofia, e ne riscosse un solenne giuramento di vivere e di morire insieme col popolo che Iddio aveva affidato alle sue cure. Nelle pianure della Tracia accampava il Cacano, ma dissimulava i perfidi suoi disegni, e chiedeva un abboccamento coll'Imperatore presso la città di Eraclea. Con equestri giuochi si celebrò la riconciliazione loro; il Senato ed il Popolo nelle più allegre lor vesti accorsero alla festività della pace, e gli Avari mirarono con invidia e desiderio, lo spettacolo del lusso Romano. In un subito, l'Ippodromo fu circondato dai cavalli Scitici, che aveano accelerato la secreta e notturna lor marcia. Il tremendo suono della frusta del Cacano diede il segnal dell'assalto; ed Eraclio, ravvolgendosi il diadema intorno al braccio, scampò, per somma ventura, mercè della velocità del suo cavallo. Così rapido fu l'inseguire degli Avari, ch'essi quasi entrarono per la porta aurea di Costantinopoli in una colle turbe fuggenti[550]; ma il saccheggio de' sobborghi premiò il lor tradimento, ed essi trasportarono di là dal Danubio dugento e settantamila prigioni. Sul lido di Calcedonia, l'Imperatore tenne un più sicuro congresso con un più onorato nemico, il quale, prima che Eraclio scendesse dalla galea, salutò con riverenza e pietà la maestà della porpora. L'amichevole offerta, fatta da Sain, generale Persiano, di condurre un'ambasceria alla presenza del Gran Re, con fervida riconoscenza fu accolta, e la preghiera di perdono e di pace umilmente fu presentata dal Prefetto del Pretorio, dal Prefetto della città, e da uno de' primi ecclesiastici della chiesa patriarcale[551]. Ma il luogotenente di Cosroe avea fatalmente interpretato a rovescio le intenzioni del suo Signore. «Non già Ambasciatori» disse il tiranno dell'Asia, «ma bensì la stessa persona di Eraclio, avvinto in catene, egli doveva trarre al piè del mio trono. Io non farò mai pace coll'Imperator de' Romani, sintantochè egli abbia abbiurato il suo Dio crocifisso, ed abbracciato il culto del Sole». Sain fu scorticato vivo, giusta la pratica disumana del suo paese; ed il separato e rigoroso confino degli ambasciatori, tradì la legge delle nazioni, e la fede di un'espressa stipulazione. Tuttavia sei anni di sperienza avvertirono il monarca Persiano che rinunziare ei dovea finalmente all'idea di conquistare Costantinopoli, e lo mossero a specificare l'annuo tributo o riscatto dell'Imperio Romano, consistente in mille talenti d'oro, mille talenti di argento, mille vesti di seta, mille cavalli e mille vergini. Eraclio sottoscrisse questi ignominiosi patti; ma il tempo e lo spazio ch'egli ottenne per raccogliere que' tesori dalla povertà dell'Oriente, avvedutamente furono impiegati ne' preparativi di un audace e disperato attacco.