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Fra tutti i caratteri luminosamente notati dall'Istoria, quello di Eraclio è forse uno de' più straordinari ed incoerenti. Ne' primi e negli ultimi anni di un lungo regno, l'Imperatore si mostra quale schiavo dell'ozio, del piacere e della superstizione, qual negligente ed impotente spettatore delle pubbliche calamità. Ma le languide nebbie del mattino e della sera, sono separate dal folgore del Sole al merigge. L'Arcadio della reggia, sorge il Cesare del campo, e l'onore di Roma e di Eraclio viene gloriosamente riparato dalle imprese e da trofei di sei campagne piene di baldanza e di rischio. Era dovere degli Storici Bizantini il rivelarci le cagioni del suo letargo e della sua vigilanza. Così distanti da que' tempi, noi possiamo soltanto congetturare che dotato ei fosse più di personal coraggio che di politica risoluzione; che rattenuto fosse dai vezzi e forse dagli artifizi di sua nipote Martina, colla quale, dopo la morte di Eudossia, egli contrasse un incestuoso maritaggio[552], e che cedesse ai codardi avvisi de' consiglieri, i quali sostenevano qual legge fondamentale, che l'Imperatore non doveva mai cimentarsi nel campo[553]. Forse egli si riscosse dal letargo all'ultima insolente domanda del conquistatore Persiano; ma nel momento in cui Eraclio sfolgorò come un eroe, le sole speranze dei Romani eran poste nelle vicende della fortuna, che potea minacciare l'orgogliosa prosperità di Cosroe, e mostrarsi favorevole a quelli ch'erano aggiunti all'ultimo periodo della depressione[554]. Prima cura dello Imperatore fu il provvedere alle spese della guerra; ed affine di raccogliere il tributo invocò la benevolenza delle province Orientali. Ma l'entrata più non discorreva per gli usati canali; il credito di un Principe arbitrario è annichilato dal suo stesso potere; ed il coraggio di Eraclio si spiegò prima di tutto nel prendere in prestito le consacrate ricchezze delle Chiese col voto solenne di restituire, con usura, tuttociò che sarebbe costretto ad impiegare in servizio della Religione e dell'Impero. Pare che il clero istesso fosse commosso dalla pubblica infelicità, e l'oculato Patriarca d'Alessandria, senza voler permettere un sacrilegio assistette il suo sovrano, mediante la miracolosa od opportuna rivelazione di un tesoro secreto[555]. Dei soldati che avean cospirato insieme con Foca, si trovò che due soltanto erano sopravvissuti ai colpi del tempo e dei Barbari[556]. La perdita eziandio di questi sediziosi veterani, venne imperfettamente riparata dalle nuove leve di Eraclio, e l'oro del Santuario raccolse in uno stesso campo i nomi e le armi e la favella dell'Oriente e dell'Occidente. L'Imperatore sarebbe stato pago se gli Avari si fossero tenuti neutrali; e l'amichevole invito ch'egli fece al Cacano di non diportarsi come nemico, ma come custode dell'Impero, fu accompagnato dal più persuadente donativo di dugentomila monete d'oro. Due giorni dopo la festa di Pasqua, l'Imperatore cangiata la porpora nel semplice abito di un penitente e di un guerriero[557], diede il segnale della dipartenza. Alla fede del popolo, Eraclio raccomandò i suoi figliuoli, commise il poter civile ed il militare alle mani più degne; e nella prudenza del Patriarca e del Senato pose l'autorità di salvare o di arrendere Costantinopoli ove durante la sua lontananza, forse oppressa dalle forze superiori dell'inimico.
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Di tende e d'armi vedeansi coperte le vicine alture di Calcedonia, ma se temerariamente condotte si fossero le nuove leve di Eraclio all'attacco, una vittoria de' Persiani alla vista di Costantinopoli, sarebbe stato l'ultimo giorno del Romano Impero. Nè meno imprudente partito doveva riuscir quello d'innoltrarsi nelle province dell'Asia, lasciando l'innumerevole cavalleria libera di tagliar fuori i convogli e di tribolar del continuo la stanca e disordinata retroguardia. Ma i Greci erano ancora padroni del mare: una flotta di galee, di navi da trasporto, di barche da vettovaglie era adunata nel porto; i Barbari al soldo di Eraclio consentirono ad imbarcarsi; un buon vento gli portò fuori dell'Ellesponto; le coste occidentali e meridionali dell'Asia Minore stendevansi alla sinistra loro, l'intrepidezza del loro Capo si mostrò all'aperto in una tempesta, e perfino gli eunuchi della sua comitiva furono dall'esempio del loro Signore tratti a soffrire e ad operare. Egli sbarcò le sue truppe sui confini della Siria e della Cilicia, nel golfo di Scanderoon, dove la costa tutto ad un tratto volge a mezzogiorno[558], e la scelta di questo porto importante fece prova del suo discernimento[559]. Da tutte le parti, le sparse guernigioni delle città marittime e de' monti potean raccogliersi con prontezza e sicurezza intorno all'imperiale vessillo. Le fortificazioni naturali della Cilicia difendevano e quasi occultavano il campo di Eraclio ch'era piantato presso all'Isso sul terreno medesimo, dove Alessandro sconfisse l'armata di Dario. L'angolo occupato dall'Imperatore era profondamente internato in un vasto semicircolo composto dalle province Asiatiche, Armene e Siriache, ed a qualunque punto della circonferenza egli volesse dirizzare l'attacco, agevole gli riusciva dissimulare le sue mosse ed antivenire quelle del nemico. Nel campo d'Isso, il Generale romano riformò la scioperaggine ed il disordine de' veterani, ed ammaestrò le nuove reclute nel conoscimento e nella pratica delle militari virtù. Spiegando all'aure la miracolosa immagine di Cristo, gli esortò a vendicare i sacri altari, profanati dagli adoratori del fuoco, e chiamandoli co' dolci nomi di figli e di fratelli, deplorò le pubbliche e private traversie della Nazione. I sudditi di un monarca si lasciaron persuadere che combattevano per la libertà, ed un somigliante entusiasmo passò nell'animo de' mercenarj stranieri, i quali con eguale indifferenza dovean mirare gl'interessi di Roma o que' della Persia. Eraclio egli stesso, coll'abilità e colla pazienza di un Centurione, inculcava i precetti della tattica, ed i soldati venivano assiduamente addestrati nell'uso delle armi, negli esercizj e nelle evoluzioni del campo. La cavalleria e l'infanteria, grave armata o leggiera, era divisa in due parti. Le trombe occupavano il centro, ed il loro suono regolava la marcia, la carica, la ritirata o l'inseguimento, l'ordine diretto o l'obbliquo, la falange profonda od estesa; e si rappresentavano le operazioni della vera guerra con fittizj combattimenti. Qualunque travaglio dall'Imperatore si prescrivesse alle truppe, vi si sommetteva con eguale severità egli stesso; il lavoro, il vitto, il sonno de' soldati era misurato dalle inflessibili leggi della disciplina, e, senza dispregiare il nemico, essi impararono a porre un'implicita fidanza nel proprio valore e nella saggezza del lor condottiere. La Cilicia tostamente fu circondata dalle armi Persiane; ma la cavalleria loro esitò a cacciarsi dentro le gole del monte Tauro, sinchè non furono presi alle spalle dalle evoluzioni di Eraclio, il quale insensibilmente circondò la retroguardia nemica, mentre pareva presentar la sua fronte in ordine di battaglia. Mediante un falso movimento, col quale faceva le viste di minacciar l'Armenia, ei gli trasse, contro lor voglia, ad una battaglia generale. Adescati essi furono dall'artificioso disordine del suo campo; ma quando si avanzarono per combattere, il terreno, il sole, e l'aspettativa de' due eserciti, si trovarono contrarii ai Barbari. I Romani con buon successo rinnovarono sul campo di battaglia i loro guerrieri esercizj[560], e l'evento della giornata chiarì al mondo, che i Persiani non erano invincibili, e che un eroe vestiva la porpora. Forte per la vittoria e la fama acquistata, Eraclio arditamente ascese i gioghi del monte Tauro, mosse il campo verso le pianure della Cappadocia, e stabilì le sue truppe, per la stagione invernale, in sicuri e ben provveduti alloggiamenti sulle rive del fiume Ali[561]. Superiore era il suo animo alla vanità di sfoggiare in Costantinopoli un imperfetto trionfo: ma indispensabilmente facea mestieri della presenza dell'Imperatore per calmare l'irrequieto e rapace ardire degli Avari.
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Da' giorni di Scipione e di Annibale in poi, non si era tentata un'impresa più audace di quella che Eraclio mandò ad effetto per liberare l'Impero[562]. Ei lasciò che i Persiani opprimessero per qualche tempo le province, ed impunemente insultassero la capitale dell'Oriente: mentre l'Imperatore romano s'apriva la perigliosa sua strada a traverso il Mar Nero[563] ed i monti dell'Armenia; s'internava nel cuor della Persia[564] e richiamava gli eserciti del Gran Re alla difesa della straziata lor patria. Con una scelta mano di cinquemila soldati, Eraclio navigò da Costantinopoli a Trebisonda; raccolse le sue forze che aveano svernato nelle regioni del Ponto; e dalla foce del Fasi fino al Mar Caspio confortò i suoi sudditi ed alleati a muovere col successore di Costantino sotto il fedele e vittorioso vessillo della Croce. Allorquando le legioni di Lucullo e di Pompeo passarono per la prima volta l'Eufrate, esse arrossirono della facile lor vittoria sopra i natii dell'Armenia. Ma la lunga sperienza della guerra aveva indurato gli animi ed i corpi di quel popolo effeminato; si mostrò l'ardore e l'intrepidezza loro nella difesa di un decadente Impero; essi abborrivano e paventavano l'usurpazione della casa di Sassan, e la memoria della persecuzione inveleniva il pio lor odio contro i nemici di Cristo. I limiti dell'Armenia, come era stata ceduta all'Imperatore Maurizio si stendevano sino all'Arasse; il fiume si sommise all'oltraggio di un ponte[565], ed Eraclio, premendo i vestigi di Marc'Antonio, si dirizzò verso la città di Tauride o Gandzaca,[566] antica e moderna capitale di una delle province della Media. Cosroe stesso, alla testa di quarantamila uomini, era tornato da qualche spedizione lontana per opporsi ai progressi delle armi Romane; ma egli ritirossi all'avvicinarsi di Eraclio, non accettando la generosa alternativa della pace o della battaglia. In luogo di un mezzo milione di abitatori che attribuiti vennero a Tauride sotto il regno dei Sofi, la città non conteneva più di tremila case; ma il valsente de' tesori reali in essa rinchiusi consideravansi di gran valore, attesa la tradizione ch'essi fossero le spoglie di Creso, ivi trasportate per opera di Ciro dalla cittadella di Sardi. Le rapide conquiste di Eraclio non furono sospese che dalla stagione d'inverno; un motivo di prudenza, o di superstizione[567] lo determinò a ritirarsi nella provincia di Albania, lungo i lidi del Caspio; e le sue tende probabilmente si piantarono nelle pianure di Mogan[568], accampamento favorito de' Principi Orientali. Nel corso di questa fortunata incursione, segnalò egli lo zelo e la vendetta di un Imperatore Cristiano; per suo cenno i soldati estinsero il fuoco, e distrussero i templi de' Magi: le statue di Cosroe, che aspirava agli onori divini, furono date alle fiamme, e le rovine di Tebarma od Ormia[569], che avea dato i natali a Zoroastro, servirono in qualche modo ad espiare gli oltraggi fatti al santo Sepolcro. Uno spirito di religione più puro spiccò nel sollievo e nella liberazione di cinquantamila prigionieri. Ricompensato fu Eraclio dalle lagrime e dalle grate acclamazioni di essi; ma questa saggia operazione, che sparse la fama della sua bontà, destò altamente le querele dei Persiani contro l'orgoglio e l'ostinazione del loro monarca.
In mezzo alle glorie della successiva campagna, Eraclio dileguasi quasi affatto a' nostri occhi ed a quelli degli Storici bizantini[570]. Staccandosi dalle spaziose e feconde pianure dell'Albania, pare che l'Imperatore seguisse la catena de' monti Ircani, scendesse nella provincia di Media o d'Irak, e portasse le vittoriose sue armi fino alle città regali di Casbin e d'Ispahan, a cui mai non s'era avvicinato alcun conquistatore Romano. Sbigottito sul pericolo del suo reame, Cosroe richiamò le sue forze dal Nilo e dal Bosforo, e tre formidabili armate circondarono, in terra lontana e nemica, il campo dell'Imperatore. Gli abitanti della Colchide, alleati di Eraclio si apprestavano ad abbandonare le sue insegne; ed i timori dei veterani più prodi si esprimevano, dal loro stesso sfiduciato silenzio. «Non vi sia di terrore» sclamò l'intrepido Eraclio «la moltitudine de' vostri nemici; coll'ajuto del Cielo, un Romano può trionfare di mille Barbari. Ma se noi consacriamo la vita per la salvezza de' nostri fratelli, noi otterremo la corona del martirio, e l'immortal nostra ricompensa ci sarà largamente pagata da Iddio e dalla posterità». Questi magnanimi sensi furono sostenuti dal vigor delle azioni. Egli ributtò il triplice attacco dei Persiani; approfittò delle scissure de' lor Capi, e mediante una serie ben concertata di mosse, di ritirate e di azzuffamenti felici, pervenne a cacciarli dal campo ed a confinarli nelle città fortificate della Media e dell'Assiria. Nel fitto del verno, Sarabaza si reputava sicuro dentro le mura di Salban: egli vi fu sorpreso dall'instancabile Eraclio, il quale divise le sue truppe e fece una faticosa marcia nel silenzio notturno. I tetti piatti delle case furono con inutil valore difesi contro i dardi e le fiaccole de' Romani: i Satrapi ed i Nobili della Persia, insieme con le mogli ed i figli loro ed il fiore della marzial loro gioventù, o caddero uccisi o rimasero prigionieri. Una precipitosa fuga salvò il Generale, ma l'aurea sua armatura fu preda del vincitore; ed i soldati di Eraclio gioirono l'opulenza ed il riposo che sì nobilmente s'erano meritati. Al tornare della primavera, l'Imperatore attraversò in sette giorni i monti del Curdistan, e passò senza resistenza il rapido corrente del Tigri. Oppressa dal peso delle spoglie e de' prigionieri, l'armata Romana fece alto sotto le mura di Amida; ed Eraclio informò il senato di Costantinopoli ch'egli era salvo e vittorioso, del che già aveano avuto sentore per la ritirata degli assedianti. I Persiani distrussero i ponti sull'Eufrate: ma tosto che l'Imperatore ebbe scoperto un guado, frettolosamente si ritirarono a difendere le rive del Saro[571] nella Cilicia. Questo fiume, od impetuoso torrente, era largo forse trecento piedi: fortificato con alte torri era il ponte, e le sponde erano coperte di Barbarici arcieri. Dopo un sanguinoso conflitto, che durò fino a sera, i Romani prevalsero nell'assalto, ed un Persiano di gigantesca statura fu ucciso e gettato nel Saro dalla mano stessa dell'Imperatore. Si sbandarono scoraggiati i nemici, Eraclio proseguì la sua marcia fino a Sebaste in Cappadocia, ed in capo a tre anni, la stessa costa dell'Eussino applaudì il suo ritorno da una spedizione lunga e vittoriosa[572].
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In vece di scaramucciare sulle frontiere, i due monarchi che si contendevano l'Impero dell'Oriente, dirizzarono i disperati lor colpi al cuore del loro rivale. Le forze militari della Persia aveano sofferto assai per le marce ed i combattimenti di vent'anni; e molti veterani, sopravvissuti ai perigli della spada e del clima, erano tuttor rinchiusi nelle fortezze dell'Egitto e della Siria. Ma la vendetta e l'ambizione di Cosroe esaurirono il suo regno, e le nuove leve di sudditi, di stranieri e di schiavi, gli fornirono ancora tre formidabili corpi[573]. La prima armata, illustre per l'ornamento ed il titolo di lance d'oro fu destinata a muovere contro di Eraclio; fu stanziata la seconda ad impedire la sua congiunzione colle truppe del suo fratello Teodoro; e la terza ebbe ordine di assediare Costantinopoli, o di secondare le operazioni del Cacano, col quale il Re di Persia avea ratificato un accordo di alleanza e di spartimento. Sarbar, Generale della terza armata, penetrò per le province dell'Asia fino al ben noto campo di Calcidonia, e si divertì nel distruggere gli edifizi sacri e profani de' sobborghi Asiatici di Costantinopoli, intanto che con impazienza aspettava l'arrivo de' Sciti suoi amici sull'opposta riva del Bosforo. Ai ventinove di giugno, trentamila Barbari, vanguardia degli Avari, sforzarono la lunga muraglia, e cacciarono nella capitale una promiscua folla di agricoltori, di cittadini e di soldati. Il Cacano, alla testa di ottantamila uomini[574], composti di Avari, suoi sudditi naturali, di Gepidi, di Russi, di Bulgari e di Schiavoni suoi vassalli, spiegò poscia il suo stendardo; si consumò un mese in marce od in trattative, ma il dì trentuno di luglio tutta la città fu investita dai sobborghi di Pera e di Calata, fino allo Blacherne ed alle sette Torri; e gli abitanti osservarono con terrore i fiammeggianti segnali della costa Europea e dell'Asiatica. In que' frangenti i magistrati di Costantinopoli iteratamente cercarono di comperare la ritirata del Cacano; ma ributtati ed insultati furono i lor messaggeri; ed egli permise che i Patrizi stessero in piè dinanzi al suo trono, mentre gl'inviati Persiani, in vestimenta di seta, erano assisi al suo fianco: «Voi scorgete», disse l'altero Barbaro, «le prove della mia perfetta unione col Gran Re: ed il suo luogotenente è pronto a mandar nel mio campo un'eletta schiera di tremila guerrieri. Non allettate più a lungo la presunzione di tentare il vostro Signore coll'offerta di un riscatto parziale e non adeguato: le vostre ricchezze e la vostra città sono i soli presenti degni d'esser accettati da me. Quanto a voi, io permetterò che partiate con una sottoveste ed una camicia, ed invitato da me, il mio amico Sarbar non vi ricuserà il passo a traverso delle sue file. Il vostro Principe assente, ora prigioniero o fuggiasco, ha abbandonato Costantinopoli al suo destino; nè voi potete fuggire dalle armi degli Avari e de' Persiani, a meno che poggiaste per l'aria a guisa di uccelli, o che a guisa di pesci sapeste tuffarvi nell'acque»[575]. Per dieci giorni consecutivi, la capitale fu assaltata dagli Avari, i quali avean fatto qualche avanzamento nell'arte di attaccare le piazze; s'innoltravano essi a scavare o batter le mura, sotto il coperto dell'impenetrabil testuggine; le macchine loro lanciavano una continua salva di pietre e di dardi; e dodici eminenti torri di legno sollevavano i combattenti all'altezza de' vicini bastioni. Ma il Senato ed il Popolo erano animati dallo spirito di Eraclio, il quale avea distaccato in loro soccorso un corpo di dodicimila corazzieri; tutti gli spedienti del fuoco e della meccanica furono con grandissim'arte e successo posti in opera per la difesa di Costantinopoli, mentre le galee, a due o tre ordini di remi, dominavano il Bosforo, e rendevano i Persiani oziosi spettatori della disfatta de' loro alleati. Gli Avari tornaron respinti; una flotta di barche Schiavone fu distrutta nel porto; i vassalli del Cacano minacciavano di disertare; le sue provvigioni erano in fondo, e poi ch'ebbe posto a fuoco le macchine, egli diede il segnale di una lenta e formidabil partenza. La devozione de' Romani attribuì questa memorabil liberazione alla vergine Maria; ma la madre di Cristo avrebbe sicuramente condannato l'inumana uccisione degli inviati Persiani, i quali aveano ogni titolo ai diritti dell'umanità, quand'anche non fossero stati protetti dalle leggi delle nazioni[576].
Dopo aver diviso il suo esercito, Eraclio prudentemente ritirossi alle rive del Fasi, d'onde sostenne una guerra difensiva contro le cinquantamila lance d'oro della Persia. Tolto ei fu d'ansietà per la notizia della liberazione di Costantinopoli; si confermarono le sue speranze mediante una vittoria di suo fratello Teodoro; ed alla lega ostile di Cosroe cogli Avari, l'Imperator Romano, oppose l'utile ed onorevole alleanza co' Turchi. Secondando il liberale suo invito, l'orda de' Cozari[577] trasportò le sue tende dalle pianure del Volga al monte della Georgia, Eraclio gli accolse in vicinanza di Teflis, ed il Kan Ziebel co' suoi Nobili smontò di cavallo, se possiam dar fede ai Greci, e cadde prosteso al suolo, ad adorar la porpora del Cesare. Tal volontario omaggio e sì importante aiuto meritavano il più vivo contraccambio; e l'Imperatore, levandosi il proprio diadema, lo pose sul capo del Principe Turco, ch'egli salutò con tenero amplesso e col nome di figlio. Al fine di un sontuoso banchetto, egli fece regalo a Ziebel de' vasi, degli ornamenti, dell'oro, delle gemme e della seta che aveano servito all'uso della mensa Imperiale, e di propria mano distribuì ricchi gioielli ed orecchini a' suoi nuovi alleati. In un secreto colloquio, egli trasse fuori il ritratto della sua figlia Eudossia[578], condiscese a lusingare il Barbaro colla promessa di una bella ed augusta sposa, ottenne un immediato soccorso di quarantamila cavalli, e negoziò una potente diversione delle armi Turche dal lato dell'Oso[579]. I Persiani, a lor volta, si ritirarono a precipizio: Eraclio passò a rassegna, nel campo di Edessa, un esercito di settantamila Romani e stranieri, ed impiegò qualche mese con buon successo a riprendere le città della Siria, della Mesopotamia o dell'Armenia, le cui fortificazioni imperfettamente erano state racconce. Sarban teneva tuttora l'importante posizione di Calcedonia; ma la diffidenza di Cosroe, o l'artifizio di Eraclio non tardò ad alienar l'animo di quel possente Satrapo dal servizio del suo Re e del suo paese. Fu intercettato un messaggio apportatore di un reale o finto ordine al Cadarigan ossia secondo nel comando, che gl'imponeva di spedire, senza indugio, al trono la testa del colpevole o sfortunato Generale. I dispacci vennero trasmessi allo stesso Sarbar, il quale come ebbe letto la sentenza della propria morte, destramente v'inserì il nome di quattrocento ufficiali, poi adunò un consiglio militare, e chiese al Cadarigan, s'era disposto ad eseguire i comandi del loro tiranno? I Persiani dichiararono con voce concorde, che Cosroe era scaduto dal trono; si conchiuse un separato accordo col governatore di Costantinopoli; e se qualche considerazione di onore o di politica rattenne Sarbar dall'unirsi alle bandiere di Eraclio, l'Imperatore n'ebbe però la sicurezza che egli potea proseguire, senza interrompimento, i suoi disegni di vittoria e di pace.