[167.] Alemanno (p. 3) cita un antico codice Bizantino, che fu inserito nell'Imperium Orientale del Banduri.
[168.] Il genuino ed originale rapporto della disgrazia e del risorgimento di Belisario si rinviene nel frammento di Giovanni Malala (t. II p. 234-243) e nell'esatta Cronaca di Teofane (p. 194-204). Cedreno (Compendium, p. 387, 388) e Zonara (t. II l. XIV p. 69) sembrano esitare tra la verità invecchiata e la menzogna che prendeva vigore.
[169.] L'origine di questa favoletta par venire da un'opera miscellanea del duodecimo secolo, le Chiliadi, di Giovanni Tzetze Monaco (Basilea 1546, ad calcem Lycophront. Colon. Allobrog. 1614, in Corp. poet. graec.). Egli racconta la cecità e la mendicità di Belisario in dieci versi popolari o politici (Chiliad. III n. 88, 339-348, in Corp. poet. graec. t. II p. 311).
Εκπωμα ξυλινον κρατων εβοα τω μιλιω
Βελισαριω οβολον δοτε τω στρατηλατη
Οκ τυχη μεν εδοξασεν, αποτυφλοι δο φθονος.
«Tenendo in mano una coppa di legno, gridava al popolo: date un obolo a Belisario Generale, glorificato già dalla sorte, poi dall'invidia accecato».
Questa morale o romanzesca novella fu portata in Italia insieme con la lingua ed i codici della Grecia; e quivi fu ripetuta avanti il fine del secolo XV da Crinito, da Pontano e da Volaterrano; impugnata da Alciato, per onor della giurisprudenza; e difesa dal Baronio (A. D. 561 n. 2 ec.) per onor della Chiesa. Non pertanto lo stesso Tzetze aveva letto in altre cronache che Belisario non perdette la vista, e che ricuperò la sua riputazione ed i suoi beni.
[170.] La statua che trovasi nella villa Borghese a Roma, seduta e colla mano stesa a chiedere, che volgarmente si attribuisce a Belisario, può con più dignità attribuirsi ad Augusto in atto di farsi Nemesi propizia (Winkelman, Hist. de l'Art, t. III p. 266). Ex nocturno visu etiam stipem, quotannis, die certo, emendicabat a populo, cavam manum asses porrigentibus praebens (Suet. in August. c. 91, con un'eccellente nota di Casaubono).
[171.] La penna di Tacito punge sottilmente il Rubor di Domiziano (in Vit. Agricol. c. 45). Plinio il giovane (Paneg. c. 48) e Svetonio (in Dom. c. 18) e Casaub. (ad loc.), ne fanno cenno essi pure. Procopio (Aneddoti, c. 8) stoltamente crede che un solo busto di Domiziano fosse pervenuto sino al sesto secolo.