[252.] Come è citato da Ulpiano (leg. 40, ad Sabinum in Pandect. l. XLVII, t. 2, leg. 21). Trebazio dopo essere stato giureconsulto di primo ordine, qui familiam duxit, diventò un Epicureo (Cicer. ad Familiares, VII, 5). Forse in questa nuova setta mancò di costanza o di buona fede.
[253.] Vedi Gravina (p. 45-51) e le frivole obbiezioni di Mascou; Eineccio (Storia I. R. n. 125) cita ed approva una dissertazione di Everardo Otto, de Stoica Jurisconsultorum philosophia.
[254.] Si citava specialmente la regola di Catone, la stipulazione d'Aquilio, e le formole Manilie, duecento undici massime, e duecento quarantasette definizioni (Pandect. l. I, tit. 16, 17).
[255.] Leggasi Cicerone, l. I, de Oratore, Topica, pro Murena.
[256.] Veggasi Pomponio (De origine juris Pandect. l. I, tit. 2 leg. 2 n. 47; Eineccio, ad Instit. l. I tit. 2 n. 8, l. II tit. 25, in Element. et Antiquit.; e Gravina p. 41-45). Sebbene questo monopolio sia stato molto disgustoso, gli scrittori di quell'epoca non se ne lagnano, ed è verisimile che sia stato velato con un decreto del Senato.
[257.] Ho letto la Diatriba di Gotofredo Mascovio, l'erudito Mascou, (De Sectis Jureconsultorum, Lipsia 1728 in-12, p. 276) dotto trattato sopra un fondo sterile e limitatissimo.
[258.] Vedi il carattere d'Antistio Labeone in Tacito (Annal. III, 75) e in un'Epistola d'Ateio Capitone (Aulo Gellio, VIII, 12) che accusa il suo rivale di libertas nimia et VECORS. Tuttavia non posso immaginare che Orazio abbia ardito di sferzare un virtuoso e rispettabile senatore, ed amo adottare la correzione del Bentley, il quale legge LABIENO insanior. Serm. I, III, 82. Vedi Mascou, de Sectis, c. 1 p. 1-24.
[259.] Giustiniano (Instit. I, III tit. 23, e Teofilo, vers. greca, p. 677, 680) ha rammemorato questa gran questione ed i versi d'Omero che si allegarono d'ambe le parti, come autorità. Tale questione fu decisa da Paolo (leg. 33 ad edict. in Pandect. l. XVIII tit. 1 leg. 1). Ecco la sua soluzione: in un semplice cambio non si può distinguere il venditore ed il compratore.
[260.] I Proculeiani pure abbandonarono questa controversa, sentirono che strascinava seco indecenti ricerche, e furono sedotti dall'afforismo d'Ippocrate che era attaccato al numero settenario di due settimane d'anni, o di settecento settimane di giorni. (Instit. l. 1 tit. 22). Plutarco e gli Stoici (De placit. philosophor. l. V c. 24) danno una ragione più naturale. A quattordici anni περι ην ο σπερματικος κρινεται οῥῥος. Vedi i Vestigi delle Sette in Mascou, c. 9 p. 145-276.
[261.] Mascou racconta la storia ed il fine di queste differenti Sette (c. 2-7 p. 24-120), e sarebbe quasi ridicolo di lodarlo della sua parzialità fra Sette totalmente estinte.