Fu voce che Costantino fosso morto avvelenato: Romano, suo figlio, che aveva preso il nome dell'avo materno, succedette nel trono di Costantinopoli. Un principe, che di vent'anni era sospetto d'aver accelerato il momento in cui doveva ereditar da suo Padre, era, non v'ha dubbio, perduto nella pubblica opinione; ma piuttosto che malvagio, era debole, e s'imputava in gran parte questo delitto a sua moglie Teofane, donna di bassa nascita, di spirito ardito e di depravati costumi. Era ignoto al figlio di Costantino il sentimento della gloria personale e della pubblica felicità, veri diletti di chi regna; e mentre i due fratelli, Niceforo e Leone, trionfavano dei Saracini, egli logorava in un ozio perpetuo i giorni dovuti al suo popolo. Nella mattina andava al circo; a mezzodì riceveva al suo desco i senatori; passava quasi tutto il dopo pranzo nello Sferisterio, o sia giuoco della palla, unico teatro del suo valore. Varcando poscia sulla riva asiatica del Bosforo, cacciava e uccideva quattro cignali de' più grandi e gagliardi; poi tornava al palazzo, lieto e superbo delle sue fatiche del giorno. Era notabile fra gli uomini della sua età per forza ed avvenenza; era di statura diritta ed alta come un giovine cipresso: di carnagione bianca e vivace; gli occhi erano parlanti, larghe le spalle; il naso lungo e aquilino. Tanti pregi per altro non valsero a fissare l'amor di Teofane, la quale dopo un regno di quattro anni, recò a suo marito un beveraggio pari a quello ch'ella aveva apprestato a suo padre.
A. D. 963
Dal matrimonio con quest'empia femmina ebbe Romano due figli, che ascesero il trono col nome di Basilio II e di Costantino IX, e due figlie, chiamate Anna e Teofane. L'ultima sposò Ottone II, Imperator d'Occidente; Anna fu maritata a Volodimiro, gran Duca e Apostolo di Russia, ed essendosi congiunta sua nipote ad Arrigo I Re di Francia, il sangue de' Macedoni, e quello forse degli Arsacidi, scorre tuttavia per le vene della famiglia Borbonica. Morto il marito, volle l'Imperatrice regnare sotto il nome de' figli, l'un de' quali aveva cinque anni, e l'altro due. E presto s'avvide, quanto instabile fosse un trono che non aveva altra colonna che una femmina, che non poteva essere stimata, e due figli, che non poteano essere temuti. Allora volse gli occhi intorno per rinvenire un protettore, e si gittò nelle braccia del guerriero più prode: era essa facile, e poco dilicata in amore; ma tanto era deforme il nuovo amante, che diede a credere, essere l'interesse per avventura il motivo e la scusa di questo legame. Niceforo Foca avea in faccia al popolo due meriti; quelli d'eroe e di santo. In quanto al primo egli vantava belle e singolari prerogative: discendente di lignaggio illustre, per imprese guerresche s'era segnalato in tutti i gradi e in tutte le province col valor d'un soldato, e coll'arte d'un Generale, ed avea pocostante aggiunto alla sua gloria la rilevante conquista dell'isola di Creta: era un poco equivoca la sua religione, e il cilicio, i digiuni, il palar devoto, l'intenzione che palesava di ritirarsi dal Mondo, servivano di maschera ad una profonda e pericolosa ambizione. Seppe per altro illudere un santo Patriarca, per interposizione del quale ottenne dal senato un decreto, che gli dava durante la minorità dei giovani principi l'assoluto comando degli eserciti dell'Oriente. Non così tosto ebbe in pugno la fede dei Capi e dei soldati, marciò arditamente a Costantinopoli; schiacciò i suoi nemici; pubblicò la sua intelligenza coll'Imperatrice, e senza degradare i figli di Teofane, prese col titolo d'Augusto la preminenza della dignità, e la pienezza del potere; ma il Patriarca, che l'aveva portato al soglio, non gli permise di sposare Teofane. Per questo secondo matrimonio fu quindi assoggettato ad una pena canonica d'un anno: se gli opponeva un'affinità spirituale, e fu d'uopo ricorrere a sutterfugii ed a spergiuri, per attutire gli scrupoli del clero e del popolo. Perdè l'Imperatore sotto la porpora l'amor della nazione, e in un regno di sei anni si tirò addosso l'odio dei forestieri, non che dei sudditi, i quali riscontrarono, in lui l'ipocrisia e l'avarizia del primo Niceforo. Io non mi proverò a discolpare od a palliare l'ipocrisia, ma non mi periterò d'osservare, che l'avarizia è quel vizio che più prestamente si crede, e che si condanna con più severità. Se si tratta d'un cittadino, rare volte abbiam cura d'esaminarne la fortuna e le spese: nel depositario della sorte pubblica, l'economia è sempre una virtù, e troppo spesso l'aumentare le imposizioni è un dovere indispensabile. Niceforo, che aveva mostrato il suo animo generoso nell'usare del suo patrimonio, consacrò scrupolosamente le pubbliche entrate a pro dello Stato. Col ritorno d'ogni primavera osteggiava contro i Saracini in persona, e poteano agevolmente i Romani calcolare le somme, che provenienti dalle contribuzioni erano state spese per trionfi, per conquisti, e per la sicurezza della frontiera dell'Oriente.
A. D. 969
Fra i guerrieri che lo avevano condotto a regnare, e che servivano sotto le sue bandiere, Giovanni Zimiscè, prode Armeno e di nobile famiglia, era quello che avea meritate ed ottenute le ricompense più segnalate. Era di statura men che mediocre, ma in così picciolo corpo, ove stavano accoppiate forza e bellezza, s'annidava l'anima d'un eroe. Il fratello dell'Imperatore portando invidia alla sua fortuna, lo fece cadere dal grado di General dell'Oriente in quello di direttor delle poste; e perchè quegli osò dolersene, fu punito colla disgrazia e coll'esilio. Ma Zimiscè era annoverato fra i moltissimi amanti dell'Imperatrice, e per opera di lei ottenne di dimorare in Calcedonia nei contorni della Capitale: s'ingegnò nelle sue visite amorose e clandestine di compensarla di questa prova della sua bontà, e quindi Teofane consentì lietamente alla morte d'un marito avaro e schifoso. Furono nascosti nelle stanze più secrete del palazzo arditi e fedeli congiurati, e nelle tenebre d'una notte d'inverno, Zimiscè e i Capi della trama s'imbarcarono in una scialuppa, attraversarono il Bosforo, approdarono nei dintorni del palazzo, e salirono cheti cheti per una scala di corda, gettata dalle donne dell'Imperatrice. Nè la diffidenza di Niceforo, nè gli avvisi datigli dagli amici, nè il tardo soccorso di suo fratello Leone, nè quella specie di Fortezza, ch'egli avea formata nel suo palazzo, valsero a difenderlo contro un nemico domestico, alla voce del quale tutte le porte s'aprivano agli assassini. Stava egli dormendo sopra una pelle d'orso distesa per terra; riscosso dallo strepito dei congiurati, vide trenta pugnali alzati sul suo petto. Non è ben certo che Zimiscè bagnasse le mani nel sangue del suo sovrano; ma per altro ebbe il barbaro piacere di rimanersi spettatore della propria vendetta. L'insultante atrocità dei sicarii ritardò per qualche istante la morte dell'Imperatore: appena dalle finestre del palazzo fu mostrata alla plebe la testa di Niceforo, cessò il tumulto, e l'Armeno fu acclamato Imperatore d'Oriente. Nel giorno prescelto per la sua incoronazione, l'intrepido Patriarca, fermatolo sulla porta della Chiesa di Santa Sofia, gli dichiarò, che reo siccome egli era dei delitti d'assassinio e di tradimento, dovea almeno in contrassegno di penitenza, separarsi da una complice anche più colpevole di lui stesso. Forse questo trasporto di zelo apostolico non dispiacque molto al nuovo Imperatore, che non potea conservare amore, nè fiducia per una donna, la quale avea tante volte violato i più sacri doveri. Così adunque invece d'essere a parte del trono, Teofane fu ignominiosamente cacciata dal suo letto e dal suo palazzo. Costei nel loro ultimo abboccamento si abbandonò agl'impeti d'una rabbia forsennata ed inutile; accusò l'amante d'ingratitudine, si sfogò in ingiurie, sino a battere il figlio Basilio, il quale stava, silenzioso e sommesso davanti un collega, suo superiore; e confessando le sue prostituzioni osò ella dichiarare, esser lui il frutto d'un adulterio. Coll'esilio di questa donna sfacciata, e col gastigo di parecchi de' suoi complici più oscuri, l'indignazione pubblica fu soddisfatta. Si perdonò a Zimiscè la morte d'un principe detestato dal popolo, ed egli collo splendore delle sue virtù fece sparire la memoria del suo delitto. Forse la sua prodigalità fu meno utile allo Stato dell'avarizia di Niceforo; ma la dolcezza e la generosità del suo animo incantarono tutti quelli che lo corteggiavano, ed egli non calcò le pedate del suo predecessore fuorchè nel sentiero della vittoria. Passò nei campi la più gran parte della sua vita monarchica; segnalò il suo valor personale, e la sua attività sul Danubio e sul Tigri, confini un tempo dell'Impero romano, e trionfando dei Russi e dei Saracini, si meritò il titolo di salvator dell'Impero, e di domator dell'Oriente. Quando tornò dalla Siria per l'ultima volta osservò che gli eunuchi erano possessori delle terre più fertili delle sue nuove province, e con virtuoso sdegno esclamò. «Abbiam dunque dato battaglie, e fatto conquisti per giovare a costoro? Per costoro adunque versiamo il sangue, e spendiamo i tesori del popolo?» Questi rimbrotti sonarono sino in fondo al palazzo, e la morte di Zimiscè diede forti indizi di veleno.
A. D. 976
Durante quest'usurpazione, o se vuolsi reggenza di dodici anni, i due Imperatori legittimi, Basilio e Costantino, erano arrivati senza fama all'età virile. Per la giovinezza loro non s'era potuto lasciare ad essi l'autorità; s'erano contenuti verso il tutore con quella rispettosa modestia dovuta alla sua età, e al suo merito, e questi, che non avea figli, non pensò a privarli della corona: amministrò fedelmente e saggiamente il lor patrimonio, e però la morte prematura di Zimiscè fu pei figli di Romano una perdita più che un vantaggio. Per difetto d'esperienza dovettero vegetare ancora nella oscurità altri dodici anni, sotto la tutela d'un ministro che prolungò il suo dominio col persuaderli a darsi in braccio ai divertimenti giovanili, e coll'ispirare in essi fastidio per le occupazioni del Governo. Il debole Costantino si rimase per sempre allacciato nelle reti di seduzione, tese d'intorno a lui: ma il suo fratello maggiore, che sentiva gl'impulsi d'un animo grande, e il bisogno d'operare, aggrottò il ciglio, e il ministro disparve. Basilio fu riconosciuto per sovrano di Costantinopoli, e delle province d'Europa. Ma l'Asia era oppressa da Foca e da Sclero, che ora amici ora nemici, ora sudditi ed ora ribelli, si mantenevano independenti, e si ingegnavano di procacciarsi la fortuna di tanti usurpatori che li aveano preceduti. Contro questi nemici domestici primieramente balenò la spada del figlio di Romano, ed essi tremarono davanti a un principe, armato di coraggio e della forza delle leggi. Sul punto di combattere, Foca colto da un dardo, se pure non fu per effetto di veleno, cadde di cavallo nella fronte del suo esercito. Sclero, che due volte era stato carico di catene, e due volte vestito della porpora, bramava di terminar tranquillamente i pochi giorni che gli restavano. Quando questo vecchio, cogli occhi bagnati di lagrime, con piè vacillanti, e appoggiato a due uomini del suo seguito, s'appressò al trono, l'Imperatore con tutta l'insolenza della gioventù e del potere, esclamò: «È questi dunque l'uomo, che abbiam temuto per tanto tempo?» Basilio s'era fatto forte sul trono, ed aveva richiamata la quiete nell'Impero; ma pensando alla gloria militare di Niceforo e di Zimiscè, non potea dormire tranquillo nel suo palazzo. Le lunghe e frequenti imprese da lui fatte contra i Saracini, furono più gloriose che profittevoli allo Stato; ma distrusse il reame dei Bulgari, e pare che questo fosse il più gran trionfo dell'armi romane, dal tempo di Belisario in poi. Pure i suoi sudditi, invece di decantare un principe vittorioso, ne detestarono l'avidità e l'avarizia; e nel racconto imperfetto che ci rimase delle sue imprese, non si vede che il coraggio, la pazienza e la ferocia d'un soldato. Il suo spirito era stato guasto da un'educazione viziosa; ma non avea per questo perduta la sua energia; era ignaro d'ogni maniera di scienze, e pareva, che la ricordanza del suo avolo, così dotto e così debole a un tempo, scusasse il suo disprezzo, o vero o finto, per le leggi e pei giureconsulti, per le arti e per gli artisti. Con tal carattere, ed in quel secolo, dovea prendere la superstizione un dominio saldo e sicuro: dopo le prime sregolatezze della gioventù, Basilio II si sottomise e in Corte e in campo a tutto le mortificazioni d'un romito; portava una cocolla sotto l'abito e sotto l'armatura; fece voto di continenza, e l'osservò, e interdisse a sè stesso per sempre l'uso del vino e della carne. Nell'età di sessantott'anni, sospinto dal suo genio marziale, era in procinto d'imbarcarsi per una santa spedizione contro i Saracini della Sicilia; lo prevenne la morte, e Basilio soprannominato il terrore dei Bulgari, lasciò questo Mondo in mezzo alle benedizioni del clero, e alle imprecazioni del popolo. Dopo lui, suo fratello, Costantino, godette per tre anni circa il potere, o piuttosto i piaceri del regno, e non si prese per l'Impero altra cura che quella di scegliersi un successore; aveva portato sessantasei anni il titolo di Augusto, e il regno di questi due fratelli è il più lungo e il più oscuro della monarchia di Bizanzio.
Per tal successione in retta linea di cinque Imperatori della stessa famiglia, che aveano occupato il trono in un periodo di cento sessant'anni, s'erano affezionati i Greci alla dinastia Macedone, rispettata tre volte dagli usurpatori del potere. Morto Costantino IX, l'ultimo maschio di quella Casa apre una nuova scena meno regolare, in cui la durata del regno di dodici Imperatori non giunge a quella del regno di Costantino IX. Il suo fratel maggiore avea preposto all'interesse pubblico il merito particolare della castità, e Costantino non avea avuto che tre figlie; Eudossia che si fece religiosa, Zoe e Teodora: erano già venute mature d'anni nell'ignoranza e nella verginità, quando nel Consiglio del padre moribondo si trattò di maritarle. Teodora, troppo devota, o di troppo freddo temperamento, non volle dare un erede all'Impero; ma Zoe consentì di presentarsi, vittima volontaria, all'altare. Le fu destinato a marito Romano Argiro, patrizio, leggiadro di persona, e di nome accreditato; al ricusare ch'ei fece un tal onore, gli si dichiarò, che non obbedendo, non gli restava che la scelta fra la morte e la perdita della vista. Era egli ammogliato, e il motivo della sua resistenza era appunto l'amore, ch'avea per la moglie; ma questa donna generosa sagrificò la propria felicità alla sicurezza e grandezza del marito, e chiudendosi in un monastero, tolse di mezzo l'unico ostacolo, che gl'impedia di unirsi alla famiglia imperiale. Dopo la morte di Costantino, passò lo scettro nelle mani di Romano III; ma la sua amministrazione interna, e le sue esterne imprese furono parimenti deboli ed infruttifere; l'età di Zoe, giunta in allora al quarantottesimo anno, la rendette poco atta a dare grandi speranze di posterità; pure acconsentiva ancora ai piaceri amorosi, e di fatto onorava l'Imperatrice del suo favore uno de' suoi ciamberlani, il bel Michele di Paflagonia, il cui primo mestiere era stato quello di cambiator di monete. Per gratitudine o per ispirito di giustizia secondava Romano questo colpevole amore, o credeva di leggieri alle prove della loro innocenza; ma non andò guari, che Zoe verificò quella massima romana, che una moglie adultera è capace d'avvelenare il marito; la morte di Romano, a grande scandolo dell'Impero, fu tosto seguita dal matrimonio di Zoe, e dall'avvenimento del suo amante al trono sotto il nome di Michele IV. Varie furono però le speranze di Zoe; in vece d'un amante pieno di vigore e di gratitudine, non aveva essa posto nel talamo che un miserabile infermiccio, la salute e la ragione del quale erano indebolite da accessi d'epilepsia, e lacerata la coscienza dalla disperazione e dai rimorsi. Si chiamarono in soccorso di Michele i medici i più famosi del corpo e dell'anima; si cercava di divertirne la inquietudine con frequenti viaggi alle acque, e sulle tombe dei Santi i più rinomati. Applaudivano i monaci alle sue mortificazioni, e, toltane la restituzione, (ma a chi avrebb'egli restituito?) impiegò tutti i modi, che allora credeva più opportuni ad espiare la colpa. Mentr'egli andava gemendo e pregando sotto il sacco e la cenere, suo fratello, l'eunuco Giovanni, prendea diletto de' suoi rimorsi, e raccoglieva i frutti d'un delitto, di cui era stato in secreto il più colpevole autore. Non ebbe nella sua amministrazione altro scopo che quello di contentare la propria avarizia; e fu Zoe trattata da schiava nel palazzo dei suoi padri, e da' suoi servi medesimi. Accorgendosi l'eunuco, essere la malattia di suo fratello irremediabile, pensò a far la sorte di suo nipote, che portava anch'egli il nome di Michele, soprannominato Calafate dal mestiere di suo padre, che lavorava alla carena dei vascelli. Seguì Zoe le volontà dell'eunuco; adottò per suo figlio il figlio d'un operaio, e questo erede straniero venne, alla presenza del senato e del clero, vestito del titolo e della porpora dei Cesari. La debole Zoe fu oppressa dalla libertà e dal potere ch'ella ricuperò alla morte del marito; pose quattro giorni dopo la corona sul capo di Michele V, il quale con lagrime e giuramenti le avea promesso d'esser sempre il più pronto e il più obbediente de' suoi sudditi. Il suo regno durò poco, ed altro non offre che un esempio odioso d'ingratitudine verso l'eunuco e l'Imperatrice, suoi benefattori. Si vide con gioia la disgrazia dell'eunuco; ma susurrò Costantinopoli, e lamentossi alla fine altamente dell'esilio di Zoe, figlia di tanti e tanti Imperatori. I vizi di lei vennero dimenticati, ed imparò Michele, che matura un tempo, in cui la pazienza degli schiavi più vili dà luogo al furore ed alla vendetta. I cittadini d'ogni classe tumultuarono in folla, e quella spaventevole sedizione durò pur tre giorni; assediarono il palazzo, sforzarono le porte, levarono di prigione la lor madre Zoe, Teodora di Monastero, e dannarono il figlio di Calafate a perdere gli occhi o la vita. Videro i Greci con maraviglia sedere per la prima volta sul medesimo trono due donne, presiedere al Senato, e dare udienza agli Ambasciatori delle nazioni. Un governo così singolare non durò che due mesi. Le due Imperatrici si detestavano secretamente; avevano esse caratteri, interessi, e partigiani opposti. Sempre contraria Teodora al matrimonio, Zoe invece infaticabile, in età di sessant'anni, consentì tuttavia, pel ben pubblico, a soffrire le carezze d'un terzo marito, e ad incontrare le censure della Chiesa greca. Questo terzo marito prese il nome di Costantino X, e il soprannome di Monomaco, solo combattente, parola ch'ebbe origine certamente dal valore da lui manifestato o dalla vittoria da lui riportata in qualche pubblica, o privata quistione. Ma i dolori della gotta lo tormentavano spesse volte, e un tal regno dissoluto non presentò che un'alternativa d'infermità e di piaceri. La bella vedova Sclerena di nobile famiglia, che aveva accompagnato Costantino al suo esilio nell'isola di Lesbo, andava superba del nome di sua favorita. Dopo le nozze di Costantino, e l'innalzamento di lui al soglio, fu dessa investita del titolo d'Augusta; la magnificenza della sua casa fu proporzionata a quella dignità, ed abitò nel palazzo un appartamento contiguo a quello dell'Imperatore. Zoe (tanta fu la sua delicatezza, ovvero corruzione) permise quello scandaloso convivere, e presentossi Costantino in pubblico fra la moglie e la concubina. Sopravvisse all'una e all'altra; ma la vigilanza degli amici di Teodora, giunse in tempo a sturbare i disegni di Costantino, il quale, sul finir de' suoi giorni, volea cangiare l'ordine della successione; dopo la sua morte, rientrò essa, per consenso dei popoli, in possessione del suo retaggio. Quattro eunuchi governarono in pace, sotto il nome di lei, l'Impero d'Oriente; e volendo prolungare il loro dominio, esortarono l'Imperatrice, in età allora molta avanzata, di nominare Michele VI, suo successore. Dal soprannome di Stratiotico si conosce, aver esso abbracciata la profession militare; ma quel veterano, infermo e decrepito, non poteva vedere che cogli occhi dei suoi ministri, e operare colle lor mani. Mentr'egli andava innalzandosi al trono, Teodora, ultimo rampollo della dinastia macedonica o basilica, scendeva nel sepolcro. Trascorsi velocemente, e sono giunto con piacere alla fine di questo vergognoso e distruttivo periodo di ventott'anni, durante il quale oltrepassarono i Greci il comun limite della servitù, e, quasi vil gregge, furono trasportati da padrone in padrone a capriccio di due femmine vecchie.
A. D. 1057
Rompe la notte di quella servitù un qualche lampo di libertà, o una scintilla almeno di coraggio. Avevano i Greci conservato o ristabilito l'uso dei soprannomi, che perpetuano la memoria delle virtù ereditarie; e possiamo oramai distinguere il principio, la successione e le alleanze dell'ultime dinastie di Costantinopoli e di Trebisonda. I Comneni, che sostennero per qualche tempo l'Impero nel suo crollare, si diceano nativi di Roma; ma era la loro famiglia domiciliata da molto tempo in Asia. I loro retaggi patrimoniali trovavansi nel distretto di Castamona, nei dintorni dell'Eusino; ed uno de' loro Capi, impelagato già nel mare dell'ambizione, rivedea con tenerezza e forse con dispiacere il misero tugurio, ma onorevole, de' suoi padri. Il primo personaggio conosciuto di quella stirpe, fu l'illustro Manuele, che, regnante Basilio II, colle sue battaglie, e co' suoi negoziati giunse a calmare le turbolenze dell'Oriente. Lasciò due figli in tenera età, Isacco e Giovanni, che colla certezza del merito legò alla gratitudine e al favore del sovrano. Furono que' nobili giovani diligentemente ammaestrati in tutto ciò che insegnavano i monaci, nelle arti del palazzo, e negli esercizi della guerra; e dopo, aver servito nelle guardie, giunsero ben tosto al comando degli eserciti e delle province. La loro fraterna unione raddoppiò la forza ed il credito dei Comneni. Crebbero lo splendore della loro antica famiglia, unendosi l'uno con una principessa di Bulgaria, ch'era cattiva, e l'altro colla figlia d'un patrizio soprannomato Caronte, a motivo dei moltissimi nemici da lui spediti al fiume Stige. Aveano servito le schiere, loro malgrado, ma sempre fedelmente, una caterva di effeminati Imperatori. Era l'innalzamento di Michele VI un oltraggio a' Generali più prodi di lui; la parsimonia di questo principe, e l'insolenza degli eunuchi aumentavano il disgusto di quelli. Si radunarono di nascosto nella chiesa di Santa Sofia; e si sarebbero raccolti i suffragi di quel Sinodo militare in favore di Catacalone, vecchio e prode guerriero, se, per un sentimento di patriottismo o di modestia, non avesse loro quel rispettabile veterano ricordato, che la nobiltà dei natali e il merito devono essere congiunti in colui che si vuole incoronato. Isacco Comneno unì tutti i voti. I congiurati si separarono senza dilazione, e si condussero nelle pianure della Frigia, capitanando le loro schiere, e i loro rispettivi distaccamenti. Non potè Michele sostenere che una battaglia; ei non avea sotto le sue bandiere che i mercenarii della guardia imperiale, stranieri all'interesse pubblico, ed animati soltanto da un principio d'onore e di gratitudine. Dopo la loro sconfitta, pieno di spavento chiese l'Imperatore un trattato, e tale era la moderazione d'Isacco Comneno, che già vi acconsentiva; ma venne Michele tradito da' suoi ambasciatori, e Comneno avvertito da' suoi amici. Il primo, abbandonato da tutti, si sottomise al voto del popolo; il Patriarca sciolse la nazione dal giuramento prestato di fedeltà; e nel punto ch'ei rase il capo dell'Imperatore, che rilegavasi in un monastero, si congratulò seco, ch'egli cangiasse una corona terrestre col regno de' cieli; cambio però che quell'ecclesiastico non avrebbe probabilmente accettato per sè medesimo. Lo stesso Patriarca coronò solennemente Isacco Comneno; potè la spada, ch'ei fece incidere sulle monete, essere risguardata come un simbolo insultante, se indicar volea il diritto di conquista, ch'avea assicurato il trono a Comneno; ma quella spada era stata sguainata contro i nemici dello Stato, stranieri o domestici. Lo scadimento di salute e di forze ne scemò l'attività; scorgendosi vicino a morire, determinossi di porre qualche intervallo fra il soglio e l'eternità. Ma in vece di lasciare l'Impero in dote a sua figlia, cedeva egli alla ragione ed alla inclinazione che l'eccitavano a consegnare lo scettro nelle mani di suo fratello Giovanni, principe guerriero e patriotta, e padre di cinque figli, che mantener doveano la corona nella famiglia. Nei modesti rifiuti di costui si potè da principio ravvisare un naturale effetto della considerazione e dell'attaccamento che avea pel fratello, e per la nipote; ma, nella sua inflessibile ostinazione in ricusare l'Impero, avvegnachè abbellita dai colori della virtù, condannar si dee una colpevole dimenticanza del proprio dovere, e una vera ingiuria, e non comune, verso la famiglia e la patria. La porpora, che ei non volle mai ricevere, fu accettata da Costantino Ducas, amico della Casa dei Comneni, e che univa a nobili natali l'abitudine delle funzioni civili, e credito in sì fatto genere di cose. Isacco si ritirò in un convento, dove ricuperò la salute, e sopravvisse due anni all'abdicazione, obbediente agli ordini del suo abate. Seguì la Regola di S. Basilio, e fece gli uffizi i più servili del chiostro; ma l'avanzo di vanità, che sotto l'abito monastico conservava tuttavia, venne appagato dalle visite frequenti e rispettose, ch'ei ricevè dall'Imperator regnante, dal quale era venerato qual benefattore e qual Santo.