1067

Se fu in realtà Costantino XI l'uomo il più degno dello scettro imperiale, bisogna compiangere la degenerazione del suo secolo e del suo popolo. Datosi egli a comporre puerili declamazioni, che non gli poterono ottenere la corona dell'eloquenza, a' suoi occhi più preziosa di quella di Roma, tutto intento agli uffici subalterni di giudice, pose in non cale i doveri di sovrano e di guerriero. Anzi che imitare la patriottica indifferenza degli autori del suo innalzamento, pareva non avere altro a cuore Ducas che il potere e la fortuna dei figli, a danno anche della Repubblica. Michele VII, Andronico I, e Costantino XII, suoi tre figli, ebbero in tenera età il titolo d'Augusti; la morte del padre, avvenuta non guari dopo, lasciò loro l'Impero da dividere. Affidò, morendo, l'amministrazione dello Stato ad Eudossia, sua moglie; ma dall'esperienza aveva egli imparato ch'ei dovea preservare la prole dai pericoli d'un secondo matrimonio; promise Eudossia di non rimaritarsi, e questa solenne protesta, sottoscritta dai principali senatori, fu depositata nelle mani del Patriarca. Non erano trascorsi per anche sette mesi, quando le bisogne d'Eudossia, o quelle dello Stato, parlarono altamente in favore delle maschie virtù di un soldato; aveva il cuore di lei già prescelto Romano Diogene, che dal palco di morte aveva condotto al soglio. La scoperta d'una rea trama l'esponeva a tutto il rigor delle leggi; la bellezza e il valore lo giustificarono agli occhi dell'Imperatrice; lo condannò primieramente ad un esilio poco doloroso, e il secondo giorno lo richiamo per farlo capitano degli eserciti dell'Oriente. Ignorava il Pubblico allora ch'essa gli destinasse la corona, e uno de' suoi mandatarii seppe giovarsi dell'ambizione del Patriarca Sifilino per trargli di mano lo scritto, che avrebbe svelato ad ognuno la mala fede, e la leggierezza dell'Imperatrice. Invocò da principio Sifilino la santità dei giuramenti, e la venerazione dovuta ai depositi; ma gli si diede ad intendere ch'Eudossia far volea Imperatore il fratello di lui; i scrupoli allora si dissiparono, e confessò che la pubblica sicurezza era la legge suprema; cedè lo scritto rilevante, e alla nomina di Romano, perdendo ogni speranza, ei non poteva nè ricuperare la carta che lo salvava, nè disdire il detto, nè opporsi alle seconde nozze dell'Imperatrice. Udivansi però nel palazzo alcuni susurri; i Barbari che lo custodivano agitavano le loro accette in favore della Casa di Ducas, nè si acquetarono mai fino a tanto che furono i giovani principi calmati dalle lagrime d'Eudossia, e dalle solenni proteste che ricevettero della fedeltà del loro tutore, che sostenne con gloria e dignità il titolo d'Imperatore. Narrerò più innanzi l'infruttuoso valore, che egli oppose ai progressi dei Turchi. La sconfitta e prigionia di lui portarono una ferita mortale alla monarchia di Bizanzio; e, posto dal Sultano in libertà, non trovò nè la moglie, nè i sudditi. Era stata Eudossia chiusa in un monastero, e aveano i sudditi di Romano abbracciata quella rigida massima di legge civile, che un uomo in poter del nimico è privo dei diritti pubblici e particolari di cittadino, come colpito da morte. In mezzo alla generale costernazione, fece valere il Cesare Giovanni l'inviolabile diritto de' suoi tre nipoti: Costantinopoli l'ascoltò, e Romano, in potere allora dei Turchi, fu dichiarato nimico della Repubblica, e ricevuto per tale alle frontiere. Non fu più felice contra i suoi sudditi, di quel che era stato contro gli stranieri: la perdita di due battaglie il determinò a cedere il trono sulla promessa d'un trattamento onorevole; ma privi di buona fede e d'umanità, lo privarono i suoi nemici della vista, e sdegnando perfino di stagnare il sangue che usciva dalle sue piaghe, vel lasciarono corrompersi, di modo che fu libero ben tosto dalle miserie della vita. Sotto il triplice regno della Casa di Ducas, furono i due fratelli cadetti ridotti ai vani onori della porpora; era il maggiore, il pusillanime Michele, incapace di reggere le redini del Governo; e il soprannome datogli di Parapinace annunciò il rimprovero che gli si facea, e che divideva con uno de' suoi avidi favoriti, d'avere aumentato il prezzo del grano, e diminuitane la misura. Fece il figlio d'Eudossia nella scuola di Psello, e coll'esempio della madre, qualche progresso nello studio della filosofia e della rettorica; ma il carattere di lui fu piuttosto macchiato che nobilitato dalle virtù d'un monaco, e dal sapere d'un sofista. Incoraggiati dal disprezzo che loro inspirava l'Imperatore, e dalla buona opinione che aveano di sè medesimi, capitanando le legioni dell'Europa e dell'Asia, vestirono due Generali la porpora in Andrinopoli e in Nicea; si ribellarono lo stesso mese; portavano l'ugual nome di Niceforo, ma veniano distinti dal soprannome di Briennio e di Botoniate. Era il primo in allora in tutta la maturità della saggezza e del coraggio; non era il secondo commendevole che per imprese già fatte. Mentre avanzavasi Botoniate con circospezione e lentezza, il suo competitore, più attivo, trovavasi in arme dinanzi le mura di Costantinopoli. Godeva Briennio il credito e il favore del popolo; ma non seppe impedire a' suoi eserciti di saccheggiare ed ardere un sobborgo, e il popolo, che avrebbe accolto il ribelle, rispinse l'incendiario della patria. Questo cangiamento nella pubblica opinione tornò a favore di Botoniate, che s'avvicinò finalmente con un esercito di Turchi alle spiagge di Calcedonia. Si pubblicò per ordine del Patriarca, del Sinodo e del Senato, nelle contrade di Costantinopoli, un invito a tutti i cittadini della capitale, di raunarsi nella chiesa di Santa Sofia, e si deliberò, in quel Concilio generale, tranquillamente e senza disordine, intorno alla scelta d'un Imperatore. Avrebbero potuto le guardie di Michele disperdere quella moltitudine inerme; ma il debole principe, compiacendosi della propria moderazione e clemenza, si spogliò delle insegne reali, ed accettò invece l'abito di monaco, e il titolo d'Arcivescovo d'Efeso. Nacque Costantino suo figlio, e venne allevato nella porpora, e una figlia della Casa di Ducas illustrò il sangue, e consolidò il trono nella famiglia dei Comneni.

A. D. 1078

Aveva Giovanni Comneno, fratello dell'Imperatore Isacco, dopo il suo generoso rifiuto della corona, passato il rimanente de' suoi giorni in un riposo onorevole. Lasciava otto figli d'Anna, sua sposa, donna d'un coraggio e d'una abilità superiori al suo sesso, e moltiplicarono tre figlie le alleanze dei Comneni coi più nobili tra i Greci. Una morte immatura tolse dal Mondo il maggiore de' suoi cinque figli Manuele; Isacco ed Alessio giunsero all'Impero, e restaurarono la grandezza imperiale della lor Casa; Adriano e Niceforo, i più giovani, ne godettero senza fatica e senza pericolo. Alessio, il terzo e il più stimabile di tutti, era stato dotato dalla natura delle qualità le più preziose del corpo e dello spirito: sviluppate queste da un'educazion liberale, erano state in processo di tempo esercitate nella scuola dell'obbedienza e dell'avversità. L'Imperatore romano, per affetto paterno, non volle permettergli d'esporsi nella guerra dei Turchi; ma la madre dei Comneni venne compresa con tutta la sua ambiziosa famiglia, in un'accusa di delitto di lesa maestà, e sbandita dai figli di Ducas in un'isola della Propontide. Non andò guari che i due fratelli ne uscirono per segnalarsi, e per venire in favore. Combatterono, senza dividersi, i ribelli e i Barbari, e rimasero affezionati all'Imperatore Michele, fino a tanto che venne egli abbandonato da tutti e da sè medesimo. Nel primo abboccamento ch'egli ebbe con Botoniate «Principe, gli disse Alessio con nobile candore, m'avea reso il dovere vostro nimico, i decreti di Dio e quelli del popolo m'han fatto vostro suddito; giudicate della mia fedeltà futura dalla mia passata opposizione». Onorato dalla stima e dalla confidenza del successor di Michele fe' mostra del suo valore contro tre ribelli che turbavano la pace dell'Impero, o quella almeno degl'Imperatori. Ursello, Briennio e Basilacio, formidabili pei loro numerosi eserciti e per la lor fama di prodi guerrieri, furono vinti l'un dopo l'altro, e, carichi di catene, condotti al piede del trono; e sia qualsivoglia il modo con cui vennero trattati da una Corte timida e crudele, magnificarono essi la clemenza e il coraggio del loro vincitore. Ma ben tosto alla fedeltà dei Comneni s'unirono il timore e il sospetto, nè è facil cosa il bilanciare tra un suddito e un despota il debito di gratitudine, che il primo è pronto ad esigere con una rivolta, e di cui è tentato il secondo di liberarsi per la mano d'un carnefice. Avendo Alessio ricusato di marciare contra un quarto ribelle, marito di sua sorella, cancellò un tale rifiuto il merito od anche la memoria de' suoi servigi. Provocarono i favoriti di Botoniate colle loro accuse l'ambizion che temevano, e la fuga dei due fratelli può avere per iscusa la necessità di difendere la libertà e la vita. Alle donne di quella famiglia venne assegnato un asilo, rispettato dai tiranni; gli uomini uscirono a cavallo dalla città, e inalberarono lo stendardo della ribellione; i soldati, che a poco a poco eransi raunati nella capitale e nei dintorni, erano consegrati alla causa d'un Capo vittorioso e vilipeso: interessi comuni ed alleanze congiunsero a lui la Casa di Ducas. I due Comneni si rimandavano a vicenda il trono, e questa disputa generosa non cessò che colla risoluzione d'Isacco, il quale rivestì suo fratello cadetto del nome e degli emblemi reali. Ritornarono sotto le mura di Costantinopoli piuttosto per minacciare che per assediare quella inespugnabile città; ma corrupero essi la fedeltà delle guardie, e sorpresero una porta, mentre stava difendendosi la flotta contro l'attivo e coraggioso Giorgio Paleologo, che in quella circostanza combattea suo padre, senza riflettere ch'ei sudava pe' suoi discendenti. Alessio venne incoronato, e il vecchio competitore di lui sepolto sotto le tacite volte d'un monastero. Un esercito composto di soldati di diverse nazioni ottenne il saccheggio della città; ma quei disordini pubblici furono espiati dalle lagrime e dai digiuni dei Comneni, che si sottomisero a tutte le penitenze compatibili colla possession dell'Impero.

A. D. 1081

La vita dell'Imperatore Alessio è stata scritta dalla prediletta delle sue figlie. La principessa Anna Comnena, inspirata dalla sua tenerezza e dal desiderio lodevole di perpetuare le virtù del padre, s'avvide benissimo che dubiterebbero i lettori della veracità di lei. Protesta a più riprese che oltre i fatti giunti a sua cognizione personale, andò ricercando i discorsi e gli scritti di tutti coloro, che hanno vissuto sotto il regno d'Alessio; che dopo uno spazio di trent'anni, dimenticata dal Mondo, ch'essa medesima ha dimenticato, la sua trista solitudine è inaccessibile alla speranza e al timore, e che la verità, la semplice e rispettabile verità, l'è più sacra che la gloria del padre; ma in vece di quella semplicità di scrivere e di narrare che persuade a credere, uno sfoggio affettato di sapere e di falsa rettorica lascia ad ogni pagina vedere la vanità d'un'autrice. Il vero carattere d'Alessio è coperto sotto un bel cumulo di virtù; un tuono perpetuo di panegirico e d'apologia ci desta sospetto, e ci fa dubitare della veracità dello scritto, e del merito dell'eroe. Non si può nondimeno negare la verità di quest'importante osservazione: che i disordini di quell'epoca furono la disgrazia e la gloria d'Alessio; e che i vizi de' suoi predecessori, e la giustizia del ciclo ammassarono sul regno di lui tutte le calamità, che affligger possono un Impero nella sua decadenza. Avevano i Turchi vittoriosi fondato in Oriente, dalla Persia all'Ellesponto, il regno del Koran e della Mezza Luna: il valore cavaleresco de' popoli della Normandia invadea l'Occidente; e negli intervalli di pace, recava il Danubio nuovi sciami di guerrieri, che acquistato avevano nell'arte militare quello che avevano perduto dal lato della fierezza de' costumi. Non era il mare più tranquillo del Continente, e mentre un nimico aperto assaliva le frontiere, agitavano l'interno del palazzo traditori e congiurati. Spiegarono i Latini improvvisamente lo stendardo della Croce: precipitossi l'Europa sull'Asia, e tale inondazione fu in procinto d'inghiottire Costantinopoli. Durante la procella, governò Alessio il naviglio dell'Impero con pari destrezza e coraggio. Guidava gli eserciti, animoso, accorto, paziente, infaticabile approfittava de' suoi vantaggi, e sapeva risorgere da una rotta con tanto vigore, che niente lo poteva abbattere. Ristabilì la disciplina tra le schiere; e coi precetti e coll'esempio creò una nuova generazione d'uomini e di soldati. Dimostrò ne' trattati coi Latini tutta la sua pazienza e sagacità; l'occhio suo penetrante comprese di volo il nuovo sistema di que' popoli dell'Europa, ch'ei non conosceva; e in un altro luogo verrò esponendo le mire superiori colle quali bilanciò gl'interessi, e le passioni dei capitani della prima Crociata. Durante i trent'anni del suo regno, seppe frenare e compatire l'invidia, ch'egli destava ne' suoi uguali; rimise in vigore le leggi relative alla tranquillità tanto dello Stato che dei particolari; si coltivarono l'arti e le scienze; i confini dell'Impero, si estesero sì in Europa come in Asia; e la famiglia dei Comneni conservò lo scettro fino alla terza e alla quarta generazione. La difficoltà non di meno de' tempi, in che visse, pose in chiaro alcuni difetti del suo carattere, e ne espose la memoria a rimproveri bene o mal fondati. Sorride il lettore agl'infiniti elogi che Anna tributa sì spesso all'eroe fuggiasco; si può, nella debolezza, o nella prudenza a cui lo costrinsero le critiche circostanze, sospettare un difetto di coraggio personale, e i Latini trattano di perfidia e di dissimulazione l'arte ch'egli usò nei negoziati. Il numero grande degli individui d'ambo i sessi, che in allora contava la sua famiglia, accresceva lo splendore del trono, e ne accertava la successione; ma il loro lusso ed orgoglio ributtarono i patrizi, esaurirono il regio erario e oltraggiarono la miseria del popolo. Sappiamo dalla fedele testimonianza d'Anna Comnena, che le fatiche dell'amministrazione distrussero la felicità, e indebolirono la salute d'Alessio: la lunghezza e severità del suo Regno stancarono Costantinopoli, e quando morì, aveva perduto l'amore e il rispetto de' suoi sudditi. Non gli poteva il clero perdonare d'essersi servito delle ricchezze della Chiesa in difesa dello Stato; ma il medesimo clero ne lodò le cognizioni teologiche, e l'ardente zelo per la Fede ortodossa, ch'egli sostenne coi discorsi, colla penna e colla spada. Il suo carattere venne impicciolito dall'animo superstizioso de' Greci; e uno stesso principio, irregolare ne' suoi effetti, lo condusse a fondare uno spedale pei malati e pei poveri, e a comandare il supplicio d'un eretico che fu arso vivo sulla piazza di Santa Sofia. Coloro che avevano seco lui vissuto intimamente, sospettarono perfino delle sue morali e religiose virtù. Allorchè, giunto agli estremi, lo andava Irene, sua moglie, sollecitando a cangiar l'ordine della successione, alzò il capo, e rispose con un sospiro accompagnato da una pia esclamazione sulla vanità di questo Mondo. Sdegnata l'Imperatrice, gl'indirizzò queste parole, che si sarebbero dovuto scolpire sulla sua tomba: «Tu muori come vivesti, da IPOCRITA.»

Voleva Irene soppiantare il maggiore de' suoi figli per favorire la principessa Anna, sua figlia, la quale malgrado della sua filosofia, non avrebbe ricusato il diadema; ma non patirono gli amici della patria, che uscisse la successione fuor della linea maschile; il legittimo erede levò il suggello reale di dito al padre, che non se n'avvide, o che vi acconsentì; e l'Impero si sottomise al signore del palazzo. L'ambizione e la vendetta spinsero Anna Comnena a tramare la morte del fratello regnante; ma pei timori e scrupoli di suo marito essendo andato a voto il disegno, adirata esclamò, avere la natura confuso i sessi, e dato a Briennio l'anima d'una donna. Giovanni ed Isacco, figli d'Alessio, conservarono a vicenda quella fraterna amicizia, che era virtù ereditaria nella lor famiglia, e il cadetto si contentò del titolo di Sebastocratore, cioè d'una dignità per poco uguale a quella dell'Imperatore, ma spoglia d'autorità. I diritti della primogenitura fortunatamente erano accoppiati a quelli del merito; per la carnagione bruna, per l'asprezza dei lineamenti e la picciola statura al nuovo Imperatore fu dato il soprannome ironico di Calo Giovanni o sia Giovanni il Bello, che poi la gratitudine dei sudditi applicò in una maniera più seria alla sua bell'anima. Scoperta che fu la trama, doveva Anna perdere la sua fortuna e la vita; ma fu risparmiata dalla clemenza dell'Imperatore. Dopo avere coi propri occhi esaminata la pompa e i tesori del palazzo di lei, egli dispose di queste ricche spoglie in favor del più degno amico che avesse. Era questo Axuc, schiavo turco d'origine, il quale ebbe tanta generosità da ricusare il donativo, e da intercedere per quella che si volea punire. Il suo magnanimo padrone commosso dalla virtù del suo favorito, ne seguì il bell'esempio; e i rimproveri o le doglianze d'un fratello offeso furono la sola punizione della principessa. Da quel punto non vi fu più sotto il suo regno nè cospirazione, nè rivolta: temuto dai Nobili, amato dal popolo, non ebbe più Giovanni la dura necessità di punire i nemici della sua persona, o di perdonare. Durante la sua amministrazione, che fu di venticinque anni, rimase abolita la pena di morte nell'Impero romano; legge misericordiosa, cara all'umanità del filosofo contemplatore, ma rade volte, in un Corpo politico, vasto, e corrotto, consentanea alla pubblica sicurezza. Severo per sè stesso, indulgente per gli altri, era Giovanni casto, sobrio, frugale; nè il filosofo Marc'Aurelio avrebbe sdegnato le semplici virtù, che questo principe attingea dal cuore, senza averle imparate nelle scuole. Spregiò e scemò il fasto della Corte bizantina, vizio oppressivo pel popolo, e vituperevole agli occhi della ragione. Regnando lui, nulla ebbe l'innocenza a temere, e il merito potè sperare tutti i vantaggi. Senza arrogarsi gli offici tirannici d'un censore, riformò a poco a poco, ma in modo sensibile, i pubblici e privati costumi di Costantinopoli. Quel naturale perfetto, non ebbe che la taccia dell'anime nobili, il genio delle armi e della gloria militare; ma dalla necessità di cacciare i Turchi dall'Ellesponto e dal Bosforo possono venir giustificate almeno nei principii le frequenti spedizioni di Giovanni il Bello. Il Soldano d'Iconio fu chiuso nella sua capitale, e respinti i Barbari nelle montagne, le province marittime dell'Asia furono liberate felicemente dai nemici, almeno per qualche tempo. Marciò più volte da Costantinopoli verso Antiochia ed Aleppo con un esercito vittorioso, e negli assedii e nelle battaglie di questa guerra santa i suoi alleati, i Latini, stupirono del valore e dell'imprese d'un Greco. Già cominciava a compiacersi dell'ambiziosa speranza di rinovare gli antichi limiti dell'Impero; aveva calda la mente dei pensieri dell'Eufrate e del Tigri, del conquisto della Siria e di Gerusalemme, quando un caso singolare troncò la sua vita e con essa la pubblica felicità. Stava egli inseguendo un cignale nella valle d'Anazarbo; mentre lottava contro l'animale furibondo, già trafitto dalla sua chiaverina, gli cadde dal turcasso un dardo avvelenato, che gli ferì leggiermente la mano: sopravvenne la cancrena, la quale terminò i giorni del migliore e del più grande dei principi Comneni.

Una morte immatura avea rapito i due figli maggiori di Giovanni il Bello e gli restavano Isacco e Manuele; guidato da giustizia, o da predilezione, preferì egli il più giovane, e dai soldati, che aveano applaudito al valore di quel principino nella guerra coi Turchi, fu ratificata la scelta. Il fedele Axuc partì frettolosamente per Costantinopoli, si assicurò della persona d'Isacco, e lo relegò in una prigione onorevole; poi col donativo di quattrocento marchi d'argento, comperò il voto di quelli ecclesiastici, che reggevano il clero di Santa Sofia, e che erano assolutamente autorevoli per la consecrazion dell'Imperatore. Non tardò Manuele a giugnere nella capitale coll'esercito composto di vecchi soldati fedeli; suo fratello fu pago del titolo di Sebastocratore: i sudditi ammirarono l'alta statura, e le maniere marziali del nuovo sovrano, e s'abbandonarono alla speranza che all'attività e al vigore giovanile congiungesse la sapienza dell'età matura. Ma presto videro coll'esperienza, che non aveva ereditato se non se il coraggio e i talenti del padre, ma che le virtù sociali di questo erano state con lui sepolte nella tomba; per tutto il tempo ch'egli regnò, cioè por trentasett'anni, fece sempre la guerra, con vario successo, ai Turchi, ai Cristiani e alle popolazioni del deserto situato al di là del Danubio. Combattè sul monte Tauro, nelle pianure dell'Ungaria, sulla costa dell'Italia e dell'Egitto, sui mari della Sicilia e della Grecia. Le conseguenze de' suoi trattati furono sentite da Gerusalemme sino a Roma, e nella Russia; e la monarchia di Bizanzio divenne per qualche tempo oggetto di riverenza, o di terrore, per le Potenze dell'Asia e dell'Europa. Educato Manuele nella porpora e nel lusso orientale, avea pur conservato il ferreo temperamento guerresco, di cui non si trova di leggieri esempio da paragonarsegli, fuorchè nelle vite di Riccardo I, Re d'Inghilterra, e di Carlo XII, Re di Svezia. Tanta era la forza e l'abilità sua nel maneggio dell'armi, che Raimondo, nomato l'Ercole d'Antiochia, non potè brandire la lancia, nè tenere lo scudo del greco Imperatore. In un famoso torneo fu veduto sopra un destriero focoso correre e rovesciare al primo passo due Italiani, che avevan fama di robustissimi fra i cavalieri più gagliardi. Primo sempre all'assalto, ed ultimo a ritirarsi, facea tremare del pari amici e nemici, quelli per la sua salute, gli altri per la propria. In una delle sue guerre, dopo aver messa una imboscata in fondo a una selva, era andato avanti per trovare un'avventura pericolosa, non avendo con sè che suo fratello, e il fido Axuc, che non avevano voluto abbandonare il sovrano. Dopo breve zuffa, mise in fuga diciotto cavalieri; ma cresceva il numero de' nemici, e il rinforzo spedito in suo aiuto s'avanzava con passo lento e dubbioso; quando Manuele, senza ricevere ferita alcuna, s'aperse la via per mezzo a uno squadrone di cinquecento Turchi. In una battaglia cogli Ungaresi, impaziente della lentezza de' suoi battaglioni, strappò la bandiera dalle mani dell'alfiere, che precedea la colonna, e fu il primo e quasi il solo a passare un ponte che lo dividea dal nimico. Nel paese medesimo, dopo aver condotto l'esercito al di là della Sava, rimandò i battelli con ordine al Capo del navile, pena la vita, di lasciarlo vincere o morire su quella terra straniera. All'assedio di Corfù, rimorchiando una galera che avea presa, e stando sulla parte più esposta del vascello, affrontò una grandine incessante di sassi e di dardi, senz'altra difesa che un largo scudo, ed una vela aperta; era inevitabile la sua morte, se l'ammiraglio Siciliano non avesse ingiunto ai suoi arcieri di avere rispetto ad un eroe. Dicesi, che un giorno uccidesse colle sue mani più di quaranta Barbari, e ritornasse nel campo trascinando quattro prigionieri turchi attaccati agli anelli della sua sella; sempre il primo qualvolta si trattava di proporre, o d'accettare un duello, trafiggea colla sua lancia, o fendea per mezzo colla sciabla i campioni giganteschi che osavano resistere al suo braccio. La storia delle sue geste, che può considerarsi per modello o per copia de' romanzi di cavalleria, dà sospetto della veracità dei Greci; nè io per comprovare la credenza che si debbe averne, rinuncierò a quella che posso meritare; osserverò tuttavolta, che nella lunga serie dei loro annali, Manuele è quel solo principe, che abbia data occasione a così fatte esagerazioni. Ma al valor d'un soldato non seppe congiungere l'abilità, o la prudenza d'un Generale; dalle sue vittorie non risultò veruna conquista, che utile fosse o durevole, e quegli allori, che avea mietuti, combattendo coi Turchi, s'appassirono nell'ultima campagna, in cui perdette l'esercito sulle montagne della Pisidia, e fu debitor della vita alla generosità del Soldano. Il carattere per altro più singolare dell'indole di Manuele, si vede nel contrapposto, e nell'alternativa d'una vita or laboriosa, ora indolente nelle più dure fatiche, e nei sollazzi più effeminati. In guerra parea che ignorasse che si può vivere in pace; e nella pace sembrava inetto a far guerra. In campagna dormiva al sole o sulla neve; nè uomini, nè cavalli potean resistere agli stenti ch'egli durava nelle sue lunghe corse militari; egli dividea, ridendo, l'astinenza e il regime frugale delle sue soldatesche; ma appena tornato a Costantinopoli si dava tutto alle arti, ed ai piaceri d'una vita voluttuosa: negli abiti, nella tavola e nel suo palazzo spendeva più che non aveano fatto i suoi predecessori, e passava i lunghi giorni della state nell'isole deliziose della Propontide ozioso, e in braccio agli amori incestuosi, di cui godeva colla nipote Teodora. I dispendii d'un principe guerriero e dissoluto sprecarono l'entrate pubbliche, e vennero moltiplicando le gabelle; e nelle estremità a cui fu ridotto il campo nella sua ultima impresa contro i Turchi, dovè sopportare in bocca d'un soldato posto alla disperazione un amarissimo rimbrotto. Lagnossi il principe perchè l'acqua d'una fontana, alla quale spegneva la sete, era lorda di sangue cristiano: «Non è la prima volta, o Imperatore, gridò una voce fra la soldatesca, che tu bevi il sangue de' tuoi sudditi cristiani». Manuele Comneno si maritò due volte: sposò primieramente la virtuosa Berta o Irene, principessa d'Alemagna; indi la bella Maria, principessa d'Antiochia, francese o latina d'origine. Dalla prima moglie ebbe una figlia, da lui destinata a Bela, principe d'Ungaria, ch'era educato a Costantinopoli sotto il nome d'Alessio, e avrebbe potuto questo matrimonio trasmettere lo scettro romano ad una stirpe di Barbari guerrieri, o independenti; ma come tosto Maria d'Antiochia ebbe dato un figlio all'Imperatore, ed un erede all'Impero, rimasero aboliti i diritti presuntivi di Bela, e gli fu negata la moglie promessa: allora il principe ungarese ripigliò il suo nome, rientrò nel reame de' suoi padri, e manifestò tante virtù ch'ebbero ad eccitare la gelosia dei Greci col rincrescimento d'averlo perduto. Il figlio di Maria fu nominato Alessio, e in età di dieci anni, salì al trono di Bizanzio, quando la morte del padre ebbe posto termine alla gloria della razza dei Comneni.

A. D. 1180