Qualche volta gl'interessi e le passioni contrarie aveano disturbata l'amicizia fraterna dei due figli d'Alessio il Grande. Dall'ambizione fu tratto Isacco Sebastocratore a fuggire ed a ribellarsi. La fermezza e la clemenza di Giovanni il Bello lo ricondussero a sommessione. Leggieri e di poca durata furono gli errori d'Isacco, padre degl'Imperatori di Trebisonda; ma Giovanni, il maggiore de' suoi figli, abiurò la sua religione per sempre. Irritato per un insulto ch'ei credeva avere, a torto od a ragione, ricevuto dallo zio, abbandonò il campo de' Romani, e rifuggissi a quello de' Turchi. Venne premiata la sua apostasia dal matrimonio colla figlia del Soldano, dal titolo di Chelbi, o Nobile, e dal retaggio d'una sovranità: e nel quindicesimo secolo si gloriava Maometto II di discendere dalla famiglia de' Comneni. Andronico, fratello cadetto di Giovanni, figlio d'Isacco, e nipote d'Alessio Comneno è uno degli uomini più singolari del suo secolo, e le avventure di lui formerebbero materia di stranissimo romanzo. Fu amato da tre donne di regia stirpe, e per giustificarne l'inclinazione debbo notare, che questo amante fortunato aveva tutte le proporzioni, in cui consiste la forza e la bellezza; quello che gli mancava di grazia e d'amabilità era compensato da un maschio contegno, da un'alta statura, da muscoli atletici, dalla sembianza e dalle maniere d'un soldato. Si mantenne sano e vigoroso sino ad un'età molto matura, in grazia della temperanza e degli esercizi che faceva. Un tozzo di pane e un bicchiere d'acqua erano spesso la sua cena, o se assaggiava d'un cignale o d'un capriolo cucinato colle sue mani, era solamente quando se l'era guadagnato con una caccia laboriosa. Abile a maneggiare le armi, non conosceva paura; la sua persuasiva eloquenza sapeva acconciarsi a tutti gli eventi e a tutti gli stati della vita; aveva formato il suo stile, ma non i costumi, sul modello di S. Paolo: in ogni azion criminosa, non gli mancava mai coraggio a risolvere, destrezza a regolarsi, forza ad eseguire. Morto l'Imperator Giovanni, si ritirò coll'esercito romano. Attraversando l'Asia Minore, mentre, per caso, o a bella posta, girava per le montagne, fu accerchiato da cacciatori turchi, e dimorò per qualche tempo, sia volontario, sia a malgrado suo, in balìa del loro principe. Colle sue virtù, non che co' suoi vizi acquistò il favore di suo cugino; partecipò ai pericoli, ed ai piaceri di Manuele; e mentre l'Imperatore vivea in un commercio incestuoso con Teodora, godeva Andronico le buone grazie d'Eudossia, sorella della mentovata principessa, che avea ceduto alle sue seduzioni. La quale senza riguardo al decoro del sesso, e della condizione sua, si gloriava del nome di concubina d'Andronico, e la Corte od il campo avrebbero potuto ugualmente testificare, ch'ella dormiva o vegliava in braccio al suo amante. Gli fu compagna quand'egli andò nella Cilicia, che fu il primo teatro del suo valore, come della sua imprudenza. Stringeva egli fortemente d'assedio la piazza di Mopsuesta; passava la giornata a dirigere i più temerari assalti, e la notte a godere della musica e del ballo, ed una truppa di commedianti greci era la parte del suo seguito ch'egli pregiava di più. I suoi nemici, più vigilanti di lui, lo sorpresero con una sortita improvvisa; ma intanto che le sue milizie fuggivano in gran disordine, Andronico trafiggea coll'invitta sua lancia i più folti battaglioni degli Armeni. Ritornando al campo imperiale, che stava in Macedonia, fu accolto pubblicamente da Manuele con sembiante di benevolenza, ma con qualche rimprovero in privato. Nondimeno per ricompensare, o consolare il Generale sventurato gli diede l'Imperatore i Ducati di Naisso, Braniseba e Castoria. La sua amante lo accompagnava da per tutto; un giorno, i fratelli di questa, accesi di furore, e bramosi di lavar nel sangue di lui la lor vergogna, piombarono improvvisi sulla sua tenda; Eudossia lo consigliò di vestirsi da donna, e di scampare in tal modo. Il prode Andronico non volle seguirne l'avviso, e balzato dal letto, si aperse colla spada in mano la via in mezzo ai suoi numerosi assassini. In quell'occasione manifestò per la prima volta e ingratitudine e perfidia. Intavolò un indegno negoziato col Re d'Ungaria, e coll'Imperator d'Alemagna; s'accostò alla tenda dell'Imperatore, armato di spada in un'ora sospetta; fingendosi un soldato latino, confessò che volea vendicarsi d'un nemico mortale, e fu sì imprudente che lodò la velocità del suo cavallo, mercè del quale, egli dicea, sperava di escire sano e salvo di tutti i rischii della sua vita. Manuele dissimulò i sospetti, ma terminata che fu la campagna, fece arrestare Andronico, e lo chiuse in una torre del palazzo di Costantinopoli.

Questa prigionia durò più di dodici anni, nel qual tempo pel bisogno d'esercizio e per la smania di divertirsi, non fece che cercar la via di fuggire a sì penosa cattività. Finalmente, stando così solo e pensieroso, scoperse un giorno in un angolo della sua camera qualche mattone rotto; a poco a poco potè aprire un passaggio, e trovò dietro del luogo uno stanzino oscuro e dimenticato; egli vi si appiattò con quel che gli restava di provvisioni; dopo avere accuratamente rimessi al posto i mattoni, e tolto ogni vestigio della sua ritirata. Le guardie, che all'ora solita vennero a far la visita, rimasero maravigliate del silenzio e della solitudine della prigione, e sparsero voce che Andronico era fuggito senza che se ne sapesse il come. Allora furon chiuse le porte del palazzo e della città; andò l'ordine il più rigoroso alle province di assicurarsi della persona del fuggiasco, e sua moglie, pel sospetto che ne avesse favorita la fuga, e alla quale se ne fece vilmente un delitto, fu imprigionata nella torre medesima. Venuta la notte, le parve di vedere uno spettro; riconobbe il marito; si divisero fra loro i viveri, e da questi segreti intertenimenti, che mitigavano le pene della lor prigionia, ebbe origine un figlio. A poco a poco si rilassò la vigilanza dei guardiani commessi alla custodia d'una donna, e Andronico era in piena libertà quando fu scoperto e ricondotto a Costantinopoli, carico di doppia catena. Trovò egli il modo e il momento di fuggire dalla sua prigione. Un giovanetto che lo serviva seppe ubbriacare le guardie, e prendere colla cera l'impronto della chiavi: gli amici di Andronico gli mandarono in fondo ad un barile le chiavi false con un mazzo di corde. Il prigioniere, con gran coraggio e destrezza, se ne valse, aperse le porte, calò giù dalla torre, stette una giornata intera nascosto entro una siepe, e nella notte scalò le mura del giardino del palazzo. Quivi lo aspettava un battello; corse egli a casa sua, abbracciò i figli, si liberò dei ferri, e montando un agile palafreno, si diresse rapidamente verso le rive del Danubio. In Anchiala, città della Tracia, da un amico coraggioso fu provveduto di cavalli e di denaro. Passò il fiume, attraversò in gran fretta il deserto della Moldavia e i monti Carpazii, ed era già presso Haliz, città della Russia polacca, quando fu arrestato da una banda di Valacchi, i quali decisero di condurre questo ragguardevole prigioniero a Costantinopoli. La sua accortezza lo liberò da questo nuovo rischio; col pretesto d'un incomodo, smontò nella notte da cavallo, e ottenne il permesso di ritirarsi in qualche distanza dalla soldatesca. Allora conficcato in terra il suo lungo bastone, lo coperse col suo cappello e con parte de' suoi abiti; si cacciò nel bosco, e ingannati così con quel fantoccio i Valacchi, ebbe agio di rifuggirsi in Haliz. Quivi fu ben ricevuto e guidato a Chiovia, ove resedeva il Gran Duca. Il bravo Greco non tardò a guadagnarsi la stima e la confidenza di Jeroslao; sapeva uniformarsi alle usanze di tutti i paesi, e fece stupire i Barbari colla forza e l'ardimento, che usava in caccia d'orsi e d'alci della foresta. Durante il suo soggiorno in quella contrada settentrionale meritò il perdono dell'Imperatore, che sollecitava il principe delle Russie a unir le sue armi con quelle dell'Impero per far un'invasione nell'Ungaria. I valevoli maneggi d'Andronico giovarono al buon esito di questo rilevante negoziato, e l'Imperatore, a cui promettea fedeltà, s'obbligò con un trattato particolare a porre in dimenticanza il passato. Andronico marciò condottiero della cavalleria russa dal Boristene alle sponde del Danubio. Nonostante il risentimento antico, Manuele avea sempre conservato una certa inclinazione per l'indole marziale e dissoluta d'Andronico; e l'assalto di Zemlin, ove quegli comparve in valore il primo dopo il sovrano, divenne occasione d'un libero ed intiero perdono.

Non così tosto fu ritornato Andronico in patria, gli rinacque in petto la focosa sua ambizione per suo gran danno, e per quello del popolo. Una figlia di Manuele era debole ostacolo alle mire dei principi della casa Comnena, i quali si sentiano più degni del trono; dovea quella sposarsi al Re d'Ungheria, e questo matrimonio offendeva le speranze e i pregiudizi dei principi e dei nobili; ma quando si chiese loro il giuramento di fedeltà per l'erede presuntivo, il solo Andronico sostenne l'onore del nome romano; ricusò di prestare questo giuramento illegittimo, e protestò altamente contro l'adozione d'uno straniero. Il suo patriottismo offese l'Imperatore, ma era d'accordo coi sentimenti del popolo, e il monarca, allontanandolo soltanto da sè con un esilio onorevole, gli diede per la seconda volta il comando della frontiera della Cilicia, colla libertà di disporre delle rendite dell'isola di Cipro. Qui esercitarono gli Armeni ancora il suo coraggio, ed ebbero occasione di avvedersi della sua negligenza. Gittò di sella, e ferì pericolosamente un ribelle, che gli sconcertava ogni opera; ma scorse ben tosto una conquista più facile e più piacevole da farsi, la bella Filippa, sorella dell'Imperatrice Maria, e figlia di Raimondo di Poitou, Principe latino, che regnava in Antiochia. Abbandonando per essa il posto che dovea custodire, passò la state in balli e in tornei: gli sacrificò Filippa l'innocenza, la stima e un matrimonio vantaggioso. Furono i piaceri d'Andronico interrotti dalla collera di Manuele, irritato da quest'affronto domestico; lasciò Andronico l'imprudente principessa in preda al pianto e al pentimento, e seguito da una geldra d'avventurieri intraprese il pellegrinaggio di Gerusalemme. La sua nascita, la sua fama di gran guerriero, lo zelo che manifestava per la religione, tutto lo dava a credere per uno dei campioni della Croce; si affezionò il Re, ed il clero, ed ottenne la signoria di Berito sulla costa di Fenicia. Abitava nel suo vicinato una giovine e bella Regina della sua nazione e famiglia, pronipote dell'Imperatore Alessio e vedova di Baldovino III Re di Gerusalemme. Vide essa il parente, e sentì amore per lui; il suo nome era Teodora; fu questa Regina la terza vittima delle seduzioni d'Andronico, e il disonore di lei fu ancora più manifesto e più scandaloso di quello delle altre due. L'Imperatore, non respirando che vendetta, sollecitava caldamente i suoi sudditi e gli alleati, che avea sulla frontiera di Cilicia, ad arrestare Andronico, e a cavargli gli occhi. Non era più sicuro in Palestina; ma la tenera Teodora lo informava dei pericoli che incorreva, e l'accompagnò nella sua fuga. La Regina di Gerusalemme si mostrò a tutto l'Oriente per concubina d'Andronico, e due figli illegittimi testificarono la debolezza di lei. Si riparò primieramente in Damasco ove, in compagnia del gran Nureddino, e del Saladino suo servo, questo principe, educato nella superstizione dei Greci, imparò a venerare le virtù dei Musulmani. In qualità d'amico di Nureddino, visitò probabilmente Bagdad e la Corte di Persia; e dopo un lungo giro intorno al mar Caspio e alle montagne della Georgia, fermò la sua sede fra i Turchi dell'Asia Minore, nimici ereditari de' suoi concittadini. Andronico, Teodora e la masnada di proscritti ch'era con lui, trovarono un ricovero ospitale nei possedimenti del Sultano di Colonia; gli provò la sua gratitudine con frequenti scorrerie nella provincia romana di Trebisonda; ritornava sempre con una preda ragguardevole di spoglie, e con molti prigionieri cristiani. Amava, nel racconto delle sue avventure, paragonarsi a Davidde, che seppe mercè d'un lungo esilio evitare le insidie dei maligni; ma il Re profeta, osava egli aggiungere, altro non fece che vagare sulla frontiera della Giudea, uccidere un Amalecita, e minacciare nella sua misera situazione i giorni dell'avido Nabal. Le scorrerie d'Andronico s'estesero più oltre; aveva egli diffuso in tutto l'Oriente la gloria del suo nome e della sua religione. Un decreto della Chiesa greca, in pena della sua vita errante o della sua condotta licenziosa, l'avea separato dalla Comunion de' fedeli; prova questa stessa scomunica, ch'egli non abiurò mai il cristianesimo.

Avea deluso o respinto ogni tentativo, fosse palese o nascosto, fatto dall'Imperatore per impadronirsi di lui. La prigionia dell'amante il trasse finalmente nel laccio. Riuscì al governatore di Trebisonda di sorprendere e rapire Teodora; la Regina di Gerusalemme, e i suoi due figli, furono spediti a Gerusalemme, e d'indi in poi trovò Andronico la sua vita errante assai penosa. Implorò perdono e l'ottenne; di più gli si permise di gettarsi ai piedi del suo sovrano, che appagossi della sommissione di quell'animo altero. Colla faccia a terra, deplorò le sue ribellioni con lagrime e gemiti; dichiarò che non si alzerebbe, finchè un suddito fedele venisse a prenderlo per la catena, ch'erasi secretamente attaccato al collo, e a trascinarlo sui gradini del soglio. Destò un segno così straordinario di pentimento lo stupore e la compassione dell'assemblea; la Chiesa e l'Imperatore gli perdonarono i suoi mancamenti; ma Manuele, che a giusto titolo diffidava sempre di lui, l'allontanò dalla Corte e lo confinò ad Enoe, città del Ponto, circondata di fertili vigneti, e situata sulla costa dell'Eusino. La morte di Manuele, e i disordini della minorità apersero bentosto alla sua ambizione la carriera la più favorevole. Era l'Imperatore un giovinetto di dodici in quattordici anni, e per conseguente privo del pari di vigore, di saggezza, e di esperienza. L'Imperatrice Maria, sua madre, abbandonava sè stessa, e le cure dell'amministrazione a un favorito nomato Comneno; e la sorella del principe, chiamata Maria, moglie d'un Italiano onorato del titolo di Cesare, suscitò una congiura e finalmente una sedizione contro la sua odiosa matrigna. Si dimenticarono le province, la capitale fu in fuoco, i vizi e le debolezze di alcuni mesi rovesciarono l'opera d'un secolo di pace e di buon ordine. Ricominciò nelle mura di Costantinopoli la guerra civile; vennero le due fazioni ad una battaglia sanguinosa sulla piazza del palazzo, e i ribelli, chiusi nella Chiesa di Santa Sofia, sostennero un assedio regolare. Ingegnavasi il Patriarca con zelo sincero a guarire i mali dello Stato; i più rispettabili patriotti chiedevano ad alta voce un difensore ed un vendicatore; ripeteano tutte le lingue l'elogio dei talenti, e per fino delle virtù d'Andronico. Affettava egli nel suo ritiro d'esaminare i doveri, che gl'imponeva il suo giuramento: «Se la sicurezza o l'onore della famiglia imperiale è minacciata, diceva egli, userò per lei tutti i rimedii, che posso avere.» Inseriva a tempo, nel suo carteggio col Patriarca e coi patrizi, alcune citazioni tratte dai Salmi di Davide e dall'Epistole di San Paolo; e aspettava con pazienza, che la voce de' suoi concittadini lo chiamasse al soccorso della patria. Quando si trasferì da Enoe a Costantinopoli, il suo seguito, da principio poco numeroso, divenne ben tosto una grossa banda, e poscia un esercito; fu creduto sincero nelle sue professioni di religione e di fedeltà; un abito straniero, che, colla sua semplicità, dava risalto alla sua maestosa corporatura, richiamava alla mente d'ognuno la sua povertà e il suo esilio. Sparvero d'innanzi a lui tutti gli ostacoli; giunse allo stretto del Bosforo dì Tracia; uscì il navile di Bizanzio del porto a ricevere con applausi il salvator dell'Impero. Era il torrente dell'opinione romoreggiante e irresistibile; al primo soffiare del vento tempestoso tutti gl'insetti, avvivati prima da' raggi del favore del principe, si dileguarono. Subita cura d'Andronico fu d'impadronirsi del palazzo, di salutare l'Imperatore, d'imprigionare l'Imperatrice Maria, di punirne il ministro, e di ricondurre il buon ordine e la pubblica tranquillità. Si condusse di poi al sepolcro di Manuele; fu ingiunto agli astanti di rimanere a qualche distanza; e fissandolo essi nell'atteggiamento della preghiera, udirono, o credettero udire parole di trionfo e di risentimento: «Più non ti temo, vecchio nimico; tu m'inseguisti, qual vagabondo, in tutte le contrade della terra. Eccoti deposto in sicurezza sotto i sette ricinti d'una cupola, d'onde non uscirai che al suono della tromba dell'ultimo giorno. Tocca ora a me; calpesterò fra poco le tue ceneri e la tua posterità». La tirannia, che in processo di tempo esercitò, fa credere di fatto che siano stati quelli i sensi che gli dovette inspirare un tal momento, ma non è probabile che li abbia esternati. Nei primi mesi del suo reggimento, coperse i suoi disegni con una maschera d'ipocrisia, che poteva ingannare soltanto la moltitudine. Fecesi l'incoronazione d'Alessio colla solita pompa, e il perfido suo tutore, tenendo in mano il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo, dichiarò che vivrebbe, e ch'era pronto a morire pel suo diletto pupillo. Raccomandavasi intanto ai numerosi partigiani di sostenere, che l'Impero che ruinava non poteva che perire sotto il regime d'un fanciullo; che soltanto un principe esperimentato, audace in guerra, abile nella scienza del governo, e ammaestrato dalle vicissitudini della fortuna, potea salvare lo Stato, e che tutti i cittadini doveano costringere il modesto Andronico a caricarsi del peso della corona. Fu tenuto anche il giovine Imperatore d'unire la sua voce alle acclamazioni generali, e di chiedere un collega, che non tardò a deporlo dal grado supremo, a imprigionarlo, e a provare alla fine la veracità di quella imprudente asserzione del Patriarca, che potevasi tenere Alessio come estinto dal momento ch'ei verrebbe affidato al suo tutore. Con tutto ciò la sua morte fu preceduta dalla prigionia, e dalla condanna di sua madre. Dopo avere il tiranno macchiata la fama dell'Imperatrice Maria, ed eccitate contro lei le passioni della moltitudine, la fece accusare e giudicare di una rea corrispondenza col Re d'Ungaria. Lo stesso figlio d'Andronico, giovine pieno d'onore e d'umanità, confessò l'orrore che gl'inspirava quell'atto odioso, e tre dei giudici ebbero il merito di preferire la loro coscienza alla propria sicurezza; ma gli altri, sottomessi alle volontà dell'Imperatore, senza dimandare nessuna prova, e senz'ammettere alcuna difesa, condannarono la vedova di Manuele, e lo sgraziato suo figlio ne segnò la sentenza di morte. Maria fu strozzata; si gittò il suo corpo in mare, e se ne bruttò la memoria nel modo che offende più d'ogni altra cosa la vanità delle donne, disfigurandone la bellezza in una caricatura deforme. Il supplicio di suo figlio non fu lungo tempo differito; fu strangolato colla corda d'un arco. Sordo Andronico alla pietà e ai rimorsi, esaminato il corpo di quell'innocente giovinetto, lo calpestò villanamente, esclamando: «Tuo padre era un birbante, tua madre una prostituta, e tu eri uno stolido.»

Fu lo scettro di Bizanzio la ricompensa dei delitti d'Andronico; lo tenne tre anni e mezzo in circa, fosse in qualità di protettore, o di sovrano dell'Impero. Fu il suo regime un miscuglio singolare di vizi e di virtù. Quando seguiva le passioni, era il flagello del popolo, quando consultava la ragione, n'era il padre. Mostravasi giusto e rigoroso nell'esercizio della giustizia privata: abolì una vergognosa e funesta venalità, e siccome aveva abbastanza discernimento per far buone scelte, e abbastanza fermezza per punire i colpevoli, così innalzaronsi alle dignità persone di merito; distrusse l'uso inumano di spogliare gl'infelici naufraghi, e d'impadronirsi perfino della loro persona: le province oppresse da tanto tempo, o neglette, si ravvivarono in seno dell'abbondanza e della prosperità; ma mentre milioni di uomini, lontani dalla capitale, decantavano la felicità del suo regno, i testimoni delle sue barbarie giornaliere lo maledicevano. Mario e Tiberio hanno pur troppo avverato quell'antico proverbio, che l'uomo il quale dall'esilio passa all'autorità, è avido di sangue. Andronico lo avverò per la terza volta. Esiliato dalla patria, rammentavasi egli di tutti quelli de' suoi nimici e rivali che avean parlato male di lui, gioito delle sue miserie, o ch'eransi opposti alla sua fortuna; unica sua consolazione era allora la speranza della vendetta. La necessità, a cui si condusse, di condannare il giovane Imperatore e la madre di lui, lo trasse all'obbligo funesto di liberarsi de' loro amici, che odiar doveano l'assassino, e lo poteano punire; l'abitudine dell'omicidio gli tolse la volontà, o il potere di perdonare. L'orribile descrizione del numero delle vittime, ch'egli immolò col veleno o col ferro, che fece gettare in mare, o tra le fiamme, darebbe un'idea della sua crudeltà che farebbe più impressione che il titolo de' giorni dell'Alcione (giorni tranquilli) applicato all'intervallo, assai raro nel suo regno, d'una settimana in cui cessò dal versar il sangue dei popoli. Cercò di scolpare colle leggi e pe' Giudici una parte de' suoi delitti; ma avea lasciata cadere la maschera, e non poteano più i sudditi ingannarsi circa l'autore delle loro calamità. I più nobili de' Greci, e quelli precipuamente che per loro nascita od alleanza poteano aspirare alla succession de' Comneni, si salvarono dall'antro del mostro: si ricovrarono a Nicea od a Prusa, in Sicilia o nell'isola di Cipro; e la loro fuga passando già per rea, aggravarono il delitto coll'inalberare il vessillo della rivoluzione, e coll'assumersi il titolo d'Imperatori. Con tutto ciò sfuggì Andronico al pugnale e alla spada de' suoi più tremendi nemici; sottomise e gastigò le città di Nicea e di Prusa; bastò il sacco di Tessalonica a ricondurre all'obbedienza i Siciliani; e se quei ribelli che ripararono nell'isola di Cipro, si trovarono sicuri dai colpi dell'Imperatore, giovarono non poco colla loro distanza anche ad Andronico. Da un rivale senza merito, e da un popolo inerme fu egli rovesciato dal trono. Avea la prudenza o la superstizione d'Andronico pronunciata la sentenza di morte d'Isacco l'Angelo, che discendeva da Alessio il Grande dal lato di donne; fatto forte dalla disperazione, difese Isacco la propria libertà e la vita; dopo aver morto il carnefice, che veniva ad eseguire l'ordine del tiranno, si ricovrò nella chiesa di Santa Sofia. A poco a poco s'empiè il santuario d'una moltitudine curiosa ed afflitta, che nella sorte d'Isacco prevedeva quella della quale era essa minacciata. Ma dai gemiti passando bentosto alle imprecazioni, e dalle imprecazioni alle minacce, osarono dimandarsi a vicenda: «Perchè mai temiamo? perchè obbediamo? Noi siamo tanti, ed egli è solo; la nostra pazienza è ciò che ci tiene in ischiavitù.» Allo spuntare del dì, tutta la città era in tumulto; si forzarono le prigioni; i meno ardenti cittadini, o i più servili, animaronsi alla difesa della patria, e Isacco, secondo di tal nome, fu dal santuario condotto al soglio. Andronico, ignaro del proprio pericolo, riposavasi allora delle cure dello Stato nelle isole deliziose della Propontide. Avea contratto un matrimonio poco decente con Alice o Agnese, figlia di Luigi VII, Re di Francia, e vedova dell'infelice Alessio; era la sua società, più conveniente a' suoi gusti che a' suoi anni, composta della giovine moglie, e di quelle concubine che gli erano più care. Al primo avviso della rivolta corse a Costantinopoli, impaziente di spargere il sangue de' rei; ma il silenzio del palazzo, il tumulto della città, l'abbandono generale in che vedeasi, gli recarono lo spavento all'animo. Pubblicò un'amnistia generale; non vollero i sudditi nè ricevere perdono, nè perdonare: propose di abbandonare la corona a suo figlio Manuele; ma non poteano le virtù del figlio espiare le colpe del padre. Il mare eragli ancora aperto alla fuga; ma la nuova della rivolta erasi diffusa lunghesso la costa; cessato il timore, l'obbedienza era pure cessata. Un brigantino armato inseguì, e prese la galea imperiale. Andronico, carico di ferri, con una lunga catena al collo, venne trascinato ai piedi d'Isacco l'Angelo. Vane furono la sua eloquenza e le lagrime delle donne che l'accompagnavano; non potè sottrarsi alla morte; ma in vece di dare a tale sentenza le forme decenti d'una punizione legale, l'abbandonò il nuovo monarca alla folla numerosa di quelli, che furono dalla sua crudeltà privi d'un padre, d'un marito, d'un amico. Gli strapparono i denti e i capelli, gli cavarono un occhio, e gli tagliarono una mano; debole riparazione delle loro perdite! per dargli morte più dolorosa lasciarono qualche intervallo da una tortura all'altra. Fu posto sopra un cammello, e senza temere non venisse alcuno in sua difesa, venne condotto in trionfo per tutte le vie della capitale, e la feccia del popolo rallegravasi di calpestare la maestà d'un principe decaduto. Oppresso da colpi e da oltraggi, fu Andronico finalmente impeso pei piedi fra due colonne che sosteneano una la figura d'un lupo, l'altra quella d'una scrofa; quanti stender poterono il braccio su quel nimico pubblico, esercitarono tutti con gioia sul corpo di lui atti d'una crudeltà brutale o studiata, sinchè alla fine due Italiani, mossi da pietà, o spinti da rabbia, gl'immersero le spade nel petto, e terminarono così il suo gastigo in questo Mondo. Durante un'agonia sì lunga e penosa, non disse che queste parole: «Signore, abbi pietà di me; perchè vuoi tu sfracellare una canna spezzata?» In mezzo a que' tormenti si dimentica il tiranno; l'uomo il più reo inspira allora pietà, nè si può biasimare la sua rassegnazione pusillanime, poichè un Greco soggetto al cristianesimo non era più il padrone della propria esistenza.

A. D. 1185

Ho parlato a lungo del carattere e delle avventure straordinarie d'Andronico; ma troncherò qui la serie de' principi, ch'ebbe l'Impero greco dal regno di Eraclio in poi. I rami usciti dello stipite de' Comneni a poco a poco disparvero; e la linea maschile non continuò che nella posterità d'Andronico, la quale, in mezzo alla pubblica confusione, usurpò la sovranità di Trebisonda, così oscura nella storia, e tanto famosa nei romanzi. Un cittadino privato di Filadelfia, Costantino l'Angelo, era giunto alla fortuna e agli onori coll'unirsi ad una figlia dell'Imperatore Alessio. Andronico, suo figlio, non segnalossi che colla viltà. Isacco, suo nipote, punì il tiranno, e gli succedette; ma fu deposto da' suoi vizi e dall'ambizione di suo fratello; la loro discordia agevolò ai Latini il conquisto di Costantinopoli, la prima grand'epoca della caduta dell'Impero d'Oriente.

Se si calcola il numero e la durata dei regni, troverassi, che diede un periodo di sei secoli sessanta Imperatori, contando insieme le donne che possedettero il soglio, e levando dalla lista alcuni usurpatori, che non furono mai riconosciuti nella capitale, e alcuni principi che non vissero abbastanza a godere del loro retaggio. In tal guisa il termine di mezzo d'ogni regno sarebbe d'un decennio, cioè molto al di sotto della proporzione cronologica di Newton, il quale, secondo l'esempio delle monarchie moderne più regolarmente costituite, portava a diciotto o venti anni la durata d'un regno. Non ebbe l'Impero di Bizanzio nè riposo, nè prosperità che quando potè seguire l'ordine della successione ereditaria. Cinque dinastie, cioè: la razza di Eraclio, le dinastie d'Isauro, d'Amorio, i discendenti di Basilio e i Comneni, ciascuna alla lor volta, si perpetuarono sul trono durante cinque, quattro, tre, sei e quattro generazioni. Molti di questi principi contarono dalla loro infanzia gli anni del loro regno; Costantino VII, e i suoi due nipoti occupano un secolo intiero. Ma negli intervalli delle dinastie bizantine, la successione è rapida ed interrotta; guari non andava che le geste e il nome d'uno dei Candidati erano offuscati dalle imprese d'un competitore più felice. Più vie conduceano al soglio. Vedevasi l'opera d'una ribellione rovesciata dai colpi dei cospiratori, o corrosa dal tacito lavoro del raggiro. I favoriti dei soldati o del popolo, del senato o del clero, delle donne o degli eunuchi, vestivano successivamente la porpora. Vili erano i modi co' quali salivano alla dignità suprema, spregevole e tragico era sovente il lor fine. Un Essere della natura dell'uomo, dotato delle medesime facoltà, ma d'una vita più lunga, darebbe un'occhiata di compassione e di disprezzo ai delitti e alle follìe dell'ambizione umana, che, entro termini sì brevi, ambisce tanti godimenti precari e di sì curta durata. Ond'è che l'istoria sublima e dilata l'orizzonte delle nostre idee. L'opera di alcuni giorni, la lettura di alcune ore ci schierarono d'innanzi sei secoli intieri, e la durata di un regno, d'una vita non abbracciò che un momento. Sta sempre la tomba di dietro al soglio; l'atto colpevole d'un ambizioso non precede che d'un istante quello per cui vedesi quindi spogliato della preda, e l'immortale ragione, superstite alla loro esistenza, sdegna li sessanta simulacri de' Re che ci passarono davanti lasciando appena una debole immagine nella nostra mente. Riflettendo però che in tutti i secoli e in tutte le contrade ha l'ambizione sottomesso del pari gli uomini alla sua irresistibile potenza, cessa il filosofo di maravigliare; ma non si limita solo a condannare sì fatta vanità, indaga pure il motivo d'una bramosìa tanto universale dello scettro. In quella successione di principi, che tennero l'un dopo l'altro il trono di Bizanzio, non puossi a ragione attribuirla all'amor della gloria, o della umanità. La sola virtù di Giovanni Comneno si mostrò benefica e pura. I più illustri de' sovrani, che precedono o seguono quel rispettabile Imperatore, marciarono, con certa destrezza e vigore, pei sentieri tortuosi e sanguinolenti d'una politica d'amor proprio. Chi esamina attentamente i caratteri imperfetti di Leone l'Isauro, di Basilio I, d'Alessio Comneno, di Teofilo, di Basilio II, e di Manuele Comneno, bilanciansi la stima e la censura in modo quasi uguale; il rimanente della folla degli Imperatori non potè fondare speranze che sull'obblivione della posterità. È stata forse la felicità personale il fine e l'oggetto della loro ambizione? Non rammenterò le massime vulgari sull'infelicità dei Re; ma noterò senza timore, che la lor condizione è di tutte la più terribile, e la meno suscettiva di speranza. Davano le rivoluzioni dell'antichità a queste passioni opposte molto maggior latitudine, che non ponno avere nel Mondo moderno, dove la ferma e regolare costituzion degli Imperi non lascia punto credere che noi possiamo veder facilmente rinovarsi lo spettacolo dei trionfi d'Alessandro, e della caduta di Dario. Con tutto ciò, per una particolare sciagura de' principi di Bizanzio, furono essi esposti a pericoli domestici, senza mai sperare conquisti stranieri. Una morte più barbara e più vergognosa di quella dell'ultimo dei colpevoli, precipitò Andronico dall'apice delle grandezze; ma i più illustri de' suoi predecessori aveano avuto assai più da temere dai sudditi che da sperare dai nemici. Era l'esercito sfrenato senza coraggio, turbolenta la nazione senza libertà. Premeano i Barbari dell'Oriente e dell'Occidente le frontiere della monarchia, e la perdita delle province fu seguita dalla servitù della capitale.

La succession degl'Imperatori romani, dal primo dei Cesari fino all'ultimo dei Costantini, abbraccia più di quindici secoli; non v'ha monarchia antica, come quelle degli Assirii e de' Medii, dei successori di Ciro e d'Alessandro, che offra esempio d'un Impero il quale abbia sì lungamente durato, senza soggiacere al giogo d'uno straniero conquisto.

L'Autore (V. [p. 165]) disegnando coll'espressione dicitori di buona ventura gli Ebrei, che si erano fatti cristiani e seguivano l'Evangelo (giacchè questo greco vocabolo altro non significa che buon'annuncio), vuol mostrare che questi cristiani volevano l'abolizione dell'introdottosi culto delle Immagini; giacchè nelle province dell'Impero romano d'Oriente non v'era più a quell'epoca, cioè nell'ottavo secolo il culto degli Idoli del Politeismo che i cristiani avevano detestato; ma egli dà a gran torto il nome di Idoli alle Immagini cui prestavano e prestano culto i cattolici; v'è qui non picciolo errore, e perciò ci crediamo in dovere di dar la vera idea, e notizia del culto delle Immagini, e dell'Iconoclastia, intendendo, che questa nota serva d'istruzione storica positiva a' lettori per tutti quei luoghi dove l'Autore scrive di questa materia.