Premettiamo, che veramente (Petavius Theolog. Dogmatum de Incarnatione lib. 15, e Pagi Critica T. I, p. 42) le Immagini non appartengono alla sostanza della religione; la Chiesa poteva ammetterle, e non ammetterle. Nei primi tempi del cristianesimo, per le persecuzioni, e perchè agli occhi ed alle menti de' Cristiani era presente il culto degli Idoli dal qual dovevano star lontani, non furono in uso Immagini, e templi, di che anzi erano rimproverati da Gentili, siccome quelli che non avevano nè luoghi di culto, nè segni di lor religione; e ce lo dice Minucio Felice scrittore del terzo secolo: cur nullas aras habent, templa nulla, nulla nota simulacra? a ciò i cristiani rispondevano: pensate voi che noi occultiamo ciò che veneriamo, per non aver nè templi nè altari? a che far simulacri a Dio, mentre l'uom stesso n'è l'immagine? a che fabbricar templi a Dio mentre il Mondo tutto non può contenerlo? non è meglio far che sia suo tempio il nostro animo? Il Concilio Illiberitano nel principio del quinto secolo proibì l'uso delle Immagini col canone 37. Placuit picturas in ecclesia esse non debere, ne quod colitur, et adoratur in parietibus depingatur. Alcuni credono doversi riferire cotal proibizione alle Immagini soltanto della Divinità, e della Trinità; il decreto è veramente generale.

Poscia a poco a poco si fabbricarono chiese, e nel quinto e sesto secolo, divenuto dominante il cristianesimo, s'introdusse il culto delle Immagini; ma non in tutti i luoghi, e non nel medesimo tempo si andò introducendo perchè, per una parte non v'era più pericolo d'idolatria, e che fossero le Immagini, dagli uomini rozzi, considerate per la loro rassomiglianza come Idoli del politeismo, e per l'altra esse servirono a propagare la memoria di Cristo, di Maria, e de' Santi, e ad animare coll'esempio i Fedeli. Si estese molto cotal culto nelle Chiese Orientali, ed Occidentali, ma molti fra i Vescovi, preti e secolari, non n'erano persuasi, attenendosi all'antica massima, e consuetudine. Le cose erano in questo stato quando l'Imperatore Leone Isaurico l'anno 726 (imitando il suo predecessore Filippico, cui aveva resistito il Papa Costantino che lo aveva nel suo Concilio di Roma dichiarato apostata) si mosse con rigorosi editti, e con maggior forza contro il culto delle Immagini; ei lo considerava a torto come un'idolatria, e credeva purificare la religione. Mandò i suoi uffiziali, e soldati nelle Chiese di Costantinopoli, e della Grecia, e indi anche in Italia a toglier via le Immagini. Il Papa Gregorio II scrisse all'Imperatore spiegandogli il senso del culto delle Immagini, e giustificandolo: Et dicis nos parietes et lapides, et tabellas adorare: non ita est ut dicis Imperator; sed ut memoria nostra excitetur et ut stolida, imperita, crassaque mens nostra erigatur, et in altum provehatur per eos, quorum haec nomina et quorum appellationes, et quorum eae sunt imagines, et non tanquam Deos, ut tu dicis, absit. Gregorii II Epist. in Collect. magna Conc. Labbe. Gregorio disse dunque a Leone che non intendeva che i credenti venerassero o adorassero quelle Immagini per se stesse, ma come degne di culto a cagione delle cose rappresentate, onde la debole mente umana sia per mezzo di cotali rappresentazioni aiutata ad innalzarsi all'intuizioni degli archetipi, che non cadevano più sotto i sensi. Nella stessa lettera poi gli racconta le sollevazioni ch'egli si era procacciate col togliere la Immagini al culto del popolo. Leone convocò un Concilio di Vescovi da dirsi Conciliabolo, che decretò contro il culto delle Immagini, e depose S. Germano Patriarca, che n'era sostenitore, e pose in suo luogo Anastasio. Gregorio III sostenne pure con zelo il culto delle Immagini: ovunque vi furono sollevazioni, incendi, e massacri per la formazione di due patiti, opposti e ferocissimi. Costantino Copronimo figlio di Leone Isaurico fu più fiero del padre; convocò un altro Concilio da dirsi pure Conciliabolo, l'anno 754, ove fu condannato il culto delle Immagini. L'Imperatrice Irene vedova di Leone IV nella minorità del figlio Costantino, di consenso del Papa Adriano I, convocò il Concilio generale VII, di Nicea II l'anno 787; (Divalis sacra directa a Costantino et Irene augustis ad Sanctissimum Hadrianum Papam senioris Rome etc. Labbe T. 8. p. 645); in esso fu spiegato, e ristabilito il culto delle Immagini, e molti Vescovi iconoclasti, vale a dire avversi al culto delle. Immagini, e che lo avevano condannato negli anzidetti Concilii, si ritrattarono, furono ammessi alla loro sedi, e fu condannato tutto ciò ch'era stato decretato, e fatto nei due anteriori Concilii. Ma tuttavia il partito Iconoclasta continuò a mantenersi forte specialmente in Germania, in Francia, in Inghilterra; i Vescovi per altro di queste province sembravano tener il mezzo fra questi due partiti. Carlomagno che inclinava all'Iconoclastia fece comporre quattro libri contro il culto della Immagini, e li mandò al Papa Adriano, che vi rispose vigorosamente sostenendo il Concilio generale di Nicea II; ad onta di ciò Carlomagno convocò un Concilio nazionale di trecento Vescovi a Francfort l'anno 794, il quale sosteneva la dottrina dei quattro libri, e condannò il culto delle Immagini. Finalmente il greco prete Teofane ci narra gli Atti del Concilio di Costantinopoli nell'anno 842: Postquam defuncto Teophilo Imperium ad ejus uxorem Thedoram, et filium eorum Michaelem, admodum adolescentem, deletum esset, in pietatis studium curamque maxime incubuit foemina veri Dei munere (ut nomen eius indica) data etc. (Labbe Sac. Conc. Magna Collect.) Adunò Teodora nel suo palazzo un numeroso Concilio di Vescovi, di Monaci e di Grandi; vi fu approvato il Concilio generale VII, di Nicea II, già convocato da Irene, che aveva ristabilito il culto delle Immagini; fu cacciato dalla sede Giovanni Patriarca di Costantinopoli Iconoclasta, ed eletto Metodio stato sostenitore delle Immagini: e di Giovanni sbalordito, segue a dirci Teofane, qua quidem celeri et imperata rerum mutatione Joannes, qui tunc impie munus Pontificium administrabat, stupore, ac mentis caligine captus parum abfuit quin ipse sibi manus inferret, mortemque conscisceret. Così fu definitivamente ristabilito il culto delle immagini dopo 120 anni di tumulti, di ribellioni, e di massacri. L'autorità del Concilio Generale VII, di Nicea II, è superiore di gran lunga e per ragione, e per regola della Chiesa a quella degli altri Concilii, o Conciliaboli contrarii, e tanto più lo è perchè giudicò conformemente ai Papi Costantino, Gregorio II, Gregorio III, Adriano I, ed a tutti gli altri Papi contemporanei, e perchè fu per giunta confermata dal Concilio di Costantinopoli dell'anno 842: quindi ogni buon cattolico deve seguir la massima di doversi prestar culto alle Immagini, determinata per tal modo definitivamente dalla Chiesa nei secoli VIII, IX. (Nota di N. N.)

CAPITOLO XLIX.

Introduzione, culto e persecuzione delle Immagini. Ribellione dell'Italia e di Roma. Patrimonio temporale dei Papi. Conquisto dell'Italia fatto dai Francesi. Istituzione delle Immagini. Carattere e incoronazione di Carlomagno. Ristabilimento e decadenza dell'Impero romano in Occidente. Independenza dell'Italia. Costituzione del Corpo germanico.

Non considerai la Chiesa che ne' suoi legami collo Stato, e ne' vantaggi che procura ai Corpi politici; maniera di considerare, a cui era desiderabile che ognuno si fosse attenuto inviolabilmente nei fatti, come nel mio racconto. Ebbi cura di lasciare alla curiosità dei teologi speculativi[188] la filosofia orientale dei Gnostici, l'abisso tenebroso della Predestinazione e della Grazia, e la singolare trasformazione che si opera nell'Eucarestia, quando la rappresentazione del Corpo di Gesù Cristo convertesi nella sua vera sostanza[189]; ma esposi con diligenza e piacere que' fatti dell'Istoria ecclesiastica i quali hanno contribuito al decadimento e alla ruina dell'Impero romano, come sarebbe la propagazione del cristianesimo, la costituzione della Chiesa cattolica, la ruina del paganesimo, e le Sette che escirono dalle controversie misteriose e sublimi, relative alla Trinità ed alla Incarnazione. Tra i fatti principali di questa specie devesi contare il culto delle Immagini, che ai secoli ottavo e nono cagionò dispute accanite, poichè questa lite d'una superstizione popolare[190] produsse la ribellion dell'Italia, il patrimonio temporale dei Papi ed il ristabilimento dell'Impero romano in Occidente.

Erano i primi cristiani dominati da un'invincibile ripugnanza per le Immagini; si può attribuire quest'avversione alla loro origine giudaica e alla loro antipatia pei Greci. Aveva la legge di Mosè vietato severamente tutti i simulacri della Divinità; ed avea un tale precetto messo profonde radici nella dottrina e nei costumi del popolo eletto. Impiegavano gli Apologisti della religion cristiana tutto il loro ingegno contro gl'Idolatri che si prostravano d'innanzi all'opera delle lor mani, d'innanzi a quelle Immagini di rame o di marmo[191], le quali, se fossero state dotate di moto e di vita, avrebbero piuttosto dovuto balzare dai loro piedestalli, ed adorare la potenza creatrice dall'artista. Alcuni Gnostici, che aveano appena abbracciata la religion cristiana, rendettero forse alle statue di Gesù Cristo e di San Paolo, ne' primi momenti d'una mal ferma conversione, i profani onori, che offerti aveano a quelle d'Aristotele e di Pitagora[192]; ma la religion pubblica dei cattolici fu sempre uniformemente semplice e spirituale, e parlasi delle Immagini per la prima volta nella censura del Concilio d'Illeberis, trecento unni dopo l'Era cristiana. Sotto i successori di Costantino, nella pace e nell'abbondanza di cui godeva la Chiesa trionfante, credettero i più saggi de' Vescovi dover autorizzare, in favore della moltitudine, una specie di culto atto a colpire i sensi; dalla ruina del paganesimo in poi, essi non temeano più un paralello odioso. Cogli omaggi renduti alla Croce e alle reliquie ebbe cominciamento quel culto simbolico. Collocavansi alla destra di Dio i Santi, e i Martiri, de' quali s'implorava l'aiuto; e la credenza del popolo ai favori benefici, e spesse volte miracolosi, che si spargeano intorno alla lor tomba, era fortificata da quella folla di devoti pellegrini, che andavano a vedere, toccare e baciare la spoglia inanime, che ricordava il loro merito e i loro patimenti;[193] ma una copia fedele della persona e delle fattezze del Santo, fatta col soccorso della pittura o scultura, era una memoria più grata che non il suo cranio o i suoi sandali. Furono tali copie, così analoghe alle affezioni umane, carissime in ogni età alla privata tenerezza o alla pubblica stima. Si prodigalizzavano onori civili e quasi religiosi alle immagini degl'Imperatori romani; riceveano le statue dei sapienti e dei patriotti omaggi meno fastosi, ma più sinceri; e queste profane virtù, questi bei peccati scomparivano alla presenza dei santi personaggi, che avean data la vita per la celeste ed eterna lor patria. Fecesi da principio l'esperimento del culto delle Immagini con precauzione e scrupolo; erano permesse per istruire gl'ignoranti, per infervorare gli animi, e per conformarsi ai pregiudizi dei pagani che aveano abbracciato, o che desideravano d'abbracciare il cristianesimo. Per una progressione insensibile, ma inevitabile, gli onori conceduti all'originale, si rendettero alla copia: pregava il devoto d'innanzi all'immagine d'un Santo; e s'introdussero nella Chiesa cattolica i riti pagani della genuflessione, dei cerei accesi e dell'incenso. Tacquero gli scrupoli della ragione e della pietà davanti al possente testimonio delle visioni e dei miracoli. Si pensò, che Immagini le quali parlavano, si moveano e spargevano sangue, aver doveano una forza divina, e poteano esser l'oggetto d'una adorazion religiosa. Doveva il più ardito pennello tremare dell'audace tentativo di dar forma, con linee e colori, allo spirito infinito, al Dio onnipossente, che penetra e regge l'Universo;[194] ma uno spirito superstizioso si facea con minore difficoltà a dipingere, ad adorare gli Angeli, e soprattutto il Figlio di Dio sotto la forma umana, ch'erasi degnato prendere durante la sua dimora in questo Mondo. Avea la seconda Persona della Trinità assunto un corpo reale e mortale; ma era quel corpo salito al cielo, e ove non se ne avesse presentato qualche simulacro agli occhi de' suoi discepoli, avrebbero le reliquie o le Immagini de' Santi cancellato dalla memoria il culto spirituale di Gesù Cristo[195]. Si dovette, per lo stesso motivo, concedere le Immagini della Santa Vergine, ignoravasi il luogo di sua sepoltura; e la credulità dei Greci e dei Latini fu pronta ad approvare l'idea della sua assunzione in corpo e in anima nelle regioni del cielo[196]. Era l'uso ed anche il culto delle Immagini avanti la fine del secolo sesto fermamente stabilito. Talentava alla fervida immaginazione dei Greci e degli Asiatici: ornarono nuovi emblemi il Panteon e il Vaticano; ma i Barbari più rozzi, e i Sacerdoti ariani dell'Occidente si diedero più freddamente a quest'apparenza d'idolatria. Le forme ardite delle statue di rame o di marmo, ch'empievano i templi dell'antichità, ferivano l'immaginazione o la coscienza dei cristiani Greci; e i simulacri, che solo offerivano una superficie colorita e senza rilievo, parvero sempre più decenti e meno pericolosi[197].

Dalla simiglianza dell'originale proviene il merito e l'effetto d'una copia; ma i primi cristiani non conosceano le vere fattezze del Figlio di Dio, della Madre di lui, e de' suoi Apostoli. La statua di Paneade in Palestina,[198], ch'era tenuta per quella di Gesù Cristo, era probabilmente quella d'un Salvatore riverito per soli servigi temporali. Si riprovano i Gnostici e i loro profani monumenti; e non potea l'immaginazione degli artisti cristiani essere guidata che da una secreta imitazione di qualche modello del paganesimo. Si ebbe in tale frangente ricorso ad un'invenzione ardita ed ingegnosa, la quale ad un tempo stabiliva la perfetta simiglianza dell'Immagine, e l'innocenza del culto che le si prestava. Una Leggenda siriaca sopra il carteggio di Gesù Cristo e del Re Abgaro[199], famosa ai giorni d'Eusebio, la quale hanno alcuni moderni scrittori a malincuore abbandonata; servì di fondamento ad una nuova favola. Il Vescovo di Cesarea[200] registra la lettera di Abgaro a Gesù Cristo[201]; ma fa stupore ch'egli non parli di quella esatta impronta[202] del volto di Gesù sul panno lino, con cui rimunerò il Salvatore del Mondo la Fede di quel Principe, che aveva invocato il suo potere in una malattia, e gli aveva offerto la città fortissima d'Edessa, perchè la proteggesse contro la persecuzione de' Giudei. Si scusa la ignoranza della Chiesa primitiva col supporre, che era stato quel panno lino racchiuso lungamente in una nicchia d'un muro, d'onde fu tratto, dopo una obblivione di cinque secoli, da un Vescovo prudente, e offerto a tempo debito alla divozione de' suoi contemporanei. Il primo grandioso miracolo, che gli si attribuì, fu la liberazione della città assalita dalle armi di Cosroè Nushirvan: si riverì ben tosto come un pegno che, secondo la promessa di Dio, guarentiva Edessa da qualunque nimico straniero. È bensì vero che il testo di Procopio attribuisce la liberazione d'Edessa alla ricchezza e al valore de' Cittadini che comperarono l'assenza del monarca persiano, e ne respinsero gli assalti. Non sospettava quel profano istorico del testimonio che è costretto rendere nell'opera ecclesiastica d'Evagrio, dove Procopio assicura, che venne il Palladio esposto sulle mura della città, e che l'acqua lanciata contro il Santo volto, invece d'estinguere accendea maggiormente le fiamme, che andavano gli assediati gittando. Conservossi dopo un tanto servigio l'immagine d'Edessa con rispetto e gratitudine; e se punto non vollero gli Armeni ammettere la Leggenda, i Greci più creduli adoravano quella copia del volto del Salvatore del Mondo, non già come opera d'un uomo, ma produzione immediata del Divino originale. Dimostreranno lo stile, e i pensieri d'un Inno cantato dai sudditi di Bizanzio in che differisse il culto per loro renduto alle Immagini dal rozzo sistema degli Idolatri. «Come potremo noi, con occhi mortali, contemplar quest'Immagine, il cui celeste splendore non ardiscono i Santi in Cielo di fissare? Degnasi oggi colui che abita i Cieli onorarci d'una sua visita con un'impronta degna della nostra venerazione; oggi, colui che siede al di sopra dei Cherubini viene a noi in un simulacro, che fece il nostro Padre onnipossente colle sue mani immacolate, che formò in guisa ineffabile, e che noi dobbiamo santificare, adorandolo con timore ed amore.» Prima della fine del sesto secolo, erano quelle Immagini fatte senza mani (usavano i Greci una sola parola[203]) comuni negli eserciti e nelle città dell'Impero d'Oriente[204]. Erano esse oggetto di culto, ed istrumenti di miracoli. Nell'ora del pericolo, o in mezzo al tumulto, la loro veneranda presenza rendea la speranza, ravvivava il coraggio, o reprimea il furore delle legioni romane. Non essendo la maggior parte di quelle Immagini che imitazioni fatte dalla mano dell'uomo, non poteano aspirare che ad un'imperfetta rassomiglianza; e davasi loro a torto il medesimo titolo, che si applicava alla prima Immagine; ma ve n'erano altre più autorevoli, prodotte da un contatto immediato coll'originale, dotato per ciò d'una virtù miracolosa e prolifica. Pretendeano le più ambiziose non già di discendere dall'Immagine d'Edessa, ma di avere secolei affinità filiali e fraterne; tal'è la Veronica di Roma, di Spagna o di Gerusalemme, fazzoletto ch'erasi Gesù Cristo nel punto di sua agonia, e del sudore di sangue, applicato al volto, e consegnato ad una delle sante Donne. Vi furono ben tosto Veroniche della Vergine Maria, dei Santi e dei Martiri. Mostravansi nella Chiesa di Diospoli, città della Palestina, le fattezze della Madre di Dio[205] impresse assai profondamente sopra una colonna di marmo. Correa voce che il pennello di San Luca avesse ornate le Chiese d'Oriente e d'Occidente; e si suppose avere quest'Evangelista, che sembra essere stato un medico, esercitato l'arte del pittore, arte tanto profana ed odiosa agli occhi de' primi cristiani. Poteva il Giove Olimpico creato dal genio di Omero, e dallo scalpello di Fidia, inspirare ad un filosofo una divozion momentanea; ma le Immagini cattoliche, produzioni senza forza e senza rilievo, escite dalla mano dei monaci, attestavano l'estrema degenerazione dell'arte e del genio[206].

Erasi a poco a poco introdotto il culto delle Immagini nella Chiesa, ed erano tutti i progressi di questa innovazione accolti favorevolmente dagli animi superstiziosi, come quelli che aumentavano i mezzi di consolazione, che si poteano usare senza peccato. Ma sul principiare del secolo ottavo, cominciarono alcuni Greci scrupolosi a temere d'avere ristabilito, sotto l'apparenza del cristianesimo, la religione dei loro antenati; non poteano tollerare senza dolore ed impazienza il nome d'Idolatri, che davan loro incessantemente gli Ebrei e i Musulmani[207], ai quali inspirava la legge di Mosè e del Korano un odio immortale contro le Immagini incise, ed ogni specie di culto relativo ad esse. Fiaccava la servitù degli Ebrei il loro zelo, e dava poca importanza alle loro accuse; ma i rimproveri dei Musulmani, che regnavano a Damasco, e minacciavano Costantinopoli, aveano tutto il peso che dar poteano la verità e la vittoria. Erano le città della Siria, della Palestina e dell'Egitto fornite d'Immagini di Gesù Cristo, della Vergine Maria, e dei Santi, ed avea ciascheduna la speranza od aspettava la promessa d'essere difesa in guisa miracolosa. Soggiogarono gli Arabi in dieci anni quelle città e le loro Immagini; e il Dio degli eserciti, secondo la loro opinione, pronunciò un giudizio decisivo sul disprezzo che ispirar doveano quegl'Idoli muti e inanimati[208]. Aveva fatta Edessa lunga resistenza agli assalti del Re di Persia; ma quella città prediletta, la sposa di Gesù Cristo, videsi involta nella comune ruina, e l'Immagine del Salvator del Mondo divenne un trofeo della vittoria degli Infedeli. Dopo tre secoli di servitù, fu renduto il Palladio alla divozione di Costantinopoli, che pagò, per averlo, dodicimila lire d'argento, rimise in libertà duecento Musulmani, e promise di non mover guerra giammai contra il territorio d'Edessa[209].

In que' tempi di calamità e di abbattimento usarono i monaci tutta la forza dell'eloquenza in difesa delle Immagini; vollero provare che i peccati e lo Scisma della maggior parte degli Orientali aveano alienato il favore, e annichilata la virtù di que' Simboli preziosi; ma si ebbero contro i susurri d'una folla di cristiani che invocavano i testi, i fatti e l'esempio dei tempi primitivi, e che bramavano secretamente la riforma della Chiesa. Siccome non era stato il culto delle Immagini stabilito da veruna legge generale o positiva, nell'Impero d'Oriente, furono i suoi progressi ritardati o accelerati, secondo la qualità degli uomini e le combinazioni del tempo, secondo i vari gradi delle cognizioni sparse nelle varie contrade, e secondo il carattere particolare dei Vescovi. Lo spirito incostante della capitale e il genio inventivo del clero di Bizanzio s'affezionarono appassionatamente ad un culto tutto splendore, mentre le rimote regioni dell'Asia, di costumi più rozzi, non amavano punto quella specie di fasto religioso. Mantennero numerose congregazioni di Gnostici e di Ariani, dopo la loro conversione, quel semplice culto che aveano osservato prima d'abiurare, e non erano gli Armeni, i più bellicosi dei sudditi di Roma, riconciliati al duodecimo secolo colla vista delle Immagini[210]. Tutti questi nomi diversi produssero prevenzioni ed odii che furono di poco effetto nei villaggi dell'Anatolia e della Tracia, ma che sovente influirono sulla condotta del guerriero, del prelato o dell'eunuco, giunto alle primarie dignità della Chiesa o dello Stato.