A. D. 726-840
Di tutti questi avventurieri il più fortunato fu l'Imperatore Leone III[211], che passò dalle montagne dell'Isauria sul trono dell'Oriente. Non sapea nè di letteratura sacra nè di profana; ma la sua educazione zotica e guerriera, la sua ragione, e forse la comunicazione che avea cogli Ebrei e gli Arabi, gli aveano inspirato antipatia alle Immagini, e risguardavasi allora come dovere d'un principe la cura d'obbligare i suoi sudditi a regolare la loro coscienza secondo la sua. Con tutto ciò, nei primordii d'un regno vacillante, si sottomise Leone, pel corso di dieci anni di fatiche e pericoli, alle bassezze dell'ipocrisia; si prostrò davanti Idoli, che disprezzava nell'intimo del cuore, e soddisfece ogni anno il Papa con una solenne dichiarazione del suo zelo per l'Ortodossia. Quando volle riformare la religione furono i suoi primi passi circospetti e moderati: adunò un gran Concilio di Senatori e di Vescovi, e, col loro consenso, ordinò di togliere dal Santuario e dall'altare tutte le Immagini, e di collocarle nelle navate a tale altezza che si potessero scorgere, ed essere inaccessibili alla superstizione del popolo; ma invano tentò reprimere dall'una parte e dall'altra il rapido impulso della venerazione e dell'orrore: le sante Immagini poste a quell'altezza edificavano di continuo i devoti ed accusavano il tiranno. La resistenza e le invettive irritarono lo stesso Leone. Fu accusato da' suoi medesimi partigiani di non adempiere i propri doveri; gli proposero essi a modello il Re giudeo che aveva infranto il serpente di rame. Comandò con un secondo editto non solo l'abolizione, ma la distruzione dei quadri religiosi. Furono Costantinopoli e le province purificate d'ogni sorta d'idolatria: furono distrutte le Immagini di Gesù Cristo, della Madre di Dio e dei Santi, e si copersero le mura degli edificii con un semplice strato di gesso. Venne la Setta degl'Iconoclasti spalleggiata dallo zelo e dal potere dispotico di sei Imperatori, e per cento vent'anni risuonarono l'Oriente e l'Occidente di quella disputa strepitosa. Voleva Leone l'Isaurico fare della proscrizion delle Immagini un articolo di Fede sancito dall'autorità d'un Concilio generale; ma questo Concilio non fu convocato che sotto il regno di Costantino, suo figlio, e benchè l'abbia il fanatismo della Setta trionfante rappresentato come un'adunanza d'imbecilli e d'atei,[212] ciò che abbiamo de' suoi Atti in vari frammenti mutilati palesa alcuni sintomi di ragione e di pietà. Aveano le discussioni e i decreti di più Sinodi provinciali cagionato quel Concilio generale, tenuto ne' sobborghi di Costantinopoli, e composto di trecento trentotto Vescovi dell'Europa e dell'Anatolia; che allora erano i Patriarchi d'Antiochia e d'Alessandria schiavi del Califfo, e i Pontefici di Roma aveano separato dalla comunion dei Greci le Chiese d'Italia e d'Occidente. Arrogossi il Concilio bizantino il titolo e il potere di settimo Concilio generale; riconosceva però in tal guisa i sei Concilii generali anteriori, che aveano gittate con tanta fatica le fondamenta dell'edificio della Fede cattolica. Dopo una deliberazione di sei mesi dichiararono i trecento trentotto Vescovi, e sottoscrissero d'unanime consenso, che tutti i Simboli visibili di Gesù Cristo, fuorchè nell'Eucarestia, erano blasfematorii od eretici; che il culto delle Immagini corrompea la purezza della Fede cristiana e rinnovava il paganesimo; ch'era giuocoforza cancellare od atterrare simili monumenti; che coloro i quali ricuserebbero di consegnare alla Chiesa gli oggetti delle loro particolari superstizioni, si renderebbero colpevoli di disobbedienza all'autorità della Chiesa istessa e dell'Imperatore. Celebrarono essi con sincere e forti acclamazioni i meriti del loro Redentore temporale, a affidarono allo zelo e alla giustizia di lui l'esecuzione delle loro spirituali censure. Come ne' precedenti Concilii, fu anche a Costantinopoli la volontà del principe la regola della Fede episcopale;[213] ma io sarei quasi per credere, che un gran numero di Prelati sagrificò in tale occasione, a idee di speranza o di timore, le opinioni della loro coscienza. Durante questa lunga notte di superstizione, eransi i cristiani allontanati dalla semplicità dell'Evangelo, e non era agevole per essi il seguire il filo, e discernere gli andirivieni del labirinto. Era il culto delle Immagini, nella mente d'un devoto, indivisibilmente unito alla Croce, alla Vergine, ai Santi e alle loro reliquie. I miracoli e le visioni stendevano una caligine sopra la base di quel sacro edificio, e le abitudini della obbedienza e della Fede aveano sopite le due potenze dello spirito, la curiosità e lo scetticismo. Costantino istesso è accusato di dubbio, di miscredenza od anche di alcune regie facezie sopra i Misteri dei cattolici[214]; ma erano questi Misteri ben fondati nel Simbolo pubblico e privato de' suoi Vescovi; e il più audace Iconoclasta non avrà potuto, che con interno orrore, assalire i monumenti della superstizion popolare consegrati alla gloria dei Santi, ch'ei teneva ancora per suoi protettori presso Dio. Ai tempi della riforma del sedicesimo secolo, aveano la libertà, e i lumi aumentate tutte le facoltà dell'uomo; il rispetto per l'antichità fu vinto dal bisogno delle innovazioni, e ardì l'Europa, nel suo vigore, sdegnare i fantasmi, d'innanzi ai quali tremava la debolezza effeminata dei Greci avviliti.
A. D. 726-775
Non s'avvede il popolo dello scandolo d'una eresia, sopra quistioni astratte, che allo squillo della tromba ecclesiastica; ma i più ignoranti possono scorgere, devono i più agghiaccati risentire la profanazione e la caduta delle loro Divinità visibili. Si volsero le prime ostilità di Leone contro un Crocifisso, situato nel vestibolo, e al di sopra della porta del palazzo. Già già s'abbattea; ma la scala innalzata a tal fine, fu rovesciata con furore da una folla di fanatici e di donne. Vide la moltitudine con pio trasporto piombare i ministri del sacrilegio dall'alto della scala; e giacere in terra sfracellati; essendo stati i rei di quest'azione giustamente puniti come omicidi e ribelli, prostituì la loro fazione in lor onore gli omaggi conceduti agli antichi martiri[215]. L'esecuzione degli editti dell'Imperatore cagionò frequenti tumulti in Costantinopoli e nelle province: la vita di Leone fu in pericolo; si trucidarono sei officiali, e bisognò impiegare tutta la forza dell'autorità civile, e della potenza militare ad estinguere l'entusiasmo del popolo. Le numerose isole dell'Arcipelago, detto allora il mar Santo, erano piene d'Immagini e di monaci; abiurarono gli abitanti senza scrupolo la loro fedeltà verso un nimico di Gesù Cristo, della Vergine e dei Santi; allestirono un'armata di battelli e di galee, spiegarono i loro sacri vessilli, e arditamente corsero verso il porto di Costantinopoli, per collocare sul trono un uomo più grato a Dio e al popolo. Aveano fiducia di miracoli; ma questi miracoli non poterono resistere al fuoco greco[216]; e dopo la rotta e l'incendio dei loro vascelli, le loro isole senza difesa furono abbandonate alla clemenza o alla giustizia del vincitore. Aveva il figlio di Leone, nel primo anno del suo regno, intrapresa una spedizione contro i Saracini; e durante la sua assenza, erasi il parente di lui, Artavasdes, ambizioso difensore della Fede ortodossa, impadronito della capitale, del palazzo e della porpora. Si restaurò pomposamente il culto delle Immagini, rinunciò il Patriarca alla dissimulazione ch'erasi imposta[217], ovvero dissimulò i sentimenti che avea adottati; e i diritti dell'usurpatore furono riconosciuti nella nuova e nella vecchia Roma. Riparò Costantino sulle montagne, ov'eran nati i suoi avi; ma con que' prodi e fedeli Isauri discese da esse, e in una vittoria decisiva trionfò delle armi e delle predizioni dei fanatici; il lungo suo regno fu continuamente agitato da clamori, sedizioni, congiure, da un odio vicendevole, e da vendette sanguinolenti. La persecuzion delle Immagini fu il motivo o il pretesto de' suoi avversari, e se non ebbero un diadema temporale, ricevettero dai Greci la corona del martirio. In tutte le trame che gli si ordirono contro, in palese, o in secreto, provò l'Imperatore l'implacabile inimicizia dei monaci, fedeli schiavi della superstizione, dalla quale ripetono le ricchezze e il potere[218]. Pregavano e predicavano, assolvevano e infiammavano il popolo, congiuravano contro il sovrano: sboccò dalla solitudine della Palestina un torrente d'invettive: e la penna di S. Giovanni Damasceno[219], l'ultimo dei Padri greci, proscrisse la testa dell'Imperatore in questo Mondo e nell'altro[220]. Non ho tempo d'esaminare fino a qual segno eransi i monaci tirato addosso i mali veri o supposti dei quali dolevansi, nè qual sia il numero di coloro che perdettero la vita, o qualche membro, gli occhi o la barba, per la crudeltà dell'Imperatore. Gastigati gl'individui, passò all'abolizione dei loro Ordini; essendo questi ricchi ed inutili, avrà potuto il risentimento di lui essere aizzato dall'avarizia, e scusato dal patriottismo. La missione e il nome formidabile di Dragone[221], suo Visitator generale, sparsero l'orrore e lo spavento in tutta la nazione incappucciata. Furono disfatte le Comunità religiose, gli edifici convertiti in magazzeni od in baracche, confiscate le terre, le masserizie e le gregge; vari moderni esempi ci autorizzano a pensare, che non solo le reliquie, ma le biblioteche sieno divenute preda di quella rapina, ch'eccitò la licenza o il piacere di nuocere. Oltre l'abito e lo stato monastico si proscrisse col medesimo rigore anche il culto pubblico e privato delle Immagini; e parrebbe che si esigesse dai sudditi, od almeno dal clero dell'Impero d'Oriente, una solenne abiurazione dell'idolatria[222].
Rinunziò con ripugnanza il sottomesso Oriente alle sue sacre Immagini; lo zelo independente degli Italiani le difese con vigore, e raddoppiò la divozione per esse. Era il Patriarca di Costantinopoli pel grado e per l'ampiezza della sua giurisdizione quasi uguale al Pontefice di Roma; ma il Prelato greco era uno schiavo sotto gli occhi del padrone che ad un cenno, ora da un convento il facea passare sul trono, ora dal trono nel fondo d'un convento. Il Vescovo di Roma, lontano dalla Corte, e sempre in pericolo, in mezzo ai Barbari dell'Occidente, traeva dalla sua condizione, coraggio e libertà; scelto dal popolo, gli era caro; bastavano le sue rendite ragguardevoli ai bisogni pubblici e a quelli dei poveri. La debolezza o la negligenza degli Imperatori lo determinò a consultare, in pace e in guerra, la sicurezza temporale della città. Nella scuola dell'avversità, s'andava egli a poco a poco arricchendo delle virtù di un principe, e ne sentia l'ambizione: l'Italiano, il Greco o il Siro, che arrivava alla Cattedra di S. Pietro, tutti procedeano del pari, e seguivano la medesima politica; e Roma, perdute e legioni e province, vedea di nuovo ristabilita la sua supremazia dal genio e dalla fortuna dei Papi. Tutti gli autori convengono, che nel secolo ottavo essi hanno fondato il dominio sulla ribellione[223]; che questa fu cagionata e giustificata dall'eresia degl'Iconoclasti; ma la condotta di Gregorio II e di Gregorio III, durante quella lotta memoranda, s'interpreta in varia guisa dai loro amici e nemici. Dichiarano gli Scrittori bizantini unitamente, che dopo un'utile ammonizione, pronunciarono i Papi la separazion dell'Oriente e dell'Occidente, e privarono il sacrilego Imperatore della rendita e della sovranità dell'Italia. I Greci, testimoni del trionfo dei Papi, parlano di questa scomunica in modo ancora più chiaro; ed essendo affezionati maggiormente alla loro religione che al loro paese, invece di biasimare, lodano essi lo zelo o l'ortodossia di quegli uomini apostolici[224]. Gli autori che ne' tempi moderni difesero la Corte di Roma, mostrano gran premura ad avvalorare l'elogio ed il fatto; i cardinali Baronio e Bellarmino decantano quel grand'esempio del deponimento dei Re eretici[225]; e se loro dimandasi, perchè non si scagliarono le medesime folgori contro i Neroni e i Giuliani dell'antichità. rispondono, che la debolezza della Chiesa primitiva fu la sola cagione della sua paziente fedeltà[226]. In tale occasione l'odio e l'amore produssero i medesimi effetti, e i protestanti pieni di zelo, che vogliono eccitare l'indignazione, e spaventare il potere dei principi e dei magistrati, ragionano alla distesa sull'innocenza e sul delitto dei due Gregorii verso il loro legittimo sovrano[227]. Questi Papi non sono difesi che dai cattolici moderati, i più della Chiesa gallicana[228], che rispettano il Santo senz'approvarne il delitto. Que' difensori della corona e della tiara giudicano della verità dei fatti dalla regola dell'equità, dalle opere che ci rimangono, e dalla tradizione; ricorrono al testimonio[229] dei Latini, alle Vite[230] ed all'Epistole dei Papi istessi.
A. D. 727
Abbiamo due Epistole originali di Gregorio II all'Imperatore Leone[231]; e se non si può citarle come modelli d'eloquenza e di logica, offrono il ritratto o almeno la maschera d'un fondatore della monarchia pontificale. «Pel corso di dieci anni di vera felicità, gli dice, abbiamo avuto la consolazione di ricever vostri fogli regii, sottoscritti con inchiostro di porpora, e di vostra propria mano: erano questi fogli per noi sacri pegni del vostro attaccamento alla Fede ortodossa dei nostri avi. Che cangiamento deplorabile! che orribile scandolo! Voi accusate ora i cattolici d'idolatria, e con tale accusa non fate che smascherare la vostra empietà ed ignoranza. Siamo costretti a proporzionare a siffatta ignoranza la rozzezza del nostro stile, e la materialità degli argomenti. Bastano a confondervi i primi elementi delle sante lettere; e se entrando in una scuola di grammatica, vi dichiaraste nimico del nostro culto, irritereste la semplicità e la pietà degli scolari a tale, che vi gitterebbero in faccia il loro alfabeto». Dopo quest'esordio decente, tenta il Papa di stabilire l'ordinaria distinzione tra gl'Idoli dell'antichità, e le Immagini del cristianesimo. «Sono gli Idoli, dic'egli, figure immaginarie di fantasmi o diavoli, in un tempo che il vero Dio non avea manifestata la sua persona sotto forma visibile; le Immagini sono le vere forme di Gesù Cristo, di sua Madre, e dei suoi Santi, che con tanti miracoli provarono l'innocenza e il merito di questo culto relativo». Bisogna veramente ch'egli siasi fidato nell'ignoranza di Leone per sostenere, che dai tempi degli Apostoli furono le Immagini sempre in onore, e che colla loro presenza santificarono i sei Concilii della Chiesa cattolica. Deduce dal possedimento momentaneo e dalla pratica attuale un argomento più specioso; pretende, che l'armonia del Mondo cristiano renda inutile un Concilio generale; ed ha la franchezza di confessare che non possono quelle assemblee esser utili che regnante un principe ortodosso. Volgendosi quindi all'impudente ed inumano Leone, molto più reo di un eretico, gli raccomanda la pace, il silenzio, ed una sommissione implicita, alle sue guide spirituali di Costantinopoli e di Roma. Fissa i limiti della potenza civile e della potenza ecclesiastica; sottomette il corpo alla prima, l'anima alla seconda; stabilisce, che la spada della giustizia è nelle mani del magistrato; che una spada più formidabile, quella della scomunica, appartiene al clero; che, nell'esercizio di questa divina commissione, non risparmierà un figlio zelante il padre colpevole; che il successore di San Pietro ha il diritto di gastigare i Re del Mondo. «O tiranno, soggiunse, tu ci assali con mano voluttuosa ed armata: noi, inermi ed ignudi, non possiamo ricorrere che a Gesù Cristo; principe dell'esercito celeste, e supplicarlo che ti mandi un demonio per la distruzion del tuo corpo e la salvezza dell'anima: spedirò i miei ordini a Roma, tu osi dichiarare con folle arroganza; farò in pezzi le Immagini di S. Pietro; e Gregorio, come Martino suo predecessore, sarà condotto, carico di catene, al piè del trono imperiale a ricevere la condanna dell'esilio. Ah! Dio volesse che mi fosse lecito camminare sull'orme di San Martino! Ma serva d'esempio il fatto di Costanzo ai persecutori della Chiesa. Condannato questo tiranno giustamente dai Vescovi della Sicilia, tutto coperto di peccati, morì dalla mano d'uno de' suoi servi: questo sant'uomo è ancora adorato dai popoli della Scizia, fra i quali terminò l'esilio e la vita. Ma noi dobbiamo vivere per l'edificazione e il sostegno dei Fedeli; nè siamo ridotti ad avventurare la nostra sicurezza in una battaglia. Per quanto sii incapace di difendere la tua città di Roma, la situazione di lei sulla spiaggia del mare, può farle temere i tuoi saccheggiamenti; noi possiamo però ritirarci alla distanza di ventiquattro stadii[232], nella prima Fortezza dei Lombardi, e allora perseguiterai i venti. Non sai tu che i Papi sono i legami dell'unione, e i mediatori della pace fra l'Oriente e l'Occidente? Stan fissi gli sguardi delle nazioni sulla nostra umiltà; adorano esse qua giù come un Dio l'Apostolo S. Pietro, di cui minacci d'annichilare l'Immagine[233]. I regni più remoti dell'Occidente offrono i loro omaggi a Gesù Cristo e al suo Vicario, e già noi ci apparecchiamo a visitare uno de' più possenti monarchi di quella parte del Mondo, che desidera ricevere dalle nostre mani il Sacramento del Battesimo[234]. Si sottomisero i Barbari al giogo dell'Evangelo, tu solo sei sordo alla voce del pastore. Questi pii Barbari sono pieni di furore; ardono di desiderio di vendicare la persecuzione che soffre la Chiesa in Oriente. Cessa dalla tua audace e funesta impresa; rifletti, trema e pentiti. Se ti ostini, noi non saremo rei del sangue che si verserà in questa disputa; possa egli cadere sul tuo medesimo capo»!
A. D. 728
Le prime ostilità di Leone contro le Immagini di Costantinopoli aveano avuto a testimonio una folla di stranieri, venuti dall'Italia e da vari paesi dell'Occidente; vi raccontarono essi con isdegno e dolore il sacrilegio del monarca; ma al ricevere l'editto che proscrivea quel culto, tremarono pei loro Dei penati; si tolsero da tutte le Chiese dell'Italia le Immagini di Gesù Cristo, della Vergine, dei Martiri e dei Santi, e si propose al Pontefice di Roma questa scelta; il favore imperiale per premio della sua condiscendenza, la degradazione e l'esilio per gastigo della sua disobbedienza. Lo zelo religioso e la politica non gli permetteano d'esitare, e l'alterigia con cui trattò l'Imperatore, annunciava una gran fiducia nella verità della sua dottrina, o nelle forze di resistenza. Senza far conto delle preghiere o dei miracoli, armossi contro il nimico pubblico, e le sue lettere pastorali avvertirono gl'Italiani dei loro pericoli, e doveri[235]. A questo segnale, Ravenna, Venezia, e le città dell'Esarcato e della Pentapoli, aderirono alla causa della religione; erano quasi tutti indigeni i soldati di terra e di mare; e infusero ai mercenarii stranieri lo spirito di patriottismo e di zelo, da cui essi stessi erano animati. Giurarono gli Italiani di vivere o morire per la difesa del Papa e delle sante Immagini; era il popolo romano consegrato al suo padre spirituale, ed anche i Lombardi bramavano di dividere il merito e i vantaggi di quella sacrosanta battaglia. La distruzione delle statue di Leone fu l'atto di ribellione il più apparente, il più audace e quello che veniva in capo più naturalmente: il più efficace e il più vantaggioso fu di ritenere il tributo che pagava l'Italia a Costantinopoli, e di spogliare in tal guisa il principe d'un potere, del quale poco prima aveva abusato coll'esigere una nuova capitazione[236]. Si elessero magistrati e governatori, e si conservò così una forma di governo; tant'era la pubblica indignazione, che i Romani si disponeano a creare un Imperatore ortodosso, e a condurlo con una squadra navale ed un esercito nel palazzo di Costantinopoli. Furono nel tempo istesso Gregorio II e Gregorio III dichiarati dal monarca autori della ribellione, e condannati per tali: si fece il potere per impadronirsi della loro persona colla frode o colla violenza, o per toglier loro la vita. S'introdussero in Roma, o vennero più volte ad assalirla, capitani, guardie, duchi e vescovi, investiti d'una dignità pubblica, o deputati con una secreta commissione; approdarono con bande straniere; trovarono nel paese qualche soccorso, e dee la città superstiziosa di Napoli arrossire, che i suoi antenati difendessero allora la causa dell'eresia: il valore però e la vigilanza dei Romani rispinsero quegli assalti palesi o clandestini; i Greci furono sconfitti e trucidati, morti i Capi d'una morte ignominiosa, e per quanto fossero i Papi inclinati alla clemenza, ricusarono d'intercedere in favore di quelle colpevoli vittime. Risse sanguinose, prodotte da un odio ereditario, divideano da lungo tempo i diversi rioni della città di Ravenna[237]; trovarono quelle fazioni un nuovo alimento nella controversia religiosa che sorgeva allora; ma aveano i partigiani delle Immagini la superiorità del numero o del valore, e l'Esarca, che volle arrestar il torrente, perdè la vita in una sedizion popolare. Per punire quel misfatto, e ristabilire il suo dominio in Italia, mandò l'Imperatore una squadra ed un esercito nel golfo Adriatico. Ritardati lunga pezza dai venti e dall'onde, che loro cagionarono gran danno, sbarcarono i Greci alla fine nei dintorni di Ravenna; minacciarono di spopolare quella rea città, e d'imitare, forse di superare, Giustiniano II, il quale dovendo, già un tempo, punire una ribellione, avea consegnato al carnefice cinquanta dei primarii abitanti. Vestiti del sacco e coperti di cenere, pregavano le donne e il clero; gli uomini erano armati alla difesa della patria; aveva il comun pericolo riunite le fazioni, e vollero piuttosto avventurare una battaglia ch'esporsi alle lunghe miserie d'un assedio. Si combattè di fatto con accanimento. I due eserciti indietreggiarono e si avanzarono a vicenda; videsi un fantasma, s'udì una voce, e la certezza della vittoria rendè Ravenna vittoriosa. I soldati dell'Imperatore si ritirarono sopra i vascelli; ma la spiaggia del mare assai popolata mandò contro il nimico una gran quantità di schifi; si mescolò tanto sangue alle acque del Po, che per sei anni non volle il popolo cibarsi del pesce di quel fiume; l'instituzione d'una festa annuale consecrò il culto delle Immagini, e l'odio del tiranno greco. In mezzo al trionfo delle armi cattoliche, volendo il Pontefice di Roma, condannare l'eresia degl'Iconoclasti, convocò un Concilio di novantatre Vescovi. Coll'approvazione di questi, pronunciò una scomunica generale contro quelli che assalirebbero la tradizion de' Padri, e le Immagini dei Santi sia con parole o con fatti; comprendeva questo decreto tacitamente l'Imperatore[238]; con tutto ciò sembra che la risoluzione presa di fargli per l'ultima volta un'ammonizione, senza speranza di buon esito, provi che l'anatema non era allora che sospeso sopra il suo reo capo. Sembra di più, che i Papi, dopo avere ben fondato le basi della propria sicurezza, del culto delle Immagini, e della libertà di Roma e dell'Italia, abbiano mitigato il rigore, e risparmiato il rimanente del dominio Bizantino. Differirono con moderati consigli ed impedirono l'elezione d'un nuovo Imperatore; esortarono gl'Italiani a non separarsi dal corpo della Monarchia romana. Si concedette all'Esarca di risedere nelle mura di Ravenna, dove fece la parte piuttosto di schiavo che di padrone; e fino all'incoronazione di Carlomagno, il governo di Roma e dell'Italia fu sempre tenuto in nome dei successori di Costantino[239].
La libertà di Roma oppressa dalle armi e dall'arte d'Augusto, dopo settecento cinquant'anni di servitù fu campata dalla tirannia di Leone l'Isaurico. Aveano i Cesari annichilati i trionfi dei Consoli; nella decadenza e ruina dell'Impero romano, erasi il Dio Termine, quel sacro limite, ritirato a poco a poco dalle rive dell'Oceano, del Reno, del Danubio e dell'Eufrate, e Roma era ridotta al suo antico territorio, contando i paesi che da Viterbo si stendono a Terracina, e da Narni all'imboccatura del Tevere[240]. Espulsi i Re, riposò la Repubblica sopra la solida base fondata dalla loro saggezza e virtù. La loro perpetua giurisdizione si divise a due magistrati, che si eleggeano ogni anno; continuò il senato ad essere investito del potere amministrativo e deliberativo; le assemblee del popolo esercitarono l'autorità legislativa distribuita tra le classi diverse in proporzione delle sostanze, o dei servigi di ciascun individuo. Aveano i primi Romani, ignari delle arti del lusso, perfezionata la scienza del governo e della guerra: erano sacri i diritti personali; il volere della Comunità era assoluto; erano armati cento trentamila cittadini a difendere il loro paese, o ad ampliarlo per via di conquisti; una geldra di ladri e di proscritti era divenuta una nazione, degna di libertà e ardente di gloria[241]. Allorchè si estinse la sovranità degl'Imperatori greci, Roma spopolata più non era che il tristo scheletro della miseria; era la schiavitù divenuta per lei un'abitudine, e la sua libertà fu un accidente prodotto dalla[242] superstizione, ch'essa medesima non potè mirare che con sorpresa e terrore. Non trovavasi nelle instituzioni o nella memoria dei Romani il menomo vestigio della sostanza, od anche delle forme della costituzione; nè aveano abbastanza lumi e virtù a rifabbricare l'edificio d'una Repubblica. Il debole avanzo degli abitanti di Roma, nati tutti da schiavi o da stranieri, era l'oggetto dello scherno dei Barbari trionfanti. Per esprimere il maggior disprezzo che aveano per un nimico, lo chiamavano i Franchi e Lombardi Romano; «e questo nome, dice il Vescovo Luitprando, abbraccia tutto ciò che è vile, infame e perfido; i due estremi dell'avarizia e del lusso, e tutti i vizi infine che possono prostituire la dignità della natura umana[243].» La situazione dei Romani li gettò necessariamente in un governo repubblicano grossolanamente concepito. Furono obbligati a scegliere Giudici in tempo di pace, e Capi durante la guerra; si adunavano i Nobili per deliberare, e non poteansi eseguire le loro risoluzioni, senza il consenso della moltitudine. Si videro rinnovarsi le forme antiche del Senato e del Popolo romano[244]; ma non erano animate dall'istesso spirito, e quella nuova independenza fu disonorata dalla tempestosa lotta della licenza e dell'oppressione. La mancanza di leggi non poteva essere supplita che dal potere della religione, e l'autorità del Vescovo dirigeva l'amministrazione interna, e la politica esterna. Le sue limosine, i suoi discorsi, la sua corrispondenza coi re e prelati dell'Occidente, i servigi, che non guari prima avea renduto alla città, i giuramenti statigli prestati, e la gratitudine che gli si dovea, assuefarono i Romani a risguardarlo come il primo magistrato, o il principe di Roma. Il nome di dominus o di Signore non isgomentò l'umiltà cristiana dei Papi, e se ne scorge la figura e l'iscrizione sulle più antiche monete[245]. Il loro dominio temporale è oggigiorno assodato da dieci secoli di rispetto, e il loro più bel titolo e la libera scelta di un popolo, ch'essi aveano sottratto dalla schiavitù.