Gl'Imperatori d'Occidente continuavano ad ingerirsi nell'elezione dei Papi, come già facevano prima arbitrariamente i principi Goti e gl'Imperatori greci; e il valore di questa prerogativa crebbe coi dominii temporali, e colla giurisdizione spirituale della Chiesa romana. Secondo la costituzione aristocratica del clero, i suoi membri primari formavano un Senato che cooperava all'amministrazione de' suoi Consigli e nominava al vescovado, quand'era vacante. Ventotto erano le parrocchie in Roma, ed ognuna era governata da un Cardinale prete o presbitero, titolo modesto nella sua origine, ma che poi volle uguagliarsi alla porpora dei Re. Il numero dei membri di questo Consiglio venne crescendo coll'associazione dei sette Diaconi degli spedali più considerevoli, dei sette giudici del palazzo di Laterano, e di alcuni dignitari della Chiesa. Questo Senato era diretto da sette Cardinali vescovi della Provincia romana, i quali non attendeano tanto alle lor diocesi d'Ostia, di Porto, di Velletri, di Tuscolo, di Preneste, di Tivoli, e del paese de' Sabini, situati, può dirsi, ne' sobborghi di Roma, quanto al servigio settimanale nella Corte del Papa, e alla premura d'ottenere una maggior parte degli onori e dell'autorità della Sede apostolica. Morto il Papa, questi Vescovi indicavano al Collegio de' Cardinali quello che doveano eleggere per successore[335]; e dagli applausi o dagli schiamazzi del popolo romano era approvata o rigettata la scelta. Ma dopo il suffragio del popolo era ancor imperfetta l'elezione; e per consecrar legalmente il Pontefice era d'uopo che l'Imperatore, come avvocato della Chiesa, avesse data l'approvazione e l'assenso. Il Commissario imperiale esaminava sul luogo la forma e la libertà dell'elezione, e solamente dopo aver ben disaminate le qualificazioni degli Elettori, ricevea il giuramento di fedeltà, e confermava le donazioni che aveano successivamente arricchito il Patrimonio di San Pietro. Se sopravveniva uno Scisma, e di frequente ne accadevano, si sottometteva il tutto al giudizio dell'Imperatore, il quale in mezzo a un Sinodo di Vescovi osò giudicare, condannare e punire un Pontefice delinquente. Si obbligarono il senato ed il popolo, in un trattato con Ottone I, di eleggere quel candidato che più a sua maestà fosse aggradevole[336]: i suoi successori anticiparono o prevennero i loro suffragi: diedero al proprio Cancelliere il Vescovado di Roma, non che quelli di Colonia e di Bamberga; e qualunque pur fosse il merito d'un Francese o d'un Sassone, prova il suo nome abbastanza l'intromissione d'una Potenza straniera. I disordini d'un'elezion popolare erano per questi atti autorevoli una scusa assai speciosa. Il competitore, escluso dai Cardinali, si appellava alle passioni o alle venalità della plebe: il Vaticano e il Palazzo di Laterano furono imbrattati d'assassinii, e i senatori più potenti, i Marchesi di Toscana e i conti di Tuscolo tennero in lungo servaggio la Sede apostolica. I Papi del nono e decimo secolo, furono insultati, incarcerati, assassinati dai lor tiranni; e quando erano spogliati dei demanii dipendenti dalla loro Chiesa, tant'era la lor indigenza, che non potevano sostenere la condizione d'un principe non solo, ma neppure esercitare la carità d'un sacerdote[337]. La riputazione ch'ebbero allora due sorelle prostitute, Marozia e Teodora, era fondata su le ricchezze e l'avvenenza loro, sui loro raggiri amorosi o politici; la mitra romana era il guiderdone dei più instancabili dei loro amanti, e il loro regno[338] ha potuto[339] nei secoli d'ignoranza dar origine alla favola[340] d'una Papessa[341]. Un bastardo di Marozia, un suo nipote e un pronipote, discendenti dal bastardo (genealogia veramente singolare!) salirono la Cattedra di San Pietro, ed aveva l'età di diciannov'anni il secondo degli anzidetti, quando divenne Capo della Chiesa latina. Giunto alla maturità degli anni corrispose all'aspettazione che avea dovuto dare di sè in gioventù; e la folla de' pellegrini che concorrevano a Roma poteva attestar la verità delle accuse fattegli in un Sinodo romano, e alla presenza d'Ottone il Grande. Dopo avere rinunciato all'abito e al decoro della sua dignità, potea Papa Giovanni XI, nella sua qualità di soldato, non avere taccia per gli eccessi nel bere, per gli omicidii, per gl'incendii, per la smodata passione del giuoco e della caccia: poteano i suoi Atti pubblici di simonìa essere una conseguenza della sua ristrettezza; e supposto che abbia invocato, come è fama, Giove e Venere, potea essere questa una facezia; ma noi veggiamo con istupore questo degno nipote di Marozia vivere pubblicamente in adulterio colle Matrone romane; il palazzo Lateranense trasformato in un postribolo, e lo svergognato Papa, tiranno del pudore delle vergini e delle vedove, il quale impediva così alle donne di andare in pellegrinaggio al sepolcro di San Pietro, ov'elle avrebbero corso rischio, in quell'atto di divozione, d'essere violate[342] da quel successor dell'apostolo[343]. Hanno insistito con maligno diletto i protestanti su questi segni di somiglianza coll'anticristo; ma agli occhi d'un filosofo son men pericolosi i vizi del clero che le virtù del medesimo. Dopo lunghi scandoli fu purificata e rialzata la Sede apostolica dall'austerità e dallo zelo di Gregorio VII. Questo frate ambizioso[344] passò tutta la sua vita meditando, e regolando l'esecuzione de' suoi gran disegni, il primo de' quali era fissare nel Collegio de' Cardinali la libertà e l'independenza della elezione del Papa, e per sempre togliervi l'intervento, o legittimo o usurpato, degl'Imperatori, e del popolo romano; il secondo di dare e riprendere l'Impero d'Occidente come un feudo, o benefizio[345] della Chiesa, e a stendere il suo dominio temporale sopra i re, e sopra i reami della terra. Dopo cinquant'anni di combattimenti, la prima di queste operazioni fu condotta ad effetto mercè dell'Ordine ecclesiastico, la libertà del quale andava congiunta a quella del Capo; ma la seconda, non ostante qualche buon esito apparente o parziale, trovò nella potestà civile una gran resistenza, e fu impedita da' progressi dell'umana ragione.
Quando risorse l'Impero di Roma, nè il suo Vescovo nè il popolo poteano dare a Carlomagno o ad Ottone le province, perdute per la sorte dell'armi come erano state acquistate; ma i Romani aveano la facoltà d'eleggersi un padrone, e l'autorità delegata al patrizio fu irrevocabilmente conferita agl'Imperatori francesi e sassoni. Gli annali imperfetti di que' tempi[346] ci serbarono qualche memoria del palazzo, della moneta, del tribunale, degli editti di que' principi, e della giustizia esecutiva, che sin al decimo-terzo secolo era dal Prefetto di Roma esercitata in virtù de' poteri conferitigli da' Cesari[347]; ma infine per gli artificii de' Papi e per la violenza del popolo, questa sovranità degl'Imperatori fu soppressa. I successori di Carlomagno, paghi de' titoli d'Imperatore e d'Augusto, non posero cura nel mantenere quella giurisdizione locale; ne' tempi prosperi, era l'ambizione loro pasciuta d'idee più lusinghiere, e nella decadenza e division dell'Impero i lor pensieri furono del tutto assorti da quello di difendere le province ereditarie. In mezzo a' disordini dell'Italia, la famosa Marozia indusse uno degli usurpatori a sposarla, e la sua fazione guidò Ugo, re di Borgogna, entro la Mole d'Adriano, ossia Castello Sant'Angelo, che domina il ponte principale, ed uno degli ingressi di Roma. Suo figlio Alberico, ch'ella ebbe da uno de' suoi primi mariti, fu astretto a servire al banchetto nuziale; il suo suocero sdegnato della ripugnanza manifesta con cui quegli adempieva tale ufficio gli diede una percossa. Questa originò una rivoluzione. «Romani, gridò il giovanetto, voi eravate un tempo i signori del Mondo, e questi Borgognoni erano allora i più abietti fra i vostri schiavi. Ed oggi regnano, que' selvaggi voraci e brutali, e l'oltraggio ch'io ricevetti è il principio della vostra servitù[348]». Sonarono le campane a stormo; corse il popolo all'armi da tutti i quartieri della città, e i Borgognoni fuggirono a precipizio svergognati e atterriti. Il vincitore Alberico cacciò in un carcere sua madre Marozia, e ridusse suo fratello, Papa Giovanni XI, all'esercizio del suo ministero spirituale. Governò Roma per più di vent'anni col titolo di principe, e dicesi che per assecondare i pregiudizi del popolo, rinnovò l'officio, o almeno il nome de' Consoli, e de' Tribuni. Ottaviano, suo figlio ed erede, prese col Pontificato il nome di Giovanni XII: tribolato come il suo predecessore da' principi Lombardi cercò un difensore che potesse liberare la Chiesa e la Repubblica, e quindi la dignità imperiale divenne il guiderdone de' servigi d'Ottone; ma il Sassone era prepotente, e intolleranti i Romani. La festa dell'incoronazione fu turbata dalle secrete dispute suscitate per una parte dalla gelosia del potere, per l'altra dal desiderio di libertà. Temendo Ottone d'essere assalito, e assassinato al piè dell'altare, ordinò al suo Porta-spada di non iscostarsi dalla sua persona[349]. Prima di ripassare le Alpi, l'Imperatore punì la rivolta del popolo, e l'ingratitudine di Giovanni XII. Il Papa fu deposto dalla Sede in un Sinodo; il Prefetto a cavallo d'un asino fu frustato per tutti i quartieri della città, poi cacciato nel fondo d'un carcere; tredici cittadini de' più colpevoli spirarono su le forche, altri furono mutilati e sbanditi, e servirono le antiche leggi di Teodosio e di Giustiniano a giustificare tanta severità di gastighi. Ottone II dalla voce pubblica fu accusato d'avere con una atrocità pari alla perfidia fatto trucidare alcuni Senatori, da lui invitati a pranzo, sotto le sembianze d'ospitalità e d'amicizia[350]. Durante la minorità di Ottone III, suo figlio, Roma tentò con vigoroso sforzo di scuotere il giogo de' Sassoni, e il console Crescenzio fu il Bruto della repubblica. Dalla condizione di suddito e d'esule giunse due volte al comando della città; perseguitò, cacciò, creò i Papi, e tramò una cospirazione per ristabilire l'autorità degl'Imperatori greci. Sostenne un assedio ostinato in castel Sant'Angelo; ma sedotto da una promessa d'impunità, fu appiccato, e s'espose il suo capo su i merli della Fortezza. Per un rovescio di sorte avvenne poi che Ottone, avendo diviso qua e là il suo esercito, fu assediato per tre giorni nel suo palazzo, ove difettava di vittovaglie; e solamente con una vergognosa fuga potè sottrarsi alla giustizia o al furor de' Romani. Il senatore Tolomeo guidava il popolo, e la vedova del console Crescenzio ebbe la consolazione di vendicare il marito dando il veleno all'Imperatore divenuto suo amante: almeno se ne dà il vanto a lei. Era intendimento di Ottone III abbandonare le aspre contrade del Settentrione per collocare il suo trono in Italia, e far rivivere le instituzioni della monarchia romana; ma i successori di lui non comparvero che una volta in tutta la lor vita sulle sponde del Tevere per ricevere la corona nel Vaticano[351]. La loro assenza li esponea al disprezzo, e la loro presenza era odiosa e formidabile. Discendeano dalle Alpi co' loro Barbari, stranieri all'Italia, ove giungevano coll'armi in mano, e le loro passaggere comparse non offerivano che scene di tumulto e di strage[352]. I Romani, sempre tormentati da una debole memoria dei loro antenati, vedeano con pio sdegno quella serie di Sassoni, di Francesi, di principi di Svevia e di Boemia usurpare la porpora e le prerogative de' Cesari.
A. D. 774-1250
Non v'ha forse nulla di più contrario alla natura e alla ragione, che il tenere sotto il giogo paesi lontani e straniere nazioni contro lor voglia, e contro il loro interesse. Può un torrente di Barbari passare sopra la terra; ma per mantenere un vasto Impero, si richiede un sistema profondo di politica e d'oppressione. Vi dev'essere al centro un potere assoluto pronto all'atto e ricco di espedienti; è necessario poter comunicare facilmente e rapidamente dall'una estremità all'altra; fan d'uopo Fortezze per reprimere i primi assalti dei ribelli; un'amministrazione regolare atta a proteggere e a punire, e un esercito ben disciplinato che possa infondere timore senz'eccitare l'odio e la disperazione. Ben diversa era la situazione de' Cesari della Germania, allorchè divisarono d'assoggettare a sè il regno d'Italia. Le loro terre patrimoniali s'estendevano lunghesso il Reno, od erano sparse qua e là nelle loro varie province; ma l'imprudenza o la miseria di molti principi aveva alienato questo ricco retaggio, e la rendita, che traevano da un esercizio minuto e gravoso delle loro prerogative, bastava appena alle spese della lor casa. Erano i loro eserciti fondati soltanto sopra il servizio, legale o volontario, dei loro diversi feudatarii che valicavano le Alpi con ripugnanza, si permetteano ogni sorta di rapine e di eccessi, e sovente disertavano avanti la fine della campagna. Il clima dell'Italia ne distruggeva eserciti intieri; quelli che sfuggivano alla sua mortifera influenza riportavano in patria le ossa dei principi e Nobili loro[353]; imputavano talvolta l'effetto della loro intemperanza alla perfidia e malizia degl'Italiani, che rallegravansi almeno dei mali dei Barbari. Questa tirannia irregolare combattea con armi uguali contro la potenza de' piccioli tiranni del paese: l'esito della disputa non interessava molto il popolo, e dee oggi interessar poco il lettore. Ma ne' secoli undecimo e duodecimo riaccesero i Lombardi la fiaccola dell'industria e della libertà, e le repubbliche della Toscana imitarono finalmente quel generoso esempio. Avevano le città d'Italia conservata mai sempre una specie di governo municipale; e i loro primi privilegi furono un dono della politica degl'Imperatori, che voleano fare servire i plebei a raffrenare l'independenza della Nobiltà. Ma i rapidi progressi di queste Comunità, e l'estensione ch'esse davano ogni giorno al loro potere, non ebbero altra cagione che il numero e l'energia dei loro Membri[354]. La giurisdizione di ciascuna città abbracciava tutta l'ampiezza d'una diocesi o d'un distretto; quella de' Vescovi, de' marchesi e dei conti fu annichilata, e i più orgogliosi de' Nobili si lasciarono persuadere, o furono costretti, d'abbandonare i loro castelli solitari e d'assumere la qualità più onorevole di cittadini e di magistrati. L'autorità legislativa apparteneva all'Assemblea generale; ma il potere esecutivo era nelle mani de' tre consoli che s'estraevano annualmente dar tre Ordini de' quali componevasi la repubblica, cioè: i capitani, i valvassori[355] e i comuni sotto la protezione d'una legislazion uguale per tutti. L'agricoltura e il commercio si ravvivarono a poco a poco; la presenza del pericolo sosteneva il carattere guerriero de' Lombardi, ed al suono della campana, o al ventilare del vessillo[356], sboccava dalle porte della città una schiera numerosa ed intrepida, il cui zelo patriottico si lasciò ben tosto guidare dalla scienza della guerra, e dalle regole della disciplina. L'orgoglio de' Cesari ruppe contro questi baluardi popolari, e l'invincibile Genio della libertà trionfò dei due Federici, i due più gran principi del medio evo: il primo forse più grande per le geste militari, ma il secondo dotato senza dubbio di maggiori lumi e di virtù più grandi che convengono alla pace.
Vago di ravvivare tutto lo sfarzo della porpora, invase Federico I le repubbliche della Lombardia coll'arte d'un politico, col valore d'un soldato, e colla crudeltà d'un tiranno. Aveva la recente scoperta delle Pandette rinnovata una scienza molto favorevole al dispotismo; e alcuni giureconsulti venali dichiararono che l'Imperatore era assoluto padrone della vita e delle proprietà dei sudditi. La Dieta di Roncaglia riconobbe la regia prerogativa in un senso meno odioso; a sessantamila marchi d'argento[357] fu portata la rendita dell'Italia, ma ad infinita ampiezza la estesero colle estorsioni gli officiali del fisco. Col terrore e colla forza dell'armi furono ridotte al dovere le città più pertinaci; i prigioni furono consegnati al carnefice, o fatti perire sotto i dardi scagliati dalle macchine guerresche: dopo l'assedio e la resa di Milano, Federico fece radere gli edifici di quella magnifica capitale; ne levò trecento statici cui spedì in Alemagna, e disperse in quattro villaggi gli abitanti messi sotto il giogo dall'inflessibile vincitore[358]. Non tardò Milano a risorgere dalle sue ceneri: la sventura formò la lega di Lombardia; Venezia, il Papa, Alessandro III, e l'Imperator greco ne difesero gl'interessi; l'edificio del dispotismo fu atterrato in un giorno, e nel trattato di Costanza Federico sottoscrisse, con qualche riserva, la libertà di ventiquattro città. Aveano queste acquistato tutto il vigore e la maturità, quando entrarono in lotta contro il suo nipote; ma questi, Federico II, era dotato di qualità personali, e singolari che lo segnalavano[359]. Per la nascita e per la educazione era raccomandato agli Italiani, e durante l'implacabil discordia della fazione de' Ghibellini e de' Guelfi, aderirono i primi all'Imperatore, mentre i secondi inalberarono il vessillo della libertà e della Chiesa. La Corte romana, in un momento di sonno, avea permesso ad Enrico VI di congiungere all'Impero i regni di Napoli e di Sicilia; e Federico II, suo figlio, ricavò da quegli Stati ereditarii grandi sussidii in soldati e in denari. Fu non di meno oppresso in fine dalle armi lombarde e dai fulmini del Vaticano; ne fu dato il reame ad uno straniero, e l'ultimo della sua razza fu pubblicamente decapitato sul palco nella città di Napoli. Per uno spazio di sessant'anni non si vide più un Imperator in Italia, e appena fu ricordato questo nome per la vendita ignominiosa degli ultimi rimasugli della sovranità.
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Piaceva ai Barbari, vincitori dell'Occidente, il dare al lor Capo il titolo d'Imperatore, senz'aver però l'intenzione di conferirgli il dispotismo di Costantino e di Giustiniano. La persona dei Germani era libera, come loro proprii i conquisti, e l'energia del loro carattere nazionale aveva a schifo la servil giurisprudenza dell'antica e della nuova Roma. Sarebbe stata impresa di gran rischio ed inutile il voler imporre il giogo monarchico a cittadini armati, che mal poteano sopportare in pace un magistrato, ad uomini ardimentosi che non voleano obbedire, e ad uomini potenti che voleano comandare. I duchi delle nazioni o delle province, i conti dei piccioli distretti, i margravii delle Marche, o frontiere, si partirono fra loro l'Impero di Carlomagno e d'Ottone, e riunirono l'autorità civile e militare tal quale era stata delegata ai luogotenenti dei primi Cesari. I governatori romani, per lo più soldati di ventura, sedussero le loro legioni mercenarie, e preser la porpora imperiale, con buono o cattivo successo, nella lor rivolta senza nuocere al potere e all'unità del governo. Se meno audaci furono nelle pretensioni i duchi, i margravii e i conti dell'Alemagna, più durevoli furono, e più funesti allo Stato gli effetti dei loro vantaggi. Invece d'aspirare alla dignità suprema, attesero in segreto a fermare l'independenza sul territorio che occupavano. I lor disegni ambiziosi furon favoreggiati dal numero dei dominii loro e dei vassalli, dall'esempio e dal soccorso che si prestavano vicendevolmente; dall'interesse comune dei Nobili subordinati, dal cangiamento dei principi e delle famiglie, dalla minorità d'Ottone III e da quella d'Enrico IV, dall'ambizione dei Papi, e dalla vana perseveranza con cui gl'Imperatori correan dietro alle fuggiasche corone dell'Italia e di Roma. A poco a poco i comandanti delle province usurparono tutti gli attributi della giurisdizione regia e territoriale; i dritti di pace e di guerra, di vita e di morte, quello di batter moneta, di mettere imposizioni, di contrar alleanze coll'estero, e d'amministrare l'interno. Tutte le usurpazioni della violenza furono dall'Imperatore ratificate sia che il facesse di buona voglia, sia per forza di necessità, e questa conferma divenne il prezzo d'un suffragio dubbio, o d'un servigio volontario; quel che avea conceduto all'uno non potea da lui ricusarsi senz'ingiustizia al successore o all'eguale di quello; così da questi differenti atti di dominio passaggero o locale s'è formato a grado a grado la costituzione del Corpo germanico. Il duca o conte d'ogni provincia era il Capo visibile collocato fra il trono e la Nobiltà; i sudditi della legge diveniano i vassalli d'un Capo particolare, che spesso levava contro il sovrano lo stendardo che ne avea ricevuto. La potenza temporale del clero fu secondata ed accresciuta dalla superstizione, o dai fini politici delle dinastie Carlovingia e Sassone, le quali ciecamente confidavano nella sua moderazione e fedeltà: i vescovadi d'Alemagna acquistarono l'estensione e i privilegi dei più vasti demanii dell'Ordine militare, e in ricchezze e in popolazione li superarono. Per quanto tempo poterono gl'Imperatori conservare la prerogativa di nominare i benefici ecclesiastici e laici, la gratitudine o l'ambizione dei loro amici e favoriti seguì le parti della Corte; ma nata la disputa delle investiture, perdettero ogni ingerenza sui Capitoli episcopali; le elezioni tornarono libere, e per una specie di beffa solenne, fu ridotto il sovrano alle sue prime preghiere, cioè al diritto di raccomandare una volta sola, durante il suo regno, un soggetto per una prebenda di ogni Chiesa. Anzi che obbedire ad un superiore, non poterono i governatori secolari essere dimessi dalla carica che per sentenza dei lor pari. Nella prima età della monarchia, la nomina d'un figlio al ducato o alla contea del padre era domandata come un favore; a poco a poco divenne un'usanza, e in fine fu pretesa come un diritto. Sovente la successione in retta linea si estese ai rami collaterali o femminili; gli Stati dell'Impero, denominazione popolare da principio, poi divenuta legale, furono divisi e alienati con testamenti e con trattati di vendita; ed ogn'idea d'un deposito pubblico si confuse in quella d'una eredità particolare e trasmissibile in perpetuo. Non potea nemmeno l'Imperatore arricchirsi colle confische e colla estinzione di qualche linea; non avea che un anno per disporre del feudo vacante, e nell'eleggere il candidato dovea consultare la Dieta generale o quella della provincia.
A. D. 1250
Morto Federico II parea l'Alemagna un mostro di cento teste. Una moltitudine di principi e di prelati si contendeano i frantumi dell'Impero: innumerabili castella aveano padroni più inclinati ad imitare i lor superiori che ad obbedirli, e, secondo la misura delle forze di ciascheduno, alle continue loro ostilità si dava il nome di conquisto o di ladroneccio. Cotale anarchia era conseguenza inevitabile delle leggi e de' costumi europei, e lo stesso turbine aveva messo in brani i regni della Francia e dell'Italia; ma le città italiche e i vassalli francesi, discordi fra loro, si lasciarono distruggere, mentre l'unione degli Alemanni ha prodotto sotto nome d'Impero un gran sistema di confederazione. Le Diete, da prima frequenti e poi perpetue, hanno serbato vivo lo spirito nazionale, e la legislazione generale dello Stato è rimasa nei tre rami, o Collegi, degli Elettori, de' principi e delle città libere ed imperiali. I. A sette dei più potenti feudatarii fu permesso d'esercitare con un nome e un grado speciale il privilegio esclusivo di eleggere un Imperatore romano, e questi elettori furono il re di Boemia, il duca di Sassonia, il margravio di Brandeburgo, il conte palatino del Reno e i tre arcivescovi di Magonza, di Treveri e di Colonia. II. Il Collegio dei principi e de' prelati si liberò da una moltitudine accozzata confusamente; ridussero a quattro voti rappresentativi la lunga lista dei Nobili independenti, ed esclusero i Nobili, o membri dell'ordine equestre, che nel campo dell'elezione, del pari che in Polonia, s'erano veduti in numero di sessantamila a cavallo. III. Non ostante l'orgoglio della nascita o del potere, non ostante quello che inspirano la spada o la mitra, si ebbe la prudenza di porre nei Comuni il terzo ramo del poter legislativo, e i progressi della civiltà, quasi nell'istess'epoca, fecero altrettanto nelle assemblee nazionali della Francia, d'Inghilterra e dell'Alemagna. La lega anseatica padroneggiava il commercio e la navigazione del Settentrione; i confederati del Reno manteneano la pace e la comunicazione interna nell'Alemagna: le città han conservato una certa influenza proporzionata alle ricchezze e alla politica loro, e la lor negativa annulla ancora le risoluzioni dei due Collegi superiori, cioè di quello degli Elettori e dell'altro dei principi[360].
A. D. 1347-1378